PoEstate Silva

#PoEstateSilva #32: Emilio Pagano, Inediti

OUTIS

Ceduto per sempre hai le certezze
all’ombra. All’umbratile attrazione
per una morte oltre Ade.
L’accarezzi come fosse parte
– timida – di una perdita più grande.
Errante, di braccia intatte
inconsunte delle cautele di padre.
Dei cupi dubbi pubescenti altri,
che non fossero propri, per arsura.
Per strategia d’anonimato.
Allora, ti basti la vasca! Tasca
placentare, liquida tana. Thalassa
a domicilio dove indugiare,
col guadagno di una natura accecata.

*

SPECIE

Così pietose, le cose. Tenaci
nel rimpianto e lungimiranti
come gli atlanti. In attesa protese,
croniche. Pure nel disuso.
E io breve. Quasi immobile,
impareggiabile tra la polvere,
che poi s’alza. Lieve,
sul vuoto scapolare del posacenere.
È un moto a perdere, inscatolare.
Una semina adiaforica
che produce il pegno di occupare:
apoplessia del bisogno.
Come il russare del valore, sul refrain
di una canzone demodé.

*

DI STANZA

L’infanzia è un lascito. Un testamento
inverso. Lo afferma lo specchio,
anche stamattina. Senza prospettiva

con lo sfondo al passato per sempre,
che è già il giorno dopo. E tu un pressapoco,
ingerente provvisorio
di un zelante scenario.

Così il sudario sta al verso
e come il riflesso, è vero
se non lascia speranza.
Dove l’impossesso ha il senso

di un non ritorno. Dichiari il volto
opposto, credendo il verso giusto
e sublimi il gesto di una cronaca banale.

#PoEstateSilva #31: Erminio Alberti, poesie da “La vita, le gesta e la tragica morte di Serlone d’Altavilla detto Sarro”

 …………………………………….

…………………………………………………………………………………………………………………. …………………………………E,

…………..scostati i capelli dalla fronte
– uno sguardo gettato alle spalle e poi –
lungo i pendii, vertigine della montagna,
sproneremo i cavalli a percuotere
……………a sangue la terra

 

…………………………………….E,
………………………..con la tempesta,
…………………………………….come la tempesta nella tenebra
giungeremo a far sussultare
le finestre, chiuse per il sonno

…………………………………….– il sangue alla terra –

Saremo fulmini nel vento,
belli come il carro che muove il sole
……………………………………come tori
celebreremo di nuovo il nostro amore
per Europa la bella, che sta per morire.

*

Ché a volte sembra giunto il punto morto
il nodo inestricabile che chiude la matassa
lo sguardo vede solo l’esatto tale e quale
lo specchio non riflette, del resto nulla cale

Ché sembra ormai alla fine il mondo conosciuto
e nulla da conoscere che ci sarà più dato
crepuscolo di guerre che dura da decenni
mercati di passioni, oracoli d’inganni

ma il fumo della fiaccola non è poi ingrigito

 

se ancora non incede ma comanda
—————————————– il gesto e l’azione –
il dubbio e l’incertezza,
——————–il punto di domanda.

*

VASSALLAGGIO

Donna che il volto celate al suo sguardo
lasciate che Serlo vi possa omaggiare;
vi offre servigi, in onore egli soffre:

mai vidi le ginocchia sue toccare
terra e omaggiare alcun uomo potente;
forse al suo zio, null’altri: eppure

per voi in terra come biscia movrebbe.
Egli ha buon sangue, e illustri natali,
dai prodi daci la pianta discende:

se invero Sigfrido prese la bella
Brunilde, di Serlo parvenza avrebbe
il loro figlio. Le vesti più ricche

egli ha indossato, le donne di corte
tutte ha implorato perché cucissero
di oro e diamanti una tunica, che

davanti alla vostra bellezza possa
non sfigurare. Lasciate che giostri
sotto la vostra finestra! Che possa

mostrarvi coraggio e valore, come
è d’uso nella battaglia all’eroe:
ciò che vi è chiesto è solo uno sguardo

(e la sua vita sarà in mano vostra):

*

Potremo sprofondare tutti
come la moglie di Jacopone
o dare via di testa come

Tasso, piagati di disperazione:
giacché ha dato i suoi frutti
la grande omologazione.

Oppure la testa alzeremo:

l’ultimo premito postremo.

