Gaia Giovagnoli, da ‘Teratophobia’

 

Da un po’ sei una forma soltanto:
un cerchio che gira e richiude

Resto verticale scalza
sulla porta del bagno
Tendo un filo da me al soffitto
intercetto una mosca che taglia il disegno
in un volo orizzontale perfetto
penso alla strana croce d’aria e trinità
che è il soffitto la mosca ed io

Tu parli di lingue
del prodigio che si spande
all’intreccio di monadi sole
di comprensione dici
di come io capisca
ciò che vuoi farmi capire

Mi infilo in quel tuono
sporco di dentifricio
resto obelisco sudato
e ti dico che la porta cigola
che tocca aggiustarla
e che guarda ho una strana ombra
a terra;
ma sei in quell’acqua imbiancata
che corre il lavandino
giri di scatto al nodo del tappo

 

*
Questo senso d’assurdo
di nomi per dire anche
i nomi che non ho
per la chiusa di braccia
e lo slancio braccato
per lo sgomento la scissione
il delirio di chiaro
che ho addosso

L’incrocio di vie per quella casa
che è stata nostra nella furia
è una croce da cui non so scendere

Assurda pianto semi
perché non germoglino

 

*
Nella tana della belva senza fame
ho uno scalpo di carta da macchiare
mi piango tutta
da lavarmi dell’anima

Sono buccia che esonda
e una muta di serpe:
la svesto dal segno dell’unghia
che ho rosso sul palmo

Mi rifaccio da lì
– tu tira e si disfa
per te sarò appena nata
.

© Gaia Giovagnoli, Teratophobia, ‘Round Midnight edizioni, 2018

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