Gli undici addii #11 – “Ultima campanella”

ultima_campanella

foto trinitynews

 

di Gianluca Wayne Palazzo

Sono trascorse le ultime ore di quest’anno, gli esami sono lontani e non sono più nemmeno scuola, non c’è più nemmeno lo stesso rapporto con le facce che ti hanno scrutato ogni giorno di ogni settimana per un anno intero, quando non c’era più bisogno di simulare di essere componenti diverse della razza umana e si arrivava a comprendersi, almeno in parte, almeno per qualche porzione di ora, al di là dei voti, dei giudizi, della cattedra. Con gli esami tornerà tutto come prima, come fosse il primo giorno, la Grande Recita della scuola, docente e discente, i ruoli, il catalogo delle perversioni e delle mansioni, e poi la rupe immonda da cui vi tufferete tutti (eccetto qualche facinoroso talebano dei vecchi tempi), appena chiusi i conti con promozioni e bocciature: i social network – quando sarete tutti amici e li vedrai crescere, i tuoi alunni, come fossero esseri umani normali.
Ma perché?
Hai pensato a questo negli ultimi dieci minuti, seduto alla sedia della tua cattedra, della tua terza G, quando li hai guardati uscire dall’aula nella catarsi finale dell’ultima ora dell’ultimo giorno di scuola – un’ora di educazione fisica! – prima dell’ultima campanella, l’ultimo orgasmo gridato, la transumanza degli gnu, il guado sanguinario di quel fiume da documentario che divide il Serengeti dal Masai Mara, il bagno di sangue di zebre e bufali offerti in pasto ad alligatori affamati, che senza sapere sanno che quel giorno potranno finalmente mangiare…
Che stai dicendo? Perché non sei tornato a casa, la tua ultima giornata di lavoro non è finita? È perché la classe ti ha stupito, ultimamente, diciamo dal ritorno da Venezia, li hai trovati come… come cementati gli uni agli altri, capaci di cavarsela anche da soli, anche senza di te?
Ma no. È stata la sua firma, tastata sotto un pollice liscio da intellettuale (questo ti dicono che sei) quando volevi essere un uomo d’avventura, e dell’avventura non hai che l’impulsività che ti caccia nei guai di infinite gaffes. La firma curata di lei, così minuta, così ricercata, quell’unica firma sul registro della tua classe, in occasione di qualche sostituzione, forse di uno sciopero a cui hai aderito, e lei no.
Ti sei forse innamorato di quella firma, di quei capelli rossi, di quella nuca? Forse l’hai fatto, ma sai che non ti sei innamorato di lei, perché così hai deciso con esattezza irrevocabile il giorno in cui, semplicemente ignorandoti, ti ha spezzato il cuore.Allora ti sei alzato e hai raccattato la palla di stagnola che giaceva inerte accanto al cestino della spazzatura – ma fuori – e l’hai contemplata come fosse il teschio di Yorick per alcuni secondi. Hai preso a palleggiare, uno, due, tre, quattro, cinque palleggi storti, niente male per un docente con un’irregolare palla di stagnola, e al sesto l’hai calciata fortissima contro una finestra chiusa.
Poi sei uscito bruscamente da quell’aula vuota, e basta pensare a questa stupida collega che non ha voluto rischiare con te (come ti prendi sul serio quando ti danno in culo le donne, amico mio…). Hai percorso il corridoio, cogitando, i tuoi soliti e sterili “mumble mumble”, ma ti sei imbattuto in quel minuscolo criceto di prima A che tutti trattano come una mascotte e hai visto che piangeva. Gli hai chiesto che succedeva, perché era ancora lì – oggi che è l’ultimo giorno le classi prime uscivano con un’ora di anticipo – e lui ha indicato in lacrime la sommità di un armadio. Tu hai sorriso, perché è lo stesso fottuto contenitore di trofei contro il quale lei ha poggiato le spalle, in teoria aspettando te che correvi a prenderle una fetta di panettone a Natale, in teoria aspettando te che correvi, in teoria aspettando te, e piangeva intanto per qualche mazzata tra capo e collo col tizio della Smart blu: ora ti è quasi simpatico, hai pensato, quel poveraccio, ma poi pensi un’altra cosa, e cioè che chiunque si avvicina a quell’armadio piange. Interessante.
