Chiara Valerio, “Storia umana della matematica”

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Chiara Valerio, Storia umana della matematica
Einaudi, 2016, € 18,00, eBook € 9,99.

La dimostrazione arriva alla fine, ed è empirica. «Mia sorella dice Non piangere, altrimenti piange anche lui». Il nipote, appena nato, risponde alla commozione dell’autrice increspando le labbra. Perché questo succeda, ma anche perché «l’intelligenza è una forma d’amore» o, ancora di più, perché intelligenza e amore siano «due possibilità di una stessa attitudine, che credo sia capire», è perfettamente spiegato lungo le pagine del libro intero.
I primi sei capitoli di Storia umana della matematica, libro di Chiara Valerio da poco in libreria per Einaudi, sono intitolati ad altrettanti illustri matematici della storia; eppure sarebbe stato monco se l’autrice si fosse limitata a inserire la propria esperienza di vita e i propri anni di studente – e docente – di matematica solo nell’ultimo, In exitu, anziché fare capolino tra i paragrafi del libro con i suoi aneddoti e ricordi di infanzia, costruendo la lenta, rigorosa relazione tra ciò che è conoscenza e ciò che è esperienza sensibile e affettiva.

Storia umana della matematica è un libro sulla dimestichezza. Lo è lì dove Mauro Picone, professore di calcolo e sottotenente nel 1916, «calcola il moto dei proiettili tenendo conto di venti, correnti ascensionali, rarefazione dell’aria e così, dal mese di settembre dello stesso anno, tutte le artiglierie del 21° raggruppamento d’assedio tirano correttamente con le tavole di Picone». Lo è lì dove l’autrice, a nove anni, sale al cimitero smottato e assiste alla «resurrezione di una geometria morta»:

Dalle macerie spuntavano teschi, come mi aspettavo, e ossa del bacino – macchie di Rorschach bianche sul nero del terreno – ma anche femori, tibie, mucchi di falangi, ossa minori con i quali costruivo triangoli e trapezi e, meno frequentemente, quadrati. Era chiaro vedendo quelle ossa, e in configurazione di scheletro umano e come astuccio di regoli per assemblare figure geometriche, che in ognuno di noi, vivo o morto, c’era tutta la geometria euclidea, e non un’altra.
Salivo, al cimitero smottato, durante il pomeriggio, con Vincenzo e Francesco. Componevamo fregi di ossa a figure geometriche, greche imperfette. La premonizione che avrei abbandonato la geometria per dedicarmi ad altre faccende, più specificatamente alla probabilità, mi ha colta quando, finito di usare le tibie per fare le ipotenuse, ho cominciato a lanciare le falangi, gli astragali, dopo averli fatti cricchiare nell’urna dei miei palmi chiusi, come fossero dadi.

Il libro che ha intenzione di celebrare – perché Storia umana della matematica è questo, una sottile e frizzante celebrazione – l’essenza della matematica come disciplina, grammatica, organizzazione e linguaggio è esso stesso una costellazione di collegamenti tra teoremi e letterature, vicende personali e aneddoti rubati a biografie illustri. La sua architettura è due volte ingannevole: in un primo momento ci si attende di sentir parlare del matematico in epigrafe al capitolo, in un secondo ci si arrende quando l’autrice ruzzola, tra i paragrafi, con la sua prosa felicemente, sorvegliatamente arruffata, simile all’immagine di lei (irruente, ma pensosa) che resta impressa nel lettore. Ma non c’è nulla di lasciato al caso in questa architettura: il risultato è una matassa, un gomitolo fatto di capitoli da lasciar riposare perché il senso complessivo si depositi, come se l’organismo dovesse assorbire i paragrafi di cui sono composti. La realtà è che, come un ago da cucito o forse un procedimento matematico che chi ora vi scrive ignora, il racconto prende l’infilata, ogni paragrafo risucchia e spintona quelli che gli sono accanto allargando la visuale proprio puntando il fuoco sull’infinita piccolezza di un dettaglio, di un aneddoto raccontato per immagini.

