omaggio

proSabato: Cristiano Poletti, Jähn

 

NOTA AL TESTO:

Sigmund Jähn è stato il primo tedesco nello spazio. Con la missione denominata Sojuz 31 raggiunse la stazione speciale Saljut 6, il 26 agosto 1978. Divenne per questo eroe della DDR ed eroe sovietico.

Uno dei fondamenti necessari alla costruzione ideologica della Repubblica Democratica fu il riferimento allo spirito comunitario espresso durante la Guerra dei contadini (1524-26), rivolta popolare scoppiata in seno al Sacro Romano Impero.

In tedesco, «in den Köpfen steht die Mauer noch» significa: «il muro è ancora nelle nostre teste».

La prosa è tratta da “Temporali” (Marcos y Marcos, 2019).

«nessun rimpianto mi prende di quella che fu la vita»: su una citazione di Goliarda Sapienza (1924-1996)

Goliarda negli anni sessanta – © Archivio Sapienza-Pellegrino

Da quando sono nata niente mi sorprende, niente mi entusiasma, ma questo senza dolore o invidia per gli altri che «vivono». A tredici anni vidi mia sorella piangere disperatamente e poi ridere come solo lei sa ridere di gioia. La sua gioia mi fece capire che nessuno poteva essere bello come lei. Nessuno, e capii che sarei morta presto. Lo capii, senza sofferenza né paura, come ora che sono morta da tanto, e nessun rimpianto mi prende di quella che fu la vita.

In Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-1989 (Torino, Einaudi, 2011)

 

Quando uscirono i primi Taccuini di Goliarda Sapienza per Einaudi, secondo la selezione del curatore dell’opera Angelo Pellegrino, i lettori e la critica vennero a contatto con una parte della sua scrittura che poteva considerarsi intima, privata, complementare a quella narrativa, alla poesia, al teatro, ai soggetti cinematografici. In attesa dell’epistolario (ancora ad oggi inedito), dopo aver percorso il corpus in lungo e in largo sia sul nostro blog sia nel volume Una voce intertestuale (La Vita Felice 2016), ed aver poi elaborato alcuni articoli scientifici in cui più volte chi scrive ha sostenuto la comparazione dei romanzi carcerari alla scrittura diaristica di Sapienza sulla scorta di posizioni critiche avanzate da Fabio Michieli durante le numerose repliche di Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza − portato in tour dal 2014 al 2017 con Anna Toscano (poi diventato libro per LVF nel 2016) −, le ipotesi che una grande autrice come questa continuano a mettere in campo non si esauriscono. Anzi: è sempre più vero che l’affondo estremo nella parola vivifica la necessità di riprendere, ribaltare − e non soltanto approfondire − i termini, le possibilità, le direzioni di un’indagine mai sazia come quella dedicata alla scrittrice. Nell’anniversario della sua scomparsa (avvenuto il 30 agosto 1996), dopo alcuni anni di omaggi e post “in memoria di”, emerge ancora una volta la misura di un confronto con quanto di scritto ci ha lasciato, atto a oltrepassare i limiti (ancora una volta) dell’intertestualità di Sapienza.
Ben vengano gli articoli dedicati a questa voce, quelli divulgativi, perché avvicinano sempre più un numero di lettori ai suoi libri; ben vengano tranne quando si perpetua una banalizzazione del senso basando la propria scrittura su forme fisse, su quelli che sono i ‘luoghi comuni d’autore’ (la famiglia socialista, l'”ingombrante” figura materna, la mancata pubblicazione de L’arte della gioia, la depressione, la presenza di Citto Maselli ed altri) che, nonostante costituiscano le fondamenta d’approccio biografico a Goliarda Sapienza non sono affatto sufficienti a definire i contorni di un Ritratto a tuttotondo, che spieghi le ragioni della scrittura − con il corsivo ci si rifà al recente volume di Angelo Pellegrino rivolto proprio alla biografia, di cui si è trattato qui.

