Una frase lunga un libro

Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre

Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre, traduzione di Ilide Carmignani, Sur, 2017; € 16,50, ebook € 9,99

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Al personaggio resta l’avventura e resta da dire: «ha cominciato a nevicare, capo».

Quando ho scritto circa  i libri di Roberto Bolaño mi è capitato di fare riferimento alla geografia, di usare parole come mappa. Ho sempre sostenuto che una delle cose più belle della sua letteratura sia la grossa apertura tra un libro e l’altro, che la sua sia un’opera totale in cui ogni libro insegua e completi quello precedente, in cui ogni personaggio possa essere anticipato solo di profilo in un racconto per poi tornare protagonista in un romanzo, o comparire come un frammento o una visione in una poesia.

Il territorio sul quale si muove l’opera di Bolaño è vasto, è sterminato. Si estende dal Sud America al Nord America, dalla Spagna alla Francia, si apre tra la Germania e l’Italia. Il suo territorio fatto di parole, visioni e ironia, si muove come in preda a un sisma costante tra la dittatura e la letteratura, tra gli scrittori adorati e la fame, tra le letture e i sogni. I romanzi di Bolaño si concludono in altri romanzi o li anticipano, alcuni elementi ritornano continuamente, ossessivamente, con una forza progressiva che li spinge fuori parola dopo parola, libro dopo libro. Torneranno e tornano sempre i padri letterari come Borges o Parra, il ricordo doloroso dei regimi, le fughe, gli esili, il suo essere (per sua stessa definizione) un senza patria. Sempre saranno presenti i detective, e lui sarà uno di questi, e i detective saranno i poeti indimenticabili de I detective selvaggi o quelli veri di 2666. Il detective è lui, Bolaño scrivendo ha sempre indagato, si è spinto nei suoi punti più oscuri e cupi e più limpidi e ci ha mostrato il nostro tempo per quello che è: un groviglio inestricabile di anime perdute, di libri che ci fanno bruciare, di ubriaconi, di torturatori, di puttane, di nazisti, di comunisti, di sognatori, di romantici e  visionari, di killer spietati, di uomini illuminati, di cani e di poeti.

Ed eccoci alla poesia perché è quello il luogo dal quale viene la scrittura se non la vita di Roberto Bolaño.

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Una frase lunga un libro #99: Michele Mari, Leggenda privata

Una frase lunga un libro #99: Michele Mari, Leggenda privata, Einaudi 2017, € 18,50, ebook 9,99

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Nacqui d’inverno, e mi è già passata la voglia di proseguire.

Come fosse un racconto.

Nella mia cameretta c’è un poster sulla parete di fronte al letto. È la tigre di Mompracem, no, non è Sandokan, ma la tigre contro cui combatterà. Ho sette, forse otto anni, forse nove, mio padre mi ha regalato quel manifesto perché sa quanto io ami Salgari e i suoi personaggi. In Tv hanno dato da poco lo sceneggiato, e quindi Yanez e Tremal–Naik, e quindi il terribile Brooks (interpretato dall’immenso Adolfo Celi) e Lady Marianna. Per amore mio padre mi compra la tigre, ma la tigre ha le fauci spalancate; e si badi, io so che è una foto, che non esiste, che non devo averne paura, eppure io ogni notte ne ho terrore. I mostri non hanno motivo di non essere, e infatti sono. Dopo qualche settimana vissuta nel terrore ho il coraggio di confessare ai miei quella paura e la tigre sparisce.

Da piccolo io ho sempre detto «Ho fatto un incubo», e sempre mi sono sentito correggere: «Casomai avrai avuto un incubo». Lascio la questione ai linguisti.

Per anni ho sognato, o creduto di sognare, ho pensato, oppure è accaduto, che qualcuno mi tirasse i piedi mentre dormivo; e avevo paura e tacevo. Pensavo si trattasse di un demone, un Gesù, un morto al quale non avevo voluto abbastanza bene. Mentre urlavo senza parole pregavo che non ritornasse, che non venisse più (ma chi?) a tirarmi i piedi (va detto che il piede tirato era sempre il destro), e per qualche notte davvero non veniva. Se tornava, nel sonno (allora era un incubo?) scappavo, ma a ogni passo il pavimento si smaterializzava, allora via in fretta verso le scale, ma i gradini sparivano a ogni balzo, i pianerottoli erano piccole voragini, spariva la strada dinanzi all’ingresso del condominio. Precipitavo di baratro in baratro. Capivo che sarebbe stato meglio che il demone tornasse a tirarmi il piede destro, se si trattava di una punizione era meglio pagare. I bambini credono nella giustizia e nei mostri.

