gianni montieri

Roberto Canella, Il nostro amore distruggerà il mondo

Roberto Canella, Il nostro amore distruggerà il mondo,  Edizioni Sartoria Utopia, € 22,00

*

ecco che si ripete:

infilarsi nel letto come
dentro una tasca orizzontale
diventare la lingua sepolta
sotto il palato
eppure parlare nel sonno senza voce
frasi rinsecchite di un amore labiale.

rigirarsi fra le coperte raggomitolato
e trafitto come un pollo allo spiedo.
nel buio non amo, non prego.

*

non potere arrivare a te neanche se
fossi più veloce della mia ombra.

o se avessi parole al posto di pagine
o pagine al posto d’inchiostro
o inchiostro al posto di sangue
o sangue al posto di un corpo
o un corpo al posto di un’ombra.

*

mi piacerebbe chiamarti,
dirti allora passo da te
cinque minuti e arrivo.
ma non chiamo. o correre
nella luce fiamminga che
riempie la piazza del mercato,
oggi venti novembre, sotto
casa tua, proprio adesso che
si sta svuotando. ma non muovo
un dito. e almeno cosa penso?
neanche questo ti dico.
lo scrivo però a fondo
pagina, murato vivo.

*
(ritorno?)

ogni ritorno a casa è una sconfitta
ogni gesto arricchito di perdita
scavo millenario, quotidiano.
la traccia già segnata la via già tracciata
da troppi altri piedi penne pugnali
non avere ali saltando giù dalla finestra
come mandel’stâm senza essere mandel’stâm.

il solito sole sul davanzale non buca
l’ombra suicida del mio salto incompiuto,
il davanzale, anche il davanzale è una strada
che cola a picco a est e a ovest di sé
una sciarada inerme spiaccicata sulla pagina,
nell’aria. mio piede stupido segugio
che segue ancora le via del rifugio.

perché scavi domenica, perché domeniche
una dopo l’altra, perché tutte le volte
castelli di carte morte. giorni come questi
dove ogni movimento ogni sterzata
ogni parola è un replay riflesso incondizionato
dove non si può scrivere niente di nuovo.

non senti la mancanza, la distanza da queste
labbra essiccate, da questa lingua
nacchera rinsecchita. non immagini neanche
che il passato ritorna a ombre, a sassate.

(ogni ritorno ha in sé fughe, fantasmi
finestre aperte, invitanti)

(marzo/maggio 1998)

*

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Filippo Tuena, Com’è trascorsa la notte

Filippo Tuena, Com’è trascorsa la notte, Il Saggiatore 2017, € 20,00, ebook € 8,99

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Questo libro è una storia d’amore, e come tutte le storie d’amore viene raccontato attraverso la biografia, attraverso il sogno, attraverso quella sottile linea di confine che si muove tra sogno e realtà. Sempre di orizzonte si tratta, e lo si può raggiungere o lo si può guardare. Possiamo guardare, come abbiamo spesso fatto, il sole calare sul mare, possiamo aspettare che faccia notte e in quella notte riprendere a sognare. Tra sogno e finzione c’è differenza ma anche qui ci troviamo in presenza di un labile confine, di una posizione controversa da sostenere di fronte alla suggestione.

Ho sognato o ho visto qualcosa? La mia casa è un teatro e qualcuno è venuto a recitare per me? Ho soltanto sognato o qualcuno mi ha raccontato una storia d’amore? E i protagonisti del racconto chi sono? I personaggi, i folletti di Sogno di una notte di mezza estate oppure sono coloro ai quali la storia viene narrata?

Sono domande che forse si è posto Filippo Tuena quando ha deciso di scrivere Com’è trascorsa la notte, ma sono – senza dubbio – le domande che mi sono posto io dopo aver terminato la lettura del romanzo. Ogni volta che leggo un libro di Tuena entro in una sorta di sfasamento temporale, entro in quell’indeterminatezza di cui l’autore scrive nell’ultima parte del libro.

Perché c’è un’indeterminatezza in questa recita che fa sì che le identità si confondano, i ruoli si alternino.

L’indeterminatezza, il principio che la regola, è comune a tutte le storie che Tuena ha scritto, ed è ovviamente il punto focale di Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare.

