‘Bodiniana’ anno cento (1914-2014)

Ma tu luna, le incognite finestre
illumini del Nord,
mentre noi parliamo,
nel fondo di quest’esule provincia
ove di te solo la nuca appare.

Vittorio Bodini

.

Si sa, in Italia si procede per centenari, se non a volte per decennali, pur di trarre dal sempre più spesso immeritato oblio autori degni invece d’essere non solo ricordati: degni d’essere coltivati come piante rare capaci di germogliare e trasportarsi in terre nuove, e fertili, col vento dei lettori (poco più di un soffio, mi dite?).
Vittorio Bodini (1914-1970)Vittorio Bodini (Bari, 6 gennaio 1914 – Roma, 19 dicembre 1970) è uno di quegli autori di cui si sarebbe perso il ricordo se non fosse stato per l’azione coraggiosa e pregiata delle edizioni Besa, che con tenacia e perseveranza, soprattutto nel corso degli ultimi dieci anni, o poco meno, ha rimesso in circolazione le opere edite e moltissimi inediti con due distinte operazioni: la pubblicazione nel 1997 di Tutte le poesie, edi­zione curata da Oreste Macrì (già responsabile delle edizioni mondadoriane del 1972 e del 1983), ossia del critico ‘blasonato’ che più si spese all’indomani della scomparsa dell’amico Bodini affinché non finisse nel silenzio; a questo volume, riedito a partire dal 2004, ha fatto seguito negli anni l’avvio della ‘Bodiniana’, collana che raccoglie le singole opere corredandole di un commento det­tagliato e puntuale a cura di Antonio Mangione. Sicché, a ben vedere, il lettore volenteroso, potrebbe facilmente recuperare i versi e le prose bodiniane, per immergervisi e scoprirne l’importanza. Im­portanza, è bene dirlo subito, che risiede nella forte connotazione meridionale, o meglio nell’attrazione verso temi del Sud. Aspetto questo che può avvicinare l’esperienza di Bodini a Leo­nardo Sinisgalli e anche al contemporaneo – ai tempi dell’esordio poetico di Bodini – ma destinato a essere postumo Rocco Scotellaro, nonché al dialettale Albino Pierro, tutti e tre, da notare, poeti lucani e non pugliesi.
Vittorio Bodini, Poesie, Mondadori "Lo Specchio" 1972La differenza fondamentale sta nell’apprendistato di Bodini: da un giovanissimo entusiasmo futuri­sta, passò attraverso l’esperienza ermetica fiorentina, prima di riconoscere il proprio respiro proprio in quel Sud dal quale comunque cercò sempre di allontanarsi a più riprese, fino alla scelta di ri­sie­dere definitivamente a Roma negli ultimi anni; quel ‘Sud’ che una puntuale nota di Mangione, alla poesia che apre La luna dei Borboni, informa essere «iperonimo del Salento», perciò foriero di un processo di identificazione ed espansione che travalica la sola dimensione regionale.
E in questo apprendistato è come se il poeta avesse bruciato rapidamente un’intera tradizione, anche recente, a lui contemporanea intendo, con l’intento di trovare la propria voce. Sicché all’esordio nel 1952 con la raccolta La luna dei Borboni (Milano, Edizioni della Meri­diana) nessuno poteva imma­ginare che le poesie in essa presentate fossero l’esito finale di un lunga riflessione e di molti tagli che, da un primitivo Canzoniere (1946), passò attraverso un dimezzato, nel numero di testi inseriti, Un monaco vola tra gli alberi (1949), prima di raggiungere la forma de­finitiva. Sintomatico è tro­vare il nome di Rocco Scotellaro tra i primi recensori, il quale immedia­tamente seppe riconoscere il superamento sia delle posizioni ermetiche e post-ermetiche (anche se leggera rimane la traccia), sia delle istanze neorealiste.
A La luna dei Borboni seguirono le due raccolte Dopo la luna, (Caltanissetta-Roma, Edizioni Sal­vatore Sciascia, 1956), e Metamor (Milano, All’insegna del Pesce d’oro, 1967), costituendo così il cor­pus ‘in vita’ delle raccolte di Vittorio Bodini.
Ma è sufficiente scorrere l’indice posto all’inizio del volume Tutte le poesie per vedere quanto in realtà egli scrisse, e come e cosa scrisse, tra le opere edite, e come si attenuò fino a raggiungere un quasi grado zero la memoria del ‘Sud’. Basta attraversare le pagine fitte (troppo fitte forse, e troppo criptiche a tratti – quasi una lingua per iniziati, non tanto filologi quando ‘bodiniani’) nelle quali Oreste Macrì ricostruisce l’iter poeticamente umano di Bodini, e ci si renderà subito conto di quanto stupido sia – sì! stupido – non affrontare la scrittura bodiniana.