Da quando avevo sette o otto anni i miei mi mandavano a fare qualche piccola commissione come a comprare le sigarette o il pane; o addirittura a farmi spingere ancora più lontano, fino a casa delle zie che stavano nel Rione in fondo alla piazza principale del paese. I miei genitori si raccomandavano di non parlare con gli sconosciuti, e di non farmi avvicinare da un uomo in particolare. «È un po’ strano.», dicevano. Si trattava di un signore sui sessanta, abbastanza distinto, portava gli occhialini neri, montatura alla Peppino Di Capri, era leggermente stempiato. Lo si incontrava spesso in giro per il paese, sorrideva a chiunque, a me non pareva strano. Un bambino si fida ciecamente di quello che gli dicono gli adulti e perciò gli camminavo distante. Me ne stavo sull’altro lato del marciapiede, stando attento ad attraversare solo ad altezza tabaccaio. Un giorno, però, già vinto dalla distrazione che sempre mi accompagna non mi accorsi della sua presenza a pochi metri da me. Sorrise e disse: «Ciao ragazzino, come va?», accarezzandomi leggermente la testa. Avvertii come una puntura di spillo e corsi via. La paura e la suggestione fanno tanto, e da allora ogni volta che ho visto quell’uomo ho avvertito la stessa puntura di spillo sulla testa. Paura è quando ce l’hai, scriveva il mio caro amico Luigi Bernardi.

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Una frase lunga un libro #98: Domenico Brancale, Per diverse ragioni

Una frase lunga un libro #98: Domenico Brancale, Per diverse ragioni, Passigli 2017, € 12,50

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Cercavo la quotidianità minuta. I gesti ripetitivi.
Tutto ciò che si dilata nella durata delle cose.
La complicità delle ombre. La luce della polvere.
I volti della natura morta in ogni distanza.
L’indistinto scricchiolio delle pareti. La forma dell’aria.
Le voci dentro. La materia
dove solo il sangue sa penetrare sempre.

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Se, come scrive Alberto Manguel nella bellissima nota che chiude Per diverse ragioni: “[…] questo libro che abbiamo tra le mani è l’ultima bozza a cui Domenico è giunto, ma non l’ultima in assoluto. Il lettore ne crea un’altra, il traduttore un’altra ancora, garantendo con queste versioni successive una qual modesta immortalità all’opera”, allora esiste una versione di questa raccolta di poesie di Brancale che è la mia, la mia versione di lettore che mi accompagna da un paio di mesi. Io lettore ho compiuto un viaggio tra le parole del poeta, parole scelte dopo averne – ne sono certo – scartate molte; parole che mostrano un lampo, una fiammella, uno spiraglio su quello che prima dei versi è stato osservato, registrato, studiato. Lo spiraglio è quello che sul foglio si fa poesia. Qualcosa che ha un prima non raccontato ma necessario, qualcosa che avrà (e nel caso della bella poesia accade sempre) un dopo, altri spiragli, altri immaginari, addirittura altre memorie. Questo è semplice e meraviglioso. Un libro di poesia è davvero l’ultima bozza del poeta, io che leggo revisiono, io che leggo sostituisco, io che leggo vedo qualcosa che mi appartiene, io che leggo ricordo, io che leggo mi commuovo. Compio tutte queste azioni, vivo le emozioni grazie a uno strumento che qualcuno mi ha messo tra le mani. E quello strumento è il libro, e quella chiave sono le poesie.

Sapevo. Non sarebbe rimasto niente del corpo
che potesse ancora essere detto.

Il vuoto nel vuoto della parola conferma tutto
anche quello che è mai stato.

La raccolta di Domenico Brancale è divisa in tre parti: Da ogni sotto respiro; Per diverse ragioni; Tu è la parola. Il viaggio è però unico, ogni poesia è conseguenza dell’altra come se fossero incatenate e conseguenza di un unico respiro. Si badi, questo effetto non è semplice da ottenere, riuscire a costruire mattone dopo mattone un palazzo in versi che sta perfettamente in piedi sia sotto il profilo statico sia sotto il profilo emotivo è cosa complicatissima; Brancale ci è riuscito. (altro…)

Una frase lunga un libro #97: Max Aub, Gennaio senza nome

Una frase lunga un libro #97: Max Aub, Gennaio senza nome, (trad. di Ernesto Maggi), Nutrimenti 2017; € 17,00, ebook € 8,99

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“Dove vanno tutti questi qui?”
“Che vuoi, la resistenza ha dei limiti”.
“E una frontiera”.
“Scherza, scherza. La morte è una faccenda di ciascuno. Sopportare è di tutti. Se qualcuno cede, va a monte tutto. Questa gente non sa cosa vuole, ma sa benissimo cosa non vuole. Per quello scappano. Non è che hanno paura, non vogliono essere fascisti. Capisci? È chiaro come il sole: non vogliono essere fascisti.