 

Erminio Alberti, classe 1987, originario di Capizzi (paese dove convivono la Sicilia e gli inverni innevati), si interessa di musica e letteratura, e ha realizzato alcuni spettacoli di musica e poesia all’interno della facoltà di Lettere e Filosofia di Catania.
Il suo precedente volume, Malascesa (Samuele Editore 2013, collana Scilla, prefazione di Maria Grazia Calandrone), ha vinto il premio Camaiore Proposta 2013 e il premio Gozzano Giovani 2014.

#PoEstateSilva #29: Paolo Napol, È pronto. Inedito

Banco del pane, alle sette di un mercoledì sera qualsiasi. Davanti a me un signore e una signora che la generalità delle persone definirebbe “distinti” per età e atteggiamento. Lui si aggira attorno ai settant’anni, portati molto bene se non fosse per quel pancione da tenore che gli complica e rallenta i movimenti. Pochissime rughe, soltanto di espressione, attorno a due occhi che decisamente hanno guardato alla vita senza troppi sforzi.  Ha una coppola blu cobalto incalcata sui capelli che, strizzati, girano su loro stessi come dei trucioli avorio. Due baffi melange che mi ricordano le “effe” di un violino anzi di un violoncello considerate la taglia comoda e il peso.   Si rivolge alla signorina con una pacatezza che rimbomba nel parka in cui è rimasto ingolfato, il maglione senape che spunta dalla zip, una camicia bianca button-down e a becchi larghi infilata quanto più possibile in un paio di eccentrici tartan a vita alta. Al tenore forse piace il punk e nemmeno se ne accorge.

“C’era prima lei” è la risposta che consegna vergognoso a una signora campana dalla bocca carminia e procace e che sembra doppiata da una Loren in piena gloria. Non capisco se è lei o se sono le sue guance a ridere per lei. Sporgono e sembrano sorrette da due pieghe del viso che delineano la parte del mento o la mascella, non saprei. Non penso mai alla mascella delle donne. Gli occhi sono grandi, sproporzionati e sgranano come le femmine dei cartoni animati quando c’è elettricità e sentimento nell’aria. Pantalone nero relativamente stretto che fa da gambo a una mantellina rossa e tronchetto nero alla Loredana Berté. La signora sembra un funghetto grintoso, di certo non è velenosa. (altro…)

#PoEstateSilva #27: Fabiano Spessi, Inediti

CORPO INTERMEDIO

Il silenzio assoluto
interrotto solo da un grido,
l’Italia ha segnato contro la Germania.
Rubinetti chiusi, l’acqua immobile nei tubi
mentre cerchi in un cassetto documenti che
certifichino la tua identità. Siamo al 3 a 1 o forse
al 2 a 0, goal di Tardelli o Altobelli o Balotelli
o forse l’avversario è la Spagna o la persona
che non risponde al telefono. Mi ami ancora?
Una voce sfiora le vetrate, quest’anno sono
previste le solite code in autostrada e muri
sulle rotte dei migranti. Si confondono arrivi
e partenze, esodi e vacanze. È ora: le valigie
sono già davanti all’ascensore, tempo di gettare
il cuore oltre l’ostacolo. La porterai altrove
la tua anima celeste, lo troverai un rimedio
chilometrico all’agitarsi schizofrenico del tuo
corpo intermedio.

(altro…)

#PoEstateSilva #26: Gianluca Rizzo, Il lavoro meccanico

PoEstate Silva #26: Gianluca Rizzo, Il Lavoro meccanico, Oèdipus edizioni, 2016

*

Le tre carte

Maggio porterà la pioggia,
per ragioni metriche e di consonanza.
Il papa, a passeggio nei giardini vaticani,
ne sarà dispiaciuto, per ragioni metriche.

Vulcanizzare la guttaperca, bisogna,
elettrizzare l’idrolitina, piuttosto,
darsi a passatempi proficui.

Ci penserà la locusta a trarci d’impaccio,
mandibole e mascelle mentolate,
sette teste, dieci corna, occhi innumeri,
stagliata contro le fiamme dei granai.

Sfuggono agli elenchi,
con indolenza regolare,
granatieri sardi e vedette lombarde:
aspettando che la geografia faccia il suo corso
sfogliamo, svogliati, acini ribelli.

*

Caudato

Stringeremo duraturi legami
coi piccioni della piazza, la loro razza
risparmierà i ponti e gli alti monumenti,
le statue, invece, ne soffriranno.

