Ritratto inedito di de Libero, ‘la poesia si fa coi ritagli del macellaio’

Libero de Libero, questo “ciociaro dai baffi di ferro e dalla sensibilità di velluto”, nato a Fondi all’inizio del 1900, ha scritto molto e molto è stato scritto su di lui, sicuramente meglio di quanto saprò fare io, che proverò a tracciarne un ritratto da semplice lettrice dei suoi diari, dei suoi romanzi ma soprattutto delle sue poesie, che egli definisce “pulci che io cerco di togliermi dagli orecchi per aver requie”: quelle che parlano di fiumi, di aranci, di cicale, e quelle del dopoguerra, che narrano fatti di cronaca nera e avvenimenti storici. Era piccolo di statura e aveva occhi vivacissimi, con lampi di dolcezza infinita per gli amici e di durezza incredibile per chi non gli andava a genio. Aveva un “carattere fumantino”. Così si racconta: «Con me era facile arrivare al bisticcio, al litigio, alle recriminazioni: la mia vita risentiva gli affanni di lunga data, le offese e i patimenti subiti sin dalla infanzia, la sua incomunicabilità, il suo bisogno di sostituire continuamente una cosa all’altra».
Qualcuno lo ha paragonato a Giovanni Pascoli, per la serie di luttuosi eventi verificatisi nella sua famiglia, riassunti in queste parole tratte dal suo diario:

Nato e vissuto in una famiglia karamazofiana: sbattuto, sin dalla nascita, tra morti e miserie, in una famiglia incapace a difendersi e a lottare; con mia madre tutta la vita disperata nel suo inutile amore per mio padre; con mio padre tutta la vita dilaniato dalla sua onestà e dai politicanti; con mio fratello assassinato per trecento lire [«aveva un pugnale fra le spalle»]; e bisogna dire le angosce di me adulto a dieci anni, e la vita che s’affolla insospettata con tanti mali e tanti beni, con danni e doni; e lo sforzo di comprendere subito quanto è intorno universale e mediocre e la lotta e un eterno, disingannato amore; e la disperazione di non riuscire uguale alle mie ambizioni?

La sua numerosa famiglia (Libero era il quarto di otto fratelli) si trasferisce a Patrica, dove il padre ricopriva l’incarico di segretario comunale. Frequenterà le scuole a Velletri, poi a Ferentino e infine il liceo ad Alatri, finché nel 1927 arriva a Roma per gli studi di Giurisprudenza: è in ritardo di qualche anno, per motivi familiari. Ma gli studi di Giurisprudenza non li porterà a termine. La vita nella Capitale è difficile per un giovane privo di mezzi; comincia subito a pubblicare racconti sul «Popolo di Roma», e «L’Ambrosiano di Milano».¹
Incontra Luigi Diemoz e per merito suo conoscerà “gli autori che già ammira e gli artisti che gli piacevano”, frequentando assieme a lui la saletta riservata del caffè Aragno, famoso ritrovo di artisti oggi scomparso. «Diemoz, che voleva entrare nel giornalismo, ebbe in dono 20 marenghi dalla madre, e con me creò nell’ottobre 1928 un quindicinale di letteratura e arte, «L’Interplanetario» e noi direttori, lui scriveva articoli di fondo e corsivi polemici, e io cronache d’arte, le prime». Di questa rivista usciranno 8 numeri: esauriti i marenghi della signora Diemoz, le difficoltà ricominciano; de Libero continua le sue “cronache d’arte” su «L’Italia Letteraria» diretta da G. B. Angioletti e in altre riviste. «Quando arrivava qui a Fondi «L’Italia Letteraria» era per noi un grande avvenimento», racconta il pittore Domenico Purificato, «allora non vi erano i mass-media, le fonti di informazione che ci sono adesso; De Libero era il tramite attraverso il quale riuscivamo a conoscere quello che avveniva al di qua del confine provinciale e al di là del confine nazionale.»
A Roma c’è anche Anton Giulio Bragaglia, altro ciociaro, fondatore del Teatro degli Indipendenti dove si rappresentavano opere di autori italiani contemporanei. Qui, nel gennaio 1929 viene rappresentata una commedia di de Libero, Frangiallo, che suscita scandalo. Al caffè Aragno incontra Ungaretti, che nel 1934 gli fa pubblicare la prima raccolta di poesie, Solstizio.