La guerra, quella guerra, quella che è stata la guerra dei nostri padri e dei nostri nonni, quella che ha buttato giù le case che avrebbero potuto essere le nostre, quella delle fughe, dei morti, dei milioni di morti, quella del terrore e dei campi di concentramento, quella che pareva potesse non finire mai. E poi la guerra degli esodi, degli scavalcamenti di muri e frontiere, di morti lasciati indietro, di bambini caduti per strada, di famiglie annientate. La guerra della fame e della sete, dei bombardamenti, delle esecuzioni, dei dittatori. A queste memorie ci riportano i racconti di Max Aub, che sono davvero straordinari, ci portano in una terra di nessuno che va dalla Spagna alla Francia, e ci va a piedi, che va dal Sudamerica a un campo di concentramento, che va da una fucilazione a un abbraccio, che va da un morto per fame a un sorso d’acqua che ti salva la vita. Il regime di Franco, ma tutti i regimi, che tutti si assomigliano, che tutti quanti segnano chi li attraversa e segnano chi verrà dopo, per conseguenza e per memoria.

Aub è stato un grandissimo scrittore e prima ancora è stato un esiliato, un torturato, una vittima, un uomo segnato. Aub è stato un testimone, ma esserlo è un conto, saper rendere testimonianza è altra cosa. Saper rendere quella testimonianza grande narrativa non è cosa da poco. Se mostri l’orrore della guerra facendo grande letteratura sei uno scrittore eccezionale, sei uno come Aub.

Aub scrisse gli otto racconti di Gennaio senza nome dal suo esilio messicano, queste storie raccontano di esodi di massa e quindi di esilio e di morte, raccontano gli internamenti di Vernet (Francia) o di Djelfa (Algeria); internamenti che Aub visse sulla propria pelle. E vediamo un po’ di che storie si tratta.

Ci hanno dato una scatoletta di sardine da dividere in otto. Era il 25 luglio. Mi ricordo bene, perché lì c’era un calendario. Erano più di tre giorni che non mangiavamo. Per dessert hanno iniziato a bombardare.

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Una frase lunga un libro #96: Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

Una frase lunga un libro #96: Carmen Gallo, Appartamenti o stanze, d’If, 2016; € 16,00

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non è questo il posto dove ci siamo parlati
non è questo il posto dove ci siamo portati

 

Nella nota finale al libro Carmen Gallo scrive: “Questo libro racconta una storia”, ed è vero, e racconta una storia che viene da molto lontano, e il lontano noi non lo conosciamo, è una storia che è somma di molti passati. Una storia fatta di pareti attraversate, di domande lanciate dove le parole rimbalzano e risuonano. Questa è una storia di lettere agganciate in modo da far rumore. In Appartamenti o stanze Carmen Gallo scrive un poemetto in cui un noi continuamente sdoppiato, moltiplicato e poi smembrato, un noi ripetuto e poi lanciato nel vuoto, un noi assottigliato e che guarda, si aggiunge ad altri noi per osservare oltre e meglio e, dopo, da più vicino. Questa persona plurale attraversa appartamenti e stanze; e questi appartamenti, che spesso non sembrano case, non ne hanno il calore, non ne hanno il colore, sono di una o più stanze, sono dilatazioni di tempo, circoscrizioni di stati d’animo e sono abitati da fantasmi. Le voci che raccontano parlano ai fantasmi, ai fantasmi chiedono, ai fantasmi rispondono; ma la poeta chiede anche di confondersi, di scomparire, come se niente fosse, da una stanza all’altra, ed ecco che diventa fantasma lei stessa, ai fantasmi si unisce, e a un certo punto (e il punto può essere diverso a ogni lettura) la prospettiva si ribalta, come in un cambio di scena, e il fantasma comincia a raccontare.

Mi pare, però, che questo sia un libro che faccia qualcosa in più del semplice raccontare, o meglio la storia che racconta ha la pretesa (riuscendoci) di essere intima e universale: perché tutti guardiamo senza vedere, tutti mettiamo bocca e parole nel lato oscuro dell’altro, ma l’altro non sappiamo mai chi sia e, ogni tanto (e qui si avverte il pericolo), l’altro non siamo che noi. Il fantasma. Circa il suo romanzo La prima verità (Einaudi, 2016), Simona Vinci dice che ogni storia è una storia di fantasmi; D.T. Max intitola la biografia di David Foster Wallace Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi (Einaudi, 2013; trad. Alessandro Mari); leggendo il libro di Gallo viene da pensare: Ogni storia è raccontata da un fantasma.

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Una frase lunga un libro #95: Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne

Una frase lunga un libro #95: Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne, Oèdipus, 2017, € 11,50

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Non ci riconosciamo, ti diranno
non crescono specchi nel nostro prato.

