“Fenomenologia del NunTeMove”, di Gianluca Wayne Palazzo

from Stanley Kubrick - 2001 A Space Odyssey

from Stanley Kubrick – 2001 A Space Odyssey

La domanda è se ci manca il coraggio come specie, o se siamo così bravi e scrupolosi da aver battuto tutte le piste e averle trovate senza uscita.
È la questione della hybris, che evidentemente è impiantata in noi a profondità tanto insondabili da non poter essere estirpata.
Io non credo di aver mai letto o visto fantascienza, distopie, ipotesi di futuro, fantasie quali si voglia, insomma, nelle quali si ponga rimedio a una delle grandi doglianze dell’umanità, senza che questo provochi guai assai peggiori, tanto da preferire quelli cui s’era messa una toppa. Alludo in particolare alla morte, alla perdita, ma vanno bene anche le guerre, gli omicidi e qualsiasi male affligga la razza umana. Il prezzo per ogni soluzione è sempre troppo alto da pagare, e alla fine stavamo meglio quando stavamo peggio.

Un tizio non sa darsi pace perché gli è morta una persona cara. Farebbe qualunque cosa per rimediare alla disgrazia. Allora lo scrittore inventa per lui un marchingegno per tornare indietro nel tempo e risolvere il problema. Il tizio rimedia, la persona cara sopravvive. Perfetto: in qualche modo la storia finirà male. A chiunque alteri il continuum spazio-eccetera eccetera mal gliene incoglierà. Battiti d’ala di farfalle, paradossi del nonno, quella fantastica puntata dei Simpson in cui Homer schiaccia un bacarozzo preistorico e tutto il mondo va a scatafascio… Deve finire sempre male.
Una tizia perde anche lei una persona cara, poveretta. Non sa darsi pace, eccetera. Allora una nuova invenzione le permette di riaverla indietro o di comunicare con lei nell’aldilà. Ma al robot di gomma che ha preso il posto del morto manca quel non so che, o il morto che torna a casa è mezzo smoccolato, è uno zombie-cannibale, o magari è gelido nel cuore e si è dimenticato di lei, oppure sì, è la stessa persona, con lo stesso cuore, però sono passati trent’anni e non è invecchiata, forse è immemore di ciò che gli è capitato, e intanto potenze infernali traboccano da squarci dimensionali a far pentire la donna e tutti quelli che conosce di aver aperto un varco – per cui in conclusione no, era meglio se ti rassegnavi che era morto, perché l’importante è che finisca male.
Spaziando con la fantasia. La pillola che fa diventare buoni: e il libero arbitrio, dove lo mettiamo? Gli Ufo: vorranno certo la nostra acqua. Lo scienziato che escogita il modo di campare per sempre: e tutti vecchi avanzati dove li mettiamo? Il programmatore che crea un’intelligenza artificiale: di sicuro vorrà soggiogare gli umani. Qualcuno che inventa la sbronza senza postumi… Beh, qui mi astengo per conflitto di interessi, ma scommettiamo che finirà male?
Ok, allora pensiamo alla manipolazione genetica. Bellezza, salute, basta handicap, malattie e sfigati che guardano gli altri ballare alle feste seduti al tavolo delle patatine. Tutti felici? Ma è l’invasione degli ultracorpi. Idee per risolvere la fame nel mondo, l’effetto serra, la sovrappopolazione, l’estinzione dei cetacei e dei panda? Nell’ordine: OGM, nuove forme di energia, colonizzazione di altri pianeti, clonazione (e film porno appositi per ursidi: questa l’ho letta davvero da qualche parte). Si può fare? Certo, a patto che vada male, talmente male che era meglio se non.
Citando a caso: un tizio scopre il segreto della vita e anima una creatura che per ritorsione gli ruberà il nome; un altro beve il siero che separa il bene dal male e finisce a calpestare bambine; uno inventa il teletrasporto e diventa Brundle-Mosca; qualcuno costruisce il computer che parla, l’androide “tale e quale”, il chip Skynet, ed è un attimo che ti leggono le labbra vicino Giove, imbarcano xenomorfi alieni o mandano un culturista a uccidere tua madre prima che tu nasca. Per non parlare di spezzarti il cuore per impedirti di cancellare il ricordo di quanto hai sofferto per amore – perché no, non lo devi raggiungere l’eterno splendore della mente immacolata…