Un autore vive anche attraverso chi lo studia, anche nella frattura tra posizioni diverse, e vive perché l’impegno di chi si appresta a conoscerlo possa essere quello di rendere visibile la costruzione interna della sua opera, presentificare il significato della stessa alla luce di elementi costituenti in grado di determinare da quale lato si osserva e si commenta, senza abdicare alla sola teoria, senza. Il compito che ci si prefigge non è “facile”: rendere comunicabile la complessità, il magma dell’esistenza presente nei libri di uno scrittore − se questa è la prospettiva che si adotta − può sfiorare più volte se non il fallimento almeno l’incomunicabilità di ciò che si va dicendo. Non è una questione di accanimento né di competizione critica − dal momento che la vera sfida, chi si propone di mettere in pratica questo “mestiere”, l’affronta con il proprio sé −: si tratta invece di tentare di uscire dal già detto per affrontare con competenza e cognizione “il non detto”, di fare ricerca dentro e attorno la ricerca di altri; si tratta di proporsi continuamente di innovare il proprio punto di vista e la propria chiave di lettura per apportare novità, mescolando le carte, rivisitando le proprie pratiche. L’interpretazione di un testo o di un autore trova significato solo se chi legge − e scrive − sorveglia il proprio io, lo placa o addirittura mette a tacere (o lo sorveglia mentre dorme), e rende servizio alla materia, volgendo lo sguardo anche verso l’ignoto. Questo è quanto scoperto iniziando ad indagare autori proprio qui sul blog oramai da diversi anni; leggere gli altri per migliorare se stessi, imparare a pensare “oltre”. Una sfida appunto non sempre riuscita ma quasi sempre tentata, agita, anche conten(d)endo i rischi dell’autoreferenzialità e della ripetibilità del proprio dire, che pure resiste al tempo e alle prove.

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proSabato: Camilleri – De Mauro, La lingua batte dove il dente duole. Ad alta voce

 

CAMILLERI   Il mio modo di raccontare obbedisce al mio ritmo personale, cioè obbedisce a certe leggi, a certe pause, a certe accelerazioni e ralenti che io sento dentro di me. Quando devo esprimere una situazione o un’idea in un dialogo di un romanzo che sto scrivendo a me più di tutto interessa questo, poi c’ è il modo in cui lo metto sulla carta. Se, nel contesto generale, quella pagina ha un certo ritmo che mi serve per fare da controcanto al ritmo precedente o a quello che ho in mente di scrivere subito dopo, vuol dire che quella pagina io devo pensarla con un certo ritmo, che non è solo il ritmo della pagina in sé, ma è collegato a tutto come se fosse una sinfonia. È collegato a quello che c’è immediatamente prima e immediatamente dopo.
È questo alternarsi di ritmi all’interno di un romanzo che fa quello che chiamo il respiro di un romanzo, che è preciso identico a quello che avviene in teatro. Se si piglia un esempio massimo, come può essere l’Amleto, e lo si studia solo dal punto di vista del succedersi delle scene, della durata delle scene e della quantità dei personaggi che ci sono all’interno di ogni scena, si scopre che quello dà il ritmo generale a tutto l’Amleto, è un continuo alternarsi e un progredire in crescendo, un respiro che parte lento e si fa sempre più affannoso. Ci possono essere pagine di sosta, un ritorno a un ritmo precedente, ma deve essere voluto, studiato, perché ogni pagina ha uno spartito che deve obbedire a un insieme, a un ritmo più grande.
Mi capita spesso di pensare a un romanzo come se fosse una partitura, e la domanda che mi ripeto è: «Che respiro deve avere questa vicenda?». Il mio Un filo di fumo è tutto pensato in questo modo, inizia con un ritmo affannoso, finisce con un maestoso e la processione. Gli autori di teatro di solito danno fuori testo le indicazioni che suggeriscono l’andamento dell’opera. (altro…)

proSabato: Andrea Camilleri, “Ho finito” (da “Conversazione su Tiresia”)

Ho finito

Forse vi state chiedendo la vera ragione per la quale mi trovo qui.
Ho trascorso questa mia vita ad inventarmi storie e personaggi, sono stato registra teatrale, televisivo, radiofonico, ho scritto più di cento libri, tradotto in tante lingue e di discreto successo. L’invenzione più felice è stata quella di un commissario.
Da quando Zeus, o chi ne fa le veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista, questa volta a novant’anni, ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla. Solo su queste pietre eterne.