Ho letto qualche mese fa, per la prima volta, le poesie di questa raccolta; ne pubblicammo allora tre in anteprima e da allora, ad ogni rilettura, fino all’ultima, avvenuta con il libro tra le mani, ho sempre pensato a una parola: anima. Probabilmente si tratta di una delle parole più usate, addirittura abusate, in poesia; ma a me non è venuto in mente l’uso, a me è venuto in mente, mi è caduto addosso il significato dell’anima, il senso di ciò che sta dentro e che ha ragione su tutto, che comunica e tiene insieme i pezzi; l’anima che è il collante ed è la memoria, l’anima come ago e filo, come qualcosa che non si può toccare e poi di estremamente solido. L’anima come l’unità di misura di tempo e spazio. L’anima cerniera e dispersione. L’anima a contatto con la terra e col fango, l’anima che guarda da fuori, che guarda meglio, che registra e che sa lasciar andare. L’anima e il corpo sono una cosa sola, sono interscambiabili e sono per Liberale il più grande strumento di comunicazione, anzi di trasmissione; e ogni emozione è un dato, e ogni ricordo è una cifra, e ogni dolore è un passaggio, e ogni cicatrice è poi cura, e ogni cura tiene conto del rimpianto e del pianto. Questa raccolta è fatta di terra e acqua, c’entrano quindi gli elementi naturali e ore di profonde riflessioni e meditazioni; è fatta di scelte calibrate su ogni singola parola, su ogni verso e sulla sua tenuta; se il verso tiene, allora tiene tutto, tiene anche la storia che Laura Liberale va a raccontare.

Viene con la statura di un cipresso
presidia il buio, lo stento della lingua.

Non ti voltare finché le parole
non siano assolute come ossa.

La disponibilità della carne è una sorta di confine tra l’accoglienza dell’altro e la volontà di disporne, di decidere per lui; l’equilibrio è quanto mai precario ed è un filo lungo il quale ci muoviamo tutti, mai allo stesso tempo, ma di certo prima o poi, perché il nostro essere umani e fallibili ci sposta continuamente tra la generosità e il controllo, e entrambe le cose le chiamiamo affetto, le chiamiamo amore. Laura Liberale si offre al lettore attraverso i suoi testi ma è pronta ad accogliere, così come ha accolto la perdita, che sono i lutti, che sono le rinunce; così come ha accolto la nascita. Mi viene da pensare che la perdita di un affetto non lo sia mai del tutto, così come la nascita di un figlio (ma potrebbe essere anche un nuovo amore) non certifica un aumento di volume affettivo, non giustifica la nostra volontà a disporne. È un libro, questo, che invita alla riflessione mentre consiglia l’abbandono, non si possono leggere le poesie di Laura Liberale senza aver lasciato indietro un po’ di zavorra, bisogna entrare in questo libro con gli occhi aperti e un po’ di coraggio, e poi bisogna ritornarci, fare avanti e indietro, perché di un libro di poesie è bene seguire l’ordine ma è anche auspicabile poi scomporre quell’ordine; vorrà dire che avremo trovato il nostro, a quel punto il senso del poeta starà in ciò che ha scritto ma anche nel senso proprio e intimo che ogni lettore avrà trovato.

Radunati sotto il trono di gloria
compitano le parole dell’angelo.
È appresa la risacca dell’umano
indolore il suo battere di maglio.

Si fanno chiari i volti delle madri.

La scorsa settimana ho scritto di un bel romanzo: Se mi tornassi questa sera accanto di Carmen Pellegrino, in quel libro i protagonisti affidano le loro parole all’acqua del fiume, parlano a sé stessi per raggiungere l’altro; le parole di Laura Liberale nell’acqua di un fiume nascono e quel fiume è fatto di molte cose, e di altre cose che (come sappiamo dalle elementari) accumula per strada, a valle arrivano le poesie e ci restano e ci trovano, non so se ci portino da qualche parte o se ci aiutino a rimanere, so che qualcosa fanno e quel qualcosa non è affatto poco, non è mai poco. Ogni tanto sembra che basti.

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Gianni Montieri

 

Una frase lunga un libro #94: Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto

Una frase lunga un libro #94: Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto, Giunti 2017; € 16,00, ebook € 9,99

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«Papà, c’è un grande fiume in questa storia.»
«Più grande del fiumeterra dei nonni?»
«No, più grande di quello non ce n’è.»

Se mi tornassi questa sera accanto è il primo verso di una meravigliosa poesia di Alfonso Gatto, immenso poeta, che è molto caro a Carmen Pellegrino, l’intera poesia è posta – e non potrebbe essere altrimenti – come esergo al romanzo, uscito qualche giorno fa. Quel verso suona come un richiamo, una speranza, una preghiera, una nostalgia, un’invocazione, una malinconia; suona come suona un ricordo appena palesato, perché si cerca chi è lontano o chi non è più quando si compie un ricordo. E il ricordo non è sempre verità, e il ricordo è sempre realistico. Certe volte il ricordo è tutto. Il ricordo ci riporta indietro, e quell’indietro diventa adesso. Il ricordo crea qualcosa che non è mai esistito in realtà, e quella mancata esistenza è tutto. Questo è uno dei preziosi equilibri su cui si regge questo romanzo.