La voce narrante convoca la donna amata, la convoca all’immaginazione e al sogno. La invita a immaginare dalla prima pagina, un palazzo, un giardino, un luogo altro; e la avverte che nella notte in arrivo, una notte di mezza estate, qualcuno arriverà a mettere in scena una rappresentazione privata della commedia di Shakespeare.

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Festival dei Matti, VIII Edizione, Venezia dal 26 al 28 maggio

 

Festival dei Matti 2017

Ottava Edizione

Temporali

26-27-28 maggio

Venezia

Di questi tempi sono le emergenze, il dire e il fare nell’urgenza, il tempo stretto che gioca con gli effetti, precipita i discorsi in prese rapide e giudizi senza esitazioni. Di questi tempi è il gioco della fretta, la messinscena subito smontata dall’urgenza successiva, la memoria corta, il senso che paralizza le parole, il netto suddividere le cose, gli uomini e tutto il loro andare. Di questi tempi, bruciati in scorciatoie, quello che ancora resta da capire, che si sottrae, dissente o disattende si attarda e invoca tregue, controtempi che rallentino, temporali che rovescino la scena.

 

Temporali, l’ottava edizione del Festival dei Matti che si svolgerà a Venezia il 26, 27 e 28 maggio 2017, è un invito ad esitare, a far sosta intorno alle parole, ai discorsi, ai gesti che segnano il passo di questo nostro scombinato tempo, sfiancato in gorghi senza attese.

La prima sosta, venerdì 26 maggio alle ore 11.00 al teatrino di Palazzo Grassi, è un Contrattempo, fa inciampare: ci sono Claudia Antonangeli, Arianna Bellano, Chiara Busetto, Alessia Camarin, Maddalena Martini, Alessia Mongelli, Valentina Ruzzi e Lisa Thibault, studentesse di Ca’ Foscari, con le loro domande senza preavviso ai passanti, a ragionare di quanto l’impazzire ci riguardi, di quanto le parole in questo campo fatichino a star ferme, deraglino e ci confondano su ciò che pensiamo di sapere su noi stessi.

La seconda sosta, alle 16.00, è Interruzioni: a interrompersi violentemente, nei tre cortometraggi di Valentina Pedicini, Sergio Bertani e Antonio Fortarezza sono storie minori, stralciate da ragioni forti, giochi di potere, discorsi senza via d’uscita: una gang di ragazzini su una spiaggia del Salento, un giovane uomo in un reparto psichiatrico, quattro ragazzi e quattro ragazze migranti in un Centro di Assistenza Straordinaria. Storie che interrogano come fanno un cielo e un mare sottosopra, un fuori chiuso dentro, un altrove messo sotto gli occhi.

La terza sosta, alle 18.00, sono Scampoli di vite: le vite di Janet Frame e Cesare Pavese, fatte a pezzi dai banchi di ghiaccio dell’incomprensione e del dolore, dalla violenza delle istituzioni, dal gioco rischioso del prender parte alla vita. Vite sottratte, ma poi reimpastate e doppiate in prosa e poesia e nei racconti lievi e accorti delle scrittrici Anna Toscano e Nadia Terranova.

La quarta sosta, alle 21.00, è Grandine, l’incontro con Giulio Casale, seduto da sempre “dalla parte del torto”, a dar corpo e voce al sottosuolo, alle vite sghembe, sbagliate, di risulta, di chi esita e non smette mai di dubitare. E sarà musica comunque, che picchia e lava sulla scena. A chiudere la serata, alle ore 22.15  sarà Doppelgänger, performance di Francesco Wolf  per la regia di Mattia Berto, che mette in scena l’ombra, l’altro che ci abita e la nostra identità che scivola.

La giornata di sabato 27 maggio, all’Ateneo Veneto, avrà tre soste sul fronte dei diritti, a guardare cosa accada oggi, in Italia e nel mondo, a chi s’impiglia nel cono d’ombra di un dolore privato e collettivo che le comuni “buone ragioni” non sono in grado di curare.

Ci fermeremo con i tanti ospiti della mattina e della prima metà del pomeriggio a tracciarne la Meteorologia: parleremo, con Gisella Trincas, Stefano Cecconi, Nerina Dirindin e Tommaso Maniscalco – i familiari, la società civile, la politica – dello scarto persistente tra enunciati e pratiche che ancora fa scempio in Italia di intenzioni legislative illuminate perché è davvero Tempo di cambiare, di cambiare il passo.