Il ragazzino ha subìto l’ultima prevaricazione dell’anno, qualche bulletto infame gli ha lanciato in cima all’armadio il cellulare e non sa come riprenderlo. I compagni sono tutti andati via e invece lui…
Hai preso una sedia e ci sei salito sopra, stendendo le mani hai tastato il soffitto del mobile, ed eccolo lì, hai fatto una buona azione, preso il telefonino e sei ridisceso dalla sedia. Ma mentre cercavi con le dita alla cieca devi aver toccato lo schermo, hai aperto Whatsapp, ed ecco l’ultimo messaggio di un compagno, una foto allegata, e quello sei tu, tu con Francesca, sul marciapiede davanti alla fermata dell’autobus, ripreso da quei piccoli bastardi corsi fuori dalla sala giochi la sera dopo il ricevimento…
Hai sospirato e restituito il telefonino alla mascotte, che è stata troppo contenta di averlo recuperato per fare due più due e vergognarsi.
Vergognarsi di che, poi?
Tu non avresti fatto altrettanto? Tu non hai fatto di molto peggio? Hai già dimenticato, come le vecchie bacucche che bazzicano questi corridoi, cosa vuol dire, cosa è stato avere quell’età, essere adolescenti, essere loro? Gesù, che morale ne vuoi ricavare? Faresti lo stesso anche adesso, imbecille. Hai riflettuto che però è strano. Da ragazzi abbiamo attraversato la Geenna, lo Stige della scuola dell’obbligo, e allestito durante il nostro viaggio un pantheon di volti e posture, i nostri professori, convinti che dietro quegli assurdi cognomi preceduti da un articolo determinativo non ci fosse umanità. Anche i migliori, erano prima professori che persone: ed è buffo, perché pure adesso che sei un docente (di ruolo, oramai, se non combini qualche altra, fiammante cazzata) continui a pensare ai tuoi prof del passato come i tuoi alunni pensano a te – “Il Carlini” – e non c’è facebook, non c’è amicizia futura  che tenga, sarà così in eterno.
Ma loro, ma tu quand’eri come loro, non penseranno mai, e tu non hai mai pensato, che anche i professori hanno avuto il proprio pantheon di alunni, le facce memorabili, gli aneddoti da cena fra colleghi, le figure primordiali che un cognome basterà a far rammentare per sempre. Loro vanno, voi restate. Ma anche voi in realtà andate – precari, supplenti, assegnazioni provvisorie e utilizzazioni, trasferimenti, termini dell’eterno fluire di nomi-volti-posture – e loro, i tuoi alunni, forse un giorno torneranno laureati a scaldare le vostre stesse sedie (come hai fatto tu, Giulio Carlini, che ora reciti l’appello e che un tempo sei stato solo un nome in un appello). Ti domandi chi ti ha trovato indimenticabile, ai tempi in cui eri studente, e se quella gloria orrenda dell’Alunno-Mostro, che agli occhi dei professori è veleno, non sia invece l’unica cosa che resta: quanti dei secchioncelli che sono usciti e usciranno col dieci ricorderai, domani? E quanti, invece, fra coloro che ti hanno fatto venire le lacrime agli occhi al risveglio, al mattino, sapendo che erano lì al banco, ad attenderti per rovinarti il fegato?
Quindi che parlino pure, i ragazzini e i loro genitori. Non sanno i come, non sanno i perché di quella conversazione con la mamma di Marco, non sanno cosa c’è stato dopo e non lo sapranno mai.
Non ha alcuna importanza.
E riflettendo così sei arrivato in sala professori e d’istinto hai preso dal distributore un pacchetto di M&M’s – eh sì, ti era rimasta qua dall’inizio quella carenza di spiccioli, quella prima, ridicola gaffe – ma non hai fatto in tempo a mangiarne una, una gialla, che ti sei ricordato che a te non piacciono quei surrogati del cacao, e sei rimasto immobile, il pacchetto in mano. Forse le hai prese per avere una scusa per offrigliene. Forse, sapessi almeno dov’è.
Ti sei seduto, sconfitto. Ma non avevi preso una decisione irrevocabile?
Hai visto sulla cattedra, abbandonato a se stesso, quel libro dalla copertina arcobaleno che hai avuto per le mani durante un consiglio di classe. “You are my Vero Amore”. Con una mano l’hai aperto, hai sfogliato l’opera di Christine Cristallo, e dal centro è caduto un foglietto a righe. Sono appunti di compiti per casa, datati maggio. Scrittura femminile. Sei ritornato alla prima pagina. Hai letto la citazione in esergo dell’autrice:

Perché ti voglio bene veramente
e non esiste un luogo dove non mi torni in  mente.
Marco Mengoni

E poi hai letto una dedica scritta a penna:

Alla mia alunna preferita,
Alfredo

 Non hai niente da aggiungere. Il libro viene chiuso e soppesato. Ricordi le parole che hai scandito in classe riguardo al peccato di bruciare i libri di cui si macchiarono i nazisti. Ricordi il monito di chi riteneva che l’unica cosa peggiore del bruciarli fosse non leggerli. Ti domandi se tutto non discenda da un grande equivoco semantico su cosa sia un libro…
Sei uscito dall’aula professori pensando che avresti voluto essere Voltaire e dare la tua vita perché chiunque potesse esprimere la sua opinione contraria alla tua, ma senti che sei forse più disponibile a sacrificarla affinché alcune opinioni vengano proibite per legge, e intanto pensavi a quale sorte destinerai “You are my Vero Amore”, ma nel farlo ti sei imbattuto nel bidello scocciato che leggeva il Corriere dello Sport nel gabbiotto, e l’hai salutato. Lui ha risposto al saluto e il tuo occhio è caduto su una copia della Bibbia – sì, della Bibbia – sopra alla mensola che fa da tavolino in quel gabbiotto, accanto al quotidiano sportivo. Ti sei domandato, così, senza preavviso, quale dei due testi sottoposti alla tua attenzione meritasse davvero di essere dato alle fiamme, e ti sei risposto con un gesto: “You are my Vero Amore” è finito nella tua borsa da docente e te lo porterai a casa, perché Shakespeare non ti ha mai aiutato a capirci qualcosa di donne, chissà che invece Christine Cristallo…
E improvvisamente ti sono venute le lacrime agli occhi. Avresti tanto voluto avere una macchina, un dispositivo, un marchingegno per tornare indietro nel tempo e modificare qualcosa (o tutto). Ma non puoi cambiare né tutto né qualcosa, non puoi cambiare niente.
Hai penato e barato per averla, hai tentato disperatamente e hai mandato al diavolo, sei stato umiliato, e soprattutto non hai capito, non hai capito, non hai capito. E che cosa è restato?
Cercavi un rifugio dove fermarti e hai trovato un porto, hai trovato un addio, perché ogni storia di scuola è una storia di addii, creature che entrano, scorrono via e scompaiono nel tempo, ciascuno studente, docente, bidello passerà e se ne andrà, attraversando la tua strada in un arco perfetto che ha una fine già scritta. La scuola è un regno di passaggio, è la Geenna e lo Stige, ogni incontro è una traccia in vinile che suona la sua canzone una volta soltanto, un’ellisse di pianeti rotanti, un sistema solare destinato a consumarsi per potersi rinnovare l’anno successivo.
Ma tu volevi capire – te maledetto – e cercando a tutti i costi di comprendere perché eri stato allontanato, hai dimenticato che cercavi un rifugio…
Pensavi così quando hai varcato l’ingresso della palestra, improvvisamente le urla dei ragazzini sono diventate oggetti materiali, hai visto la tua classe, in parte in campo, in parte seduta sulle panche di legno che non sono panche ma travi di equilibrio mai utilizzate, hai sentito il fischio dell’arbitro seduto accanto alla rete di pallavolo, gli squarci striduli delle suole di gomma sul linoleum azzurro, il frastuono dei rimbombi e gli schiaffi al pallone, e ti sei sentito veramente acuto, e in gamba, per aver prodotto queste profonde riflessioni che…
Poi il pallone da volley si è sfracellato sulla tua faccia, uno schianto, un odore di gomma, un sapore di gomma, il finto cuoio bruciante sul naso e la guancia, il buio.
Ma solo per un istante.
Stramazzato sul pavimento della palestra hai capito alcune cose.
Che la scuola è finita, un attimo prima dell’ultima assordante campanella. Che Amelia era lì, guardava la partita di una classe delle sue, assorta in regole che non capiva. Che l’anno prossimo andrà meglio, vedrai, andrà meglio.
O almeno così hai pensato, Giulio, dopo aver preso una pallonata micidiale in viso, mentre il dolore si spargeva al collo e lungo la schiena, e l’imbarazzo di essere sdraiato al suolo fra le risate e gli sguardi preoccupati degli alunni si è stemperato in una definitiva resa all’ordine delle cose, e cioè che le cose sono ridicole, perciò di’ loro addio. Finché non è comparsa Amelia, china sulla tua faccia, sull’orlo del pianto, e l’hai vista tremare, hai visto il blu degli occhi diventare acqua e sciacquar fuori lacrime, poi ha tremato, si è irrigidita, si è accucciata (hai intravisto una caviglia tatuata sporgere dall’orlo dei pantaloni), ha scrollato via una ragazzina venuta a controllare come stavi, il ciuffo che tanto desideravi vedere libero è crollato giù da quella spilla azzurra a forma di fiocco, e lei è diventata rossa.
«Devo smetterla di pensare a te» ti ha detto, furiosa. E ti ha sorriso.

*

Si chiude oggi, dopo più di cinque mesi, una serie di racconti ispirati al mondo della scuola. Chi volesse recuperare i precedenti dieci, li troverebbe qui. Dello stesso autore, su Poetarum Silva, Fenomenologia del Nuntemove.

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