Due anni fa, eravamo anche allora a marzo, scrivevo del primo romanzo di Pellegrino, Cade la terra (Giunti 2015), e nella prima parte facevo una considerazione: Carmen Pellegrino mi ricordava che si continua a rimanere legati ai morti (concetto caro a Giovanni Raboni), a come questi non se ne vadano, e restino in qualche modo nelle case, nei pensieri che a loro mandiamo, nei gesti che facciamo e che abbiamo imparato da loro. Restano anche negli oggetti che gli sono appartenuti, e spostarne  uno non è mai soltanto il movimento di una persona. È bello quando i libri ti insegnano o ti ricordano. Oggi, con Se mi tornassi questa sera accanto, Pellegrino mi ricorda e forse mi insegna un’altra cosa: come non si possa sfuggire alla vita. Si vive e si deve vivere, si deve tentare. Se i morti non se ne vanno, nemmeno la nostra urgenza di vita se ne va. Per farla breve: non c’è scampo alla vita.

Questa storia ha tre protagonisti e tre nomi: Lulù, Giosuè e Nora. Figlia, padre e madre, legatissimi ma comunque distanti, sempre distanti. Perché la lontananza prima di tutto avviene nelle cucine, negli abbracci mancati, nella severità scambiata per affetto. Si consuma dentro promesse scambiate per voti, sotto sogni mai realizzati. Si realizza tutte le volte in cui si dice “sì” per fare piacere. La lontananza nasce la sera a cena mentre si condividono i bocconi e si certificano le nostre rinunce. La lontananza è una somma di segni, quando uno se ne va non fa altro che tirare la riga per il totale. Ci sono poi mille modi di andarsene.

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Una frase lunga un libro #93: Andrea De Alberti, Dall’interno della specie

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Una frase lunga un libro #93: Andrea De Alberti, Dall’interno della specie, Einaudi, 2017; € 10,00, ebook € 6,99

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la conoscenza dell’animo umano ha una deriva
che porta un continente a scontrarsi con la volta delle stelle.

È questo un libro che viene da molto lontano, ed è una cosa che si avverte ancor prima di venirne a conoscenza; e non parlo del tempo naturale di gestazione di un libro serio di poesia, che solitamente richiede qualche anno, parlo invece del tempo tutto quanto. Un tempo che è foderato di memoria, brandello di stoffa dopo brandello, un tempo che va fino alle nostre origini e fa ritorno, un tempo che viene dai nostri spazi più profondi e nascosti, dagli interni, appunto, quelli che nessuno vede, che nessuno sa, che spesso nemmeno noi sappiamo. Andrea De Alberti (giunto al suo quarto libro) conferma l’originalità che ho sempre trovato nei suoi testi, senza che questa ceda mai all’eccesso, alla “stranezza” fine a se stessa. De Alberti, sul tavolo da biliardo, gioca di sponda solo se è necessario; se la strada per andare in buca è spianata, De Alberti segue quella traiettoria, perché sa che non avrebbe senso allungare il percorso, per concedersi un vezzo, per un piccolo spettacolo fine a se stesso.

Imperfetto è ciò che si è trovato,
l’opera incompleta è trasformata in desiderio
e ha una propria e viva collazione,
essere utile nelle ossa ai nostri simili,
salvaguardare ciò che ci rimane per restare
in una spazio che si fonda su se stesso
e sotto ha un qualcosa che sprofonda.

L’interno della specie è una sorta di dominio privato, una casa a più trame, i cui muri sono tenuti insieme da cicatrici e da fili tesi ed elastici che guardano al futuro. La casa di De Alberti ha fondamenta fatte di memoria, dolori, mancanze, certezze, conoscenze. Ha fondamenta che parlano continuamente con la storia. E poi è piena di finestre alte e spalancate, di libri e fotografie, di giocattoli per bambini, di disegni. La casa del poeta è fatta di passato e di futuro. Ed è una casa bellissima. Se quello che il libro comunica è una chiarissima algebra sentimentale non lo si deve all’ovvietà dei testi, che invece sono costruiti benissimo, in un’alternanza di immagini e parole pesate con estrema cura. Ci sono paure messe da parte davanti a una camomilla divisa, e una speranza che salta davanti agli occhi dopo un ricordo. C’è la scienza, c’è una storia bellissima che viene dai fossili, sì quelli che ci insegnavano alle elementari. Ci sono i gorilla e gli elefanti, che sono gli animali da zoo, da documentario, da fiaba; e sono anche gli animali che più ci somigliano. La scimmia sta lì e ci ricorda ciò che non siamo, ciò che avremmo potuto essere, ciò che non siamo riusciti a diventare. La scimmia e il gorilla mi chiedo se non siano una sorta di specchio dentro il quale rifletterci e nel quale trovare il lato oscuro, il tempo sprecato, la nostra origine.

Qualcosa ci sostiene.