Ora devo andare.

Vi chiederete cosa faccio adesso. Attualmente vivo a Brooklyn e ogni tanto mi chiamano per fare la comparsa in un film. Nella mia ultima interpretazione ero Tiresia che vendeva cerini, persona e personaggio finalmente ricongiunti.

[…]

Può darsi che ci rivediamo tra cent’anni in questo stesso posto. Me lo auguro. Ve lo auguro.

 

da Conversazione su Tiresia, Sellerio, 2019

Variazioni bianche #3: Selvaggio

 

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

 

Sono tempi bui, se un bel po’ di tempo fa un uomo si rifiutava di coricarsi accanto a un altro per paura del suo essere selvaggio e nel corso di qualche ora ammetteva con se stesso di non aver mai dormito meglio.
Meglio dormire con un cannibale saggio che con un cristiano ubriaco.
La coppia formata da Quiqueg e Ishmael, più volte ribadita “maritale”, trascende l’amicizia, l’eros e l’agape ed è forse la più solida della letteratura mondiale. Quiqueg è quieto e leale, abile, silenzioso e attento. Attraverso Quiqueg, Ishmael conosce il mondo, tramite brevi racconti simili a piccole lettere persiane.
Come quando Quiqueg racconta che gli avevano riso dietro per essersi caricato una carriola in spalla pensando che era così che andava portata, non diversamente da come il suo popolo aveva riso dietro all’occidentale che aveva presenziato alle nozze di sua sorella e si era lavato le mani in una bevanda, perché, ci fa notare Melville nel 1851, l’uomo può guardare il mondo attraverso la lente del relativismo culturale.
Affettuoso e discreto, aggraziato ma forte, Quiqueg sembra rappresentare l’idea più alta di uomo, un Ur-personaggio fatto di lealtà per gli umani e conoscenza verso le cose. Senza che ciò disturbi attraverso un’eccessiva esposizione. Non è raro che il lettore si stia domandando cosa faccia Quiqueg, il fido Quiqueg, il forte Quiqueg, perché le sue azioni sono in qualche modo paradigma. Paziente, intelligente e savio, Quiqueg si ammala e affronta un’agonia da cui si riprende in un giorno invece di morire, riprendendo anche tutti i lavori lasciati in sospeso. Durante questo prodromo di morte che tutti danno per scontata, non fa altro che chiedere che gli si faccia una canoa al posto di una bara, e ne prende le misure distendendovici dentro e sussurrando: “può andare”.
Il suo mistero non viene da qualche esotismo, ma viene proprio dal contatto estremo che Quiqueg ha con il suo essere umano, con l’aver dischiuso tutta la potenza della propria umanità. Il suo dentro corrisponde con il fuori, come anche i tatuaggi che lo ricoprono per intero:

Questo tatuaggio era stato opera di un defunto profeta e veggente della sua isola, che per mezzo di quei segni geroglifici gli aveva tracciato addosso una teoria completa dei cieli e della terra e un mistico trattato sull’arte di conseguire la Verità, cosicché Quiqueg era nella sua persona stessa un enigma da spiegare, un’opera meravigliosa in un volume, i misteri della quale però neanche lui sapeva leggere benché sotto vi pulsasse il suo cuore vivo: questi misteri erano quindi destinati a perire alla fine insieme alla pergamena vivente dov’erano tracciati e così restare insoluti fino all’ultimo. E doveva essere stato questo pensiero che suggerì ad Achab quella sua fiera esclamazione, un mattino mentre si voltava ad osservare il povero Quiqueg: «Oh, diabolica tentazione degli dèi!».

© Giovanna Amato

 

Variazioni bianche #1: Chiamamatemi Ismaele

 

Per M.

