gianni montieri

Festival dei Matti 2018: il programma

Festival dei Matti – IX edizione

17-20 maggio 2018
Venezia
A margine. Abitare luoghi comuni.

Si parlerà del fatto che follia (quale che sia il senso che diamo a questa parola) è da sempre l’effetto di una messa a margine, a fondo pagina di discorsi che reggono soltanto bandendo il fuori campo. Una questione di spazi separati, dislocazioni non scelte, forzati trasferimenti, sradicamenti. Si parlerà di quei luoghi comuni – ideologie e pregiudizi – che chiudono i dialoghi, innalzano muri, barriere intransitabili, spazi chiusi che nulla hanno di comune e del dolore dell’essere spinti fuori gioco; ma anche delle condizioni che rendono inabitabili o abitabili i contesti, della cura che occorre perché sia possibile abitare da soggetti il dentro e il fuori, luoghi comuni, territori condivisi, comunità materiali e immateriali, garantendo a pieno la cittadinanza come chiede la legge 180, a quarant’anni dalla sua emanazione.  Come note a margine che riaprono i discorsi.

 

PROGRAMMA

Giovedi 17 maggio
Ca’ Foscari CFZ, Cultural Flow Zone
Ore 18.00

Inaugurazione del Festival

Saluti istituzionali

Anna Poma curatrice del Festival
Paola Mar assessora al Turismo Comune di Venezia
Flavio Gregori prorettore attività e rapporti culturali di Ateneo

Ore 18.30

Padiglione 25proiezione del film e dibattito

Padiglione 25. Diario degli infermieri (2016) di Massimiliano Carboni

Ne discutono Massimiliano Carboni (regista), Claudia Demichelis (antropologa e curatrice del libro), Vincenzo Boatta (infermiere), Maria Grazia Giannichedda (sociologa), Riccardo Ierna (psicologo-psicoterapeuta) (altro…)

I poeti della domenica #223: Cees Nooteboom, Figuur

 

Figuur

De bloem van de hibiscus duurt een dag,
ster van korstondig vuur in tegenspraak
van tuin en hemel, de man daarin een lichaam
dat zich weert, als elke bloem.

Wat hij niet weet: hoe waar dit alles is.
Is deze figuur wel echt
die in de laatste schijn van sterren buiten zit,
de bloem niet ziet, zich schroeit
aan het koud licht en in de tijdelijke
ochtend bloemen raapt van
zwarte grond en wijkt voor het geweld
van zonlicht?

De zin van rouw die in hem woekert
herdenkt een vriend, een vriendschap
die zijn maat verliest
tussen zo veel vergaan.

Wat zit daar nu, een man of een gedicht?

De postman in zijn gele hemd fietst tot het hek,
vertelt de wereld, geeft zijn brief af
aan een levende, weet niets van rouw of ziel.
Hij ziet de rode bloemen op de grond,
zegt het wordt heet vandaag,
verdwijnt dan in het licht

en dit gedicht.

 

Figura

Il fiore d’ibisco non vive che un giorno,
stella di fuoco fugace nel contrasto
tra giardino e cielo, l’uomo all’interno un corpo
che si difende, come ogni fiore.

Quel che non sa: quanto tutto ciò sia vero.
È reale questa figura
seduta fuori all’ultima luce delle stelle,
che non vede il fiore, si brucia
alla fredda luce e nell’effimera
mattina raccoglie fiori
dalla terra nera e cede alla violenza
della luce del sole?

Il senso di lutto che si espande in lui
ricorda un amico, un’amicizia
che perde misura
tra tanto perire.

Chi sta lì seduto, un uomo o una poesia?

Il postino in camicia gialla arriva al cancello,
racconta il mondo, consegna la lettera
a un vivo, ignora lutto e anima.
Vede i fiori rossi per terra,
dice: farà caldo oggi,
svanisce poi nella luce

e in questa poesia.

 

© Cees Noteboom, Luce Ovunque, Giulio Einaudi Editore, 2016 (traduzione di Fulvio Ferrari), p. 11 – poesia proposta da Silvia De Marco

Sergio Rotino, Cantu maru

Sergio Rotino, Cantu maru, edizioni Kurumuny, collana Rosada, 2017; € 10,00

 

mai cu te
basta cu
te a
tie mai
cu basta a

sempre picca ete

quiddru ca
sempre alli
sempre a
cine alli
muerti se
tae

mai che ti/ basti che/ ti a/ te mai/ che basti a//
è sempre poco// quello che/ sempre ai/ sempre a/
chi ai / morti si / offre

 

*

fatti te
jentu te
jentu e
spentura
fatti te sta
cosa china
te uci ca
sonanu te
cose ca p
parole p
parenu e

struncuniçiate
comu a n
nui
struncuniçiati
da cose ca

ca nu
decimu nu
sapimu comu
se dicenu c
comu se
potenu dire

fatti di/ vento di/ vento e/ sventura/ fatti di questa/
cosa piena/ di voci che/ suonano di/ cose che p/
parole s/ sembrano e// sfracellate/ come n/ noi/
sfracellati/ da cose che// che non/ diciamo non/
sappiamo come/ si dicono c/ come si// possono dire

(altro…)

Federico Federici, Parabellum

Federico Federici, Parabellum, Nervi edizioni, 2017; € 22,00

 

Gli ho detto: «è dura
lotta, lascia pure
la speranza, entra tu
nel vivo della guerra
e al segnale spara.