A de Libero viene riconosciuto il merito di aver “scoperto” il pittore Mario Mafai e di aver introdotto alla pittura Domenico Purificato, che all’epoca era ai suoi esordi in letteratura, assieme a Giuseppe De Santis, poi divenuto regista: i tre fondani scrivevano insieme sceneggiature cinematografiche (ricordate Non c’è pace tra gli ulivi?). Nella monografia dedicata a Mafai nel 1949 de Libero racconta della nota da lui scritta e inviata a Pier Maria Bardi a Milano, che la pubblicò nel suo Belvedere: «le fotografie di quelle opere dovettero impressionarlo fortemente, perché venne subito a Roma per saperne e per vederne di più».
Quando, nel 1935, la contessa Mimi Pecci Blunt, pronipote di papa Leone XIII (altro ciociaro), apre a Tor de’ Specchi, proprio alle pendici del Campidoglio, una galleria d’arte che chiamerà “la Cometa”, come l’astro che figura nello stemma araldico dell’illustro prozio, a dirigerla vorrà de Libero. In questa galleria saranno allestite moltissime mostre importanti, con cataloghi scritti da narratori celebri. «Il 15 aprile 1935 la mostra fu inaugurata. [..] l’intervento al completo di scrittori e artisti romani fece scalpore. [..] Ma non avevamo ancora fatto i conti con la politica».
La Cometa è giudicata un ritrovo di fronda, troppo favorevole agli ebrei. «In più il Commissario di Polizia del rione Campitelli avrebbe voluto non solo l’elenco degli espositori che dovevano declinare generalità e iscrizione al partito, ma addirittura l’elenco dei visitatori, dei frequentatori abituali»; chiuderà nel 1938.
Dopo la chiusura della galleria si aggravano le ristrettezze finanziarie per il nostro poeta; e allora de Libero chiede aiuto ad Alessandro Pavolini, ministro della Cultura Popolare, e ottiene un impiego presso l’Istituto per le Relazioni culturali con l’Estero, nella redazione del bollettino bibliografico «Il Libro italiano nel Mondo».
Benché figlio di un socialista perseguitato politicamente (non a caso era stato chiamato Libero), de Libero era iscritto al Fascio di Littoria sin dal 1922: per questo non si darà pace.

È vero che io non indossai mai la camicia nera, non risposi mai a nessun appello, non collaborai mai alla cosiddetta “parte”: è vero anche che la mia famiglia patì indicibili soprusi sì da spezzare il cuore a mio padre perseguitato ininterrottamente per nove anni: … ma come può riscattarmi da un egoismo che voleva preservarmi da ogni azione politica a solo beneficio della mia anima, della mia mente? … non potrà mai guarire chi ha portato in tasca, sia pure non dalla parte del cuore, la tessera fascista che era un giuramento di fedeltà alla belva fascista. Io mi accuso. Io fui quello che in mezzo agli amici o poeti e artisti, sostenni la necessità della vigliaccheria come estetica, che escludeva ogni ingerenza, ogni modo di lotta politica contro il fascismo: una specie di aventinismo a tutti i costi, cosciente e meditato, per non aver disturbi di qualsiasi genere, per badare tranquillamente ciascuno al proprio lavoro di artista.