Dedicheremo il meriggio ai sacri
uffizi fino all’arrivo della catastrofe
ci perderemo in prebende.

Lasceremo cadere sugli spondei
ogni accusa d’isolazionismo,
e le lamentele.

Dovendo arrossire, lo faremo a comando.

(altro…)

#PoEstateSilva #24: François Nédel Atèrre (Francesco Terracciano), Inediti

Posso dire, di me, che camminare
per le strade degli altri mi è piaciuto,
che fosse nebbia o sole. Come tutti
ho preso qualche treno, alla stazione
altri ne ho attesi, pieni di persone
nervose, che tornavano da un viaggio.
I miei ritratti, in semplici cornici
-ch’ero bambino, in altri appena nato
stanno sopra le mensole di casa
niente mosaici d’oro, niente croci
giganteggianti in cupole tagliate
che il sole fa brillare, dai rosoni.

Volendo precisare, ho speso molto,
scelto con cura tutti i miei vestiti
libri ed oggetti, cambiato dimora
-una, ricordo, aveva le finestre
sopra il canale, amata dalle barche
che entravano con l’ombra nelle stanze-
ma niente che era mio offendeva gli altri.
Per altri versi, rimanevo a casa
sacrificando giornate di sole
qualche altra l’ho goduta, per la strada
coi vecchi amici, con persone nuove.
Altro non serve, credo, di sapere.

26.03.2017

*

Elegia per Lucifero

Non ho memoria del volo, ma ancora
so riconoscere la scia nell’aria,
la resistenza, tra le onde di azzurro
che si condensa in lamine, nel cielo.
Non sanno, questi sversatoi, di stagni
ghiacciati, della pece che ribolle
ma tutto quello che brucia, sui lati
gomme e grovigli, manda fumo nero.
Potrei allungare l’ombra, disgustare
sputando insetti e vertebre d’argilla
ma preferisco saltare, con magri
felini tra le biche, in mezzo all’erba.
Mi manca oggi la luce, ma non quella
del dio nascosto, che un tempo mi amava:
mi adira, di non leggere la grazia
sui volti umani che dovrei dannare.

07.05.2017

*

E tu mi chiedi ancora le passioni
e l’avvenire, che non è avvenuto
avaro, dopo tutto questo tempo.
Cavalli alati, foreste abitate
dalle creature giovani del mito
in assemblea operosa, i nove cieli
che il frassino sorregge, gli elfi chiari
la luce intensa dei grandi disegni.

Io ho imparato a tornarmene a casa
dopo il lavoro, come passeggiando
per un giardino, facendo la strada
che taglia in due la cima dei palazzi.
Mi bastano i rami del pioppo, i fiori
semplici e forti, che spuntano al ciglio
di un muro basso, per calmare il peso
di ogni magnifica bugia sul petto.

Più tardi, so che troverò i miei libri
sul tavolo, come li ho lasciati
la sera prima, il paralume sghembo
che fa risplendere soffitto e muri
di segni d’aria, qualcosa da bere.
Le mie care ombre, sedute in soggiorno
sempre eleganti, per l’ora di cena
saranno lì ad attendermi, in pensiero.

12.02.17

*

La bella gente se n’è andata tutta.
La luce delle lampade si è spenta.
È misterioso, il bagliore del cielo.

Adesso può risplendere, la sera.

25.01.17

Francesco Terracciano (François Nédel Atèrre/Francis Norleigh/Francesco Miti) è nato a Napoli l’undici agosto 1967.
Dopo la maturità scientifica, ha studiato Economia presso la “Federico II” di Napoli, dove ha lavorato come Assistente fino al conseguimento della laurea.
Si è trasferito a Venezia nel ’97, dove è stato impegnato, nel tempo concesso dal lavoro principale, in progetti teatrali e letterari.
Ha collaborato con associazioni culturali e riviste locali, pubblicando un libro di poesie “Phonè” (1992, Cultura 2000 Editrice RG), un libro di racconti “Il Salice Bianco” (1996, Tip. La Nuova Editrice NA).
Dal 2001 è tornato a Napoli, dove risiede attualmente. Lavora in banca.

