Una frase lunga un libro #84: Giovanni Raboni, Barlumi di storia

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Una frase lunga un libro #84: Giovanni Raboni, Barlumi di storia, Mondadori 2002 (ora in Tutte le poesie, Einaudi, 2014)

*

E per tutto il resto, per quello
che in tutto questo tempo
ho sprecato o frainteso

Ho spesso raccontato, e ne ho anche scritto qualche volta, di come le poesie di Raboni siano state uno dei modi, se non addirittura il modo per imparare Milano. Giravo la città a piedi o in tram, con i libri di poesia appresso, e andavo a toccare con mano i luoghi raccontati da Raboni, ma anche da Sereni o da Pagliarani, e un paio d’anni dopo, in modo meno diretto, da De Angelis. Mi occorrevano le poesie per conoscere il luogo che stava diventando casa mia, per entrare nei cortili, per capire l’odore dei Navigli, per passare le mani sopra i muri. Di Raboni avevo il Garzanti, da cui potevo leggere Le case della Vetra o Il più freddo anno di grazia o Ogni terzo pensiero. In quegli anni, la seconda metà degli anni novanta, nacque il mio amore per la poesia di Giovanni Raboni e per Milano, amore che andò a consolidarsi quando nel 2002 uscì Barlumi di storia; libro che considero il capolavoro del poeta milanese, il compimento della sua opera. Libro che è tra quelli che più amo e a cui ritorno più spesso. Era il libro in cui Raboni ci guardava dall’alto come con la città in un’altra sua bellissima poesia, e da quell’alto, da quella distanza, finalmente – per lui – quella giusta, poteva dirci tutto, tutto con poco. Tutto e tutto insieme. Il passato,  «Le luci di Milano poca cosa», il presente e il futuro, anche quello che sarebbe venuto senza di lui.

Si farà una gran fatica, qualcuno
direbbe che si muore – ma a quel punto
ogni cosa che poteva succedere
sarà successa e noi
davanti agli occhi non avremo
che la calma distesa del passato
da ripassare senza fretta
fermando ogni tanto l’immagine
tornando un po’ indietro, ogni tanto,
per capire meglio qualcosa,
per assaporare un volto, un vestito…
Sì, tutto in bianco e nero, se Dio vuole.
E tutto, anche le foglie che crescono,
anche i figli che nascono,
tutto, finalmente, senza futuro.

Questa poesia, posta quasi alla fine del libro, è una delle mie poesie preferite di sempre ed è importante perché è come se racchiudesse in sé tutto il pensiero e il sentire di Raboni. Tutto il peso e la fatica fatta per arrivare fino a quel punto (Raboni morirà due anni dopo l’uscita di questo libro), tutta la conoscenza e la passione, tutto l’amore e i sensi di colpa, forse messi a tacere. Un’incredibile quiete, una grande profondità. E poi tutto il talento poetico, la capacità di raccontarsi mentre si racconta il tempo vissuto, la voglia ancora di capire, di non dimenticare, di poter andare.

Raboni è sempre stato un poeta che ha descritto il luogo ma mai come se fosse soltanto un posto, il luogo è sempre stato parte del motore della storia e delle cose accadute. Chi potrebbe scrivere di Piazza Fontana cose come: «più che una piazza vera e propria / è il rimpianto o il rimorso d’una piazza»? La strage che ci ha segnati e che per sempre ci segnerà, e di cui due giorni fa è stato il quarantasettesimo anniversario; strage che Raboni racconta senza parlarne quasi, ma ce la fa vedere lì, nei pensieri di un uomo che invecchia e che ancora ricorda, di un uomo che passeggia in una piazza che è diversa ma che è la stessa. Milano, la città degli anni della guerra, la città dei tram, dei cinema, delle vie e dei viali. Milano la città del grande amore. E poi è stato poeta che non ha mai esitato a mettere dentro i versi l’esperienza personale più intima. Ha scritto della vita e della morte pensandole unite e mai separate. Disse che i morti non se ne andavano e non perché rimanessero materialmente (o meno) da qualche parte, ma perché restavano nella continuazione dei nostri pensieri per loro, nel nostro amore per loro. Questi i temi: la vita, la morte, la storia, l’amore e il tempo della memoria e il tempo che resta. Temi che confluiscono in Barlumi di storia accompagnati dal rigore morale e dalla capacità che aveva Raboni di vedere, prima e meglio, anche ciò che andava scomparendo. Poesie (e prose) che contengono molte domande e che confortano. Poesie alle quali non mi stanco di tornare e a cui mai potrei rinunciare. Poesie che danno un sapore migliore perfino ai rimpianti e che mettono in una luce diversa la vecchiaia, che altro non è che una cosa che arriva col tempo e a suo tempo, come tutte le cose. Per questi motivi e per altri ancora, Barlumi di storia è uno dei libri che amo di più, quello che so pescare in libreria anche al buio, quello che continua a insegnarmi e a commuovermi.

***

© Gianni Montieri

*

Nota: questo articolo è uscito in forma leggermente diversa per la rubrica Libri tanto amati  a cura di Giacomo Verri.

Nel nostro sito trovate diversi approfondimenti o testi di Giovanni Raboni, ve ne segnalo qualcuno qui sotto:

Voler bene a Raboni

Frammento di un discorso su Giovanni Raboni

Corpo a corpo n. 5

 

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