La fondazione di un linguaggio. Luca Bernardi: Medusa

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A volte mi domando cosa succederebbe se dovessi valutare un manoscritto inedito, qualcosa che non sia mai passato al vaglio di un gruppo o di una singola mente di fiducia e professionalità. Arrivata a pagina due di Medusa la risposta, in questo caso, è che avrei sussurrato un hallelujah.
Il suo autore è Luca Bernardi, classe novantuno, e l’anagrafe può solo farci considerare che siamo all’inizio di un percorso. Splendidamente scritto, costruito con una bravura quasi sfrontata ma mai fine a se stessa (e che non mostra mai la fune), Medusa è un gioiello per capacità di trovare effetti linguistici, nuove sponde di immagini. Con procedimenti simili a questo, del resto, sono sempre state create le metafore, e leggerne una pagina ci permette in qualche modo di entrare nella fucina di una lingua primigenia:

Una volta avevo vari conoscenti con cui fare la posta alle lucertole, organizzare tornei di ping-pong oppure giocare a calcetto sotto il tendone. Da una decina d’anni è entrata in voga l’idea secondo la quale i miei coetanei sarebbero svaniti. Alcuni hanno effettivamente disertato per mete più scoperecce quali Riccione e Formentera, altri sono stati travolti dagli scandali che hanno affondato le imprese dei loro padri, eppure un gruppo di tardoadolescenti e giovani adulti continua a incistare la cosiddetta zona giochi con sguardi fra il rabbioso e l’annoiato alle sedicenni in conciliabolo. Con gli appartenenti a questo zoccolo duro ho smesso di scambiare il saluto.
Le sedicenni le lascio stare perché sono inacidite, sbattono il fante sul tavolo con grugni da vecchie serve, spiano dietro orrendi occhiali con la montatura colorata e succhiano ogni novità fra stridori provinciali. L’unico culo parlante del gruppo si chiama Elena e due anni fa, per via delle meduse, si è rifiutata di accompagnarmi alla boa. A tirare le fila di questo branco di vergini, capaci di raggelare per pomeriggi interi l’impudicizia dei bambocci brancicanti intorno al calciobalilla, è un cicisbeo prodigiosamente ottuso nel suo metro e novanta tutto cartilagini, già mio compagno di scorribande zoicide e ora ras dello zoccolo duro.
A volte, mentre per stornare l’infarto gioco a ping-pong con qualche dodicenne cercando di non far caso all’indecenza con cui mastica lo stecco di un ghiacciolo, i miei occhi indugiano, ma soltanto per un istante, sul triangolo di stoffa che fasciando rende ancora più magniloquenti le semisfere della Elena e tutto in me si allunga rettile, barracuda, proiettile scagliato nella torta buia delle viscere.

Ho nominato la seconda pagina, e non la prima, per un motivo preciso. Perché la prima, come spesso lungo il libro, scardina invece tutte le regole del linguaggio e si avvicina quasi all’assenza di un rapporto tra significante e significato. Alla ricerca forse, per chiudere il cerchio, di un’aderenza totale. Si tratta di mimesi del linguaggio, del pensiero, di un ragazzo disadattato. Ed è con questo pezzo di ostica bravura che Bernardi inizia il suo libro, lanciando immediatamente il lettore in un atteggiamento di difesa e perplessità con un’operazione coraggiosa. Si arrivi a pagina due, sembra dire, ma prima si passi per queste forche caudine. Eccone un esempio, esattamente dall’inizio del libro:

Al mare con gli Obsoleti si fanno molte passeggiate.
Estraggo la Vigorsol e il culo parlante mi rifila un minchia guardi.
Il tuo culo parlante, rispondo sbocciando la gomma fra pollice e medio.
Cos’hai detto?, chiede abbassando gli occhiali da sole.
Ho detto che guardo il tuo culo parlante, dico richiudendo la tasca, vuoi una Vigorsol alla menta edizione deluxe?
Riaggiusta gli occhiali, sorride inclassificabile.
Non è, dico, una sineddoche.
Incrocia le braccia impedendo lo studio del bikini a frange.
Richiedo, esalando un respiro che potrebbe essere il terzultimo, se gradisce una Vigorsol.
Ora siamo in tre. Lui sputa.
Il ciottolo lo colpisce molto più tardi, dopo che si è chinato verso il mare per sciacquarsi le mani. Un bioccolo di sangue incrina la fronte fra l’attaccatura Neanderthal e le sopracciglia depilate. Sento lo schiaffo della schiena contro il bagnasciuga e corro.
Quando cominciano a gridare sto già guadando il rigagnolo, taglio il campeggio volando, il respiro un trapezio sfondato. Vado verso gli scogli.
E lorsignorino ha visto un secchiello arancione, non è vero? Su, siamo fra amichetti, non faccia il timidino!
10
Fingerò di non aver sentito. Mancavano le sue intromissioni in queste giornate, potremmo dire, fibrillanti per la mia carriera. Piuttosto dovrebbe unirsi nel celebrare la fine del linguaggio come l’abbiamo sempre inteso.
Addio, preistoria degli idiomi. Va bene così?
Grazie. Ora mi lasci limare le ultime bozze mentali. Già, ha sentito bene, il primo fascicolo del Dizionario Semiologico Abissale sarà presto disponibile.

Riflessione sulla lingua, intervento sulla lingua (il libro contiene pagine di un Dizionario vergato per gettare un ponte con il linguaggio alieno) e quindi simile per premesse, per tutto quanto detto finora, al linguaggio poetico, Medusa è però narrazione pura. La storia è presente e forte.
È una storia in cui si è «nel ramo del commercio con gli alieni», e si sogna di stendere un dizionario – il Dizionario Semiologico Abissale – che getti un’ipotesi di collegamento tra l’espressività umana e qualsiasi sia il metodo di linguaggio extraterrestre, perché quello umano è «un impasto di mafiosaggini». Voci che si intrecciano e inseguono e tutte appartenenti a un “io” che confessa alle meduse di cui non ha paura di aver forse trovato un editore; scampoli di descrizioni pigre e surreali di vita familiare sulla sponda del Tirreno in periodo balneare; fino alla fuga con tre amici, dopo l’esasperazione dei rapporti con i familiari, verso la costa adriatica. Lì c’è il suo maestro di un tempo, il professore che per primo l’aveva messo in contatto con la realtà aliena e la possibilità di un Dizionario. L’ossessione per il Dizionario, del resto, è sempre presente: la sua pubblicazione, secondo la voce narrante, dovrebbe far saltare la realtà fino a rendere difficoltoso ai suoi amici abbottonarsi i polsini. Più tiepida la reazione del direttore di collana che dovrebbe pubblicarlo, ma il protagonista è troppo impegnato a fare la sua sponda tra la vita di gruppo con i suoi amici e gli alieni cui li promette in pagamento. Esigono, gli alieni, queste probabili proiezioni mentali del protagonista da cui lui succhia la conoscenza di una maniera nuova di fare parola; esigono e conoscono nel profondo tutto ciò che il protagonista ha fatto per loro, o per se stesso, nella confusione del suo stato. Fino a squarciare, lentamente, un velo su un antico mistero che risale a molti anni prima.
Nel sogno, sempre presente, di una lingua nuova.

Se lei ci potesse portare un po’ di amore noi poi la ripaghe­remmo volentieri, dica cosa vuole in cambio.
Voglio imparare la vostra lingua. Per precipitarla nel Dizio­nario Semiologico Abissale.
Lingua?
Sì.
Abbiamo smesso.
Ma come, non stiamo parlando?
Sta parlando solo lei. Domanda, risposta.
E voi?
È arduo da far capire a uno… A uno della sua…
In che senso?
Appunto. Vi illudete che il guaio stia in una parola. Cre­diamo che voi abbiate grosse difficoltà a svicolarvi da, come dire, una smania di ripetizione variata, una proclività per la scansione periodica…
Come un orologio?
Hmm.
Ritmo?
Ecco. La vostra comunicazione, in quanto ritmica, non po­trà mai…
Non essere falsa?
Siamo alle solite.
Perdoni. Ricominciamo da capo.
Le costerà altri cinque carati.

© Giovanna Amato

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