Voler bene a Raboni

Giovanni Raboni - foto L. Goffi (Belluno 1988)

Giovanni Raboni – foto L. Goffi (Belluno 1988)

Voler bene a Raboni

Giovanni Raboni non se ne è mai veramente andato. Non lo dico io, l’ha detto lui e mi ha convinto.

Uno dei pochi pilastri della mia fede – ammesso che di fede si possa parlare – è l’idea della comunione dei vivi con i morti, che non vuol dire che io pensi che c’è un oltrevita nel quale si incontrino i morti. Penso che i morti ci siano, cioè penso che si continui a vivere anche con le persone che non ci sono più, che continuino a fare parte della nostra vita… Attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni. Se li coinvolgevano quando erano vivi, perché non dovrebbero coinvolgerli poi quando sono morti? Noi non cambiamo perché una persona non la vediamo più, rimaniamo noi stessi. Quindi, non ci sono dubbi. Non ho dubbi su questo… o, comunque, voglio non averne. (Intervista a Giovanni Raboni, Firenze, 29 maggio 2003 – fonte www.giovanniraboni.it)

Io non sono una persona di fede, non ho alcun pilastro su cui fondarla, semplicemente non credo. Eppure le poche volte in cui mi sono sentito vicino a una certa idea di fede sono state quelle in cui ho letto le poesie di Giovanni Raboni. Le volte in cui mi sono sentito più vicino al mistico. Le volte, soprattutto, in cui ho capito come la morte non sia una cosa staccata dalla vita, ma soltanto una parte, una parte che giustifica il resto, che spiega – in alcuni casi – il resto. E penso, come Raboni, da dopo Raboni, che i morti ci siano, che rimangano con noi, nei nostri paraggi attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni. Quindi Raboni è qui, che io lo rilegga (e succede molto spesso) o che passeggi per Milano (e succede molto spesso). Mi domando, a volte, se Milano sarebbe stata la stessa città per me se non l’avessi attraversata e vissuta con i testi di Raboni (ma anche di Pagliarani o di Sereni), se me ne fossi comunque innamorato già dalle prime camminate, quelle che facevo con il Garzanti sotto il braccio, una mano sulle poesie e una mano sui muri dei palazzi. Milano doveva diventare la mia città, e doveva farlo in fretta, e chi se non il poeta che aveva saputo raccontarla così bene, tanto viva, che l’aveva messa in poesia com’era prima che io nascessi, avrebbe potuto insegnarmela e, poi, regalarmela. Badate, non sto esagerando: Milano non è una faccenda che si possa scindere da Raboni. Se esiste una Milano senza di lui, quella non è la mia Milano, è un’altra cosa, meno viva e molto meno interessante.

Non ho conosciuto di persona Giovanni Raboni pur avendone avuto la possibilità. Facevo e faccio ancora così, non sono mai riuscito ad avvicinarmi troppo a chi ho troppo amato per ciò che ha scritto. Oggi va un po’ meglio, ma su certe cose non si cambia. Una volta però l’ho sognato, guidava il 29 (il suo amato 29, ma poteva essere anche il 30). A Porta Romana saliva Carver, in viale Montenero David Foster Wallace, ma l’autista era lui qualunque fosse il giro.

Quando in un punto del suo giro
un tram che viaggia in senso orario
sfiora per un istante uno di quelli
che viaggiano in senso antiorario
anche a noi passeggeri
dalle opposte destinazioni
càpita qualche volta di sfiorarci
con brevi occhiate da cui sbucano
malinconia e stanchezza
e un’ombra, solo un’ombra di pietà
simili a quelle che si scambiano
chi entra al Pini o in via Pace e chi ne esce
per pratiche attinenti
alla propria o all’altrui sopravvivenza.

Mi capita spesso di pensare a come Raboni guarderebbe Milano adesso, a cosa vedrebbe. Come racconterebbe lo sfascio di questo paese (sfascio che, tra l’altro, aveva ampiamente e lucidamente previsto, in poesie inarrivabili come Ricordo troppe cose). Immagino la stessa lucidità e un filo di stanchezza in più, e molta amarezza. Cosa direbbe del bosco verticale, dei nuovi grattacieli. Di una città che sale sempre più in alto, ma riserva quello spazio a pochi. Direbbe di alberi in fuga dalla falda acquifera che sale? Immagino che gli piacerebbe la nuova linea della metropolitana e molto meno la situazione culturale in Italia. Sono certo che preferirebbe ancora DeLillo a Kundera, ma che rispetterebbe entrambi. E cosa scriverebbe? Come scriverebbe? Di nuovo rigore metrico o verso più libero? Rigore morale certamente, quello sarebbe rimasto, come sarebbe rimasta la capacità di vedere le cose, di immaginarle, di dirle tutte in poche parole. Oggi, dunque, sono passati dieci anni dalla morte di Raboni, a me pare un secolo e contemporaneamente pochi istanti. Qui sono tutte macerie, e non parlo di poesia e di poesia civile, parlo di stato d’abbandono, di decadenza, di involuzione, di perdita di senso civico, ecco: di retrocessione civile. Di tutto questo/ non c’è più niente. Mancano l’amore per le cose, l’umanità, la compassione. Manca la pietà.

Sono contento della scelta di Einaudi di pubblicare Tutte le poesie di Raboni (nelle prossime settimane parleremo in maniera approfondita del doppio volume), è un bel modo di ricordare l’uomo riproponendo il poeta. Quanto a me, avete visto, questo non è un saggio, non è una recensione, non è una lettera. È qualcosa che a che fare con il titolo e con la gran fatica che si fa.

Si farà una gran fatica, qualcuno
direbbe che si muore – ma a quel punto
ogni cosa che poteva succedere
sarà successa e noi
davanti agli occhi non avremo
che la calma distesa del passato
da ripassare senza fretta
fermando ogni tanto l’immagine,
tornando un po’ indietro, ogni tanto,
per capire meglio qualcosa,
per assaporare un volto, un vestito…
Sì, tutto in bianco e nero, se Dio vuole.
E tutto, anche le foglie che crescono,
anche i figli che nascono,
tutto, finalmente, senza futuro.

© Gianni Montieri

 

Nota
Le poesie di Giovanni Raboni qui citate sono tratte da Barlumi di storia, Mondadori 2002; (ora in Tutte le poesie, Einaudi 2014). I due versi «Di tutto questo/ non c’è più niente» costituiscono l’incipit della poesia Risanamento da Le case della Vetra, Mondadori 1966 e Garzanti 2000 (ora in Tutte le poesie, Einaudi 2014).

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