Dalle ore 15.00 alle ore 18.00, parleremo poi della Follia degli ultimi, della dannazione che ancora grava in troppi luoghi del mondo sulle vite di chi viene detto matto e scambiato per la parola che lo chiama. A parlarne saranno Angelo Righetti, Luciano Carrino, Giovanna Del Giudice, psichiatri basagliani, da sempre impegnati contro le istituzioni totali e nella cooperazione internazionale e con Grégoire Ahongbonon che sottrae alle condizioni disumane a loro riservate in Africa Occidentale i matti, qui demonizzati, incatenati e abbandonati sulle strade.

Infine, con Roberto Beneduce, etnopsichiatra, antropologo e fondatore del centro Fanon di Torino, e Antonio Fortarezza, videomaker e fotografo, parleremo dei Tempi spezzati delle migrazioni e delle follie che ne vengono: le matrici storiche della sofferenza, i limiti e l’ipocrisia del nostro sapere e delle nostre pratiche “terapeutiche” il dolore irriducibile di chi si porta addosso lo strazio di indicibili sopraffazioni e violenze e il carico disumano di impunità senza ritorno.

La sosta che chiude il pomeriggio di sabato è letteraria: Gianni Montieri, poeta e scrittore, incontrerà Filippo Tuena, autore “ipnotico” che aggrega storia, fantasmi, incubi e polvere di sogni, desideri che perdono la strada, ebbrezze diurne e notturne miscelate.  E ci trattiene, senza farci male, all’ordinaria follia del nostro stare.

A chiudere la giornata del 27 maggio alle ore 21.00, nello splendido Chiostro del Liceo Marco Foscarini, saranno Massimo Cirri, scrittore e conduttore di Caterpillar e Lucia Goracci, inviata sui fronti di guerra di Rai News24 a parlare di Cataclismi, dello scandalo delle guerre, del terrorismo, di scenari in cui lo sgretolamento dei diritti e le follie collettive sono il solo ordine del mondo.

La mattina di domenica 28 maggio al Teatrino Groggia, ispirandosi alla Ballata del vecchio manicomio, la lirica dirompente di Paolo Universo, Mattia Berto, regista, attore e padrone di casa, terrà un laboratorio teatrale aperto al pubblico insieme a Pascale Janot, curatrice e traduttrice del volume omonimo di poesie in francese.

Il pomeriggio dalle 16.00 la presentazione dei lavori del laboratorio, e poi Peppe Dell’Acqua, direttore della Collana 180 e Pietro Del Soldà, conduttore di Tutta la città ne parla a parlare di Tempi rubati con Alberto Fragomeni e la prosa mozzafiato dei suoi Dettagli inutili (una storia che a un certo punto impazzisce ma non si ferma lì) e con Alberto Gaino, che ricostruisce la storia oscena e irrimediabile del Manicomio dei bambini, luogo di annientamento sistematico in cui, fino agli anni ottanta, sono stati inghiottiti migliaia di bambini giudicati ineducabili.

Alle 18.00 la sosta Tempi che corrono vedrà il sociologo Alessandro Dal Lago, a raccontare di come cambia la nostra percezione del pericolo al tempo del Califfo, del montaggio di ostilità diffuse e personali contro i migranti, i diversi, i nuovi mostri, le genealogie dell’odio e delle nostre fragili strategie securitarie.

A chiudere il Festival sarà infine il tempo sospeso di Letizia Forever, spettacolo teatrale con Salvatore Nocera, testo e regia di Rosario Palazzolo; un monologo che sfonda le parole, la lingua, l’identità e ci trattiene nel corpo di una storia che si fa e si disfa, forse come tutte le storie, sul confine impreciso e mobile che separa e unisce senza tregua normalità e follia.

I temporali sono prossimi al tempo fermo, stabile. Lo strappano d’improvviso dalla sua inconcludenza e lo rendono migliore. Questo è l’auspicio dell’ottava edizione del Festival dei Matti.

