Pillole da Mantova #5 – (valigie)

Ieri ho capito che non sono una di quelle a cui piace disfare le valigie. A me, le valigie, piace farle. Comprenderlo pienamente a 27 anni è già qualcosa; scoprirlo alla diciottesima edizione di Festivaletteratura, forse, non è del tutto casuale.
In questi giorni io e Giovanna Amato vi abbiamo raccontato perché e cosa ci ha lasciato questo Festival ma solo ieri ho capito con più chiarezza di un tempo perché da dieci anni vengo a Mantova e cosa mi fa partire per venirci: è il fare ‘comunità’ che le persone di qui permettono, che rende questa manifestazione unica in Italia. Questo è ciò che ci fa stare bene. Ho mutuato il senso di quest’espressione dal giornalista e critico Enrico Bettinello che spesse volte ho sentito interrogarsi sul significato di ‘comunità’ attorno al mondo del jazz in Italia. Ecco: a Mantova tutti, dal comitato organizzativo ai volontari, da chi si occupa della mensa alla redazione, dagli autori agli intervistatori, ecco, tutti fanno comunità per cinque giorni. La città poi, splendida, facilmente percorribile, ci mette del suo (storicamente e praticamente) per migliorare l’accoglienza e farci appartenere. Lo dico con parole molto semplici e forse un po’ banali ma, nell’epoca della ‘crisi delle appartenenze’, sentire di essere inclusi, anche solo per poche ore, in una comunità, è qualcosa di raro e prezioso. Penso proprio che qui sia racchiusa tutta la forza di questo Festival.


10599301_10154595149340370_8608608676659172261_nQuindi ‘valigie per partire’ non solo fisicamente ma anche mentalmente. Valigie cariche cariche di libri, buoni propositi e speranze. Non ultimo, l’entusiasmo, con cui si vivono gli incontri. E alle 11.00 del mattino di domenica 7 settembre si va all’evento 205 con Marco Malvaldi che presenta Chiara Valerio. Valerio ci spiega come «la scienza fa modelli di futuro che non riescono ad essere tanto esatti quanto sono esatti i modelli di futuro della letteratura» parlando di Almanacco del giorno prima suo ultimo romanzo e del protagonista e broker Alessio Medrano, ricalcato su modello di Čičikov, personaggio principale del romanzo di Gogol, Le anime morte. Per l’autrice Gogol inventa i Life Settlements anticipandoli di duecento anni dalla loro nascita.
Il pomeriggio, ricco di appuntamenti di ogni genere, si è svolto per me in due momenti. Momento uno all’evento 213, con Giorgio Fontana e Benedetta Tobagi: il loro “Raccontare l’Italia” presuppone un principio di lealtà fondante e sotteso ad entrambi i loro romanzi, che di storia parlano ma senza dimenticare la lezione della letteratura. Quello che loro seguono è un principio di realtà (e anche di lealtà), restituendo al pubblico una visione molto lucida di cosa sia ‘scrivere’ ed essere ‘autori’ oggi di libri che trattano di storia-che-non-si-è-vissuta. Spero di poter ritornare presto su almeno uno di questi due volumi.
Momento due: dovevo immaginare che Emidio Clementi, oltre ad essere uno dei musicisti che più amo nella storia del rock italiano degli ultimi vent’anni, è anche un bravo lettore ad alta voce e un fine divulgatore. In mezz’ora presso la Tenda Sordello (per uno degli ‘Accenti’, curati da Maurizio Matrone), ci parla di Emanuel Carnevali, autore italiano emigrato in America negli anni Venti (si può leggere in Adelphi e Fazi). Poeta, prosatore ma anche saggista, raffinato giornalista, Carnevali è diventata un po’ la piacevole ossessione del frontman dei Massimo Volume, tanto da essere finito e citato nel suo ultimo romanzo L’ultimo dio (Fandango, 2014) di cui, questa è una vera promessa, parlerò fra non molte settimane di nuovo sul nostro blog. Semino parole da un buco nella tasca non è soltanto il titolo dell’evento con Clementi, bensì un proposito che si avvera alle nostre orecchie di lettori.
1528699_10154596265875370_403058263279720713_nA chiudere il Festival è Michael Cunningham, di cui avevo trattato un tempo anche qui; è l’evento 239, con Massimo Vincenzi. L’autore ci parla di come gli sia riuscito di dare a La regina delle nevi (l’ultimo romanzo edito da Bompiani, che riguarda «la spiritualità, le droghe e lo shopping»), un contesto storico ben determinato. Cunningham è conscio di come certa letteratura americana di oggi, invece, sembri dimenticarsi della realtà e si «svolga in una specie di vuoto politico». Ma forse, la più grande lezione che ci lascia, è questa, ed è più generale: «Puoi scrivere di luoghi che non hai mai visitato ma non puoi scrivere di un’emozione che non hai mai provato»; la sua affermazione, molto in linea con ciò che pensa Elizabeth Strout a proposito della costruzione dei suoi personaggi (come ho detto già qui), mi ricorda che ognuno sceglie la propria missione. Io spero d’essere stata un degna divulgatrice di un po’ di bellezza, in questi giorni di Festival. E siccome amo fare le valigie, mi preparo con nostalgia ad un arrivederci, certa di vivere presto nuove avventure.

© Alessandra Trevisan

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