Su “Litanie dell’acqua” di Daniela Liviello

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I testi che leggiamo qui oggi sono tratti da Litanie dell’acqua (Lietocolle, 2012) di Daniela Liviello. La sua è da subito al nostro orecchio una poesia che ha molto a che fare con quell’etica della comprensibilità del Novecento che continua la linea che è stata di Bertolucci e di molti altri autori. Dice bene Stefano Donno nella prefazione al volume a proposito dell’autrice e dei suoi temi, che se da un lato guardano a quel Sud di Vittorio Bodini, ad esempio, dall’altro ne prendono completamente le distanze grazie a un dire contemporaneo che fa della terra d’origine uno spazio che si potrebbe definire “corporeo”. Questo Sud ricorda quello dei versi corporei di Goliarda Sapienza e Rocco Scotellaro, ad esempio, e le immagini, tuttavia, sono visioni odierne in cui permane qualcosa di primigenio, come l’acqua del titolo. Anche lo stesso sostantivo “litanie” ossia “invocazioni o preghiere”, richiama un senso atavico dello ieri che riverbera nell’oggi.
Versi tanto delicati quanto ricchi, quelli di Daniela Liviello, che svelano l’intima e profonda appartenenza alla sua terra, il Salento. Sa emozionare a richiami profumati, al nitido mormorio del mondo in cui lei è cresciuta, dando forma alla coscienza di un vissuto in quella sua terra ma non solo. Interiormente il suo pensiero resta al margine, ma si fa analisi ancor più amorevole e presente.
Profumi aspri e suoni amati, attesi e conosciuti come anche una sola goccia a cadere può essere.

Abbandonare
Accettare
Amare

È ferita dichiarata, e lascia un vortice di pensiero che soffia e scuote l’urlo ben nascosto tra i suoi versi.
Lo strazio della calura, la spossatezza del non dichiarato e la nostalgia, schiumano tra i suoi versi che scivolano senza chiasso lungo muretti a secco, in un percorso amorevole eppure rancoroso, come solo l’amore sa essere.
Dal suo iniziare ci avverte già, con maestria, quanto “ogni goccia è mare/da traversare”.

© Clelia Pierangela Pieri e Alessandra Trevisan

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***

Le strade in fondo sono tutte uguali
percorse nel buio
con pesante passo di valigia stretta
legata a fili del sonno traversato ogni notte.
A lato sta lo strapiombo del mare.
Se le strade sono sogni che sdogano
qui la neve non è più soffice del volo
d’un passero tra i limoni.
Resta l’occhio di una finestra in fondo
ad ogni via
una voce un suono chiama
a restare.
E di tanto in tanto una pioggia
sommessa
e ogni goccia è mare
da traversare.

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*

Qui ci sono voci d’acqua
e scivolano piano:
sarà il fiato della sera
o la nera linfa del giorno
che si spegne
nell’ora che tentenna dubbia
e incerta.
Se la notte intanto incardina
origlio ombre del dormiveglia
accudita da nebbiose forme
dell’andare incontro a qualcuno
che mi chiama.
Voci d’acqua scivolano piano
a tratti
un canto scorre.

.

*

La fortuna di essere nati vicino al mare
è pietra che affiora
nel terreno spietrato.
Ostinazione:
sentirmi congiunta al tutto.
Come la macchia qui intorno
inerpicata nella lieve salita
mediterranea
poi discesa a toccare l’acqua
nel motore spento della mia generazione.

.

*

Finiranno di piovere i fiori d’arancio
finirà il cercare
da dove viene la nostalgia
fissata a un ricordo
senza suoni
e figure.
Era la luna sulla soglia di casa?
L’ombra sottile che sgusciava?
Sui muri?
O il parlottio delle donne
per strada?
Adesso voglio
che finisca presto
o forse no
non è questo.
Se interrogo i petali uno per uno
mi rispondono tutti
con uguale profumo.

.

*

Restiamo schiacciati sulla carta
dove cresce il suono errante
il lampo lievita il suono.
Restiamo con le mani sulle orecchie:
si fermano le vie
l’acqua cresce
non reggono i bordi.
I saluti sulla soglia
e la porta che si chiude
il cibo che si cuoce
o la mano fra i capelli
il temporale a scrosci
a tratti
il sonno dei gatti
e i tuoni rotolanti
fino alle fessure dei cuori:
sono tutti fuori.

.

*

Qui le donne si piegano sull’uscio.
La strada è semplice e porta dritto al mare
che a volte è murmure doloroso
a volte un’onda chiede di restare.
Torno torno il mare
le donne si curvano sull’uscio.
Sono morti di lontano che portano
qui pazienza di restare.

.

*

Nei giardini poco o niente delimitati
nelle permeabili muraglie
per crolli e smottamenti
negli angoli poco o niente riparati
vedo vite particolari
case scialbe d’abbandono dimenticate
in campi sterminati
in linee verticali.

.

*

Così infine foglie secche a strati
sulla soglia s’accumulano
vengono a stare dove ogni vento passa
ma non le scompiglia
sembra di stare altrove
non qui
dove non cadono in tante
e più colore l’inverno prende che altrove.
Nella soglia faccio letto
ma io non soffio
quasi non respiro.