Anna Poma

Curatrice Festival dei Matti

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I luoghi del Festival

  • Teatrino di Palazzo Grassi – Campo San Samuele, 3231 – Fermata Vaporetto: S. Samuele – Linea 2
  • Ateneo Veneto – Sala Tommaseo – Campo S. Fantin – Fermata Vaporetto: S. Angelo – Linea 1; Rialto Linea 2
  • Liceo Foscarini- Fondamenta S. Caterina 4942- Fermata Vaporetto: Fondamente Nuove – Linee 4.1- 4.2 – 5.1 – 5.2
  • Teatrino Groggia – Cannaregio, 3161 – Fermata Vaporetto: S. Alvise – Linee 4.1- 4.2 – 5.1 – 5.2

 

 

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero fatta eccezione per lo spettacolo teatrale Letizia forever di domenica 28 maggio (entrata 10 euro). Informazioni sul sito www.mpgcultura.it  e alla Pagina Facebook mpgcultura. Prenotazioni per spettacolo e laboratorio di domenica mattina al n. 3298407362 a partire da mercoledì 24 maggio 2017.

 

Ufficio Stampa

Chiara Vedovetto

tel. 3491692486

 

Info

info@con-tattocooperativa.it

tel.338 8603921/ 333 5286990

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Cristina Micelli, A chi scorre

Cristina Micelli, A chi scorre, Qudulibri, 2017, € 10,00

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La donna che scrive a matita
ha un’età vicina a quand’era bambina
ha l’età di sua madre, l’età di sua figlia.

Ha letto le pietre nelle trincee
e le storie degli uomini seduti di fronte
ha mangiato bacche
visitato più volte la stessa cascata
ha messo i piedi nella rugiada
per sentire quando è fonda la rinascita.

*

Le ragazze sedute in mezzo all’Arzino
fanno isola incontro al destino.
Da sponda a sponda poi verranno i piloni
come deciso
verranno i viadotti e la violenza del profitto.

Ma le ragazze ricorderanno di avere visto
le risate e l’eco del parlare fitto
una luce illesa venire radente
il cemento non corrode la corrente.
L’immagine impressa nei loro occhi di torrente.

*

La tua voce nel riverbero della strada
sorprende un pensiero che abbiamo.
assomigli in suono alle corde grevi e trasparenti
al pieno che ha il suo vuoto attorno
allo spazio dove la visione s’incanala.
Il primo respiro ara la terra
il secondo chiama la pioggia a raccolta
il terzo respiro è il seme che ci amalgama.

*

Le rovine dell’ex-macello
le braccia in croce sul cemento
chi spinge il gancio fin dentro l’anello.
Sul vetro della grappa l’albero compie la sua
danza e come può abbraccia
il tronco, il capo reclinato di lato.

Non vista la mano a deporre il peso
non viste le ali a separare il legno
tu e il tuo volere rimanere appeso.
Tu la tua sete che chiede senza dire
dichiari la fine della rosa con le spine.

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Chris Bachelder, L’infortunio

Chris Bachelder, L’infortunio, traduzione di Damiano Abeni, Sur 2017; € 16,50, ebook € 9,99

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I rituali, le abitudini, ripetere alcuni gesti all’infinito, sono modi per sopravvivere? È forse per questo che le tradizioni sono così dure a morire? E non è per questi motivi che le religioni sopravvivono più di ogni altra cosa? Il conforto che la gente trova nella preghiera, o nell’andare a una funzione religiosa, si compie già nella ripetizione. Non è il testo del rosario che salva ma il fatto di poter ripetere quei misteri tutte le sere di maggio alla stessa ora con persone che condividono la stessa fede. Non si spiega altrimenti perché ripeteremmo il Natale come se fosse una rappresentazione: stessi cibi, stessi invitati, stesso albero e, molto spesso, gli stessi regali. Potrei fare decine di esempi in cui la ripetizione di un’azione viene vista come l’unico rimedio al disagio o alla solitudine, allo sprofondare nei guai. Rifaccio questa cosa e per un’ora mi scordo del mio divorzio, dei problemi al lavoro, dei guai di mio figlio. Per molti di noi anche rimettere a posto una tazza sempre sullo stesso scaffale significa ripristinare un ordine e a quell’ordine aggrapparsi.

Erano testimonianze di desiderio. La gente tocca le finestre, pensò, in cerca di rassicurazione. A controbilanciare la narrativa dell’espansione c’era una altrettanto importante narrativa del contenimento.

