omaggio

I poeti della domenica #176: Attilio Lolini, Palle

lolini-necropoli

Palle

Quando viene tedioso il pomeriggio
fratello della sterile mattina
si fanno palle dei giornali

è pieno il sacco dei rifiuti
con i cartocci dei surgelati
che abbiamo aperto
e mangiucchiato
leggendo sulle gazzette
le cronache del mondo

ciò che parve bello e giusto
ben si presta ad esser ripudiato
nell’ora incerta che avanza
d’ogni cosa è ignoto il significato.

.

da Poesie futili, in Notizie dalla necropoli, Einaudi, 2005

I poeti della domenica #175: Attilio Lolini, L’acqua

L’acqua

Tutto è strano stamani
splende il sole
ma le strade sono buie

il vento soffia
dai portoni

come un uomo
che va a tentoni

il tempo è un volto
che increspa l’acqua

siamo in un retroscena
in uno spazio dissolto

forse volato
o sepolto

.

da Carte da sandwich, Einaudi, 2013

Omaggio a Carlo Michelstaedter

Un autoritratto di Carlo Michelstaedter

Omaggio a Carlo Michelstaedter a 130 anni dalla nascita

Il 3 giugno 1887 nasceva a Gorizia Carlo Michelstaedter. Il nostro omaggio si manifesta oggi con un passaggio da un saggio di Rosita Tordi del 1981, nel quale la studiosa riflette su La Persuasione e la Rettorica di Michelstaedter, che pubblichiamo qui insieme a una scelta di poesie dello scrittore goriziano.

E tuttavia quando il fine perseguito è di decostruire l’insieme dei procedimenti regolamentati, non può essere più consentito il linguaggio piano della sicurezza, della ‘padronanza’: il Michelstaedter sceglie infatti la tessitura polimorfa della scrittura frammentaria, aforistica, moltiplica le metafore, a testimoniare la pluralità dei punti di vista, coi quali deve ‘giocare’ chi cerca la verità.
Si direbbe allora che se lo stile è un mezzo per tenere a distanza i lettori inadatti, l’abuso che il Michelstaedter si concede di citazioni dal greco, l’assiduità con cui ricorre a grafici, formule chimiche o espressioni algebriche, sono il segno inequivocabile della sua volontà di prendere le distanze dal lettore ‘comune’. I suoi interlocutori privilegiati sono quanti, sottrattisi all’ottica ‘borghese’, «(…) cercano angosciati una tavola di salvezza, un punto saldo (mentre) tutto si scompone, tutto cede, fugge, s’allontana e tutto domina il ghigno sarcastico: uùuùuùuùu… niente, niente, non sei niente, so che non sei niente». E all’uomo braccato dai ‘mostri’, il Michelstaedter suggerisce di ‘permanere’, stabilire un ‘punto fermo’ da cui affacciarsi sull’orlo dell’abisso ‘senza accusare vertigini: è allora che si misura la distanza tra l’uomo ‘rettorico’ e il ‘persuaso’, ché mentre il primo non riesce a sottrarsi alle lusinghe di falsa ‘sicurezza’ che continuano a pervenirgli da una società dove di fatto «(…) ognuno violenta l’altro (…) ognuno schiavo e padrone ad un tempo (…). Così gli uomini che hanno accettata la cambiale della società, vi si tengono colle dite rattrappite (…) è questa la loro gravità d’istrumenti d’orchestra che perché soffiano e vengono soffiati si sentono l’autorità del compositore»; il secondo al contrario, il ‘persuaso’ non si lascia distrarre, non si volta indietro.
Ancora una volta è l’immagine mitica di Orfeo che il Michelstaedter perché il suo linguaggio acquisti la sua massima persuasività: «Euridice che gli dei infernali concessero ad Orfeo, era il fiore del suo canto, del suo animo sicuro. Quando egli nell’aspra via e oscura verso la vita si volse, vinto dalla trepida cura, già Euridice non era più».
La tensione del Michelstaedter verso un linguaggio che recuperi la sua originaria forza figurativa mediante la ricostituzione di quella unità concreta e indivisa di parola-arte-mito, che è all’origine del linguaggio artistico, spiega la suggestione esercitata su di lui dai drammi di Sofocle, dai dialoghi socratici di Platone, dalle liriche di Simonide e ancora dall’opera di Lucrezio, Vico o Leopardi, da quelle opere cioè dove massima è l’attenzione verso il recupero della straordinaria forza suggestiva del mito e dove la componente del mistero, della complessità e indecifrabilità della natura umana e del mondo trova il massimo ascolto.
[…] Il senso di angoscia che deriva dalla perdita delle certezze, dalla constatazione della inservibilità degli abituali strumenti conoscitivi, in una realtà divenuta inaspettatamente priva di segnali comprensibili – «Per le vie della terra l’uomo va come in un cerchio che non ha fine e che non ha principio, come in un labirinto che non ha uscita» – raramente ha trovato nella letteratura italiana del primo ’900 una rappresentazione altrettanto lucida e intensa.
Lo stesso Debenedetti riconosce al Michelstaedter stati «(…) di una veggenza complessa e tentacolare del rapporto tra i fenomeni che salgono alla superficie e gli strati più profondi della coscienza (…). Egli osserva con un prisma che, nel deviare i raggi, affina e separa le qualità particolari, senza confonderle in nuove vibrazioni di luce e di colore». Tuttavia per il Debenedetti si tratterebbe soltanto di pause, impreviste e per il lettore e per l’autore, nelle quali fortuitamente sarebbe consentito al Michelstaedter di realizzarsi ‘poeta’, ché subito dopo l’arida nomenclatura dei guasti che derivano all’uomo dall’uniformarsi al ‘sistema’ riprenderebbe implacabile.
Ma in questo modo si rischia di concedere ancora credibilità ai bilanci crociani di poesia e non poesia, sempre inadeguati e mistificanti, ma tanto più inefficaci per La Persuasione e la Rettorica che è opera certamente insolita e non facilmente definibile secondo l’abituale sistema dei ‘generi’: in essa filologia, erudizione, filosofia e poesia concorrono in un equilibrato insieme di sostegni e di spinte al quale non è estranea la stessa esperienza di disegnatore e pittore che il Michelstaedter è andato intensamente svolgendo negli anni 1908-1910. E se gli esiti a cui la sua riflessione è pervenuta richiamano altre singolari esperienze che si sono venute svolgendo, particolarmente nell’ambito del pensiero negativo, tra ’800 e ’900 – Schopenhauer e Nietzsche – è vero che i punti di differenziazione sono molteplici: la vita ‘persuasa’ è condizione estremamente precaria, che, una volta acquisita, deve essere costantemente difesa dalle insidie della ‘rettorica’: «Chi vuole la vita veramente, rifiuta di vivere in rapporto a quelle cose che fanno la vana gioia e il vano dolore degli altri (…). La sua vita è il rifiuto e la lotta contro tutte le tentazioni degli illusori soddisfacimenti, e non disperdendosi nell’atto delle continue correlazioni (possessi illusori) si afferma e prende forma e si crea da sé stessa».
E proprio questa critica del ‘politico’ come sintesi dei bisogni irrazionali dell’individuo, l’abbandono di ogni prospettiva teleologica, il rifiuto di consolanti utopie e piuttosto l’accentuazione della componente di sofferenza e di lotta che inerisce alla condizione del ‘persuaso’, l’attento ascolto prestato a quanto di insondabile e misterioso è nella natura, determinano la specificità e singolarità dell’opera del Michelstaedter nella cultura italiana del primo Novecento.

