Chiara Tripaldi, PostOstia

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Breve storia di Ostia oltre Pasolini

Testi di Chiara Tripaldi

Immagini di Futura Tittaferrante

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“Non ero mai stato sul luogo dove hanno ammazzato Pasolini”. Così la voce narrante di Nanni Moretti racconta in Caro Diario, mentre imbocca la strada sterrata che porta all’Idroscalo. La vespa corre affianco l’erba incolta che precede il giardino, chiuso con un catenaccio, dove si trova il punto in cui l’assassino (gli assassini?) colpì il poeta a bastonate e calci, e infine ci passò sopra con le ruote di una macchina. Cinque minuti musicati da Keith Jarrett, una luce livida, il ritratto di Ostia condensato nell’immagine di un prato degradato dal peso di una delle morti illustri d’Italia.
2 novembre 1975: Ostia è il luogo dove hanno ucciso Pasolini, per sempre.
Di Ostia conosco Chiara, otto anni fa. Con lei scopro che Ostia è il X municipio del Comune di Roma, l’appendice marina della Capitale, ed è proprio l’amicizia con un’autoctona che mi ha condotto in questo viaggio. Per tracciare una storia di Ostia non posso che cominciare dal memoriale di Pasolini.
Una distesa di pannocchie di mais e una riserva della Lipu hanno preso il posto della baraccopoli con il campo da calcio al centro. In mezzo, c’è una stele di travertino spezzata, con in cima due uccelli in volo e un disco. Una cosa simbolica, “speramo che duri”, mi dice il custode mentre mi apre il cancello. Perché questo monumento è lì da dieci anni, mentre il primo, identico, creato da Mario Rosati nel 1980, è stato sfregiato così tante volte da dover essere sostituito. La matrice del danno era fascistoide, segno che la retorica su Pasolini lo tiene in vita più dei suoi scritti e dei suoi film. L’ultimo “attentato” al monumento pasoliniano risale alla fine dello scorso marzo, per mano di Militia, corredato dal solito striscione “frocio! pedofilo!”.

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Mentre fisso il monumento in un pomeriggio tiepido di novembre mi chiedo che posto sia Ostia davvero, oltre la memoria del delitto. Cosa fosse nato dopo, cosa fosse accaduto prima. Come possono coesistere le villette a schiera e i disco pub che servono caipirina a nove euro, un monumento scarsamente conosciuto e il teatro di uno dei misteri d’Italia.
Nel 1927 nasce per regio decreto “La via al Mare”, la prima autostrada gratuita e illuminata d’Italia: siamo in piena logica imperialista, e Roma, capitale dell’Impero d’Italia e d’Etiopia, deve avere il suo mare. Il mare per il popolo d’Italia, quella media borghesia su cui Mussolini costruì il consenso, fu pianificato dalla crème degli architetti urbanisti dell’epoca (Pier Luigi Nervi vi dice niente?), chiamati a partecipare con un concorso internazionale. Sulla fila che dà sulla costa, furono costruiti i “cento villini” in stile eclettico con richiami alla nautica e al mare, dove abitavano gerarchi e funzionari, mentre, sulla sponda interna, i lavoratori avevano diritto a un’abitazione con libero accesso al mare. Come da tradizione romana, il confine fra quartiere bene e quartiere male era una linea retta.

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Ostia nasce, quindi, come la più grande opera di democratizzazione del tempo libero mai realizzata in Italia. Pochi anni dopo fu costruita l’altra impresa destinata ad entrare nella storia dell’architettura del regime, il quartiere dell’EUR, fulgido esempio della gloria a cui aspirava Mussolini, che attraverso Via Cristoforo Colombo, la via che lo percorre interamente, doveva portare a Ostia, la Terza Roma, propaggine marina dell’Impero. Nel 1942 doveva tenersi nella Capitale l’Esposizione Universale, che però fu cancellata a causa della guerra e le belle imprese architettoniche del regime non ebbero la risonanza internazionale che il Duce sperava.
Subito dopo la fine della guerra, Ostia cadde nell’oblio e fu teatro di un lento e progressivo abbandono. Il miracolo dell’architettura sociale lasciò velocemente spazio all’agglomerato di baracche che formano la tanto chiacchierata borgata proletaria, che all’epoca aveva dato rifugio soprattutto ai molti profughi di guerra in fuga dalle abitazioni bombardate. Solo il boom degli anni ’60 le restituì un po’ di dignità: qualche soldo in più nelle tasche dei romani aveva permesso a molte famiglie di comprare una vespa o una cinquecento con cui farsi una gita al mare, quel “mare di tutti” che aveva fatto sognare durante il Ventennio. Un’ulteriore svolta l’aveva data la vicinanza con l’Aereoporto Internazionale di Fiumicino, che con il flusso turistico straniero aveva creato la necessità di costruire strutture alberghiere. Il piano regolatore del 1961 aveva così cercato di risanare la fatiscenza riportando la qualità urbanistica degli anni ’30.
Con l’arrivo del ’68 i movimenti politici avevano riportato all’attenzione il tema della disparità sociale e di conseguenza la borgata proletaria. Non è un caso -o forse è il caso più clamorosamente travisato della storia italiana- che a Ostia abbia trovato la morte proprio l’intellettuale che le borgate le aveva portate sulle pagine del Corriere della Sera, fatto sta che il 1975 è stato l’anno di consacrazione della cattiva fama di Ostia.A questa fama aveva dato il via qualche anno prima dell’omicidio il fatto che, nel 1970 prima e nel 1973 poi, alcune palazzine costruite negli anni ‘50 per il turismo locale furono destinate ai criminali che beneficiarono di indulto. Erano troppi per stare entro i confini del raccordo anulare.