 

Il punto non è Ismaele, il reietto della Genesi. Non è su questa carica simbolica che si è impigliata la mia attenzione. Il punto è quel chiamatemi. Lì ho sentito il chiodo.
La prima copia che ho avuto tra le mani, per i tipi di Feltrinelli, inizia così: Chiamami Ismaele. Alessandro Cerni, il traduttore, non specifica in nessuna nota il perché di questa rivoluzione. Sul momento rabbrividisco, e lo faccio di gioia. Come se fino ad allora Ishmael fosse entrato in una bettola affollata, avesse ordinato della birra, si fosse pulito la barba dopo un sorso e con una pausa sapiente avesse messo su un’aria da profeta e detto ai convenuti come era il caso di chiamarlo. Ora, invece, Ishmael mi ha accettato al posto accanto al suo, siamo in un angolo appartato di una taverna, ci siamo presi da parte e lui comincia a raccontare. Il passaggio da chiamatemi a chiamami non incide sul salto di familiarità, su questo patto di confidenza con il lettore che tanto commuove in Moby Dick. Ecco, io mi chiamo, è accaduto questo, sono testimone, e voi ascoltate (e tu ascolta). Ma è uno scarto di accoglienza che, se perde in solennità, dall’altro lato fa guadagnare vicinanza.
E c’è di più, nella sfumatura dell’inglese nella sua combinazione di un imperativo e di un nome biblico. Un incredibile abisso nella scelta di due tra molte traiettorie.
Chiamatemi reietto, è un estremo. L’altro: dammi del tu.
Chiedendo di chiamare per nome, Ishmael fa quello che nella lingua inglese è il corrispettivo del nostro dismettere la forma di cortesia.
C’è un disagio, a volte, nello smettere di dare del lei. Lo si sente riaffiorare alle labbra, non per scarsi affetto o vicinanza, ma perché quella era semplicemente la giusta forma lessicale di un rapporto che appagava già così. Ci sono volte, al contrario, in cui il tu sembra esplodere dal corpo a ogni frase, ed è curioso quando questo è vicendevole, quando la confidenza percepita è superiore a quella che i ruoli hanno imposto. Il lei a cui non ci si sottrae suona cavo come un muro vuoto, e si vive in una perenne attesa che i ruoli ristabiliscano una confidenza che c’è sempre stata. Il passaggio dal lei al tu porta allora con sé un risolino, uno sguardo d’imbarazzo, somigliando a quei piccoli acquazzoni pomeridiani che prendono alla fine della primavera, per un motivo che non riuscirei a precisare.
Ci possono essere delle avvisaglie. Dei ciao scivolati di bocca invece di un più composto arrivederla. Una piccola esitazione prima dell’allocutivo. Ci si dispone ad aspettare, allora, il tempo che l’educazione impone, e si nota con un sorriso come le parole creino intimità molto più di una mano stretta o di un bacio sulla guancia. Come sul tatto l’abbia vinta qualcosa di immateriale fatto per scoccare imprecisato nella stanza.
Forse è di questo che Ishmael aveva bisogno, dopo il suo terribile naufragio: non l’uditorio che riconoscesse il suo ruolo, ma l’astante che lo chiamasse per nome. Come noi che siamo alle prese con naufragi più piccoli ogni giorno, e quando incontriamo un cuore compagno ci sbracciamo, piano piano, e gli facciamo un segno: è il tempo di guardarmi, questo, gli diciamo. È tempo di darmi del tu. (altro…)

«Così cominciò la nostra amicizia»: intervista a Maria Ester Nichele su Milena Milani

Milena Milani (1917-2013) è stata un’autrice e un’artista prolifica nel Novecento italiano, che si è mossa con tenacia nel campo della scrittura e delle arti visive. Un’intervista a Maria Ester Nichele, fotoreporter e fondatrice della testata online «ABC Veneto» (il suo sito qui) che fu grande amica di Milani, restituisce ai lettori un ritratto vivo, “a fuoco”, di una voce d’interesse letterario e artistico da rileggere ed indagare.

(at) 

Milena Milani a Cortina d’Ampezzo – foto di © Maria Ester Nichele

Gentile Signora Nichele, lei è stata per tanti anni amica di Milena Milani. Quando la conobbe e quando iniziò a leggerla, e a partire da quali libri?