Rosita Tordi, Tensioni tra ‘pubblico’ e ‘privato’ nell’opera di Carlo Michelstaedter, in: eadem, Il diadema di Thoth. Itinerari per una ‘diversa esplorazione’ del reale nella letteratura italiana del primo Novecento, Edizioni dell’Ateneo s.p.a., Roma 1981, pp. 75-78.

Che ti valse la forte speranza, che ti valse la fede che non crolla
che ti valse la dura disciplina, l’ansia che t’arse il core
o mortale che chiedi la tua sorte, se dopo il tormento diuturno
se dopo la rinuncia estrema – non muore la brama insaziata
la forza bruta e selvaggia, se ancora nel tedio muto
insiste e vivo ti tiene; – perché tu senta la morte
tua ogni istante nell’ora che lenta scorre e mai finita
perché tu speri disperando e attenda ciò che non può venire
perché il dolore cieco più forte sia del dolore che vide
la stessa vanità di sé stesso? – Tu sei come colui nella note
vide l’oscurità vana ed attese da dio chiedendo la divina luce
e d’ora in ora il fiero cuor nutrendo
di più forte volere e la speranza
esaltando più viva, quando il giorno
con la luce pietosa
alla vita mortale
ogni cosa mortale riadulava
non ei si scosse che con l’occhio fiso
vedeva pur la notta senza stelle. –
Come il tuo corpo che il sole accarezza
gode ed accoglie avido la luce
perché non anche l’animo rivolgi
ai lieti e cari giochi? Vedi intorno
fin dove giunge il guardo, la campagna
ride alla luce amica

.

Giugno

Tutta la forza dal tuo seno, o terra,
il sole ha tratto che salendo avvampa,
e l’estate trionfa.
Due volte l’erba ti recise avaro
il prudente bifolco, e già le fronde
onde tutta t’ammanti,
per il continuo ardor si fan perdute;
ed alla notte gli astri all’orizzonte
per i vapor rosseggiano più grandi,
quasi la vita per più forza gravi
come un’aura di morte.
Ma se i fiori onde prossima l’aurora
del giorno estremo
anelava l’adolescente Aprile,
vento estivo ha dispersi,
sotto le fronde si matura il frutto,
e il bifolco gioisce.
Ahi, la promessa della primavera in
questo picciol frutto si rinserra,
ed il tempo procede per il giro
d’altri inverni e di nuove primavere.

Ma alla notte sui vertici ricolmi
passa il nembo e pel cielo s’accavalla
la nera massa delle nubi, e lungi
livida luce rompe la tenebra
e pei piani rivela in nuovo aspetto
messi ondeggianti e alberi ricurvi,
e pei monti corruschi nuove forme
ed in cielo più mondi e nuova vita
ogni volta diversa, mentre lungi
nuova voce rimbomba e intorno e in alto
si spande e ancor dai monti riecheggia.
E a destra e a manca e presso e da lontano
riappar la nuova luce, e come il cielo
nel diverso bagliore si trasmuta,
così la terra la livida faccia
in nuova congiunzion sembra mutare,
mentre presso e lontano, oscuro o chiaro,
romba il nuovo fragore senza posa.

