PoEstate Silva #7: Luca T. Barbirati, da ‘Carlo Michelstaedter. Un angelo debole’

 

Sulle orme di Tolstoj

Il 17 febbraio 1910 Tolstoj ricevette una lettera da uno studente che lo ammoniva di predicare il Vangelo pur mantenendo la sua condizione di privilegiato. Non era stato sufficiente confessare il suo patologico orgoglio di insegnare ciò che lui stesso ignorava1. Il fantasma di essere un mentitore, un falso sacerdote, continuava a perseguitarlo, ora più che mai visto che si era convertito a un culto più importante di quello della letteratura: Tolstoj voleva insegnare agli uomini a vivere il bene. A quel ragazzo rispose che abbandonare il suo essere un ricco bàrin era il suo più grande desiderio. Ma la differenza tra la persuasione e la rettorica non consiste nella sola sincerità che può raggiungere una mente abituata a pensare. La persuasione è smascherare la sincerità dallo stesso pensiero.
Nel 1910 Tolstoj aveva 82 anni, Michelstaedter appena 23, ma entrambi cercavano la stessa cosa: la verità. In loro riviveva la stessa ansia di ricerca, la stessa passione e la stessa identica brama di sapere, che si compiva attraverso una sottrazione anziché con un accumulo. Per questa via negativa s’incontrarono lungo i sentieri che da millenni i pochi simili errano incessantemente, e per i quali non v’è altro accesso che pensare contro se stessi finché il fuoco sacro non illumini la via. Tolstoj e Michelstaedter cercavano la stessa cosa, e non perché lo studente avesse letto Resurrezione2, ma perché il maestro abbandonò la propria famiglia pochi giorni prima di morire. È Tolstoj a suggellare la via di Michelstaedter, e non l’opposto. È il maestro che si fa nuovamente allievo a distruggere definitivamente ogni certezza nella trasmissione del sapere. Non c’è niente da imparare, niente da insegnare. Soltanto un compito infinito.
Il 28 ottobre, alle 4 del mattino, Tolstoj fuggì il più lontano possibile, prese un treno diretto prima a sud, poi in Bulgaria. Abbandonò la casa e la moglie, e con i calzari e una sola veste continuò la sua ricerca della verità. Le ultime parole prima di cadere in stato di incoscienza furono: «La verità… Io amo tanto… come loro».
Sul “Marzocco” del 7 maggio 1911, Pascoli immaginò la voce che richiamò Tolstoj morente:

«e Dio gli disse: “io già non venni a pace
Mettere in terra; pace no, ma spada.
Venni a separar l’uomo da suo padre,
figli da madre, suocera da nuora.
I suoi di casa l’uomo avrà nemici”.
E Dio soggiunse: “Non cercare adunque
ciò che le genti cercano; ma il regno
cerca di Dio, cerca la sua giustizia! (…)”»3

Michelstaedter fece lo stesso, e lasciò detto per qualche postero le parole che seguono.

 

Un foglietto ritrovato

«Io lo so che parlo ma che non persuaderò nessuno».4 Con queste parole Carlo Michelstaedteraffida all’inizio di un foglietto il segreto essenziale di tutta la sua tesi.

1 L. TOLSTOJ, La confessione, a cura di G. Pacini, Milano, Feltrinelli 2013.
2 Per celebrare gli ottant’anni dello scrittore russo, Michelstaedter pubblica sul “Corriere Friulano” (18 settembre 1908) una prosa intitolata Tolstoi, in cui scrive: «con gioia commossa noi miriamo il pensatore ottantenne nella sua solitudine laboriosa, e con l’animo sospeso aspettiamo da lui ancora la parola che ci infiammi contro tutto ciò che è falso e meschino. – Parla o “vegliardo divino”, parla la parola di pace e d’amore, “canta al mondo aspettante giustizia e libertà”».
3 G. PASCOLI, Tolstoi, in ID., Tutte le poesie, a cura di A. Colasanti, Roma, Newton Compton 2006, pp. 643-644.
4 C. MICHELSTAEDTER, La Persuasione e la Rettorica, a cura di S. Campailla, Milano, Adelphi 1995, p. 3.
5 Carlo Michelstaedter nasce a Gorizia il 3 Giugno 1887 da una famiglia della media borghesia ebraica. Dopo aver frequentato lo Staatsgymnasium, dove stringe amicizia con Nino Paternolli ed Enrico Mreule, si iscrive alla Facoltà di Matematica di Vienna. Indeciso sulla propria carriera universitaria, nell’ottobre 1905 inizia un viaggio per visitare Firenze. Qui, dopo aver ipotizzato l’iscrizione alla Scuola del Nudo, abbandona il progetto di ripartire per Vienna e inizia a frequentare l’Istituto di Studi Superiori. Conosce Gaetano Chiavacci, Vladimiro Arangio-Ruiz e Aldo Oberdofer, con i quali discute di letteratura e filosofia. Alterna lo studio all’attività fisica tanto a Firenze quanto a Gorizia, dove ritorna periodicamente per le vacanze invernali e per quelle estive. Verso la fine del 1906 incontra una giovane artista russa, Nadia Baraden, che gli fa conoscere i romanzi di Tolstoj e la filosofia di Max Stirner. La sua morte improvvisa nel 1907 causa la prima crisi nel giovane Michelstaedter. A ciò si aggiunge la frustrazione per il tentativo fallito di inserirsi nell’ambiente editoriale. Benedetto Croce, infatti, gli rifiuta la proposta di traduzione del Mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer. Nel 1908 legge Ibsen e ascolta Beethoven che, assieme ai presocratici, ai tragici e al Qohélet, sono le fonti inesauribili di tutta la sua riflessione filosofica. Nel 1909 un altro lutto segna la sua vita: il fratello Gino si suicida a New York. Legge le massime indiane e si avvicina a Buddha e a Cristo. In giugno lascia Firenze e ritorna a Gorizia. Inizia a scrivere la tesi di laurea attorno ai concetti di persuasione e rettorica in Platone e in Aristotele, ma non riesce a discuterla. Il 17 ottobre 1910, con un colpo di rivoltella, si suicida all’età di 23 anni. Tutte le sue opere sono pubblicate postume.

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Luca T. Barbiati, Un angelo debole, Arcipelago itaca, 2018

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