Come leggono gli under 25 #4: Michael Cunningham, Le ore

Le ore di Michael Cunningham

di Alessandra Trevisan

C’è l’intrecciarsi di tre vite e di tre epoche, di tre donne diverse ma vicine, legate dalla ‘morte’, attesa e in atto, osservata da ogni angolazione. Ci sono Clarissa Vaughane Laura Brown ma soprattutto ci sono i frammenti di Virginia Woolf sparsi ovunque e le sue cifre letterarie ossia la sintassi paratattica, la cura maniacale per il dettaglio (forma e sostanza), l’intreccio di trame (come in un tessuto pregiato), la sovrapposizione dei piani temporali. Virginia Woolf non è solo un personaggio del romanzo, bellissimo, di Michael Cunningham Le ore (Bompiani, 1999), bensì è uno dei tanti centri: vincitore del premio Pulitzer, è stato anche un film diretto da Stephen Daldry nel 2002, e continua ad essere un’opera di culto poiché finge di concedere l’opportunità di addentrarsi nella vicenda privata di una della più grandi autrici del Novecento. Il libro entra nelle esistenze dei personaggi, le invade, le incide, le seziona. Splendido il richiamo all’uso dello specchio, all’uscita dal corpo per potersi guardare da fuori: è Laura Brown che lo fa, con la sua fragilità pre-sessantottina, con il rischio dell’infelicità ed un senso di frustrazione cuciti addosso. Quell’America ferma, quella California domestica con i prati verdi e le automobili in garage, quegli Stati Uniti che ricordano precocemente l’insoddisfazione dei poeti beat e, sotto numerosi aspetti, Revolutionary Road (1961) di Richard Yeats, è anche qui. L’appiattimento dell’identità e la ricerca dell’identità son altri due poli opposti, urgentissimi, del romanzo, insieme alla nostalgia (che impregna ogni sillaba), al senso del tempo immobile o in accelerazione ma mai potenziato (c’è un gusto per la pausa che è lo stesso della Woolf), e vi è anche un guardare al prima (verrebbe da dire ‘alla gioventù’, al passato) come un momento che più si ripeterà, quello della felicità assoluta, delle occasioni mancate o perdute. C’è l’insistere sul tempo, il contare le ore, le ore woolfiane, le ore del titolo come metro della vita, per paura di perdere qualche istante invano, per riempire di specificità ogni secondo: il libro affonda le proprie radici in questo, nella scoperta che il vivere quotidiano è anche un ripiegare sull’ordinarietà delle cose, talvolta riconosciute come tali, talvolta straordinarie.

 

LE ORE, LE ONDE, LE TANTE REALTÀ

di Maddalena Lotter

Le ore di Michael Cunningham (Bompiani 1999) è un testo straordinario: attraverso una semplice struttura  geometrica che intreccia tre voci narranti su tre piani spazio-temporali diversi, il romanzo parla e si nutre di esperienze interiori totalmente destrutturate, presentando un’emotività quasi esasperata del vivere. Il nucleo tematico è la sensibilità umana in tutte le sue forme, nella sofferenza e nell’improvvisa, ingiustificata apparizione della felicità, nella rielaborazione del Reale che l’anima fa quando conversa con se stessa, in una fusione femminile e maschile di percezioni che – volutamente – non lasciano spazio alla realtà; è proprio in questa attenzione per l’universo interiore (direi quasi una ipersensibilità narrativa) e “disattenzione” per i fatti che Cunningham ricorda la Woolf: non a caso egli si ispira ai suoi lavori nel tema e nel titolo (“Le ore” è woolfiano, era il primo titolo di “Mrs. Dalloway”); non a caso anche Cunningham è uno scrittore “a ritmo, non a trama” (vedi Introduzione a “Le onde”, Einaudi 2002, a cura di Nadia Fusini), come si autodefinì la Woolf durante la stesura di “Le onde”, forse il suo capolavoro più riuscito, che ricorda per certi versi la stessa struttura narrativa del romanzo di Cunningham. Mentre lavora proprio a quella “Mrs. Dalloway” che ricompare in Cunningham, Virginia Woolf appunta nel suo diario (ed. Minimum Fax 2005), in data Martedì 22 agosto 1922: “E’ un errore credere che si possa produrre letteratura dalla materia grezza. Bisogna uscire dalla vita, bisogna farsi alieni da tutto: … quando scrivo non sono che una sensibilità. A volte mi piace essere Virginia, ma solo quando sono sparsa e vana e gregaria. Ora, finchè siamo qui, vorrei essere soltanto una sensibilità.” I personaggi di Cunningham sono in questo senso tutti dei potenziali narratori: la decisione che prendono è di uscire da tutto ed entrare nella Parola, che non significa uscire dalla realtà quotidiana, quanto piuttosto continuare a sopravviverci e creare una o più realtà interne che si autoalimentano di riflessioni, titubanze d’amore, vite forse non vissute, mentre passano le ore.

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