 

#PoEstateSilva #23: Daria De Pellegrini, Spigoli vivi

PoEstate Silva #23: Daria De Pellegrini, Spigoli vivi – InternoPoesia, 2017

*

ai mulini, l’un dopo l’altro, il torrente
ha scavato crateri da sotto, alla balera,
la cui terrazza si piega sul fango che
era stato giardino, il vento ha staccato
l’insegna, e a ogni passaggio di nuvole
fosche la pioggia scioglie strade
e scarpate come biscotti nel latte.
In compenso, accanto a un bar
di nuova gestione, stende luccicanti
le foglie una gran palma di plastica.

*

il prato dietro casa, per quanto l’erba stenti
tra il muschio secco a farsi viva, e le violette
pallide fioriscano di lutto, continua a credere
con ostinazione cieca a un miracolo d’aprile.

È tanta la mia pena che vorrei spianargli
in ghiaia l’agonia. Ma tornerebbe in sogno
con gli occhi offesi ancora, e increduli
di mio padre cui è toccata sorte analoga.

*

aprendo la mia insonnia
al cielo delle cinque di mattina
che chiaro ancora illude di sereno
il giorno, io già li sento nell’odore
come di piscio e spazzatura
lasciata a segnare il territorio
gli acquazzoni che verranno
a far poltiglia di rose e d’insalata.

*
neve, non molta. Quel tanto che basta
per non uscire a spalare. Aspettare qualcuno
che non verrà. O altra neve, sicura prima
di sera. Il pettirosso vola nervoso dove
erano torsoli sul mucchio dell’umido.
Lui sa allontanare anche i corvi.
Alla finestra io fantastico
che finiscano presto
cibo legna e gasolio.

(altro…)

#PoEstateSilva #22: Giulio Antonio Crivelli, Zodiaco

PoEstate Silva #22: Giulio Antonio Crivelli, Zodiaco – Raccolta inedita

*

Viti, sono
incubazioni corse da guazza e
minuti, fuori dalle
finestre calpestate sugli occhi, intorno
alla pazzia dell’anno
mentre ghiaccia.

*

Porta alla vista
scabra delle zoospore, per il
tramite domandato,
traliccio a traliccio, luce. E si snoda
un muschio
glaciale, un filo
d’argento nel palmo dell’erba
mietuto a inverno,
dai camini.

*

Ecco un fiore che
mi fa terreno e
inzuppato. Lo
vedi cavo, nei passi continuati
della stagione incresparsi
alla luce. Ha cadenze
dalle colline
in tonfi di verde e aria molli, esatti al
colore diffuso
che portano le impavide
formiche in cerchio, e
la pullulante dottrina
terra
è piantata

*

E macchiata cadde in frammenti,
dalle mani divisa
preghiera al pianeta:
infiniti ogni cosmo
dice questa notte gemelli, da tutte
le slanciate braccia
nel dipinto gesticolare una goccia
ritorna, degli uomini avvolti
a traforo di stella.

*

Grano primitivo riunisci
continuamente riunisci ciottoli
dalle rovine alla strada. E lentamente
è straziato un cielo
da palmi protratti e costretti
Nella cantilena
dei prati riuniti in morte,
fervida morte in cui nottambulo sale
da un braccio all’altro futuro.

*

@ Giulio Antonio Crivelli

 

#PoEstateSilva #20: Vanna Carlucci, Involucri

PoEstate Silva #20: Vanna Carlucci, Involucri, Lietocolle.

*

Il silenzio è intorno
si fa rosso nello spazio molesto
dentro le palpebre

è un’immagine capovolta
una forma che sanguina
una ferita, un punto preciso di auscultazione
che mi fa eco sul cuscino per diventare cielo
o ammasso stellare ricucito sulla trapunta

io resto attenta, vigile nella vertigine bianca
nella caduta di tutti i corpi celesti
sul labbro che li conterrà

la gravità non conta – dico –
eppure la bocca cede e tutto l’ azzurro
è ora sangue per corpi che sognano ancora
e la parola scompare.

È fame, è notte che punge i polsi
spinge in avanti, sprofonda e ramifica il buio
tra la pelle, le ossa e questo inganno senza guida
dilatato nello stomaco

*

Pensare alla purezza e cadere
pensare alla caduta e riaversi
indietro o più in là, fuori, da tutto
dalla crosta.