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Il mio viaggio prosegue attraversando in macchina la strada che porta da Ostia Levante a Ostia Ponente, oltre la distesa di dune da un lato e i parcheggi abusivi dall’altro. A pochi passi da lì, all’interno della cosidetta zona dei Cancelli, nel 1979 si era tenuto il primo festival internazionale di poesia beat. In quegli anni, a Roma, stavano cambiando molte cose. Innanzitutto nel 1976 il comunista Giulio Carlo Argan diventa il primo sindaco non democristiano di Roma, poi, nel 1977, una nuova ondata di contestazione dà vita a un fermento culturale che produce centri di aggregazione e spazi per fare cultura. Nascono i primi centri sociali, tra cui la cantina Beat72, centro di raduno per una nuova generazione di poeti. Così, a Castel Porziano, il 28-29-30 giugno 1979, un palco pericolante era stato invaso da poeti internazionali e locali- Allen Ginsberg e Gregory Corso su tutti, quest’ultimo vissuto a Roma fino alla morte – ma anche di una folla di giovani alle prime armi “che cioèèè ho qualcosa da esprimere” e dai rappresentanti della nuova generazione di poeti italiani, come Dario Bellezza, che interrompeva piccato la sua performance perché nessuno lo applaudiva. Manie di protagonismo e partecipazione popolare, canne e qualche tizio nudo, hanno trasformato quel tratto di litorale laziale in una sorta di Woodstock letteraria. È stato un evento in cui il pubblico, in un modo squisitamente anni ’70 (e romano), si è spaccato all’annuncio di un minestrone pronto per essere servito: i più attenti ascoltatori lamentavano l’interruzione delle performance, i più veraci li contrastavano al grido di “anche il minestrone è poesia”.