Qual nuova speme, anima solitaria,
qual si ridesta
al diffuso baglior speme sopita?
Dal diffuso baglior verra la Luce
mai veduta? e dal rombo vorticoso
la Voce squillerà che non udisti?
Ecco la terra ancora si congiunge
coi nuovi mondi in alto,
e la striscia di fuoco ecco dirompe
la tenebra, ed io stesso abbacinato
nel vortice di fuoco sono avvolto.
Sospesa a quella luce è la mia vita
un attimo o un tempo senza fine
– chè fra il lampo ed il tuono non si vive.
… Ora scoppia la vita, e s’apre il frutto
del mio tanto aspettar, ora la gioia
intera e il possesso dell’universo,
ora la libertà che non conosco,
ora il Dio si rivela, ora è la fine!
Ma scroscia il tuono che m’assorda… Io vivo
e famelico aspetto ancor la vita.
Altri lampi altri tuoni…. Ed il mistero
in benefica pioggia si dissolve.

.

Non è la patria
il comodo giaciglio
per la cura e la noia e la stanchezza;
ma nel suo petto, ma per suo periglio
chi ne voglia parlar
deve crearla. –

.

da Carlo Michelstadter, Poesie, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano, 1987

Appunti sulla «levità». Per Primo Levi, nel trentennale della morte

Appunti sulla «levità». Per Primo Levi, nel trentennale della morte
di © Paolo Steffan

Suicidio o incidente? Credo che sia quanto meno ozioso misurarsi con questa domanda, di fronte alla smisurata mole di considerazioni che di Primo Levi suscita la folta opera scritta. A trent’anni dalla sua morte, non si faccia l’errore che ricorre negli anniversari di Pasolini, di trasformare un momento in più per rileggere e riparlare del merito artistico e intellettuale in un chiacchierio aneddotico sulle circostanze vere o presunte della morte. Anche perché di Primo Levi è bene parlare nella vita, essendo che il suo percorso letterario di testimonianza, da un lato, e di ricerca narrativa e poetica, dall’altro, sempre compiute al più alto livello, ha il pregio di indagare l’uomo e la natura di cui è parte nei suoi aspetti più luminosi come in quelli più umbratili, senza mai prescindere dunque da una visione totalizzante sulla vita. La possibilità di chiedersi fin da subito ‒ siamo nel 1947 ‒ «se questo è un uomo» coglie l’occasione (anche in senso montaliano), nel rievocare precise memorie in chiave storica, e ammonitoria, di avviare una lunga riflessione sulla natura dell’essere uomini in questo mondo, con una capacità di indagine, oltre che di scrittura, che fa oggi sentire la sua presenza come forse la più totalizzante nel dopoguerra.

Mi servirò principalmente, in questa sede, di un capitolo tra i più straordinari della sua opera, ovvero Il sistema periodico (Einaudi, 1975), per sbozzolare alcuni appunti ancora tutti rannicchiati nella mia mente durante e a margine di letture tarde e sporadiche, ma costanti, dei suoi scritti.¹ Penso infatti che, alla domanda “Da quale suo libro mi consigli di cominciare?”, diversamente da Rigoni Stern che suggeriva La tregua,² suggerirei proprio Il sistema periodico; ritenendo d’altronde che la via concentrazionaria di avvicinamento a Levi, quanto meno in età scolare, vada a danno della ricezione stessa dell’autore sul lungo termine, nonché dello stesso fattore memoriale. Si rischia infatti di delegare la conoscenza di Levi scrittore a una parte, certo viscerale e non prescindibile, ma limitata delle sue potenzialità espresse, dando maggiore spicco al suo essere un sopravvissuto che non al suo essere scrittore. Ma dato che i due aspetti non sono scindibili, è nel comprenderne nel modo più esemplare (e Il sistema periodico è una narrazione di esemplare bellezza!) le qualità artistiche, che il fattore civile, antropologico, filosofico legato al Lager assume un rilievo e una centralità ineguagliabili, e indelebili.

Nelle pagine dei racconti che compongono il libro del 1975, che in realtà letto nell’insieme si configura come continuum, come originale romanzo autobiografico e di formazione (ponendosi a suo modo quale ponte stilistico tra i racconti raccolti nel ’71 in Vizio di forma e i romanzi progressivamente più compatti del ’78, La chiave a stella, e dell’82, Se non ora, quando?), non mancano le allusioni all’esperienza di Auschwitz, e l’autore vi si rapporta come a qualcosa di necessariamente già noto a chi legge, attraverso le opere testimoniali del ’47 e del ’63:

«Che io chimico, intento a scrivere qui le mie cose di chimico, abbia vissuto una stagione diversa, è stato raccontato altrove.