Infittire i colpi conta,
non mirare, non importa
a chi far fuoco, ma sparare
e così togliersi di dosso
la paura di morire.»

Archivnummer: i.a, Vorwort

 

*
Finiva all’improvviso la città
in una riga nera ad est dei suoi
confini illuminati a fuoco dai
mortai. I grilli nell’oscurità

di dieci casolari neri
frinivano tra quegli schianti,
le bocche nere dei soldati
si richiamavano agli spari.

I vivi, a furia di sparare
colpi in aria, avevano
afferrato i morti.

I colpi, a furia di scavare
buche in terra, avevano
sepolto i vivi.

Archivnummer: ii.a

 

*
Un soldato dà il segnale d’alt,
spara una volta sola a salve.
Le finestre sbattono di colpo.
Una mitragliata squarcia l’aria.
Altre, brevi e secche,
sbriciolano il muro. La carcassa
della casa sputa stracci crivellati.
L’allegria d’assalto mette smania
di conquista: si vendemmia
sangue, si dà fuoco in corsa
alle baracche, si calpesta ferro,
sasso, corpo, si fa scempio
d’ogni viso livido insepolto.
Gli occhi duri sulla morte
altrui, infuocati, nella propria
sono fiori chini, chiodi
conficcati.

Archivnummer: iv.b

 

*
Quanti se ne sono andati
dove mi dirigo anch’io,
tanti che non si direbbe dove
li han portati, a passi lunghi
dentro fumi e campi,
non lasciando a caso niente,
neanche il sangue sulle pietre,
né le tracce calpestate
dalle impronte dei soldati,
non un’ombra sui lenzuoli,
solo sporco di trincea,
polvere degli scomparsi.

Archivnummer: vi.b

 

© Federico Federici

Su “Cosedicasa”

Iacopo Ninni, Cosedicasa, Dot.com press, 2017

 

Cosedicasa è un libro, una parola, un letto. Un’anta socchiusa, una finestra aperta, una scala che scende e che sale. Cosedicasa è un posto in un bosco ma sa di mare. È inevitabilmente un ritorno. Una tegola, un muro da tirare su, un ingranaggio da sistemare, un tavolo da apparecchiare, un altro per lavorare. Cosedicasa è una storia, è un giardino, è un architetto a cuore aperto. È la Toscana nascosta tra gli alberi, è Milano, è una fotografia, è qualcuno che ti dice di non andare via. Mi pare sia un incontro, un’altra fotografia. E poi è un’attesa, qualcuno che sa guardare, che sa attendere, perché poi  qualcuno arriva. Cosedicasa, vi dico, è una partenza, è un poeta che ci dice ciò che è stato, che ci mostra che sarà. La casa è una figlia, è una donna, la casa è un ciliegio, è un inferno ma solo per un momento. È davvero un focolare? Forse per Ninni è un focolaio, una fucina, un’idea che salta fuori in cucina; ecco, la casa è un disegno, è una poesia, è un impegno. È un amore da tenere in piedi senza ritegno, senza paura.

Cosedicasa è una pianura, è la maremma, è un cane che corre su un’altura, è un mandarino profumato, un amico ospitato. La casa è un racconto, un rimpianto e un collante che tiene insieme le mattonelle e il pianto. È un progetto, è una vita in costruzione, è una mostra con qualcosa da mostrare, è qualcosa che ha a che fare con lo spazio e di nuovo con l’architettura. Lo spazio è la cosa da considerare per un architetto, è faccenda da tenere in mente per un poeta. Quanto in là potrò guardare da questa finestra? Quanto spazio lascio tra il settimo e l’ottavo verso? Che rumore fa il vento che soffia sopra il tetto? Che suono fa la parola che chiude una poesia? Che rumore fanno i figli quando vanno via e quale suono fa un padre che rientra? Quante cose fa una casa, quante un libro riuscito, quante dentro Cosedicasa.

Balconate

Da qui invece
servono lenti diverse
per inquadrare le isometrie
del verde lungo il muro davanti
e concentrarsi sulla conferma
dei gesti per interrogare un orario,
una mancanza
o solo il nome della nuova amica
della vicina
Ci sono fiori qui, erbe aromatiche
e un merlo che reclama briciole,
quanto basterebbe per attirare
un’attenzione.
Di là, dove si appoggiano
soprattutto le attese
la focale si apre
su una visuale più ampia che
concilia la litania del viale
con la metrica dei davanzali
e le piante qui sono stranamente più verdi.