Dopo la dichiarazione di guerra aveva cominciato a guardare le cose con occhi diversi, e nel nome della libertà non si iscriverà più a nessun partito. «Io non posso appartenere a un partito perché ho avuto la tessera fascista» – diceva; e a chi replicava “ma tu non sei fascista, non lo fosti mai” la sua risposta era sempre quella: «io fui iscritto al P.F.» (come la maggior parte degli italiani di quell’epoca) e annotava nel suo diario:

Sapessero i miei stupidi nemici quanto rimpianto sia in me di non aver fatto da ragazzo l’esperienza che essi oggi hanno la fortuna di vivere; quanta pietà io sento per quella parte di me costretta dal bisogno a ottenere una tessera di partito fascista non timbrata dalla mia fede.

de Libero ha scritto molte monografie di pittori. Nel 1941 il ministro per l’Educazione Nazionale Bottai lo nomina “per chiara fama” insegnante di Storia dell’Arte al liceo artistico di Via Ripetta.
Ha scritto due romanzi: Amore e morte e Camera oscura, uno struggente romanzo autobiografico in cui narra un anno della sua vita trascorso in convento, dove il padre lo aveva collocato per farlo studiare. Così lo racconta:

L’intesa con monsignor T., che mi aveva ottenuto un posto gratuito nel più vicino convento, era che io sarei diventato un missionario, e tuttavia non saprei dire fino a che punto mio padre s’impegnasse con lui; forse pensò ragionevolmente di rimettere a me stesso ogni decisione per il giorno in cui sarei stato capace di scegliere la mia strada. È certo che in quel momento mi mancava qualunque vocazione che non fosse quella di studiare.

Molti altri genitori poveri nella nostra povera terra hanno fatto per i loro ragazzi la stessa scelta. Racconta Guido Piovene nella prefazione al romanzo, ristampato nel 1974, che quando uscì per la prima volta nel 1952 non piacque ai critici cattolici e democristiani, che accusarono de Libero di aver scritto un «libello infame di propaganda politica contro la Chiesa e il partito di maggioranza» e «a servizio dei comunisti», per quanto sia impossibile trovare nel suo libro un sentore, anche minimo e indiretto, di passione politica; le sinistre non presero posizione, perché il libro non era né impegnato né militarizzato: parlava soltanto, con estrema delicatezza e rinnovata sofferenza, di vicende e crucci dell’anima, era poesia in prosa.
Libero de Libero ci ha lasciato sette quaderni di diario, nei quali ha tracciato ritratti eccezionali di Ungaretti, Trilussa, Guttuso, Elsa Morante e di tanti altri artisti che ha incontrato. Ha saputo cogliere bene le idee che circolavano in quel periodo:

il vento della gloria fiammeggiava a groppa del fascismo che aveva conquistato l’impero in quegli anni. Non veniva nemmeno il sospetto che il fascismo dovesse naufragare insieme a tutti noi: c’era una tale paura, diciamo la verità, e anche un amaro coraggio che poteva essere una forma di resistenza a sopravvivere.

Amico di poeti che dipingevano e di pittori che scrivevano poesie, egli che era un “virtuoso” della parola volle cimentarsi nella trasformazione in poesia di un dipinto famoso: provate a guardare il quadro di Georges Seurat, Un dimanche d’étè à la Grande Jatte mentre leggete Omaggio a Seurat in Sono uno di voi:

Qualcosa che somiglia a una bugia:
un cielo marino con le barche
dei monti, l’ombrello che fa cupola
agli amanti e la sabbia piove lenta
sui passanti che un odore incanta.
O ignoto, tu rimpiangi il fazzoletto
che al taschino ti rubò una rondine,
la donna che ti sfiora voluttuosa
forse cela un pavone nella veste.
Ora stride la vita nei corsetti
e c’è la morte che manda un sospiro
dal balcone: un duo senza parole.
Ora comincia a vellicare il sole
il muso d’una scimmia, il suo collare
è un meridiano stretto che favilla.
E dite ai signori in tuba di voltarsi
e di farsi i guanti e le cravatte
col velluto elegante di quest’aria
dove sciamano a mille i moscerini
di cipria volanti dal cancan».

Avete riconosciuto i personaggi? La vedete la scimmia? Riuscite a individuare nella sabbia che piove lenta e nei moscerini che sciamano il puntinismo di Seurat?

Libero de Libero ha tradotto dal francese molte opere letterarie; ma per quanto abbia fatto, ha «sempre creduto di aver sempre avuto più di quanto abbia dato». Del suo lavoro di poeta non è stato mai soddisfatto.