A distanza di trent’anni, mi riesce difficile ricostruire quale sorta di esemplare umano corrispondesse, nel novembre 1944, al mio nome, o meglio al mio numero 174517.»³

Così inizia il capitolo intitolato Cerio, ma già nel primo magnifico racconto, Argon, non mancava, pur essendo volto lo sguardo sulle proprie radici ebree-piemontesi, verso le tradizioni religiose e linguistiche vive fino al secolo precedente, un richiamo all’antisemitismo nazista («Ricordo qui per inciso che il vilipendio del manto di preghiera è antico come l’antisemitismo: con questi manti, sequestrati ai deportati, le SS facevano confezionare mutande, che venivano poi distribuite agli ebrei prigionieri nel Lager»), e così più oltre, in Cromo, la riflessione sulla vergogna di essere uomini dopo Auschwitz, nel raccontare ‒ in un interessante gioco intertestuale ‒ la genesi di Se questo è un uomo («Le cose viste e sofferte mi bruciavano dentro; mi sentivo più vicino ai morti che ai vivi, e colpevole di essere uomo, perché gli uomini avevano edificato Auschwitz, ed Auschwitz aveva ingoiato milioni di esseri umani, e molti miei amici, ed una donna che mi stava nel cuore»).4 Nel voltarsi indietro, non vi è mai «serena disperazione»5 negli autori cui il Lager ha condizionato il vissuto, eppure Levi non si esime dal dirci, in esergo al suo Sistema, che «è bello raccontare i guai passati», come se la sua saggia consapevolezza gli stesse consentendo quanto meno un ‘sorriso arcaico’ (penso a certe interpretazioni del volto dei kouroi) sulla parte di vita già trascorsa, il sorriso di chi sa qualcosa in più sulla vita, e non ne dispera, perché ha il dono dell’arte narrativa, il magistero degli aedi; e la sua Odissea, difatti, l’aveva già consegnata a Einaudi dodici anni prima, con titolo La tregua.

Proprio la prima edizione di questo libro ha un risvolto annotato da Italo Calvino, un autore che ci avrebbe lasciato quale testamento letterario le sue Lezioni americane (Garzanti, 1988) e, in particolare, la prima di queste: Leggerezza. Nell’introdurre le Lezioni, Calvino dichiara di aver cercato di «situarle nella prospettiva del nuovo millennio»,6 eppure nel suo spaziare amplissimo nella storia letteraria mondiale, egli sembra prescindere dal fattore temporale, proprio per la rapidità, esattezza, appunto leggerezza, con cui si muove in un mondo che, anche stratificato in millenni, ci appare vivo e presente. Ma se il passato è nient’altro che l’eterno presente della nostra memoria umana, resta sul piano cronologico l’insistenza sull’ignoto futuro, che Calvino sottolineava già nel titolo originale, Sei proposte per il prossimo millennio. E al prossimo millennio guardava, a suo modo e negli stessi anni, Primo Levi nel proprio testamento, quando redigeva la Conclusione de I sommersi e i salvati, rivolgendosi a noi, alle generazioni che avrebbero vissuto nel nuovo secolo, che ne avrebbero incarnato l’umanità. Non è certo una visione rasserenante, che si possa dire leggera, quella fornita da Levi:

«Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale e inaspettato, non previsto da nessuno. È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.»7

È l’altra faccia della leggerezza calviniana, la pesantezza dell’eredità di un secolo devastante, che non ha forse mai del tutto superato, con la maturità che doveva, il trauma conseguito alle leggi razziali. E forse, proprio l’auspicio lieve che Calvino si augura per il Duemila, almeno in letteratura, è in parte figlio del discorso leviano che vi fa da contraltare. (altro…)

Omaggio a Giorgio Bàrberi Squarotti

2009 14 bàrberi squarotti gli affanni

Giorgio Bàrberi Squarotti, 14 settembre 1929 – 9 aprile 217

Sul balcone

Sul balcone è rimasto salvo solo
un geranio rosato al suo ritorno
dopo le settimane d’altre stelle
esanime e la luna troppo accesa
sopra i canali incerti e il soffio, forse,
di un fiume in mezzo a monasteri e chiese
e i fremiti di canne e di campane.
Un po’ piegata, nuda nel candore
veemente del mattino, le tettine
dolcemente tremanti, la poca acqua
versava impietosita e molto erronea
sulla terra brulla, ma più ancora
sull’indorato seno e sui capezzoli
induriti, fino alle cosce subito
nervose. Sui capelli, aridamente
le cadde un petalo dal cielo, e giunsero
allora merli e passeri e colombi
a beccarle per allusione e gioco
la pelle desiderata; ed appena
qualche piccolo segno rosso, dopo,
le rimaneva, come un dono ironico
o un avvertimento del suo tempo
che si è fatto troppo breve, e allora
non si allontani dalla tanta luce
della sua nudità della ringhiera,
che la fa rabbrividire e ridere.

Torino, 19 giugno 2003

*

Sul Tanaro, Afrodite

Sul Tanaro? Afrodite? e chi può credere
che davvero nell’ampia conca, al margine
delle rocche di tufo (ed è profonda
l’acqua e cupa, ma la fa viva il verde
delle foglie dei pioppi cge, leggere,
si agitano nel lentissimo vento)
ci sia la grande conchiglia rosata
che la corrente minima trasporta
dall’una all’altra riva, e sopra, nuda,
la ragazza bionda con i capelli
inanellati che allontana a tratti
dal volto con la mano, imbarazzata
e sorridente? E una lunga ed esigua
nuvola nera all’orlo del vigneto
nel primo culmine di una collina
sia un giovane rosso in viso, grasso,
e, sboccato, guardi attento ed avido
nell’attesa che la ragazza sbarchi
nella golena, dove sono salici
e pietre tonde e una sabbia banchissima,
fine, e più in là le more violacee
come i dritti capezzoli, e un serpente
che sollevi la testa e, incuriosito,
la contempli? C’è sempre una vicenda
che si rinnova altrove, dove meno
è inevitabile: la dea che ora un vento
animato sospinge nelle acque
infine infinitamente ampliate,
come un mare, canuto, un poco ondoso.