Chris Bachelder ne L’infortunio (tradotto dal sempre ottimo Damiano Abeni) ci racconta una tradizione alla quale forse nessuno di noi avrebbe mai pensato: 22 uomini ogni anno si ritrovano in un Hotel a due stelle da qualche parte negli Stati Uniti per ripetere una partita di football americano, non una partita che hanno giocato da ragazzi ma una partita storica, che tutti conoscono o ricordano, quella in cui il fantastico quarterback dei Redkins subì un gravissimo infortunio che mise fine alla sua carriera. Per cui i 22 si ritrovano soprattutto per ripetere quell’azione specifica. Chi sono i 22?

Intanto non sembrano neppure così amici, o forse qualcuno tra di loro lo è stato; più che altro sono persone che si sono incontrate per via di una passione e per una serie di altri motivi ripetono – come su un palcoscenico – la stessa scena da parecchi anni.

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Vito Bonito, La bambina bianca

Vito Bonito, La bambina bianca, Derbauch Verlag, 2017 (edizione in 70 copie, non venale)

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da Le attese

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La bambina è in fiamme
la bambina è lieve
la bambina è bianca
la bambina è neve

più di tutto
la bambina è pèue

[…]

appena lieve
la fiamma deve
sentire bianca
cader la neve

*
ti ho vista!
in sogno che nascevi

mi dicevi
con le mani al cielo

il caos le ombre le spine

non so perché
ho pensato a bruciapelo

nel tuo principio
inizia la mia fine

*

o mia pèue ti temo

sei fata morgana
di una mente allo stremo

la trama e la brama

la mia rima nirvana

*

da Le risposte

*

chiamatemi pèue
la bianca falena
l’infanta altalena
che scende e risale

io parlo i pesci le api
la neve nivale

divento di rame
le acque l’ossame
persino la fame

io parlo la pietra
la bolla l’anguilla

sono il fumo lo splene
il niente e nessuno
le mani di sangue
già piene

sono il tuo scaccomatto
lo schianto

l’autoritratto
di te a testa in giù

io sono l’astratto

l’incanto

il caucciù

*

fumo nel fumo
buio d’animale
porta di sangue
grifo siderale

toc toc

telegramma
soprannaturale

sono pèue

guarda
c’ho il pugnale

stop

*

 

 

Anna Pavone, Vento traverso

Anna Pavone, Vento traverso, Le farfalle, 2017, €  12,00

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Ci sono libri che vengono da posti diversi e che pare abbiano fatto un lungo viaggio prima di giungere a destinazione. Libri destinati a brillare come fanno le persone certe volte che dall’ordinario tirano fuori un minuto di luce, un momento rapido come un lampo, che però giustifica tutto il resto. Libri che giocano di sponda, che lasciano che le parole rimbalzino libere, che suonano se necessario. Libri che non hanno un ordine di parole stabilito ma che ne seguono se è il caso. Libri che nascono dall’ascolto, che le parole raccolgono, che le parole assecondano. Libri piccoli che contengono un grande segreto, mai del tutto rivelato ma condiviso; un segreto che il lettore raccoglie riconoscendosi. Libri che sono fatti di pronunciamenti, di vaga speranza, di pioggia e sole. Libri che parlano di matti, come Vento traverso di Anna Pavone.

Anna Pavone scrive, dunque, un libro sui pazzi; non sulla pazzia. Non su una situazione ma sulle persone. Costruisce un libro composto da piccole prose che funzionano in maniera polifonica più che corale. Ogni voce raccolta è unica, se vogliamo distorta, se crediamo leggera, se preferiamo confusa, o dura, o debole, o sussurrata, o gridata; ma tutte suonano nella forma in cui Pavone costruisce la storia che andrà a raccontare. Vento traverso è un lasciapassare, è un libero transito alla frontiera della normalità. Confine che di volta in volta si sposta, ricordiamolo, quello che oggi è normalità venti o trent’anni fa sarebbe stato definito follia. Quello che oggi è considerato disagio vent’anni fa sarebbe stato definito psicosi, e così via.

