Fedro, “Favole”: nella nuova traduzione di Lorenzo Montanari

di Lorenzo Montanari

Fedro, Favole, (a cura di P. Corradini, nella nuova traduzione di Lorenzo Montanari), Rusconi, 2016

favole

 

 

II.4 – Aquila, feles, et aper.

Aquila in sublimi quercu nidum fecerat;
Feles cavernam nancta in media pepererat;
Sus nemoris cultrix fetum ad imam posuerat.
Tum fortuitum feles contubernium
Fraude et scelesta sic evertit malitia.
Ad nidum scandit volucris: Pernicies ait
Tibi paratur, forsan et miserae mihi;
Nam fodere terram quod vides cotidie
Aprum insidiosum, quercum vult evertere,
Ut nostram in plano facile progeniem opprimat.
Terrore offuso et perturbatis sensibus
Derepit ad cubile setosae suis:
Magno inquit in periclo sunt nati tui;
Nam, simul exieris pastum cum tenero grege,
Aquila est parata rapere porcellos tibi.
Hunc quoque timore postquam complevit locum,
Dolosa tuto condidit sese cavo.
Inde evagata noctu suspenso pede,
Ubi esca se replevit et prolem suam,
Pavorem simulans prospicit toto die.
Ruinam metuens aquila ramis desidet;
Aper rapinam vitans non prodit foras.
Quid multa? Inedia sunt consumpti cum suis
Felisque catulis largam praebuerunt dapem.
Quantum homo bilinguis saepe concinnet mali,
Documentum habere stulta credulitas potest.

 

II,4 – L’aquila, la gatta e la cinghiala:

Un’aquila aveva fatto il nido sui rami più alti di una quercia. Una gatta aveva trovato un buco a metà del tronco dell’albero e lì aveva partorito. Invece, una cinghiala, amica dei boschi, aveva messo al riparo i suoi cuccioli alla base. La gatta, con l’inganno e con diabolica perfidia, riuscì a danneggiare quel condominio nato per puro caso. Dapprima salì al nido dell’aquila e le disse: “Una disgrazia sta per abbattersi su di te e anche su di me, poveretta. Non lo vedi? La cinghiala è pericolosa: continua ogni giorno a scavare alla base dell’albero, perché vuole abbatterla, questa quercia! Noi e i nostri figli cadremo giù e lei ci ucciderà!”. Queste parole seminarono il panico nell’aquila, che rimase profondamente turbata. La gatta, poi, si intrufolò giù, nella tana della cinghiala, tutta setole, alla quale soffiò: “I tuoi figli sono in grave pericolo! Infatti, non appena sarai uscita coi tuoi compari a cercar cibo, l’aquila sarà bella pronta a portarti via i tuoi porcellini”. Le parole della gatta, che nel frattempo se ne era rientrata tutta tranquilla nel suo rifugio, gettarono il terrore anche nella tana della cinghiala. Una notte, la gatta uscì in punta di piedi e procurò il cibo per sé e per i suoi micetti; il giorno successivo, fingendosi impaurita, stette alla finestra a guardare l’evolversi dei fatti. Temendo di finire sbranata, l’aquila rimase ferma sui rami; la cinghiala, temendo che i suoi porcellini le fossero portati via, non si azzardò ad uscire dalla tana. C’è bisogno di molte parole? No: l’aquila e la cinghiala finirono per morire entrambe di fame, e così i loro figli, e furono un ottimo pasto per i piccoli gattini. Ecco un esempio chiaro che ci insegna quanto male può procurare un uomo doppio, che semina falsità, a degli sciocchi creduloni.

III.8 – Soror et frater.

Praecepto monitus saepe te considera.
Habebat quidam filiam turpissimam
Idemque insignem pulchra facie filium.
Hi, speculum in cathedra matris ut positum fuit,
Pueriliter ludentes forte inspexerunt.
Hic se formosum iactat: illa irascitur
Nec gloriantis sustinet fratris iocos,
Accipiens, quid enim? cuncta in contumeliam.
Ergo ad patrem decurrit laesura invicem
Magnaque invidia criminatur filium,
Vir natus quod rem feminarum tetigerit.
Amplexus ille utrumque et carpens oscula
Dulcemque in ambos caritatem partiens:
Cotidie inquit speculo vos uti volo:
Tu formam ne corrumpas nequitiae malis;
Tu faciem ut istam moribus vincas bonis.

III, 8 – Fratello e sorella:

Guarda tante volte dentro di te, dopo che avrai ascoltato i consigli di questa favola. Un tale aveva una figlia davvero molto brutta ed un figlio, invece, famoso per la bellezza del suo aspetto. Per caso, un giorno, mentre giocavano insieme, come fanno i bambini, si videro riflessi in uno specchio che la loro madre aveva lasciato su una sedia. Il ragazzino iniziò a vantarsi per la sua bellezza; la sorella, invece, si infiammò di rabbia, perché non riusciva a sopportare il fratello che, con parole scherzose, continuava a gloriarsi: lei prendeva tutto quello che lui diceva come un’offesa personale. Quindi, corse dal padre con l’intenzione di vendicarsi: sopraffatta dall’invidia, accusò il fratello del fatto che, pur essendo nato maschio, si gingillava con oggetti femminili. Il padre li abbracciò entrambi, diede loro piccoli e teneri baci, poi, ricoprendoli di un dolcissimo affetto, disse loro: “Desidero che vi guardiate allo specchio ogni giorno: così, tu non cadrai nella tentazione di rovinare la tua bellezza con comportamenti sconvenienti; e tu, figlia, baderai a decorare il tuo viso con l’onestà di un nobile comportamento”.