È un libro sul vuoto, su quello che poteva essere e non è stato, e su quello che per fortuna è stato. Poesie che raccontano un equilibrio precario, sul quale in ogni modo e in ogni caso ci si regge. De Alberti ci regala un sostegno a cui tenersi, l’apposito sostegno dei tram, mentre sta cercando il suo. E trovare ciò che ci possa sostenere è un lavoro che va fatto giorno per giorno, e non è facile e non è possibile fare un lavoro diverso.

Le poesie di De Alberti ci avvolgono piano piano, parola dopo parola, si capisce che vengono costruite a con lentezza, senza fretta e senza fretta ci vengono a prendere; come quando suona il telefono e dall’altra parte c’è la voce che non riconosci ma che volevi sentire da un sacco di tempo. La telefonata che non ti aspettavi più. E poi c’è anche dell’ironia in questo sguardo, c’è la voglia di non prendersi troppo sul serio senza essere superficiali, senza esserlo mai. Mi pare che questo sia un libro al quale si possa ritornare spesso, aprendolo anche a caso, quando si può fare questo ci troviamo di fronte a un libro di poesia riuscito, molto riuscito.

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© Gianni Montieri

Una frase lunga un libro #92: Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi

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Una frase lunga un libro #92: Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere 2017; € 13,00, ebook € 7,99

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Pensa che si muore
e che prima di morire tutti hanno diritto
a un attimo di bene.

Il sottotitolo di questo libro è “Poesie d’amore e di terra”, ed è corretto, sono d’accordo, ma aggiungerei per questa nuova e bella raccolta di Franco Arminio anche: “Poesie di vento”; vi spiego perché. Durante tutta la lettura di questi testi, io un vento l’ho proprio sentito, anzi ne ho sentiti diversi. Qualcosa mi ha accompagnato tra le poesie. A volte è stato il vento forte che spesso spira in Irpinia, in Basilicata, quel vento di terra e di montagna; un vento freddo, naturalmente, un vento avvolgente. Un vento che costringe a mettersi al riparo, ad entrare in una casa, in un bar. Un vento che è bene non affrontare da soli. Voltavo pagina e a un tratto il vento si calmava, ma non smetteva; diventava un vento strano, un soffio lontano come una carezza, come un tepore, ti veniva voglia di toglierti il cappello, di aprirti la sciarpa sul collo, ma non facevi in tempo perché due pagine più avanti il vento freddo tornava e spazzava la neve, e ti faceva lacrimare gli occhi, ripiegare su te stesso. Era il vento di Arminio che stordiva e commuoveva, che ti faceva venire voglia di abbracciare qualcuno e subito dopo di gridare. Era un vento che ti diceva di amare e di resistere. Era un vento buono, in alcune poesie somigliava a quello del mare.

Basterebbe già questo a giustificare la lettura del libro, perché se le parole sono capaci di farvi sentire il soffio del vento, il rumore della neve spazzata, il singhiozzo del pianto, allora hanno già fatto moltissimo, ma vi racconterò qualcosa ancora, perché sulle belle poesie è bene perdersi un po’ di più.

Da dove arrivano le poesie? Da dove arrivano queste di Cedi la strada agli alberi. Nella breve nota che apre il libro, Arminio scrive che vengono da un pavimento, da notti insonni, dal 1976, anno in cui venne la prima, da una 127 e che poi vengono da tanti sacchi della spazzatura riempiti con i testi scartati, e poi dal lavoro al computer, da testi che hanno mille versioni, ma poi alla fine arriva quella giusta, quando è il suo tempo. A me pare che, poi, queste poesie arrivino da passeggiate, da mani che toccano gli alberi e le pietre, da mani che toccano altre mani. Sono poesie che vengono da sguardi profondi, mi fanno pensare a tavoli di legno e a candele accese accanto alle finestre. Versi che vengono dai terremoti e dal tempo successivo ai crolli, versi che sanno di ricostruzione; mi viene da pensare ai nonni e al calcestruzzo, a una radice, a una castagna, a un bambino che corre tra vecchie case, al cemento e alla pioggia. Sono versi che mi fanno pensare al lavoro e al calore umano. Sono versi che hanno il sapore della sopravvivenza.

Arminio scrive in maniera chiara, ogni parola sta dove deve stare, ma si capisce che si mette al proprio posto dopo un lungo lavoro. Le parole sono come gli operai che tornano dal lavoro e che si siedono dopo aver fatto la doccia, dopo aver fatto “giornata”. Arminio prepara la sedia per le parole dopo aver lavorato con loro.

Il libro contiene testi di molti anni, ma non è un’antologia, è un libro che segna un tempo, il tempo del poeta. Si va dal paesaggio agli affetti familiari, dall’amore alla perdita; e ogni tanto si avverte il dolore, e ogni tanto si avverte la mancanza. La morte è un tema, come lo è l’assenza, ma la morte qui non pare mai soltanto la fine, è l’ultima di una serie di cose. La morte – e per Arminio è da sempre così – non fa mai terminare il dialogo, né pone fine all’amore. Possiamo parlare con i morti, o con chi è andato via. Se tutto finisce molto rimane e ogni tanto addolora, e ogni tanto conforta. Cedi la strada agli alberi è un libro d’amore e memoria, è un libro che ha un peso specifico e che ci fa sentire meno soli. Nell’ultima parte del libro troviamo dei piccoli brani in prosa, sono riflessioni su “la poesia al tempo della rete”, un tema molto caro ad Arminio, con pagine molto interessanti e acute.