Conobbi Milena Milani a Roma alla fine degli anni Ottanta, quando lavoravo come fotoreporter. Milena era sempre presente alle più importanti manifestazioni della città, curiosa, attenta a tutto quello che al nuovo si presentava in quelli anni ricchi di iniziative culturali ma anche così contraddittori. Così cominciò la nostra amicizia, io lavorando come fotografa, lei era già affermata giornalista, scrittrice, poetessa ma non dimentichiamo anche pittrice e nota gallerista. Con il lavoro, da Roma mi spostavo a Venezia e a Cortina d’Ampezzo, e anche lei c’era. A Cortina d’estate c’era tutto il bel mondo che contava in vacanza. Cominciai a leggerla molto presto e il primo libro fu La Ragazza di nome Giulio, edito da Longanesi, i temi trattati adesso non scandalizzano più nessuno ma allora fu giudicato osceno, tanto che l’autrice subì un doloroso processo, una condanna a sei mesi e 100.000 lire di multa, la mobilitazione di intellettuali italiani fecero sì che fosse poi assolta.

Durante una conversazione privata lei mi ha riferito che l’autrice ha trascorso moltissimo tempo in Veneto, una terra che ha lasciato il segno nella sua opera. Quali città e quali luoghi sono i più rappresentati nella sua scrittura? Ricordiamo Venezia, Cortina d’Ampezzo e altri…

Milena è nata Savona in Liguria, ma ha amato molto Venezia e Cortina d’Ampezzo. Il suo romanzo La ragazza di nome Giulio è ambientato a Venezia; a Venezia ha sempre avuto casa, molto giovane andava a Cortina a sciare con la madre. La scelta di vivere per molti mesi a Cortina era data dal fatto che, essendo lei delicata di salute, le giovava l’aria benefica di quel posto. Anche a Milano aveva casa, e a Milano scrisse La rossa di via Tadino del 1979 (Rusconi Editore). Non dimentichiamo Roma dove ha studiato e ha sempre avuto la residenza finché è vissuta.
Milena era una gira mondo, ha passato molti periodi a Parigi, New York, Mosca dove ha scritto un libro di poesie dal titolo Mi sono innamorata di Mosca, Stoccolma dove presagì, inviando una cartolina a Salvatore Quasimodo, che avrebbe vinto il Nobel. E così fu.

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Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope: nota di lettura

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope, Marsilio 2019, euro 12

 

Ho sempre creduto che qualsiasi cosa si scriva non è, ormai, che la rielaborazione di un mito. Che conosciamo o no il nome di quella primigenia narrazione, di quel modo di dare un viso a una pulsione umana.
A volte ho creduto che anche qualcuno dei miei gesti, di certo i più eclatanti ma forse anche i più quotidiani, non facesse che ripercorrere i binari di qualche racconto antico. Come quando ho mosso guerra senza sapere se c’era un’Elena dietro le mura, oppure ho chiesto di sopravvivere come un’Andromaca sopra la torre. Come quando ho respinto una ninfa per continuare a indagare il mio riflesso, o sono scesa a chiedere se era possibile riavere indietro quello che avevo perduto.
La differenza, nel rielaborare intenzionalmente un mito, è dare un nome, ragionare e sentire fino ad appartenere a una selva di varianti, frugare tra le mutazioni, e uscirne bagnati di qualcosa di vivido, ancora nuovo e pronto a essere raccontato. (altro…)

I poeti della domenica #359: Gabriella Leto, Io so che cosa è il male

Gabriella Leto
18 marzo 1930 – 19 maggio 2019

 

Io so che cosa è il male
il suo affondo spietato
il calcolo venale
di violenza e di frode
e il suo perversare.
Ma il peccato – che muta
nei tempi e nelle mode
le sue passioni amare
non so che sia – lo ignoro
certo è vita vissuta
forse senza decoro.

 

da Aria alle stanze, Einaudi 2003

Nanni Balestrini, De Cultu Virginis

Nanni Balestrini (in una foto di Dino Ignani)

De Cultu Virginis

Prima di posare sul sagrato si libra ad ali tese
negli specchi di luce bagnata, rotti da un piede verde;
al Malcontento Bar ferisce mortalmente uno sconosciuto
scambiandolo per il suo seduttore.