III.9 – Socrates ad amicos.

Vulgare amici nomen, sed rara est fides.
Cum parvas aedes sibi fundasset Socrates,
(Cuius non fugio mortem, si famam assequar,
Et cedo invidiae, dummodo absolvar cinis),
Ex populo sic nescio quis, ut fieri solet:
Quaeso, tam angustam talis vir ponis domum?
Utinam inquit veris hanc amicis impleam!.

III, 9 – Socrate e gli amici:

Tutti usano la parola “amico”, ma pochissimi sanno che cos’è la fedeltà. Socrate (non mi dispiacerebbe fare la sua fine, ma non sono famoso come lui, e sopporterei anche la calunnia, se, una volta polvere, godessi di piena assoluzione) aveva appena gettato le fondamenta per la sua piccola casa, quando un tizio, forse un anonimo popolano – può capitare – gli chiese: “Beh? Tu che sei un uomo così in vista, come mai ti stai costruendo una casetta tanto piccola?”. E il grande filosofo: “E non sai quanto mi piacerebbe – mai ci riuscirò – riempirla di amici veri!”.

IV.8 – De vitiis hominum.

Peras imposuit Iuppiter nobis duas:
Propriis repletam vitiis post tergum dedit,
Alienis ante pectus suspendit gravem.
Hac re videre nostra mala non possumus;
Alii simul delinquunt, censores sumus.

IV 8 – I difetti degli uomini:

Giove ha dato ai noi uomini due bisacce da metterci sulle spalle: quella che è piena dei nostri difetti, la teniamo dietro; quella, invece, che è appesantita dai vizi degli altri, ce la carichiamo davanti, vicino al petto. In questo modo, non possiamo vedere le nostre mancanze; ma, quando gli altri sbagliano, diventiamo immediatamente ottimi censori.

V.8 – Tempus.

Cursu volucri, pendens in novacula,
Calvus, comosa fronte, nudo corpore,
(Quem si occuparis, teneas; elapsum semel
Non ipse possit Iuppiter reprehendere),
ccasionem rerum significat brevem.
Effectus impediret ne segnis mora,
Finxere antiqui talem effigiem Temporis.

V.8 – Il tempo:

Perché un pigro attardarsi non impedisse agli uomini di raggiungere gli obiettivi che si erano prefissi, gli antichi rappresentarono così il Tempo: un corridore dai piedi alati, in bilico sul filo di una lama, calvo ma con qualche capello sulla fronte, il corpo completamente nudo. Se riesci ad afferrare questo elocissimo corridore, non lasciartelo scappare! Se ti sfugge, anche una volta sola, pensa, nemmeno il divino Giove può più riacciuffarlo. Questa immagine identifica bene la natura fulminea di questo attimo che…–  guarda! – se n’è già andato!

App.8 – De oraculo Apollinis

Utilius nobis quid sit dic, Phoebe, obsecro,
qui Delphos et formosum Parnasum incolis.
Subito sacratae vatis horrescunt comae,
tripodes moventur, mugit adytis Religio,
tremuntque lauri et ipse pallescit dies.
Voces resoluit icta Pytho numine:
“Audite, gentes, Delii monitus dei:
pietatem colite, uota superis reddite;
patriam, parentes, natos, castas coniuges
defendite armis, hostem ferro pellite;
amicos sublevate, miseris parcite;
bonis favete, subdolis ite obviam;
delicta vindicate, corripite impios,
punite turpi thalamos qui violant stupro;
malos cavete, nulli nimium credite.”
Haec elocuta concidit virgo furens;
furens profecto, nam quae dixit perdidit.

Appendix, 8 – L’oracolo di Apollo:

Ti scongiuro, Apollo: dimmi che cosa sia più utile per noi uomini; dimmelo tu, che abiti Delfi e lo splendido Parnaso. Subito si drizzano i capelli della tua sacra sacerdotessa, si scuotono i tripodi e si odono, cupe, dagli spazi più segreti dei templi le voci degli dei; tremano le piante di alloro ed impallidisce persino la luce del giorno. Così parla, ispirata dal nume di Apollo, la Pizia: “Udite, popoli, i consigli del dio di Delo: venerate i vincoli d’amore; rivolgete preghiere agli dei del cielo; difendete con le armi la vostra patria, i genitori, i figli, le vostre caste mogli19; scacciate i nemici con le spade; correte in aiuto dei vostri amici; abbiate pietà degli infelici; supportate gli uomini onesti e opponetevi a coloro che vi vogliono ingannare; vendicate i delitti ed arrestate gli empi; punite coloro che violano i patti coniugali sporcandoli con rapporti adulterini; guardatevi dagli uomini malvagi; a nessuno concedete troppo credito”. Pronunciate queste parole, la vergine sacerdotessa cadde in preda alla pazzia; pazza davvero, perché tutto ciò che disse, andò perso nel vuoto.

Lorenzo Montanari, studioso di lingua e cultura latina, è dottore di ricerca e insegna Lettere presso il liceo M. Allegretti di Vignola (Mo). Si occupa di didattica del latino ed è autore di testi scolastici.

 

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