Torino, 9 gennaio 2004

.

da Gli affanni, gli agi e la speranza, L’arcolaio, 2008

Goliarda Sapienza e Milena Milani in Spagna: un reportage “critico”

Facoltà di Filologia di Salamanca

Mi scuserà chi legge se il contenuto di oggi risulterà molto personale e il titolo di questo post un po’ ingannevole; in effetti avrei potuto intitolare questo “reportage” Una ricerca appassionata, ma l’avremmo sentito tutti come troppo sentimentale e naif. Eppure mi pongo molte domande dopo la prima trasferta fuori Italia per ragioni legate al Dottorato; una di queste riguarda il perché non ho mai fatto l’Erasmus. Una domanda interna e non esterna, senza rimpianti e con la consapevolezza che ciò che non ho affrontato dieci anni fa sia stata una scelta consapevole, e che i propri desideri si possano esaudire anche molti anni dopo e in modo diverso, trovando una forma consona.

Ho conosciuto tante persone a Salamanca in questi giorni, studiosi di varie provenienze, sia italiani sia spagnoli, sia non: eravamo tutti riuniti per il Convegno Internazionale Las inéditas in una delle più antiche università del mondo per la Filologia, che ha accolto la proposta di un gruppo di ricerca molto attivo in Spagna, il cui comitato scientifico è formato da docenti, studiose e studiosi, ricercatrici e ricercatori che si muovono in Europa con grande agilità portando avanti un’indagine sopra la letteratura delle donne molto incline alla militanza ma non esclusivamente calata in essa: Escritoras y personages femininos en la literatura.

È utile dire sin da subito che le possibilità del Convegno proprio per la sua struttura, tra interventi che hanno toccato tutti i campi letterari (teatro, poesia, prosa, etc.), discussione, eventi di teatro e di altro genere, presentazioni di libri, denotano un’apertura non usuale al “fuori” dell’ambito accademico, cosa che in Italia non accade. È un’integrazione della realtà di cui ci si occupa (la poesia, il teatro, la canzone popolare in questo caso) all’interno della realtà di studio, una visione più consapevole e completa, un’ammissione di esistenza (!). Forse potrà sembrare ingenuo questo mio commento ma, per esperienza personale, lavorando da sempre come studiosa ora strutturata ma anche in ambito artistico trovo che l’Italia debba sempre più imparare a vedere fuori, ad accogliere il fuori nel dentro, ad avere una mobilità di pensiero che troppo spesso manca non solo nei contenuti ma soprattutto nella visione che sta a monte di questi contenuti.

(altro…)

Vengo da dove veniva Fausto

 

fausto mesolella foto di fiorella passante

Vengo da dove veniva Fausto

di Raffaele Calvanese

*

Una volta ho comprato una rivista con Lemmy dei Motorhead in copertina. Il titolo recitava testuale “mi sono salvato perché sono brutto”. Ironia della sorte: ho trovato un concetto simile nella biografia di Keith Richards. Se mi fermo a pensarci è così, è questa l’essenza del rock, della musica in generale, alcuni riescono ad affrontarla di petto, senza orpelli, ci sbattono la faccia e non nascondono le cicatrici, quelli sono i veri immortali. Sono musicisti, troppo impegnati ad inseguire un accordo, un giro di basso, una melodia, troppo lontani dalla realtà che siamo abituati a popolare noi che raramente riusciamo a sollevarci da terra come fa un chitarrista, come fa un musicista nell’atto di fare l’amore con il proprio strumento, nell’atto di creare qualcosa di nuovo, nell’atto di fare musica, che poi è come viaggiare. L’ironia della sorte ha poi voluto che la band di Fausto Mesolella prendesse il nome da un’agenzia di viaggi della sua città.

Mia madre mi diceva sempre che mio nonno quello lì in casa non ce lo voleva. Era un tipo strano, coi capelli troppo lunghi e la barba incolta, e poi era brutto, faceva spavento. Mia madre e le sue amiche gli passavano i compiti, Fausto passava a prenderli la sera tardi o la mattina presto lungo la strada per il magistrale. A Caserta lo conoscevano in molti, perché un tipo così non passa inosservato, e poi il tempo per studiare era poco, sempre in giro a suonare ai concertini della zona, sempre a provare, sempre con la chitarra in spalla. I racconti di mia madre li avrò ascoltati un miliardo di volte ed ogni volta che li riascoltavo era come vedere delle fotografie di un tempo che fugge dalle mani, e che forse ogni tanto grazie ad una canzone riusciamo a trattenere qualche secondo in più, qualche momento ancora.

E a quei racconti spesso mi ci aggrappavo, come ci si aggrappava lei, come tutti ci aggrappiamo alle persone che reputiamo migliori di noi o semplicemente in grado di farci stare meglio. Succede a tutti, succede specialmente a chi giorno dopo giorno è abituato a sentir parlare della propria terra come di un posto da cui scappare e da cui effettivamente in tantissimi scappano. E alla fine un po’ cominci a credere anche tu che forse è meglio scappare, abbandonare la nave, ricominciare da zero, darsi una ripulita, mettere il vestito migliore e sfoggiare un sorriso da fotografia. Perché fuori c’è chi grida, chi alza il volume, chi scrive di più, chi suona di più, chi costruisce di più, insomma lì fuori c’è sempre qualcuno in qualche altro posto che è qualcosa di più.