Altri esempi: torri nel pozzo di San Giminiano, l’amo
al luccio, la rossa in buca. Perciò se al diavolo di Cartesio
(riviviamo il brusco atterraggio che ci lasciò sabato tutti
confusi nelle nostre tenebre

con una gamba ingessata, la penna che macchiò in volo la giacca)
all’ultimo gioco si strappò la membrana – sul Palazzo della Ragione
rivola, proprio quando impugnando l’unica stecca buona
rivinsi al Duca di Sessa

l’abiura. Spesso preghiamo che Dio ci dia una mano
(un cilindro di carta d’amaretto, dateci fuoco in cima,
attenti ! la cenere sale, su quasi fino al soffitto!)
e i bambini imparano che

sbocciano immobili giorni in cui non ricevono doni,
a non calpestare i fiori, strappare ali a gialle farfalle
o fidarsi di uomini che in tasca nascondono molte chiavi
e mutano in una fonte. Un uccello

bianco ogni tanto lacera aquiloni nel sole. TEOREMA:
Francesco Petrarca era forse infelice di non avere il caffè?

 

Nanni Balestrini (2 luglio 1935 – 20 maggio 2019)

Nella sezione Triassico della raccolta Come si agisce (1963), De Cultu Virginis fu pubblicata per la prima volta nel 1957 sul «Verri».

I poeti della domenica #342: Lawrence Ferlinghetti, One of These Days/Uno di questi giorni

Poet Lawrence Ferlinghetti — Image by © Christopher Felver/CORBIS

Uno di questi giorni

Uno di questi giorni
accetteranno mai quello che dico
come assoluta verità
e mi chiameranno maestro
e mi appunteranno sul petto la croce di Luce
E se lo faranno, oh se lo faranno
ne sarà la valsa la pena dopo tutto
Tutte le frasi spezzate cominciate da capo
tutti gli illusori trionfi
che possono avvenire soltanto di domenica
quando tutte le banche sono chiuse
e tutte le chiese fallite sono aperte
e tutte le lotterie vinte
solo per scoprire che i biglietti sono stampati
con inchiostro simpatico
e l’ultimo cavallo nell’ultima corsa
che salta l’ultimo ostacolo alla libertà
e io fermo nel recinto dei vincitori
con una corona attorno al collo
chiedendomi quale bionda mi bacerà
mentre la banda dei mariachi suona
I Giorni Felici Sono Tornati
o l’Inno di Battaglia della Repubblica
ed una sfilata procede
verso la piazza lontana
dove imbecilli che indossano ali di lamé
cadono dagli alberi?

traduzione di Lucia Cucciarelli

One of Those Days

When I am old
will they accept what I say
as the absolute truth
and call me maestro
and pin the cross of light on me
And if they do, oh if they do
will it have been worth if after all
all the broken sentences begun again
all the illusory triumphs
which could only happen on Sundays
when all the bank are closed
and the bankrupt churches open
and all the lotteries won
only to find the tickets printed
with evaporating ink
and the last horse in the last race
jumping the last fence to freedom
and I standing in the winner’s circle
with a wreath around my neck
wondering which blond will kiss me
as the mariachi band plays
Happy Days Are Here Again
or The Battle Hymn fo the Republic
and a parade goes by
to the distant plaza
where imbeciles wearing tinsel wings
drop from the trees?

da New Poems (Nuove poesie), 1993

I poeti della domenica #341: Lawrence Ferlinghetti, Alla maniera di Cecco Angiolieri

(l’immagine potrebbe essere soggetta a copyright)

Alla maniera di Cecco Angiolieri

S’i’ fosse foco, non fumerei
S’i’ fosse vento, suonerei soltanto i flauti lirici
S’i’ fosse acqua, non berrei altro che vino
S’i’ fosse Dio, mi farei una Dea
S’i’ fosse Papa, mi farei mamma mia
S’i’ fosse mamma, darei natali a molte vergini
S’i’ fosse imperatore, sa’ che farei?
ucciderei tutti gli imperatori.

S’i’ fosse morte, ritornerei all’utero per ricominciare
S’i’ fosse cieco, troverei un cane
S’i’ fosse un cane, troverei un cieco
che vuole fare molte passeggiate ai bordelli.

(Scritta in italiano dall’autore)



Poesia n. 346, Marzo 2019