Questo è un doppio che si sfila dai corpi
dalla truffa dei volti e dei gesti, dei moti
controllati del tempo (ed è muto) e
parlami della materia
della pelle morta che cade
della resurrezione del corpo che ha divelto i muri
dell’ombra che arde sopra tutte le superfici

e che è senza infissi,
questa emanazione che passa
da luogo a luogo
così brutale perché così vivo
questo risorgimento del latte versato
il sacrificio del bambino
tutto l’universo che luccica
senza scampo

(altro…)

#PoEstateSilva #19: Daniela Scuncia, Tre poesie

 

Parigi 2015, foto gianni montieri

PoEstate Silva #19: Daniela Scuncia, Tre poesie

*

 

Ho la giacca senza un bottone,
la mia testa è senza un occhio,
alla mia gamba manca il piede.
Tutte cose perse
cercando qualcosa
ma non ricordo
cosa ancora manca.
Mi sembra di aver dissipato
molto, in questa ricerca:
me ne vergogno.
Resto allora nascosta,
all’ombra del più recente consiglio.

Quieta, mimetizzo
il mio stupore, dolore.
Prendo fiato.

*

Ho imparato a mettermi
comoda nella mia prigione
con i quadri alle pareti
imbiancate di sole
e il ritratto della mamma
sul tavolino da caffè.
E tutto profuma
di cannella e peperoncino.

Tante piccole prigioni
una accanto all’altra
fanno una città piena
di case luminose di zucchero
e cloralio, finestre aperte
dipinte sui muri, tavolini
in bilico sui nasi delle mamme
ferme ormai da tempo
nel ritratto, spento lì
prima della buonanotte.

Fugge e tramonta il sole
ed è di nuovo autunno
e cadono come foglie i denti
e chiami casa quello
che hai costruito
con solo quattro assi
e un forno.

*

Prova la foglia a fuggire dal ramo
l’acqua a scalfire la roccia.
Provo a resistere senza apparire
partire senza dolore
a mascherare l’esistere
e a piccole chiazze dormire.
Spezzare una sola lancia
per non avere nulla da dimenticare.

Passare in dissolvenza.

Provare a restare.

*

© Daniela Scuncia

 

#PoEstateSilva #18: Sofia Fiorini, La logica del merito

PoEstate Silva #18: Sofia Fiorini, La logica del merito – InternoPoesia, 2017

*

Io aspetto i giorni liberi
poi spreco le estati.
Programmare di sbocciare
nelle ore bianche,
utile come sperare nel vino;
non c’è bocca che rifiuti questo calice
né labbro che lo baci mentre beve.
La gentilezza degli estranei
nei miei passi
– sono ospiti che non rovinano la casa.
Al mio sorriso divino non penserai
quando altri ti sorrideranno bene.

*
Quando dicevi di odiare le porte
per sbatterle di più, farti sentire,
e maledicevi alle stagioni
gli stessi fiori rossi che accudivi,
sappi, io ho ascoltato ogni bestemmia;
te lo vedo ogni volta sulla faccia
che è la tua infedeltà concessa.
Se è così che provi a non morire,
ancora ti permetto di guardare:
sarò per te il ciclamino cremisi,
ti ripeterò nel tenermi al caldo.

*

Perché mai dovrei contare
quanto dista la pena dal giorno
– la luce tra te e un nuovo bosco di scale,
finché tornarti addosso è tornare alla terra
e dormirti in mano scendere in strada
senza chiudere la porta,
come fidarsi del mare che viene?
Tu che ricevi così bene
la mia stanchezza,
che crederti è come una resa:
che in Te si chiuda il giorno
è metodo e gioco delle mie ore,
che tregua e nervi stia tutto
tra il buio e il tuo nome.

(altro…)

PoEstate Silva #16: Gianluca Pirozzi, Nomi di Donna

PoEstate Silva #16: Gianluca Pirozzi, Nomi di Donna, Perrone, 2016

*

AGATA

Trenta righe sono troppe o, piuttosto, sono poche per raccontare com’è andata a finire con Agata. Allora, non ne spreco neanche una e dico subito che stamattina lei, Agata, si alza, fa finta di mettere a posto quelle due cose che tiene in giro per la casa, così da dare un senso a quel suo dannato bisogno di ordine, e mi dice subito, senza neanche accennare ad un buongiorno, «Ezio, io vado. Tu ricordati che oggi, alle tre, devi accompagnare Carlo da tua sorella perché Guido ha promesso di portare i figlioli al cinema… All’Olimpia danno quel cartone animato, come si chiama, ah sì, I quattro cavalieri del vento – e noi… noi… beh, insomma, è inutile che ti dica che noi non possiamo permetterci nulla, neanche un cavolo di film per il bambino una volta al mese. Perciò, Carlo al cinema è meglio che ce lo porti lui, Guido… lui ch’almeno può!» ha concluso Agata con la sua solita aria di sfida. Io ho provato a dirle che proprio non ci riuscivo ad accompagnare il bambino da mia sorella, perché era già una settimana ch’avevo promesso a Gianni di passare a casa sua entro le cinque, per riparargli lo scaldabagno e che lui di più non poteva aspettare.