(altro…)

Per Derek Walcott

Oddjob, un bull terrier

Ti prepari a un dolore
ma ne arriva un altro.
Non è come il clima,
non puoi fronteggiarlo,
essere impreparati è tutto.
Il tuo compagno, la tua donna,
l’amico che ti è accanto,
il bambino al tuo fianco,
e il cane,
tremiamo per loro,
guardiamo il mare e pensiamo
pioverà.
Dobbiamo prepararci alla pioggia;
non colleghiamo
il sole che àltera
gli oleandri oscurati
nel giardino in riva al mare,
l’oro che si spegne sulle palme.
Non colleghiamo questo:
il puntino di pioviggine
sulla pelle,
col mugolio del cane,
il tuono non spaventa,
essere pronti è tutto;
ciò che ti segue ai tuoi piedi
sta cercando di dirti
che il silenzio è tutto:
è più profondo della prontezza,
è profondo come il mare,
profondo come la terra,
profondo come l’amore.
Il silenzio
è più potente del tuono
siamo colpiti nel profondo, ammutoliti,
come gli animali che non dicono mai l’amore
come noi, sennonché
diventa inesprimibile
e dev’essere detto,
con un mugolio,
con le lacrime,
con la pioviggine che ti sale agli occhi,
senza dire il nome della cosa amata,
il silenzio dei morti,
il silenzio dell’amore sepolto più in fondo
è il vero silenzio,
e sia che lo proviamo per una bestia,
un bambino, una donna, o un amico,
è il vero amore, è identico,
ed è benedetto
nel modo più profondo della perdita
è benedetto, è benedetto.

(trad. M. Campagnoli)


Approdo, Grenada

                                  per Robert Head, marinaio

Dove sei ancorato saldamente,
l’onda morta delle colline azzurre, le canne smosse
che si gonfiano in cumuli non si possono sentire;
come l’oceano lento e ininterrotto,
un moto ripiega l’erba dove sei sepolto,
e il mare in andane,
la cui magnificenza detestavi,
s’innalza senza suono.

I suoi umori non contenevano mitologie
per te, era un luogo di lavoro,
di tonnellaggio e stelle ordinate;
hai scelto il tuo approdo con la certezza
disinvolta di un marinaio,
calmo come quella razza
nel cui cuore trovasti un porto;
la tua morte è stata un’annotazione
sul giornale di bordo,
la tua sofferenza conteneva la strenua
reticenza di coloro
che non ostentano mai i propri riti,
perché odiano imporsi, offendere.
Amico profondo, insegnami come imparare
tanta serenità, tanta facilità di approdo,
la tolleranza derisoria di quelle
terse elegie tombali
che rimano la nostra fine.

(trad. M. Campagnoli)


Blues

Quei cinque o sei ragazzi
acquattati sulla veranda
in quella arroventata notte estiva
mi fischiarono addosso. Cordialmente.
Così mi fermo.
MacDougal o Christopher
Street in catene di luce.

Una festa d’estate. O qualche
santo. Non ero troppo lontano
da casa, ma non troppo chiaro
per un negro, e nemmeno troppo scuro.
M’immaginavo che fossimo tutti
una cosa sola, latino, negro, ebreo,
e poi non eravamo in Central Park.
Ho il passo un po’ pesante? Indovinato!
E questo negro giallo lo picchiarono
fino a farlo blu e nero.

Già. Durante tutto questo, per paura
che uno usasse un coltello,
appesi a un idrante la mia giacca sportiva,
appena comperata, verde oliva.
Non feci niente. Quelli si battevano
l’uno con l’altro, in fondo. Perché la vita
concede loro poche emozioni,
ecco tutto. Ai negri, agli ispani.

La faccia fracassata, sanguinante
il mio lurido muso, la mia giacca – ramoscello
d’olivo – messa in salvo da tagli e da lacrime,
mi trascinai su per quattro rampe.
Riverso nello scolo, mi ricordo
di alcuni che guardavano e gestivano
a gran voce, e una madre che gridava
più o meno “Jackie” o “Terry”
“adesso basta!”.
In fondo non è niente.
Ragazzi a cui manca un po’ d’amore.

Tu sai che non volevano ammazzarti.
Solo gioco pesante,
come vuole la giovane America.
Eppure, mi ha insegnato qualche cosa
sull’amore. Se è così brutale,
non parliamone.

(trad. G. Forti) (altro…)

Sedici marzo 1978

rapimento Moro – fonte Corriere della Sera

Quattro lettere il nome
e quattro il cognome.
Anche la città,
teatro della vicenda,
sempre e solo quattro lettere.
Solo il destino non più
da pace a inferno.

Nella strada cinque corpi
quattro avieri, una donna
e quattro falchi.
Nove i comunicati
e tante le verità
nascosta la più vera.
E fra tanti segreti
ancora il destino
a cambiare
quelle quattro lettere
da vita, a morte.

