Non ti curar di me se il cuor ti manca (2): nota di lettura

 

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Sono autori vari. La prefazione è di Fabio Franzin, la postfazione e la cura di Roberto Ferrari, e a legare le venti poesie del volume c’è la volontà di vocazione del grande Malessere della mente, secondo lo spirito, come dice Fabio Franzin nella sua prefazione, di un poeta come «medium che riesce a dar voce ai sommersi».
Il titolo recita Non ti curar di me se il cuor ti manca (2), commistione di un verso dantesco e del motto sull’asso di spade delle carte trevisane. La deflagrazione di due sentenze sprezzanti e aggressive – non ti curar di loro, e non fare affidamento su un’arma se non hai il coraggio di usarla – crea invece la dolcezza di una preghiera al contrario, un invito ad avere cuore per predisporsi all’ascolto e alla vera cura.
Poeti come medium, quindi, ma non solo. Mi salivano alla mente, leggendo, alcune considerazioni che hanno a che fare con l’uso della lingua, con la malattia, con il bisogno generale (nei poeti, con la necessità estrema) di dare nome a quello che è inabissato.
Ricordavo i miei esami di glottologia: la vera natura delle metafore, il ruolo del poeta nella creazione di una lingua, la teoria vertiginosa di Saussure. Mi spiegavano che era occorso un guizzo d’ingegno, un’arte pura, per dire “gamba” alla stecca di una sedia, prima che tutti noi ci facessimo l’orecchio e la gamba della sedia fosse tale. Non ho mai dubitato neanche per un attimo che le visioni più smisurate del poeta di oggi diventeranno materia di dizionario di domani. Né dubito adesso che non solo nella medicina, ma nella continua scoperta dell’infinita gamma delle emozioni umane, e della realtà tangibile, le parole di chi tocca un’esperienza oltre il limine del sentire quotidiano sono un documento prezioso, fondamentale. Non si tratta soltanto di creare un ponte tra persone che condividono un medesimo, o simile, o diverso disturbo, ma di colonizzare quello che ci appartiene come specie, di schiudere e appropriarci di significati attraverso la creazione, o l’accostamento, di significanti nuovi.
Poco tempo fa chiacchieravo con un amico psichiatra di come spesso capiti l’esatto opposto; di come, non essendo i dottori affetti da un determinato disturbo, spesso i pazienti si pieghino, per spiegarsi, a parole che non rendono giustizia alle loro percezioni; e di come da qui il linguaggio della medicina si codifichi, si calcifichi, su progressive inesattezze.
Stipulare il patto del linguaggio è una delle prime necessità umane, ed è arduo in frangenti come questo. Kay Redfield Jamison, ad esempio: massima esperta del disturbo bipolare e non a caso a sua volta affetta dalla malattia. Con i suoi studi, le sue minuziose rassegne effettuate su centinaia di artisti vicini e lontani nel tempo, ha cercato di dimostrare le compensazioni in fatto di creatività e stati di grazia che alcuni disturbi, soprattutto quello bipolare, regalerebbero in cambio della loro natura invalidante.
Così, se il cerchio del disagio e della poesia in qualche modo si chiude («il poeta, quello vero, è crocifisso ai chiodi delle sue parole», dice Fabio Franzin nella prefazione al libro), lo fa sotto il segno della follia tutta umana di nominare le cose nel sogno dell’esattezza e della nudità più precise.
Di tutto questo, e di molto altro, e di splendide poesie, tratta il volume a cura di Roberto Ferrari. Di ciò che unisce i sommersi e i poeti: l’urgenza di nominare.

 

Anna Toscano

AUGUSTE

Auguste avevi cinquantuno anni
e confondevi i luoghi, le persone,
il tempo, il tuo nome.
La foto ti ritrae con lo sguardo
attonito, le mani intrecciate sul petto
la fronte solcata, i capelli scuri.
Ma cos’era quel camice bianco
Auguste, dov’era il tuo pensiero.
Devi essere stata bella,
ma non lo sapevi più.
Dalla tua demenza la malattia
ha un nome, quello che tanti
vorrebbero sentirsi dire
quando già non capiscono.
Accadde al marito della compagna
di stanza di mia mamma:
lei stava morendo in un pigiama rosa
lui indossava la pelliccia
della figlia e diceva
“la cena è sul terrazzo vero?”.

*

Elio Talon

a Antonio Ligabue

Cantavi alle capre e alle bestie
come fosse il canto primario
da cercare la connessione sacra
ed entrare ’ntlà belessa
con lunghe vesti d’amore
Te cussì vicino ai segreti del mondo
te ne volavi lontano
con balzi di felino ruggente
e ne piangevi le sorti come fossero tue
e pur continua el mondo
a perdersi la grazia
la stessa che ’ndavi setacciando ’ntlà sabbia
come colore primario de l’esistenza
anch’io muovo parte del corpo in certa follia
da misurarme con l’infinitudine estrema de l’amore
e me ne perdo un poco
da sbordarme l’anema
e lasciare che sfumi negli ordini superiori
Altro si muove oltre il nostro volere
e il desiderio solo può prenderne il verso
con un salto ad occhi chiusi
aldilà de la soglia del conveniente
e pur di questo si parla nei vertici de la vita
e te me li mostri dai limiti de l’umano
Per questo canto a le capre e a le bestie
al sasso immanente e a l’acqua gioiosa
int’un incantamento che non tiene ragione

*

Guido Cupani

CHE COSA C’È FUORI DAL CONTORNO? SI PUÒ ESSERE PIÙ DI COSÌ?
Perché il trifoglio è verde sotto la pioggia? Posso provare a
non essere mai nato? Siamo noi ad andare o è il mondo che
ci viene incontro? Quanto fa due più cuore? Chi mi riferirà
quel che diranno sottovoce in ultimo banco al mio funerale?
Qual è la differenza tra medietas e mediocritas? Ho scritto
anche solo una parola che non fosse preferibile tacere? Chi
ha calcolato il calibro dell’arma che finalmente riuscirà a
proteggerci? La voce registrata dell’altoparlante del treno
quando torna a casa a sera riesce a piangere? Sai dirmi per
caso se oggi mi sono indossato a rovescio? Hanno trovato
un modo di passarci sopra o sotto o accanto gli uni agli altri
senza dover soffrire? Ti ho ferito? Come ti chiamo? Come mi
chiami?

© Giovanna Amato

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