Allora Agata m’ha aggredito con il suo primo «Ma sei scemo?» ed è stato in quel momento, penso, che l’ho capito: la situazione era satura e non poteva più andare avanti così. Mi son detto «adesso basta, le do sette pugni, proprio lì, dritti sul muso, così la chiude quella bocca e la smette una volta per tutte di dirmi in continuazione che sono scemo e, magari, aggiunge pure: «Sono otto anni che non trovi lavoro!». Non è passato neanche un secondo, infatti, e lei mi fa: «Ezio, ma ti rendi conto che a maggio faranno nove anni, dico, nove anni, che non hai più un lavoro!». «Agata» ho provato a spiegare cercando di restare calmo «ok: sono nove… nove anni. Però, tu sai benissimo che io non ho mai smesso di cercare, di darmi da fare, di arrabattarmi così da trovare almeno dieci – dieci fottutissimi euro – da darti ogni sera quando rientri! È per questo che vado da Gianni… magari me ne sgancia il doppio per quel lavoro».

Come se non avessi parlato, Agata ha cominciato a gridare… a gridare sempre più forte. «Ma quando mi decido? Ma quando mi decido davvero a mandarti a quel paese e ad andarmene da questo inferno! Tutti uguali gli uomini! Ed io che per sfuggire a mio padre son venuta via con te, sono una povera scema. Me lo diceva anche mia sorella di non fidarmi di te: uno che si chiama Ezio, m’ha avvertito Aristea, non può prometterti nulla di buono!». «Buona quella! Lo sanno tutti che mestiere fa tua sorella e si permette pure di sentenziare sugli uomini altrui!». «Lascia stare Aristea! Lei sì che ci aveva visto lungo… come ho potuto pensare che fossi diverso? Ma adesso basta: tanto un posto ce l’ho: me ne vado da questo incubo. Ho deciso stavolta. Filo via da qui a mi trasferisco sul serio a Faenza. Lì – lo sai anche tu – non avrei alcun problema di soldi, perché lì Rosa, mia zia, m’ha detto di nuovo che non c’è problema anche se mi porto via il bambino e vado a stare da lei, ha già pronta una camera per me e Carlo. Ma quando mi decido? Cazzo! Quando?» ha sospirato appena un attimo e poi ha riattaccato: «Adesso è arrivato il momento: mollo tutto – cioè, mollo te che sei un buono a nulla e me ne vado da mia zia. Sarà vecchia, avrà le sue fissazioni ma è una persona onesta e, sicuramente, se le do una mano in casa, lei mi aiuterà!».

«Sai Ezio? Le ho telefonato proprio ieri e le ho detto di preparami la stanza perché io, Carlo e quelle due poche cose che mi occorrono andiamo a stare da lei. È così che si cambia vita Ezio caro, mica restandosene lì come un cadavere il giorno intero steso in quel cavolo di letto a guardare il soffitto e a fumare… Perché tanto è inutile restare qui, continuare questa vita di merda, solo tu puoi invece pensare che per noi tre siano sufficienti dieci euro al giorno! Ezio, te ne stai sempre qui dentro a ciondolare, dalla mattina alla sera. Mentre io… io, ogni santa mattina, pure la domenica, devo alzarmi e andare a pulire undici piani, uno di fila all’altro, e schizzare prima che si facciano le dodici, senza neanche il tempo di un caffè o una cavolo di sigaretta, correre ad acchiappare un 13 per attraversare tutta ’sta città – da un capolinea all’altro – e per fare cosa? Per andare a pulire il culo a una povera vecchia che mi dà quattordici euro per tre ore al giorno!». «Per la verità, te ne dà quindici di euro!» l’ho corretta come se questo potesse cambiare la mia condizione. Agata allora è tornata di là e non le ho sentito più dire nulla.

(altro…)