Avanzo un’ipotesi. Siamo il frutto, come homo sapiens sapiens, di un’evoluzione durante la quale il pessimismo riguardo l’esito di qualunque alterazione dello status quo si è rivelato un’arma vincente rispetto alle altre specie. Immagino questi ominidi alternativi, pieni di ottimismo e grande fiducia nel futuro – li chiamerò homo daje daje – di fronte a noialtri, l’homo nun te move, in una spietata competizione per la sopravvivenza. Vedo i Daje daje che soccombono nella lotta che favorisce il più adatto, e lasciano il campo alla conservazione reazionaria dei Nun te move, al nostro pessimismo, al nostro “meglio la strada vecchia”, con eserciti di nonne-scimmia a ripetere da duecentomila anni il mantra telavevodetto. E via, una serie ininterrotta di artisti delle caverne che lanciano moniti sul non cambiare la punta d’osso con quella in pietra, hai visto mai finisce il mondo, e poi bardi, cantori e poeti ciechi che narrano le gesta finite male di chi osa sfidare gli dei, quindi romanzieri, drammaturghi e sceneggiatori che da ogni intreccio che si proponga di violare le leggi universali della rassegnazione traggono una e una sola morale: se una cosa può andar male, ci andrà.
Oppure no? Oppure siamo sempre stati talmente vigili e prudenti da aver davvero vagliato ogni possibile conseguenza di ogni possibile variante all’ordine costituito, e non è altro che consapevolezza quella che distilla il male, necessariamente il male, da ciò che turba gli equilibri? Se potesse andar meglio di così, non sarebbe già andata meglio? Se non possiamo, come specie umana, anche solo concepire un mondo migliore di questo – in cui si possa rimediare agli sbagli e non accadano orrori inaccettabili e irrazionali – senza essere sommersi da una valanga di possibili conseguenze negative… significa dunque che viviamo nel migliore dei mondi possibili?
È come se per scovare un senso alla vita fossimo costretti a credere – a convincerci – che è immorale cercare scorciatoie al dolore infame, e una ragione deve pur esserci se moriamo e uccidiamo, se soffriamo e facciamo soffrire, se veniamo lasciati e lasciamo. Perché se violando le regole le cose andassero meglio, allora vorrebbe dire che è proprio una truffa questo universo codificato per affogarci l’anima. No, guai a chi osa. È l’unica maniera perché ci si rassegni e si trovi la forza per tirare avanti.
Beh, io per conto mio mi sfilo. Non ho più paura dell’eugenetica salva-sfigati e dei porno-panda. Datemi la macchina del tempo, ho una hybris sufficiente a rovinarvi la vita per settantasette generazioni.

© Gianluca Wayne Palazzo

NOTA DI LETTURA DI GIOVANNA AMATO

Questo testo, nella sua forma orale di amabile chiacchierata, è stato concepito in accordo con la Brau. Non mi riferisco alla biblioteca, ma alla birra. Per un istante, ho creduto giusto e possibile condividere questa riflessione con i lettori di Poetarum Silva, senza nulla togliere a tutta l’oralità della discussione. Le ore di sonno non mi hanno fatto cambiare idea. Mi hanno anzi rafforzata nel mio antico sospetto che sì, se Euridice chiamava Orfeo un motivo c’era. Ringrazio Gianluca Wayne Palazzo per il suo contributo, e auguro a tutti noi un sereno “nun te move”.


Gianluca Wayne PalazzoNato nel 1976 a Modena e laureato in lettere – Storia e critica del cinema – lavora come insegnante a Roma. Ha collaborato con la Rai, con produzioni cinematografiche e televisive, e con un paio di riviste di cinema. Prima e durante uno stage alla Scuola Nazionale di Cinema e un Master per sceneggiatoriRAI/Script. Alla fine, pare, un dottorato in italianistica. Il suo romanzo d’esordio, Il contrario di tutto, è stato pubblicato dalla “Voras Edizioni” nel 2009. Quanto al resto scrive nei bar, attacca briga e si fa male cercando di imparare il surf.