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Sarah Manguso, Il salto

Sarah Manguso, Il salto, trad di Gioia Guerzoni, NN editore, 2017; € 16,00, ebook € 7,99

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Ci sono molti modi di raccontare il dolore, tutti quanti sono personali; è molto probabile che si tratti di racconto parziale, di qualcosa che non riesca né a contenere né a dire tutto. Il dolore è un fatto privato, personale, ed è – per necessità e forza di cose – un racconto limitato. Il dolore poi non è né quello che mostriamo agli altri, né quello che gli altri credono di comprendere dai nostri comportamenti. Il dolore è un’altra cosa.

Il dolore, e malinconia, e nostalgia, può essere certo dell’assenza se parliamo della perdita definitiva di una persona cara, della morte così come accade ne Il salto di Sarah Manguso; oppure può essere rimozione, se si può far finta che non ci sia. Eppure il dolore c’è, va e viene, si nasconde dove vogliamo ma torna quando non ce lo aspettiamo. Possiamo sopportarlo ma non possiamo batterlo.

Se Harris, il protagonista della storia fosse partito invece di saltare sul binario della metropolitana all’arrivo del treno? Partito, così come ha fatto Sarah, la sua più cara amica, che se ne è stata per un anno all’estero. Anno in cui, dopo aver condiviso tutto, non si sono sentiti, cosa sarebbe accaduto? Harris, però, quel salto l’ha fatto e proprio nelle ore in cui Sarah rientrava a New York.

Il dolore che porto con me ora, e che a volte si attenua senza preavviso, non è il suo. Questo dolore è mio, e a differenza del mio amico non cerco di nasconderlo. Lascio che ricopra tutto. Urlo in casa. Piango in metropolitana. Dico a tutti quelli che conosco che il mio amico si è buttato sotto un treno.

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Gianni Montieri, Fuori dai cantieri (serie completa)

East Side Gallery, foto Gianni Montieri

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Fuori dai cantieri (serie completa), poesie pubblicate in parte qui in due momenti, oggi nella loro veste (quasi) definitiva; poesie che andranno a formare una delle sezioni sul libro in costruzione, che sarà un libro sulle cose che restano, le rimanenze nel bene e nel male.

*

 

Alle 9,30 a Porta Venezia
era l’appuntamento, il segnale,
piovesse o meno non mancavamo,
non esistevano gite fuori porta,
fidanzate, amici che tenessero,
quel giorno si manifestava
riconoscersi sotto gli striscioni
chi con i confederali, chi con gli autonomi
più distanti ma presenti i Lotta Comunista:
avevamo cose da sognare, sogni da lottare,
diritti, avevamo da vivere e lo dicevamo
(Il Manifesto stretto tra le mani).

 

*
Qualche volta di pomeriggio
ci spostavamo a Porta Ticinese
al MayDay per sentirci giovani
a rimescolarci il sangue coi precari

conservo una foto sul carro di SDB
vaghi ricordi di birre annacquate
bevute con amici venuti da lontano.

 

*

Le grigliate all’Idroscalo le fanno oggi
le hanno fatte allora, forse hanno ragione:
il Lavoro si festeggia mangiando, bevendo,
e ha torto la vecchia che dice:
“Adesso le fanno solo i cinesi, gli africani”
ha torto chi il lavoro ce l’ha tolto, chiuso
ogni due di maggio fuori da una fabbrica,
tra le lamiere all’ingresso di un cantiere.

*

Giù: il volo da una gru, lo schianto, il coma
colpito da un palo scivolato a terra,
al cuore da un rifiuto, da un male
senza cura. Arso vivo a un passo dal Natale,
da un contratto vero, sottoterra in miniera,
sottopelle nessun respiro, nessun ritorno.
 

*

Oggi che mancano due giorni al primo maggio
e piove con quella pioggia come a novembre
al cantiere non si lavora, fermi i macchinari,
i manovali  in nero oggi non guadagnano
vanno a casa, ogni tanto gli occhi al cielo.