Mi basta rileggere una mia cosa o vederla stampata o sentirmela ridire. Perché non è mai quella la cosa che voleva fare, e perciò mi ci riprovo, con la speranza di far proprio quella cosa che io voglio, finalmente. Ma non mi riesce. La colpa poi non è tutta mia. È anche un poco di coloro che ci hanno preceduto e ora stanno lì, allineati nello scaffale.

A un suo “discepolo”, il giovane poeta Salvatore Martino, insegnava «che la poesia può essere creata /solo con i ritagli / sfuggiti al macellaio», tagliando e separando le parti migliori, autocensurandosi per arrivare a «una meta di semplicità».
Aveva «amici meravigliosi che mancano a qualche nemico», ma era un uomo solo, che viveva in una solitudine «gremita di tombe». Alberto Savinio lo chiamava «un Rimbaud che il demone ha lasciato in pace».

Libero de Libero si è raccontato molto, ma nella sua vita rimane un “mistero”, qualcosa di «indicibile». Ci ha lasciato «un’immagine di profilo» perché «dico ciò che posso dire a questo quaderno… io stesso non volli mai guardarmi negli occhi. Mi vergogno di me, e quanto non seppi nemmeno dirlo in questo diario».
Lo scrittore è vissuto nella capitale fino alla morte, avvenuta il 3 luglio 1981. È sepolto nel cimitero di Patrica, ma il comune di Fondi ne rivendica le spoglie: non c’è pace tra i castagni e gli aranci.

© Antonietta Tiberia

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P.S.: I libri di Libero de Libero non si trovano quasi più nelle librerie; ma alcune raccolte di poesie si trovano nella biblioteca comunale di Ceccano (dove è possibile richiedere anche le altre opere presenti in tutte le biblioteche della Valle del Sacco) e alla Biblioteca dell’Orologio a Roma.

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¹ Alcuni di questi racconti sono stati ristampati nel 2002 con il titolo Racconti surreali, Aragno editore

 

Antonietta Tiberia, ciociara di origine ma romana di adozione e cosmopolita per vocazione, vive tra Roma e Ceccano, in provincia di Frosinone. Traduttrice letteraria e autrice, si destreggia tra narrativa, poesia e traduzioni. Ha pubblicato per Progetto cultura I racconti del ponteCalpestando le aiuole. Sue le traduzioni dallo spagnolo, Di oggi, Omero prende solo il fiore, ed. Fusibilialibri (antologia di poesie di M. Paoletti); dall’inglese, Unspoken / Inespresso, ed. Lieto Colle (poesie di F. Morchid); Il mio nome è Bond, ed. Gremese (autobiografia di Roger Moore); dal francese, Astrologia araba, ed. Gremese (saggio di C. Aubier). Già redattrice della rivista letteraria “linfera”, ha pubblicato articoli, racconti, poesie, prefazioni e recensioni su varie antologie, quotidiani, riviste cartacee e online.

L’articolo che leggete oggi è già apparso sul blog dell’Associazione Libero de Libero, qui

2 comments

  1. Un ritratto interessante, più che inedito, di un poeta messo all’angolo (e forse alla porta) negli ultimi decenni. Eppure De Libero meriterebbe quell’attenzione che pur viene riservata a Gatto, che non gli è poi così distante negli esiti. Grazie ad Antonietta Tiberia, perciò.

    Mi preme solo aggiungere una precisazione. Verissimo che “i libri” di Libero De Libero non si trovano se non nelle biblioteche; ma ciò è vero se ci si riferisce alla singole raccolte, che nemmeno si sono guadagnate un Oscar mondadoriano. Però nel 2011 Bulzoni ha dato alle stampe, per cura di Valentina Notarberardino e Anna Maria Scarpati, il volume “Le poesie”, e il volume è ancora disponibile e di non difficile reperibilità.
    Certo, bisognerebbe entrare nel merito di quest’edizione che non ha la veste dei libri di poesia ai quali ci siamo abituati negli anni, ma il solo nome dell’editore chiarisce lo scopo della pubblicazione e la lodevole intenzione di rimettere in circolazione, con un minimo di apparato critico, poesie altrimenti introvabili.

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