Bustine di zucchero #2: Derek Walcott

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Walcott

A metà del libro Prima luce del poeta caraibico Derek Walcott – una raccolta di poesie dedicata alla morte della madre e, come scrive Andrea Molesini nella nota finale, «sul particolare morire che s’insinua in ogni giornata, […] un libro che canta l’amore per la vita, la gratitudine per il dono della luce silenziosa del mattino su steli d’erba lucente» – ci imbattiamo in questa bella esortazione: non abituarsi mai, non perdere mai lo stupore davanti le grazie quotidiane offerte dalla vita. Un invito per se stesso e per gli altri. Se dovessimo accostare questo libro ad uno dei cinque sensi, la vista sarebbe certamente l’eletta perché l’occhio del poeta, con la ricchezza di uno sguardo reso fra l’elegia e la narrazione, descrive ciò che vede e quanto vede corrisponde al suo sentire – un’isola rigogliosa vissuta in due lingue (Santa Lucia e la sua storia coloniale), gli affetti, i paesaggi, il mare e l’incanto della luce al suo sorgere. La luce è uno dei tanti doni, e dono è la parola-chiave (The Bounty, che traduce ‘bontà’, ‘generosità’, quindi ‘dono’, è il titolo originale della raccolta), il tessuto connettivo dell’opera che rimanda alla poesia universale capace di ridarci luce e coscienza. Se nel nostro agire quotidiano rischiamo di perdere queste due qualità del vivere, ecco che la poesia ce le restituisce. Iosif Brodskij, un altro poeta che s’intendeva parecchio di coscienza, nel noto Discorso per il Premio Nobel ha detto che «chi scrive una poesia la scrive soprattutto perché l’esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo». Possiamo senza dubbio applicare il principio anche al lettore. Perché se una poesia riesce a restituire lo stupore, pigiando sull’acceleratore della coscienza, allora facciamo nostro l’incoraggiamento di Walcott: never get used to it! Non abituarti mai.

Bibliografia in bustina
Derek Walcott, Prima luce, Milano, Adelphi, 2001 (a cura di A. Molesini), p.75.
Iosif Brodskij, Discorso per il Premio Nobel, contenuto in Dall’esilio, Milano, Adelphi, 1998 (traduzione di G. Buttafava), pp. 61-62.

 

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