Giorgio Galli, Le morti felici

Giorgio Galli, Le morti felici, Il Canneto Editore 2018, € 10,00

 

Che non si possa fare un bilancio se non a compimento è una realtà di buon senso. Mi è sempre piaciuto pensare all’impossibilità di aggiungere non come a un’interruzione, ma come a una sorta di non perfettibilità raggiunta. Così vorrei imparare a vedere anche la morte: come una libreria ormai talmente stipata che non ci sarebbe spazio per un altro acquisto, ma proprio per questo perfetta a vedere. Sarebbe una “morte felice”, nel senso del titolo piccolo e densissimo libro di Giorgio Galli, edito da Il Canneto Editore nel 2018. E lui, che è un finissimo libraio, probabilmente apprezzerebbe la similitudine.
Le morti felici schiude e dilata, con diverse forme e attraverso diverse angolature, la morte (e proprio per questo la vita) di ventotto personaggi, dal matematico e filosofo Khayyām a Leonard Cohen con incursioni nel mito e molte nel mondo dell’arte.
Il libro intero sembra essere un lungi da. Lungi dall’essere un catalogo di “coccodrilli”, è pennellata esatta del senso di ogni vita; lungi, dall’altro lato, dall’essere un catalogo di biografie, è vaglio di quei gesti che hanno reso degno un percorso attraverso la cernita luminosa della morte. A volte la terza persona che commemora (anche se più che una commemorazione il tono è sempre quello del racconto) lascia il posto a una prima che semplicemente parla di sé; e in questo caso lungi dall’avvertire una voce da uno spazio altro sentiamo le parole di un attimo esatto, eppure espanso, che ha così il potere di pulire all’indietro. La morte è felice non (sempre e solo) in quanto accolta o desiderata, o in quanto ultimo tassello di perfezione, ma in quanto timbro di una vita appagata, che può essere stata burrascosa e arruffata, umile, dolorante, ma ad ogni modo, appunto, felice. Qualsiasi sia stata la biografia e la ragione della morte di chi muore, da Sándor Márai che raggiunge la sua Lola al gelido Mitropoulos stroncato durante le prove di un Mahler, non si perde l’impressione di aver sentito parlare una creatura che ha vissuto la propria vita così come era giusto che fosse condotta.
La variatio fa da padrona, in questo piccolo e denso libretto. Varia la lunghezza delle “morti”, dall’epigramma minimo di Icaro che potrebbe fare da esergo al libro («Dedalo dovete consolare, è lui che muore disperato. Io sono morto vicino al sole»), alla lunga lettera di Petronio al suo stupido imperatore. Così come c’è variazione nella scrittura, sempre aderente al soggetto; prosa che pedina l’uomo di cui si parla, il suo tempo e il suo margine di appartenenza. E la scrittura si illumina quando l’argomento è la musica, dimostrandosi in grado di riprodurla:

Il movimento è indicato come Allegro tempestoso, e in effetti inizia come una guerriglia tra pianoforte e orchestra, col solista impegnato in repentini salti di registro e in sciabolanti schiocchi d’ottave. Il primo tema cresce, mostro meccanico dal ritmo spezzettato, e di colpo precipita dentro le note gravi del basso tuba. A questo punto scende il silenzio. È difficile evocare in musica il silenzio. Prokof’ev ci riesce facendo seguire pochi e spettrali accordi al pandemonio scatenato poco prima. Quindi il pianoforte inizia un tema quasi improvvisandolo, come una flânerie malinconiosa. È un tema rintoccato da accordi cupi, come di campana sommersa, un tema armonicamente instabile, su cui Prokof’ev scrive pensieroso. È fra i temi più belli della storia musicale, fra i più semplici e vasti. Sembra contenere in sé tutto l’inverno di Russia.

E a fare un semplice conto sulle mani è proprio ai musicisti che Le morti felici dedica la più ampia varietà di pagine. È di Isotta, del resto, la vera e propria menzionata morte felice. Ed è in questo campo che l’ostinazione degli artisti già si confonde con un tentativo di comprensione in vita del Mistero.

Morte di Desprez

«Che volete? Che abbia paura della morte? E come farei dopo averla trasformata in melodia? Ho familiarizzato con essa in ogni nota. L’ho fatta risuonare su più voci. Mi si rimprovera che non sono stato ardimentoso: che non mi sono arrischiato su armonie impervie, che rare volte ho fatto cantare le voci su differenti divisioni ritmiche. Ma io non avevo tempo di sperimentare: io non cercavo il nuovo, ma l’eterno. Capitemi: non cercavo complicazioni. Cercavo una musica semplice come la morte. Un giorno qualcuno dirà che Janequin è stato l’anima diabolica del mio secolo, ed io quella angelica. E avrà ragione. Che lui è stato artista di terra, imitatore di voci della terra, ed io artista di cielo. Avrà ancora ragione. Io mi preparavo a questo momento. Non chiedetemi musica nuova: non c’è nulla di nuovo nel morire. Ho accompagnato alla tomba, colla mia musica, il compositore che più amavo. E se qualcuno comporrà in mio onore un altro Nymphes des bois, io ne sarò felice. Altrimenti, Ockeghem mi perdonerà se quel Compianto l’ho scritto anche per me.»

© Giovanna Amato

9 comments

  1. Sento queste interpretazioni perfette di Giorgio come immenso doni ai morti felici, direi dei requiem che diffondono una serenità implacabile, capaci di riappacificarci con il pensiero della fine. E Giovanna penetra in gioia e acuta sensibilità ogni scena. Come dirvi grazie.

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  2. Grazie. Giovanna è sensibilissima, ha ripercorso motivazioni e atmosfere che mi hanno portato alla scrittura illuminando aspetti di cui non sempre ero consapevole nello stato “felice” in cui mi trovavo. Mi sento compreso.

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  3. Bellissima davvero, questa nota di lettura, e vibrante di una gioiosa penetrazione interiore. Una lettura scritta all’interno del bellissimo libro di Giorgio.

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