Gli anni ’80 si sono abbattuti su Ostia facendola ripiombare al grado di periferia: negli anni del riflusso, il Lido si era trasformato in una grande piazza di spaccio di eroina con vista mare. Il mare di Roma infatti, già da un decennio prima, era stato conteso a colpi di gambizzazioni, omicidi e incendi dolosi dalle forze criminali più influenti in città, in primis a Banda della Magliana e Cosa Nostra, poi. Il business più redditizio, si sa, era quello della droga, che aveva trovato in Ostia un luogo ideale per fiorire (luogo periferico con sbocco sul mare). Piazza Gasparri, uno spiazzo di cemento circondato da edilizia popolare subito accanto all’Idroscalo, è tutt’oggi il simbolo dello spaccio di stupefacenti a Ostia- la canta pure il rapper Inoki “Sono un ragazzo di strada nato in piazza Gasparri / dove veri coatti ti fan fuori se sgarri”. Appena penso alle storie di droga a Ostia, mi viene subito da citare una scena famosa di un film di quegli anni girato proprio lì, oggetto di culto postumo per tante ragioni, principalmente perché fu l’ultimo film “sociale” a turbare la giuria del Festival di Venezia. Parlo di Amore Tossico di Claudio Caligari, naturalmente, e di quella battuta pronunciata sul Pontile di Ostia in Piazza dei Ravennati, “Non te capisco: se sbattemo pe’ fasse ‘no schizzo e te te piji er gelato?, che uno dei tossici protagonisti, Enzo, rivolge a un altro, Ciopper. Di Amore Tossico si sa tutto: che è stato recitato da non attori presi dalla strada con alle spalle o in corso storie di tossicodipendenza, che è stato presentato nel 1983 alla Mostra del Cinema da Marco Ferreri, che Claudio Caligari, il regista, è stato un documentarista politico autore di soli tre lungometraggi, l’ultimo dei quali, Non essere Cattivo, è uscito l’anno scorso dopo la sua morte, sbancando premi e botteghino.
Solo 2015, poi, si è molto parlato di due film girati fra le dune ostiensi.
Non Essere Cattivo ha lanciato Luca Marinelli come nuova promessa del cinema italiano, Suburra, primo film italiano prodotto da Netflix, racconta di Mafia Capitale e degli intrecci politico-mafiosi tristemente finiti sui giornali un anno fa. Non manca nulla nell’immaginario (trucido) di Roma: il politico con doppia vita famiglia/coca e mignotte su vista Piazza Navona, il capo Casamonica, zingaro e macellaro, che riceve i colleghi in affari mentre affetta la coratella, l’ex “Magliaro” Claudio Amendola, che elargisce massime di vita nella pineta di Ostia, la nostra città già teatro nel film di una sparatoria (in un locale sul litorale).
Fortunatamente, negli anni ’70, c’è anche chi a Ostia (altezza Ottavo Cancello, pineta di Castelporziano) ci andava ad aspettare il sorgere dell’alba: erano Nanni Moretti e i suoi indolenti e autoreferenziali amici protagonisti di Ecce Bombo, specchio della generazione post ’77 e della sua continua riflessione su se stessa, mentre nel 1990 Federico Fellini ci ambienta la scena del grande ballo del suo ultimo film La voce della luna, il più onirico di tutti (set: complesso industriale dell’Ex Meccanica Romana).
Di film girati a Ostia, location marinara per esterni molto comoda per la vicinanza a Cinecittà, ce n’è moltissimi: Giulio Mancini si è preso la briga di raccontarli tutti in “Ostia Set Naturale – Luoghi e magie del cinema sul litorale romano”. Su tutti, forse, ci sono quelli di Carlo Verdone: Gallo Cedrone, ispirato a un coatto di mezza età visto abbronzarsi e rimorchiare studentesse davanti al Kursaal, Borotalco e Acqua e Sapone, due grandi successi che rispettivamente ritraggono la Pineta di CastelFusano e il Drive In di CasalPalocco.
Ostia contemporanea è ancora qualcosa di diverso. È come se non avesse perso nessuna delle caratteristiche che l’hanno connotata negli anni, pur non mantenendone nessuna in particolare.
Ostia oggi cerca di combattere il difetto che l’ha caratterizzata negli ultimi 40 anni: il degrado, non senza fatica, perché la criminalità è sempre presente – della Banda della Magliana ci sono gli eredi, e all’eroina è stata sostituita la cocaina.
Un esempio, su tutti.
“The Spot” era uno skate park degno della California, il più grande Italia e uno fra i più ampi d’Europa, sorto nel 2003 su un spazio dato in concessione del Comune di Roma a William Zanchelli, un ex tossicodipendente che aveva deciso di dedicarsi ad aiutare i ragazzi di periferia a togliersi dalla strada. Per dieci anni The Spot è stato il più grande centro di aggregazione della zona (Via Baffigo, Ostia Ponente), un’eccellenza nel campo dello skating, un’oasi in un deserto di abusivismo edilizio e spaccio a cielo aperto.
Le cose andarono così, che nel 2013 il parco è stato messo sotto sequestro dai Carabinieri per “mancanza di autorizzazioni”, poi, nel 2014, un incendio con ogni probabilità doloso ne ha bruciato tutte le strutture in legno.
Vicino all’ (ex) skatepark, come se la rassegnazione non avesse vinto del tutto il quartiere, sorgono altri due esempi di resistenza alla mancanza di cura verso chi in periferia è obbligato a viverci: il Teatro Fara Nume, che offre spettacoli e laboratori a prezzi popolari, e il Mercato Appagliatore.
I muri del Mercato sono stati dipinti da dieci street artist diversi che ne hanno fatto una specie di galleria d’arte pubblica, al cui interno si organizzano workshop di fotografia e street culture.

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Il Mercato è l’ultima tappa del mio viaggio: quando arrivo a visitarlo il sole è ancora alto nel cielo, nonostante novembre e le cinque del pomeriggio.
Mi viene in mente che quella di Ostia è una storia strana, quasi a scatole cinesi: ogni decennio la reinventa, la demolisce e la rialza, ogni modifica urbanistica, storica, antropologica si stratifica su di lei come la sabbia sulle sue famose dune.
Quelle dove scivola un pallone da calcio di  un gruppo di ragazzini che gioca ancora per strada, una cosa che a Pasolini sarebbe molto piaciuta, immagino.

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© Chiara Tripaldi

 

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