Il seme dell’abbraccio: un progetto tra somiglianze e re-invenzione

credits Alvise Giacomazzi

Se già la poesia contemporanea è agitatrice di per sé, c’è nella poesia di Silvia Salvagnini un sovvertimento del linguaggio poetico che incide cioè sul livello del significato soprattutto.
Con Il seme dell’abbraccio (Bompiani 2018 qui) l’opera di Salvagnini si fonda nella sua dimensione più completa: raccogliendo i temi di sempre (la maternità, il femminile tutto, l’infanzia, il giardino, il verde) che si combinano insieme alla lezione della neoavanguardia come impronta di rottura, quella dei suoi maestri (soprattutto Sanguineti e Balestrini), di certa poesia della tradizione italiana (Ungaretti, Saba, Caproni), portando l’espressione al presente (Salvagnini può essere comparata a certe novità di Vivian Lamarque, specialmente nelle poesie che muovono dal mondo degli adulti a quello dell’infanzia e che Silvia definisce come “trasversali”), restando dentro un fertile terreno di creazione che molto ha che fare con un’attenzione al suono e all’invenzione.

Il progetto che a partire dai versi del libro unisce poesia, musica e canzone, nato dall’incontro con Nico De Giosa e chi scrive, segue e rispetta l’intenzionalità autoriale; nasce quindi da una pluralità di intenti ma anche da un desiderio di spostamento, che definirei come ‘trans-locazione’, ossia l’andare da un luogo artistico ad un altro tenendo in questo caso tutto insieme.
Non si tratta né di ibridazione né di multimedialità, che ben definirebbero l’oggetto poetico secondo una prospettiva canonizzata, ma è propria della poeta e quindi dal corpo-testo la pluriartisticità come qualità del fare, ontologica, del soggetto – e in questo caso di una figura come l’autrice, che scrive poesia, è pianista e si applica nel campo delle arti visive come illustratrice dei propri lavori.
L’incontro con la poesia di Silvia Salvagnini – che esiste e resiste nella parola – richiede da dentro e dal sé l’incontro con la musica e con il canto, una trasformazione armonica del fare. Lo fa nei termini più affini, in un vestito che è una pelle, non qualcosa che adorna ma che ‘crea’.
La possibilità di trasporre in inglese o in francese alcuni suoi testi poetici in lingua italiana nasce da un’altra intenzionalità: quella di osservare in modo cauto ma attento le possibilità di trans-locazione poetica che Salvagnini sottende nella soggettività – e che noi tre insieme abbiamo in comune.
Staccandoci dalla nuda adesione linguistica apriamo alla possibilità di una diffusione internazionale e concediamo a noi stessi la verità di appartenenza a generi musicali che hanno formato la nostra creatività: non il cantautorato italiano ma quello anglosassone e statunitense o di altri luoghi del mondo; e poi la musica elettronica – che continua il sistema di possibilità della poesia di Silvia già dal Premio Delfini dal 2009 in avanti.
Espatriare per noi, e appartenere, si manifesta attraverso direzioni diverse; abbiamo bisogno di dare voce a questa diversa appartenenza di stile, di genere, guardando altrove senza forzare l’impatto, e lo facciamo costruendo nella parola, nella musica – nel ritmo che poi diventa ancestrale creazione, qualcosa che non si può definire – e poi nel canto – che include il corpo e le sue derive.

La poesia di Salvagnini resta ancorata alla lingua italiana anche quando la re-inventa; il suo pensiero si struttura nell’oralità, che è una delle caratteristiche più pure del suo lavoro di scrittura. E, proprio per quest’ultimo motivo, tende ad aprire – come nel significato – lo spettro delle occasioni di fruizione. Per questa ragione la formula del reading non è la pelle scelta – anche se è rappresenta una delle occasioni. Questo lavoro d’unione è concepito invece come un progetto più aperto, che procede verso una ricerca che definiremmo ‘più-che-canzone’.
Nel grande dibattito tra poesia e forma-canzone ci inseriamo in un territorio di ‘somiglianze’, cercando una posizione ed esprimendo un approccio, verificando che ‘questo stare è il fondamento’. Non nel confine, né nel limite, ma proprio nella somiglianza questo lavoro plurale vive. Nella convergenza di uno stare che è anche un essere di noi come singoli individui, nella nostra artisticità, data la nostra forma-pensiero in cui i territori che frequentiamo nutrono corrispondenze.
Nella formula live (abbiamo registrato un omonimo cd elettronico e uno acustico è in uscita per l’etichetta Milk di Roma qui) e dell’irripetibile – con una componente di improvvisazione – resiste uno snodo in cui la scelta non è quella della forma-canzone canonicamente intesa anche dalla critica ma è quella di una forma che si manifesta nel rispetto del verso libero di Silvia e nel rispetto coerente dell’andamento del testo. Non cediamo, per lo più, a forme fisse.
In questa conversione del percorso si procede verso una direzione ignota, che sembra funzionare da subito, dando un risultato.

Qualcuno dirà che alla poesia non serve altro se non la parola, contrapponendosi alla poesia performativa che, tuttavia, Silvia Salvagnini ha trasformato, nel tempo e nel decennio passato, in qualcos’altro.
Che la parola poetica non abbisogni né di musica né di canto è una verità ma il loro incontro, in questo slancio, apre mondi e li ri-significa; e questa è una realtà che condividiamo, nella creazione e nell’ascolto.

 

foto di Chiara Ronchin

 

Quest’intervento è stato presentato in occasione di Polisemie Festival, Roma, Università La Sapienza, 24 maggio 2019. Per informazioni: https://polisemie.it/

Un articolo sulla poesia di Silvia Salvagnini qui.

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