#Meriggiare: un secolo con Montale

ossi gobettiEugenio Montale avrebbe compiuto il 12 ottobre scorso ben 120 anni, e, se la natura gli avesse concessa una vita così lunga, sarebbe stato il più iconico dei segnali da inviare alla Mosca (o, forse, sarebbe stato il più clamoroso tra i messaggi tanto attesi da lei, quello che in vita lo designava quale ‘patriarca’ della poesia italiana).
Cento anni compie, invece, la sua poesia, in questo 2016 entrato nella sua fase finale! Perché cento? Be’, semplicemente perché la poesia sua più antica, Meriggiare pallido e assorto, inizialmente intitolata Rottami e poi consegnata alla storia attraverso il primo verso, se vogliamo dare fede a quanto di sé ha voluto tramandare il poeta, risalirebbe proprio al 1916, relativamente alla primitiva stesura, rivista poi nel ’22 e nuovamente nel ’23.
Quest’osso diventato uno dei componimenti più noti, anche per obbligo scolastico, segna tutt’ora il passaggio da una poesia che risuona ancora note care a Pascoli alle nuove esperienze più prossime al giovane Montale, come la lezione dei poeti liguri a lui cari:

Meriggiare pallido e assorto,
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicala dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Sembra di ritrovare, con segno nuovo, «tutte le cose buone della terra/ che bastavano un giorno a smemorare» il Camillo Sbarbaro di Talora nell’arsura della via, poesia che chiude Pianissimo del 1914; poesia che contiene l’immagine iniziale del canto di cicale e a poca distanza quell’altra dello «stupor sciocco» nel notare ancora la presenza di alberi e acque, immagini, queste, che sembrano condensarsi prima e dilatarsi poi nella terza quartina montaliana.
gozzano-montale-sbarbaroDel resto i tratti in comune tra i componimenti dei due poeti e amici liguri sono parecchi, a partire proprio da quell’ora meridiana in cui il canto incessante delle cicale spezza il silenzio assordante dell’esistenza umana; ora che sempre negli ossi propriamente detti di Montale si ripercuote e rafforza in ben altre e famose immagini: come il «falchetto che strapiomba/ fulmineo nella caldura», in Non rifugiarti nell’ombra; o ancora, e ovviamente, Gloria del disteso mezzogiorno in cui viene indicata «l’ora più bella» al di là di un muretto che è sicuramente parente stretto della muraglia coi cocci di bottiglia, a sua volta imparentata − (se non addirittura figlia!) − con la «cinta vetusta» di Gozzano («Pensa i bei giorni d’autunno addietro,/ Vill’Amarena a sommo dell’ascesa/ coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa/ dannata e l’orto dal profumo tetro/ di busso e i cocci innumeri di vetro/ sulla cinta vetusta, alla difesa…», La Signorina Felicita ovvero la Felicità; mio il corsivo).
La fitta presenza, strategica, nel tessuto montaliano, di verbi all’infinito, parla a noi lettori già la lingua della modernità che avanzava in quel lontano 1916. Le rime a fine verso, o al mezzo, miste alle assonanze e alle allitterazioni, invece, ci parlano sia dell’aderenza alla tradizione tardo ottocentesca, sia della rottura dall’interno della medesima.
Il meriggio di Montale è quello di un orto, e non urbano come probabilmente è quello di Sbarbaro che, di poco più anziano del futuro premio Nobel, ha in qualche modo nei suoi versi (e sappiamo quanto Montale amasse la sua poesia) indicata la strada da percorrere per dare voce a quel ‘male di vivere’ che è ben altra cosa, e perciò nuova, rispetto allo spleen, alla noia, alla malinconia, che pervadono tutto il secolo precedente. Non ci troviamo posti innanzi a una bucolica fuga dalla città per la campagna in entrambi poeti, perché è comunque rappresentata l’angoscia per il desiderio di fuga disatteso, per un mancato rifugio, ricovero per l’anima, in seno alla natura: non c’è locus amoenus, perché oltre quel muro che si costeggia, oltre la siepe di «cocci aguzzi», ossia di «cocci innumeri di vetro», non c’è nient’altro che la presa di coscienza della desolante esistenza, poiché ogni senso reale è nascosto in questo triste meravigliarsi in cui echeggia, con segno negativo, lo «smemorarsi» di Sbarbaro.

© Fabio Michieli

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