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Riletti per voi #15: Dorothy Allison, Trash

Dorothy Allison, Trash, traduzione di Margherita Giacobino, Il Dito e la Luna, 2006, € 16,00

di Renzo Favaron 

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Leggere Dorothy Allison è toccare con mano il fatto, se così si può dire, che l’America ha un nucleo di popolazione non “colored” aborrita e discriminata, il che fornisce una prova tangibile della profonda lontananza e divergenza dalla favola che essa sia la patria del sogno a cui normalmente e superficialmente è stata ed è associata. Trash (Il dito e la luna, 2006) di Dorothy  Allison è una raccolta di racconti che aggiunge un tassello interessante e arricchisce la percezione di un paese a cui non poca letteratura e cinematografia è sembrata cieca o comunque ha lasciato più intuire che mettere a fuoco. In particolare, ciò che colpisce è l’accento, il tono, il punto di vista di un’autrice e insieme di una donna che si è sentita appiccicata l’etichetta di “bianca spazzatura”, un’etichetta che ha quasi lo stesso significato di “colored” e quindi di una macchia non meno carica di conseguenze. Forse non è casuale il fatto che Dorothy Allison sia originaria del South Carolina, ovvero di uno di quegli stati dell’America che hanno dato (sì) i natali a William Faulkner e Flannery O’Connor, ma rispetto ai quali è piuttosto diffuso lo stereotipo che siano abitati da persone (stupide, cerebrolese, moralmente carenti), che sono l’esatto contrario dello stereotipo Yankee.

Come che sia, centrale nella raccolta di racconti è la figura della madre, una donna dalla scorza dura e che a poco a poco, anche se non è più di tanto istruita né colta, si rileva essere ricolma di scienza infusa. Infatti, alla figlia Dorothy, consiglia: «Non dire a nessuno quello che succede veramente. Non siamo al sicuro, l’ho imparato da mia madre. C’è gente al mondo che è al sicuro, ma noi no. Non far sapere a nessuno i fatti tuoi». Oltre a ciò, orgogliosamente conscia della propria condizione, aggiunge: «Non volere quello che non puoi avere». La madre di Dorothy sa di essere una bianca trash, ma ha una qualità rara non meno che cristallina: la “grinta”, e grazie a questa contrasta e sopporta gli urti della “storia” personale e familiare. Del resto,  non solo la madre si staglia e spicca, ma altre figure dell’universo parentale, come la nonna e la zia Alma. Quest’ultima, in uno dei racconti più più toccanti della raccolta, un giorno si sposta da Greenville e inopinatamente compare davanti alla nipote, che ormai da alcuni mesi si è stabilita altrove. E’ stata la madre a mandarla in avanscoperta e la casa in cui vive Dorothy è una topaia; non ci sono sedie, ma banchi di chiesa, e la nipote ricorda che la zia si rifiutava di andare in chiesa perché non c’erano le sedie a dondolo. Però, quasi fosse una cosa normale, all’interno c’è un tavolo da biliardo, e a un certo punto zia Alma rastrella le biglie e le sistema “in un triangolo perfetto”. Mentre la zia si piega sul tavolo verde, Dorothy si volge indietro e la ritrae come una donna generosa e sui generis. Già, la sorella della madre gestiva una trattoria e le piaceva giocare, tanto che non andava mai a casa senza farsi “prima tre o quattro partite, da sola”. Facendo una digressione, appare chiaro che l’avere messo al centro del racconto il tavolo da biliardo è qualcosa che va al di là della mera trovata narrativa, nel senso che zia Alma si può a tutti gli effetti considerare il prototipo della donna in grado di competere in un campo tradizionalmente appannaggio o, se così si può dire, culturalmente fatto su misura per l’universo maschile. Tuttavia, è una donna “vecchio stampo” e il cruccio che l’ha portata a far visita alla nipote è racchiuso nella domanda: «Hai pensato ai figli?». Nel leggere il racconto, tanto per cambiare, ci sono venute subito in soccorso le raccomandazioni della madre già esposte e trascritte da Dorothy, ovvero: «Non dire a nessuno che il patrigno ti picchia. Succederebbero cose terribili che non si possono neanche dire». Come la stessa autrice ha ammesso, però, lei non è come la madre, non ha la sua stessa forza e ora non sveleremo la storia che racconta a zia Alma. Pensando al lettore, ci limiteremo ad aggiungere che l’autrice contravverrà alla regola materna di mantenere il massimo riserbo in merito a ciò “che succede veramente”.

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Una frase lunga un libro, i saluti

Alina Cerunda era bella, nonostante i suoi settant’anni. Chi dice che non lo fosse, mente. I vecchi, tuttavia, sembrano sempre travestiti e questo li rovina. So da buona fonte che non faceva mai il bagno. Impeccabilmente pettinata, con i capelli cotonati anche quando dormiva, sembrava pulita. Ho visto Alina Cerunda a letto, come un quadro.