(a Aldo Moro)

*

© Marco Annicchiarico, da “E poco più lontano”, Lietocolle, 2009

Ritratto inedito di de Libero, ‘la poesia si fa coi ritagli del macellaio’

Libero de Libero, questo “ciociaro dai baffi di ferro e dalla sensibilità di velluto”, nato a Fondi all’inizio del 1900, ha scritto molto e molto è stato scritto su di lui, sicuramente meglio di quanto saprò fare io, che proverò a tracciarne un ritratto da semplice lettrice dei suoi diari, dei suoi romanzi ma soprattutto delle sue poesie, che egli definisce “pulci che io cerco di togliermi dagli orecchi per aver requie”: quelle che parlano di fiumi, di aranci, di cicale, e quelle del dopoguerra, che narrano fatti di cronaca nera e avvenimenti storici. Era piccolo di statura e aveva occhi vivacissimi, con lampi di dolcezza infinita per gli amici e di durezza incredibile per chi non gli andava a genio. Aveva un “carattere fumantino”. Così si racconta: «Con me era facile arrivare al bisticcio, al litigio, alle recriminazioni: la mia vita risentiva gli affanni di lunga data, le offese e i patimenti subiti sin dalla infanzia, la sua incomunicabilità, il suo bisogno di sostituire continuamente una cosa all’altra».
Qualcuno lo ha paragonato a Giovanni Pascoli, per la serie di luttuosi eventi verificatisi nella sua famiglia, riassunti in queste parole tratte dal suo diario:

Nato e vissuto in una famiglia karamazofiana: sbattuto, sin dalla nascita, tra morti e miserie, in una famiglia incapace a difendersi e a lottare; con mia madre tutta la vita disperata nel suo inutile amore per mio padre; con mio padre tutta la vita dilaniato dalla sua onestà e dai politicanti; con mio fratello assassinato per trecento lire [«aveva un pugnale fra le spalle»]; e bisogna dire le angosce di me adulto a dieci anni, e la vita che s’affolla insospettata con tanti mali e tanti beni, con danni e doni; e lo sforzo di comprendere subito quanto è intorno universale e mediocre e la lotta e un eterno, disingannato amore; e la disperazione di non riuscire uguale alle mie ambizioni?

La sua numerosa famiglia (Libero era il quarto di otto fratelli) si trasferisce a Patrica, dove il padre ricopriva l’incarico di segretario comunale. Frequenterà le scuole a Velletri, poi a Ferentino e infine il liceo ad Alatri, finché nel 1927 arriva a Roma per gli studi di Giurisprudenza: è in ritardo di qualche anno, per motivi familiari. Ma gli studi di Giurisprudenza non li porterà a termine. La vita nella Capitale è difficile per un giovane privo di mezzi; comincia subito a pubblicare racconti sul «Popolo di Roma», e «L’Ambrosiano di Milano».¹
Incontra Luigi Diemoz e per merito suo conoscerà “gli autori che già ammira e gli artisti che gli piacevano”, frequentando assieme a lui la saletta riservata del caffè Aragno, famoso ritrovo di artisti oggi scomparso. «Diemoz, che voleva entrare nel giornalismo, ebbe in dono 20 marenghi dalla madre, e con me creò nell’ottobre 1928 un quindicinale di letteratura e arte, «L’Interplanetario» e noi direttori, lui scriveva articoli di fondo e corsivi polemici, e io cronache d’arte, le prime». Di questa rivista usciranno 8 numeri: esauriti i marenghi della signora Diemoz, le difficoltà ricominciano; de Libero continua le sue “cronache d’arte” su «L’Italia Letteraria» diretta da G. B. Angioletti e in altre riviste. «Quando arrivava qui a Fondi «L’Italia Letteraria» era per noi un grande avvenimento», racconta il pittore Domenico Purificato, «allora non vi erano i mass-media, le fonti di informazione che ci sono adesso; De Libero era il tramite attraverso il quale riuscivamo a conoscere quello che avveniva al di qua del confine provinciale e al di là del confine nazionale.»
A Roma c’è anche Anton Giulio Bragaglia, altro ciociaro, fondatore del Teatro degli Indipendenti dove si rappresentavano opere di autori italiani contemporanei. Qui, nel gennaio 1929 viene rappresentata una commedia di de Libero, Frangiallo, che suscita scandalo. Al caffè Aragno incontra Ungaretti, che nel 1934 gli fa pubblicare la prima raccolta di poesie, Solstizio. (altro…)

We are all made of bread

fonte Moby.com

fonte Moby.com

L’uomo infila la chiave nella toppa dell’appartamento. Gira la chiave e entra. Si toglie il casco da astronauta e lo appoggia sul tavolo accanto all’ingresso. L’uomo è calvo. L’uomo indossa una tuta bianca anche questa da astronauta, l’uomo somiglia a Moby. L’uomo è Moby. Si butta sul divano vestito così com’è. Un musicista astronauta su un divano di pelle. Pelle non nuovissima, un divano messo maluccio, potremmo dire. In effetti, questa, non sembra una casa da ricchi, eppure lui è Moby. Moby prende il telefono e ordina una pizza con peperoni e formaggio, come nei telefilm. Moby, o chi per lui, anche se sembra proprio lui, accende il televisore, fa zapping, poi si ferma su un canale: stanno trasmettendo un vecchio film italiano, Miseria e nobiltà, sottotitolato. C’è una scena in cui il protagonista, un attore molto bravo, che riesce a far ridere anche solo con la mimica, che fa lo scrivano per strada, deve scrivere una lettera per un campagnolo che si è trasferito in città, intanto manda il figlio a ordinare una pizza, anzi due, perché la lettera si annuncia lunga. Sono poveri e molto affamati. L’attore scoprirà presto, però, che l’uomo che detta non ha soldi per pagarlo; lo caccerà in malo (ma divertentissimo) modo.