I libri poi finiscono, ma molto tempo dopo aver letto l’ultima poesia si sente ancora il rumore del vento.

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© Gianni Montieri

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per leggere alcune poesie tratte dal libro cliccate qui: CediLaStradaAgliAlberi

Una frase lunga un libro #91: Emmanuela Carbé, L’unico viaggio che ho fatto

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Una frase lunga un libro #91: Emmanuela Carbé, L’unico viaggio che ho fatto, minimum fax, 2017; € 14,00, ebook € 7,99

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Mi metto i palmi delle mani sulle stanghette degli occhiali, il treno parte e inizia una ripidissima e lenta salita. Urlano tutti. Nel dubbio, urlo anch’io.

Lo racconto come fosse un viaggio. Lo racconto come un dentro e un fuori. Lo racconto come da una porta d’entrata a un’altra porta d’entrata. Lo racconto come se sempre ci trovassimo di fronte a una doppia uscita. Lo racconto come su una giostra ma anche da dietro a una giostra. Lo racconto come da sotto la pioggia, come da dentro un auto, come una coda alla cassa, come una comunità, come una solitudine. Lo racconto come una ricerca e come una perdita, come una nostalgia, come una vacanza. Come fosse una vicinanza. Lo racconto per l’importanza delle parole. Lo racconto come la capacità di Carbé di passare dal sorriso alla commozione, lo racconto come fa lei: come se fosse una finestra aperta, come se ci entrasse il sole, come se scappasse rotolando fuori qualcosa che non tornerà. Lo racconto così, a passo svelto per non perdere il ritmo, per ritrovarne il tempo. Lo racconto come fossi su un treno, perché spesso è di questo che si tratta. Lo racconto come se stessi entrando a Gardaland con mia sorella, la prima volta stamattina.

Ho cominciato a leggere L’ultimo viaggio che ho fatto in treno, facendo la mia solita tratta che va da Venezia a Milano; facendo – se vogliamo – l’unico viaggio che tutti dovrebbero fare durante la lettura di questo libro, o almeno subito prima, o almeno un attimo dopo. Siccome ho fatto su e giù tra le pagine, davvero come se fosse un’attrazione di Gardaland ed ho molto sottolineato, mi sono ritrovato sul Ponte della Libertà, già sopra la Laguna, prima di finirlo. Ed è stato un bene, col senno di poi, avanzare una quarantina di pagine per il ritorno, per l’ennesimo mio lunedì mattina. Ho finito poco dopo Peschiera del Garda, perché è lì che questa storia andava finita e capita. Carbé ha scritto un saggio, un racconto, una riflessione sui tempi, sui costumi e ha scritto un romanzo; non-fiction, si potrebbe dire, ma sarebbe restrittivo, forse la parola giusta è proprio “viaggio”. Per quel che ne so, Carbé, scrivendo del non luogo per eccellenza che è Gardaland, raccontando dell’Autogrill di Roncobilaccio, e delle stazioni, e dei treni, e di tutto quanto il disorientamento che ci si porta addosso, ha aperto dei varchi dentro la mia memoria e mi ha fatto riflettere.

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Una frase lunga un libro #90: Mercè Rodoreda, Quanta, quanta, guerra…

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Una frase lunga un libro #90: Mercè Rodoreda, Quanta, quanta, guerra…, traduzione di S. M. Ciminelli, La Nuova Frontiera, 2016; € 16,50

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Sono nato a mezzanotte, in autunno, con una macchia sulla fronte non più grande di una lenticchia. Quando facevo arrabbiare mia madre, lei, girata quasi di spalle, diceva, sembri un Caino. Josep aveva una cicatrice sulla coscia sinistra, nella parte interna, a forma di pesce, che faceva ridere. Rossend, il figlio dello straccivendolo che ci prestava l’asino e la carretta per portare i garofani al mercato, aveva la punta del naso rossa e faceva ridere. Ramon, il figlio del macellaio, aveva le orecchie appuntite e faceva ridere. Io non facevo ridere neanche un po’.