Il brano che leggete qui è tratta da La Promessa di Silvina Ocampo (La Nuova frontiera, trad. di Francesca Lazzarato), ed è stato il primo brano scelto per la rubrica “Una frase lunga un libro”, era il 25/02/2015. La rubrica si è chiusa stamattina con il numero cento, e si è chiusa con Roberto Bolaño e il suo Tre (Sur, trad. di Ilide Carmignani); in mezzo ci sono poco più di 500.000 battute, spazi e vita inclusa, ci sono molti viaggi, recensioni brevi o lunghe, scritte in treno, scritte di notte, scritte in pausa pranzo, scritte in bagno, alcune venute benissimo altre un po’ meno.

Ero partito con l’idea che una frase (o un verso) fosse in grado di individuare l’anima del libro, di rivelarlo, molte volte è andata così. Molte altre la frase ha introdotto, altre ancora è stata un punto d’arrivo, altre ancora ha mostrato la voce di un personaggio, quasi sempre è stata bellissima; ci sono stati libri per i quali la copertina ha parlato meglio di una frase.

Mi piacciono le cifre tonde, quando arrivai al numero 50 decisi che a 100 la rubrica avrebbe chiuso i battenti. Grazie ai libri di cui ho parlato qui, al ritmo di uno a settimana, ho migliorato la mia scrittura e credo il mio approccio alla lettura. Ho scritto di poesia e narrativa cercando sempre di trovare “la storia” e mostrarla al lettore. “Una frase lunga un libro” chiude ma le recensioni continuano, forse in altra forma, vedremo.

Ringrazio i molti lettori, le case editrici e i loro uffici stampa, e la mia redazione che mi ha sostenuto e accompagnato in questo viaggio che è stato soprattutto divertente. Ringrazio tutti gli scrittori e qui ci sono molti di quelli che amo di più.

Vi metto qui il link con tutti i numeri, andate a vedere che bel viaggio è stato. UnFraseLungaUnLibro

Grazie assai.

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Gianni Montieri

Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre

Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre, traduzione di Ilide Carmignani, Sur, 2017; € 16,50, ebook € 9,99

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Al personaggio resta l’avventura e resta da dire: «ha cominciato a nevicare, capo».

Quando ho scritto circa  i libri di Roberto Bolaño mi è capitato di fare riferimento alla geografia, di usare parole come mappa. Ho sempre sostenuto che una delle cose più belle della sua letteratura sia la grossa apertura tra un libro e l’altro, che la sua sia un’opera totale in cui ogni libro insegua e completi quello precedente, in cui ogni personaggio possa essere anticipato solo di profilo in un racconto per poi tornare protagonista in un romanzo, o comparire come un frammento o una visione in una poesia.

Il territorio sul quale si muove l’opera di Bolaño è vasto, è sterminato. Si estende dal Sud America al Nord America, dalla Spagna alla Francia, si apre tra la Germania e l’Italia. Il suo territorio fatto di parole, visioni e ironia, si muove come in preda a un sisma costante tra la dittatura e la letteratura, tra gli scrittori adorati e la fame, tra le letture e i sogni. I romanzi di Bolaño si concludono in altri romanzi o li anticipano, alcuni elementi ritornano continuamente, ossessivamente, con una forza progressiva che li spinge fuori parola dopo parola, libro dopo libro. Torneranno e tornano sempre i padri letterari come Borges o Parra, il ricordo doloroso dei regimi, le fughe, gli esili, il suo essere (per sua stessa definizione) un senza patria. Sempre saranno presenti i detective, e lui sarà uno di questi, e i detective saranno i poeti indimenticabili de I detective selvaggi o quelli veri di 2666. Il detective è lui, Bolaño scrivendo ha sempre indagato, si è spinto nei suoi punti più oscuri e cupi e più limpidi e ci ha mostrato il nostro tempo per quello che è: un groviglio inestricabile di anime perdute, di libri che ci fanno bruciare, di ubriaconi, di torturatori, di puttane, di nazisti, di comunisti, di sognatori, di romantici e  visionari, di killer spietati, di uomini illuminati, di cani e di poeti.

Ed eccoci alla poesia perché è quello il luogo dal quale viene la scrittura se non la vita di Roberto Bolaño.

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