toto_1

Moby ride di gusto, poi come ridestato da un sogno pensa allo scrivano che scrive per mangiare: per il pane, come si usava dire. Come tutti. Il fornaio fa il pane per il pane. Moby si ricorda del suo forno, di quando sfornava musica. Ci credeva, era tutta una questione di magia. La magia che ti faceva infornare il pane perché sapevi farlo, perché facendolo creavi qualcosa, e poi questa cosa, che era fatta pure d’odore, la davi agli altri. Non c’è buon pane senza odore, non c’è musica senza ritmo. Si alzò dal divano e si diresse alla finestra. Su retro della tuta c’era una scritta Mike – Hamburger and Stars. Guardava fuori, era passato un secolo, un lampo, un’astronave. Quello che era accaduto non lo ricordava e, pensò, non aveva più alcuna importanza. New York di notte era ancora la cosa più bella che lui avesse visto. Si voltò verso il televisore, l’attore italiano ballava stando in piedi su un tavolo, tra le mani teneva degli spaghetti cotti, alcuni li infilava in tasca.

*

© Gianni Montieri

*

Racconto scritto per il “Che ‘importa la gloria” di Progetto Santiago

Appunti per un omaggio a #NardaFattori

 

narda

Come Cristina Campo, Narda Fattori è stata tradita dal suo cuore malconcio. Come Cristina Campo, Narda Fattori se ne è andata improvvisamente, lasciando tutti sgomenti e sorpresi. Come Cristina Campo, Narda Fattori è morta a gennaio: l’11 gennaio, un giorno dopo la Campo. Come Cristina Campo, Narda Fattori ha sempre avuto lo sguardo e l’attenzione fermi sulla parola scritta e sul suo valore etico, e di conseguenza anche sulla bellezza come categoria estetica; una bellezza ottenuta e mantenuta tale anche quando la lingua sfiorava la mimesi (se non la parodia) del parlato, perché la realtà circostanziale non è mai stata estranea alla poesia di Narda Fattori. Detto questo, il parallelismo finisce qui perché all’aristo­cratico esclusivismo campiano Narda Fattori sostituì e perseguì la mirabile vocazione alla comprensione e alla accessibilità universale della sua poesia: ogni poesia scritta doveva essere chiara anche a chi non disponeva degli strumenti per comprenderla, per educazione e istruzione ricevute, di certo non per scon­tare la fatica di entrare nel testo, ma proprio per il motivo opposto: per entrare nel testo della poesia e scoprire che non c’erano sconti dalla vita all’individuo, all’uomo. La parole erano il suo strumento, da pla­smare una volta catturate lungo quel percorso che dal cuore sale alla mente per fissare il pensiero; quelle «parole sensate/ che dal ventre sono risalite alle anse/ di un cervello sconvolto di sinapsi/ che passano o trapassano messaggi/ che si confondono si inerpicano e cadono// povero pensiero e povere parole/ che culla scomoda e malconcia la mia testa». A questa tensione etica fa da controcanto un’aura d’infanzia che le permetteva di mantenere vivo lo stupore ingenuo di chi coglie il variare dei colori dei paesaggi romagnoli a lei cari, posti sempre a sfondo, quasi mai nominati direttamente. Quel mondo dell’infanzia – dove «i bam­bini hanno gambe come ali/ per correre dietro al vento» – che forse le era caro per affetto lontano: dalla sua infanzia caratte­rizzata anche dalle letture suggerite da un padre – “ombra timoniera” – sempre pronto a procurarle libri su libri. E questo è uno di quegli aspetti esterni della vita di Narda che ho appreso di recente. Perché in realtà di lei ben poco sapevo oltre la sua poesia.

fattori-le-parole-agre

E dire che io ho conosciuto la sua poesia tardi, e molto poco conosco ancora. Galeotto fu l’editore, mi verrebbe da dire; e in effetti le cose andarono proprio così, poiché il mio incontro fu determinato dalla pubblicazione, nel novembre del 2011, della raccolta Le parole agre con L’arcolaio di Gianfranco Fabbri.
Sin dal titolo, come da più parti è stato indicato, era chiaro che la vita aveva presentato un conto salato alla poesia di Narda. Eppure lei non si era ritratta dalla sfida di raccontare i mali di questa società che ai suoi occhi, che essendo occhi di un poeta sono occhi dell’umanità, si schiantava sull’asfalto di strade percorse ad alte quanto inutili velocità, metafora di una frenesia del vivere che conduce all’annullamento di ogni cellula di umanità. Le parole agre è un libro fatto di condizioni difficilmente sopportabili (e tra i significati di “agro” ciò che è “difficile da sopportare” rientra a pieno diritto), come quelle presentate nella carrellata, nell’infilata, nella teoria, nel catalogo degno di un poema epico, di figure femminili, o meglio ancora di femminilità frammentata delle poesie raccolte in Frammenti di anatomia, la se­conda e ultima sezione del libro, che segue quella eponima alla raccolta. (altro…)