Questo libro ha un prologo. In quelle pagine Mercè Rodoreda spiega da dove sia arrivata l’idea di questo romanzo e allo stesso tempo la difficoltà di scriverlo. Due tipi di difficoltà, la prima riguarda la vera e propria narrazione dell’argomento. La guerra, in molti l’hanno raccontata e lo hanno fatto benissimo, si dice Rodoreda e allora pensa ad altro, pensa a una storia che attraversi la guerra, che dentro la guerra nasca e che dalla guerra ritorni; senza però che la guerra venga quasi mai nominata. A Rodoreda interessa raccontare l’effetto della guerra sulla gente, sul paesaggio, sulle emozioni, sulle rimanenze che sono le vesti strappate, i morsi della fame, qualche notte stellata, una stretta di mano, un addio, una pena, un pezzo di pane raffermo, un ragazzo, un uomo, una bambina, una gallina, una vecchia orribile, una ragazza bellissima, un camino acceso, una coltello. La guerra. La seconda difficoltà di cui parla Rodoreda riguarda il tempo e l’uso della lingua. Le occorre tempo per scrivere, le occorre trovare le parole giuste, le occorre accartocciare parecchi fogli. Ne occorrono 700 per farne 400; e così scrive:

È lontano il tempo in cui pensavo che per scrivere un romanzo bastasse conoscere il catalano e saper battere a macchina.

È saggia Rodoreda, ma questa frase è una lezione che va bene per tutti, anche per il più giovane degli scrittori. Poi viene il romanzo.

Siamo in Spagna, da qualche parte c’è la guerra, una guerra senza nome, una guerra che distrugge il paese, tutti partono, nessuno sfugge alla guerra. Per alcuni è un desiderio, per altri è un dovere, per altri è un modo di andarsene dai piccoli paesi, dai luoghi in cui nulla pare accadere. La guerra, mentre distrugge, permette a chi non lo conosce la prima scoperta del mondo. La guerra a cui ragazzini non hanno accesso, salvo poi parteciparvi quando perdono qualcuno, se vengono bombardati, se restano senza un braccio, senza una gamba. E poi c’è un ragazzino che si chiama Adrià, un ragazzino che sogna di vivere libero, senza terra, senza patria, senza soldi, senza casa. Adrià sogna di andare e non importa dove, di andare ovunque, e allora la guerra è una scappatoia, una prima scusa. Adrià si unisce ad alcuni ragazzi più grandi di lui e lascia il suo paese per andare in guerra. Ma la guerra è una scusa per Adrià, è qualcosa che avviene intorno, lui vuole solo muoversi. E si muoverà con un passo che sta a metà tra realtà e sogno, come in un eterno dormiveglia attraverserà luoghi e incontrerà persone. E in ogni incontro ci sarà dolore e in ogni incontro ci sarà magia; e ogni incontro nascerà da un colpo di fucile sparato non molto distante, esploso magari il giorno prima.

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Una frase lunga un libro #89: Anna Salvini, Calma apparente

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Una frase lunga un libro #89: Anna Salvini, Calma apparente, Internopoesia 2017, € 10,00

(libro disponibile da lunedì 13 febbraio)

Quella che leggerete di seguito è la prefazione che ho scritto per il libro di Anna Salvini, entra di diritto in questa rubrica perché quando la scrissi lo feci pensando a una recensione e di questo si tratta, buona lettura.

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la mia città è unificata, senza vie
senza palazzi e chiese
un unico dolore, al centro.

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Per scrivere poesia, ma per scrivere in generale, bisogna saper andare dentro le cose, sotto le cose, saper guardare il tappeto, il retro del tappeto e quello che c’è sotto il tappeto. Quello che ci abbiamo nascosto noi e quello che altri hanno lasciato. L’azione che mi viene in mente è quella di scavare la terra a mani nude, per sporcarsele, naturalmente, ma anche per portare in superficie. Anna Salvini con Calma apparente fa innanzitutto questo: scava. Salvini, però, ed è per questo che scrive poesie, restituisce al lettore l’idea di aver scavato, mostra la profondità dell’aver toccato la terra ma non ha bisogno di indicare dove, come e perché lo abbia fatto. Salvini lascia spazio alle nostre sensazioni: leggiamo lei e troviamo qualcosa di quello che è capitato a noi.

Calma apparente è il primo libro di Anna Salvini, ma faccio fatica a considerarla un’opera prima, queste poesie vengono da molto lontano. E da molto lontano scrive Salvini, da Vigevano dove è nata e vive, e poi da un tempo molto lungo e distante che è quello da cui si formano i testi che compongono le tre sezioni della raccolta: Visioni, Casa e Le sette meraviglie. Non sono disinvolta comincia così una delle poesie più significative, e quel non essere disinvolta è forse anche il motivo per cui Salvini non abbia mai fin qui pubblicato un libro ed è giusto così. Ogni cosa a suo tempo, si dice, e questo è il tempo adatto, questa è la stagione.

Portarsi via
:::::::::::::::::c’é qualcosa per il cuore
:::::::::::::::::::::::::::Giovanni Raboni

Non sono disinvolta, cado
negli spazi stretti con tutto il peso
cado, con le mie parole invisibili
e il magma che ingrassa
il ventre e fa girare il mondo
resto nel solco, non mi scanso, tendo
a restare se passi, se torni
con il tremore della voce che viene
per portarsi via.

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