Come a tutti i bambini, mi era stato detto che i gatti avevano sette vite. […] acchiappavo la Signora Loch, la gatta più buona e più lenta del cortile, la portavo sul terrazzo e la lanciavo oltre la ringhiera. La Signora Loch si apriva come un pipistrello, ruotava su sé stessa e atterrava sulle zampe, seguendo, come mi aveva spiegato papà, una traiettoria parabolica. Sono riuscita a lanciare la Signora Loch per cinque volte, poi, nonostante la natura fiduciosa e bovina, non si è più fatta acchiappare durante quelle controre trasformate in un laboratorio di balistica.

Chiara Valerio, reduce da un libro di lucida, nera tenerezza com’è stato Almanacco del giorno prima (Einaudi 2014), vira a una penna scanzonata in un progetto che non è divulgazione né romanzo, né trattatello né autobiografia ma prende da tutto questo a piene mani. La dimestichezza (che trasforma il volo della Signora Loch in una lezione di balistica, e il gioco della programmazione al computer nella comprensione del linguaggio dei programmatori) è convivenza; e in questo libro convivenza, dimestichezza e sapere sono i poli di un continuo sillogismo. Si ha convivenza, si assume sapere, anche con i libri, che essi abbiano a che fare o no con la matematica, perché li si ama («l’intelligenza è una forma d’amore»), e infatti in Storia umana della matematica i libri citati, esperiti, commentati, sono molti. Qualcuno appartiene alla letteratura ma ha stretti rapporti con la matematica, o meglio con la virtù della Signora (la matematica, non la Signora Loch) di farsi griglia su cui progressivamente arrampicarsi per la comprensione e l’immaginazione del mondo. È Flatlandia:

Alla domanda Quando è vera la nostra concezione del mondo?, Riemann risponde Quando le relazioni tra le nostre rappresentazioni corrispondono alle relazioni tra le cose. Alla domanda Quando è vera la nostra concezione del mondo?, Helmholtz risponde Quando le nostre rappresentazioni sono regolate da leggi meccaniche verificabili sulle e con le cose. […] Alla domanda Quando è vera la nostra concezione del mondo?, Abbott risponde È vera fino a quando non viene smentita, dall’immaginazione.

(La mia schiena recita, con un piccolo tatuaggio, che xy=1. Ho deciso di marchiare la mia leggera attitudine a fare di ogni bruscolo uno scatafascio con una piccola funzione. È l’iperbole, raffinata funzione retorica, che anche per la profana che vi scrive è descrivibile molto meglio con il linguaggio mutuabile e preciso della matematica. Mi figuro, ogni tanto, a braccia spalancate, scaraventarmi fuori dagli assi cartesiani.)
La Storia è umana, ed è di carne e sangue, come dimostra (la falange lasciata a cricchiare tra le dita) la storia di Farkas Bolyai, forse il matematico più affascinante della galleria dei personaggi narrati. Bolyai ha una passione: il quinto postulato, le rette parallele. Ha anche un figlio, di cui cura l’educazione e che vuole veder studiare con i migliori matematici; sogna, per lui, che il vecchio amico Gauss lo prenda sotto l’ala protettrice. Anche senza Gauss, János intraprende la strada del padre, fino ad appassionarsi al problema delle parallele. Ed ecco la lettera di Farkas al figlio il 4 aprile 1820: «Non pensare alle parallele. Ne ho percorso tutta la strada. Ho misurato quella notte senza fine e tutta la luce e tutta la felicità della mia vita si sono spente. E ancora Per l’amor di Dio, smettila! È una cosa da cui tenersi lontani, come dalla passione fisica, perché anche questa occuperà tutto il tuo tempo e ti toglierà la pace dello spirito e la felicità della vita». Vale la pena di andare a leggere com’è stata accolta, da suo padre, la vittoria di János in questa branca del pensiero.
Come possa essere meno che umana una disciplina che ha bisogno, per crescere, di due generazioni di umani; che deve essere sfuggita come una donna; che può riassumere il temperamento di una persona con una formula tatuata sulla schiena; che si lascia scegliere cricchiando le falangi nelle mani; che battezza la caduta dei gatti e, mi sembra di capire, anche il restante universo mondo, io mi domando.

© Giovanna Amato

 

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