© Fabio Michieli

Da La luna dei Borboni (1952)

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***

Tu non conosci il Sud, le case di calce
da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia d’un dado.

.

***

Sulle pianure del Sud non passa un sogno.
Sostantivi e le capre senza musica,
con un segno di croce sulla schiena,
o un cerchio,
quivi accampati aspettano un’altra vita.
Tutto è evidenza e quiete, e si vedrebbe
anche un pensiero, un verbo,
con il bigio sgomento d’una talpa
correre tra due pietre.

La pianura mirare a perdita d’occhi,
senza case, senz’alberi, senza una lettera:
livello di un’assenza a cui sole si sporgono
capre e spettri di capre morte da secoli,
che brucano le amare giade dell’insonnia,
l’acciaio senza luce di antiche spade,
quando popoli amari si scontravano
e di sangue tingevano i cieli della preistoria.

Così, se qualche giorno dal sottosuolo
un riso magro scatenato nel vento
di scirocco si stira,
ciò che nell’imperturbato cielo e ai corvi
scopre la vanga
sono le dentature dei cavalli
uccisi che si rammentano
che dolce festa faceva
quand’era vivo il sangue sulla pianura.

.

***

La luna dei Borboni
col suo viso sfregiato tornerà
sulle case di tufo, sui balconi.
Sbigottiranno il gufo delle Scalze
e i gerani – la pianta dei cornuti –,
e noi, quieti fantasmi, discorreremo
dell’unità d’Italia.

Un cavallo sorcigno
camminerà a ritroso sulla pianura.

.

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Da Dopo la luna (1956)

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Quanta rabbia di esistere

Quanta rabbia di esistere diventa amore!
E qui bisognerebbe addurre casi, narrare
e anche narrarsi, scegliersi negli specchi
di foglie, d’acqua, di neve. Io una volta volevo
sapere come può ridere nella luna
la testa d’un lutrino dalla spina scarnita
– cosa avrebbe pensato di quella vista la luna –,
e questo desiderio era amore. Folletti che avevano
un buffo berrettuccio di capelli
attorcevano in trecce le code delle cavalle.
In un piccola via dal nome di un’oscura battaglia,
lì essa pensò che l’avrei uccisa.
Ora lontana essa ride di tutto ciò,
mentre ubbriaca guarda nel fondo dei bicchieri o del mare.
Ma la distanza può allungarsi a piacere,
sa fare d’un rimorso una vaga ipotesi.
Oh, vi sarete fermati anche voi qualche volta di notte
sotto un balcone o un albero,
udendo un grillo italico cantare,
e al rumore interrotto dei vostri passi
schiudere false fughe, spingere come lontano
da sé il canto, o tacere
e subito riprendere da un altro punto illusorio.

.

***

Lecce

Biancamente dorato
è il cielo dove
sui cornicioni corrono
angeli dalle dolci mammelle,
guerrieri saraceni e asini dotti
con le ricche gorgiere.

Un frenetico gioco
dell’anima che ha paura
del tempo,
moltiplica figure,
si difende
da un cielo troppo chiaro.

Un’aria d’oro
mite e senza fretta
s’intrattiene in quel regno
d’ingranaggi inservibili fra cui
il seme della noia
schiude i suoi fiori arcignamente arguti
e come per scommessa
un carnevale di pietra
simula in mille guise l’infinito.

.

.

***

Da Metamor (1967)

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Nelle spire del boom

Presi nelle spire del boom ne gustiamo anche noi
gli alti palazzi e le piante nane
piume serpenti chiomati sotterfugi intimi.
L’astrattismo ci punse un dito come una rosa neoclassica.
Tacevano i cani di calce e la civetta veloce
e tutto ciò che un tempo avevamo dentro capovolto come in un negativo.
Solo una luce lontana e senza voce
accucciata davanti a un mare in tempesta
come la vedova d’un marinaio
era il banco di prova dei tuoi velieri
di solitudine e d’ira,
solo una sera ignara che si versa
nella buca delle lettere.

.

***

Canzone semplice dell’esser se stessi

L’edera mi dice: non sarai
mai edera. E il vento:
non sarai vento. E il mare:
non sarai mare.

I cenci, i fiumi, l’alba della sposa
mi dicono: non sarai cencio né fiume,
non sarai l’alba della sposa.

L’àncora, il quattro di quadri, il divano-letto
mi dicono: non sarai noi,
non lo sei mai stato.

E così il sogno, l’arco, la penisola,
la ragnatela, la macchina espresso.

Dice lo specchio:
come vuoi essere specchio
se non sai dare altro che la tua immagine?

Dicono le cose: cerca d’esser te stesso
senza di noi.
Risparmiaci il tuo amore.

Io fuggo da ogni cosa delicatamente.
Provo a esser solo. Trovo
la morte e la paura.

.

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Note

Vittorio Bodini, Tutte le poesie, Besa 2004* Alla poesia di Vittorio Bodini fu dedicato da Anna Maria Curci, qui in questo blog, un primo contributo nella quarta puntata della rubrica In Apulien. Invito tutti a (ri)leggere questo contributo.

** Le poesie proposte, le citazioni, alcune notizie, sono tratte dai volumi pubblicati da Besa editrice.

16 comments

  1. grazie Clelia, e grazie “rbm2013”.
    credo che in futuro ci saranno altre occasioni per riproporre la poesia e soprattutto la figura di Vittorio Bodini

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  2. Ogni occasione per leggere e rileggere Bodini mi è cara.Il tuo contributo, Fabio, che unisce considerazioni sulla sua poesia e sulla ricezione di questa a un invito argomentato a un confronto con essa, è per me un arricchimento. Grazie

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  3. Sono stata captata con stupore nella lettura di questo grande poeta come mi succede poche volte.
    Grazie Fabio Michieli per avere proposto un autore di grande valore poetico come dice nella sua introduzione: “ piante rare capaci di germogliare e trasportarsi in terre nuove”.
    Sembra che in Italia alcuni poeti molto bravi siano posti in ombra, forse per non fare ombra?

    “L’edera mi dice: non sarai
    mai edera. E il vento:
    non sarai vento. E il mare:
    non sarai mare.”

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  4. Ho ritrovato il volume ‘tutte le poesie di Bodini’ Sono confusionario
    e li ammasso come roba vecchia da buttare. Ho già cominciato a
    rileggerlo, credo d’averlo comprato negli anni ’80, allora non mi
    entusiasmò molto, mi sbagliavo. Bodini e un poeta vero anche se
    alla poesia non ha dedicato molto tempo, credo che non sia arrivato
    a scriverne più di un centinaio, ma questo non è importante, è la
    qualità che conta. ud

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  5. lei, Umberto, ha l’edizione del 1983 curata da Macrì, ristampato poi, con correzioni varie, dallo stesso Macrì nel 1997 (il critico sarebbe morto l’anno seguente).
    ciò che scrive, ovvero di avere accantonato il volume perché non entusiasmato, testimonia sia il cambiamento del gusto nel lettore, sia il fatto che in quegli anni Bodini fosse vittima di un ostracismo identico a quello vissuto da Ripellino: l’essere stati entrambi ottimi traduttori pesò gravemente – ma come scusa – per la critica.
    mi chiedo ancora, per esempio, cosa non piacque a Mengaldo, per esempio, per non averlo inserito nella sua antologia? non so darmi una risposta, e non ho più nemmeno il modo di fare la domanda al diretto interessato.
    se questo mio contributo e quello precedente di Anna Maria Curci hanno sortito l’effetto di farle ‘rivalutare’ la poesia di Bodini, tutto ciò non può che farmi piacere. perciò la ringrazio

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  6. Caro Michieli, sono io che ringrazio lei e tutto lo staff. Ogni tanto avete
    la bella abitudine di scovare artisti trascurati e/o dimenticati. Questo
    vi fa onore. Saluti. ud

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  7. Piacevolissimo leggere questo autore! Il discorso critico che Fabio fa, sia nelle connessioni con altri autori coevi sia qui in commento, riferendosi a Ripellino, è molto interessante e meriterà certo un altro post! Grazie Fabio. Conoscendo la tua profondità critica, sarà piacevole leggerti ancora.

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  8. grazie Alessandra.
    a mio avviso ci sono molti aspetti in comune con Ripellino; aspetti che toccano più l’idea di letteratura e poesia, e non lo stile e le scelte di registro.
    su Bodini, dopo l’apertura della via maestra da parte di Oreste Macrì, ci sono molte cose da dire e spero di poter dire ancora qualcosa.

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