(altro…)

Juan Villoro, El puño en alto

opera di Ettore Sottsass, foto di Gianni Montieri

 

Eres del lugar donde recoges
la basura.
Donde dos rayos caen
en el mismo sitio.
Porque viste el primero,
esperas el segundo.
Y aquí sigues.
Donde la tierra se abre
y la gente se junta.

Otra vez llegaste tarde:
estás vivo por impuntual,
por no asistir a la cita que
a las 13:14 te había
dado la muerte,
treinta y dos años después
de la otra cita, a la que
tampoco llegaste
a tiempo.
Eres la víctima omitida.
El edificio se cimbró y no
viste pasar la vida ante
tus ojos, como sucede
en las películas.
Te dolió una parte del cuerpo
que no sabías que existía:
La piel de la memoria,
que no traía escenas
de tu vida, sino del
animal que oye crujir
a la materia.
También el agua recordó
lo que fue cuando
era dueña de este sitio.
Tembló en los ríos.
Tembló en las casas
que inventamos en los ríos.
Recogiste los libros de otro
tiempo, el que fuiste
hace mucho ante
esas páginas.
Llovió sobre mojado
después de las fiestas
de la patria,
Más cercanas al jolgorio
que a la grandeza.
¿Queda cupo para los héroes
en septiembre?
Tienes miedo.
Tienes el valor de tener miedo.
No sabes qué hacer,
pero haces algo.
No fundaste la ciudad
ni la defendiste de invasores.

Eres, si acaso, un pordiosero
de la historia.
El que recoge desperdicios
después de la tragedia.
El que acomoda ladrillos,
junta piedras,
encuentra un peine,
dos zapatos que no hacen juego,
una cartera con fotografías.
El que ordena partes sueltas,
trozos de trozos,
restos, sólo restos.
Lo que cabe en las manos.

El que no tiene guantes.
El que reparte agua.
El que regala sus medicinas
porque ya se curó de espanto.
El que vio la luna y soñó
cosas raras, pero no
supo interpretarlas.
El que oyó maullar a su gato
media hora antes y sólo
lo entendió con la primera
sacudida, cuando el agua
salía del excusado.
El que rezó en una lengua
extraña porque olvidó
cómo se reza.
El que recordó quién estaba
en qué lugar.
El que fue por sus hijos
a la escuela.
El que pensó en los que
tenían hijos en la escuela.
El que se quedó sin pila.
El que salió a la calle a ofrecer
su celular.
El que entró a robar a un
comercio abandonado
y se arrepintió en
un centro de acopio.
El que supo que salía sobrando.
El que estuvo despierto para
que los demás durmieran.

El que es de aquí.
El que acaba de llegar
y ya es de aquí.
El que dice “ciudad” por decir
tú y yo y Pedro y Marta
y Francisco y Guadalupe.
El que lleva dos días sin luz
ni agua.
El que todavía respira.
El que levantó un puño
para pedir silencio.
Los que le hicieron caso.
Los que levantaron el puño.
Los que levantaron el puño
para escuchar
si alguien vivía.
Los que levantaron el puño para
escuchar si alguien
vivía y oyeron
un murmullo.
Los que no dejan de escuchar.

 

Sei del luogo dove raccogli
l’immondizia.
Dove due fulmini cadono
nello stesso punto.
Hai visto il primo, perciò
aspetti il secondo.
E qui resti.
Dove la terra si apre
e la gente si unisce.

Sei arrivato in ritardo, di nuovo:
per grazia di impuntualità sei
vivo, per mancare all’appuntamento
che alle ore 13:14 ti avrebbe
dato la morte,
trentadue anni dopo l’altro
appuntamento, al quale pure
non arrivasti
in tempo.
Sei la vittima omessa.
L’edificio oscillò e tu non
hai visto passare la vita
davanti ai tuoi occhi, come
accade nei film.
Ti fece male una parte del corpo
che non sapevi esistesse:
la pelle della memoria
che non evocò scene
della tua vita, ma
dell’animale che sente
scricchiolare
la materia.
Anche l’acqua si ricordò
ciò che fu quando
era padrona di questo luogo.
Tremò nei fiumi.
Tremò nelle case
che inventammo nei fiumi.
Hai raccolto i libri di un altro
tempo, quel che eri
molto prima di queste
pagine.
Piovve sul bagnato
dopo le feste
della patria,
più vicine alla baldoria
che alla grandezza.
C’è spazio per gli eroi
in settembre?
Hai paura.
Hai il coraggio di avere paura.
Non sai che fare,
ma fai qualcosa.
Non hai fondato la città
né l’hai difesa dagli invasori.

Semmai, sei un mendicante
della storia.
Sei chi raccoglie rifiuti
dopo la tragedia,
chi sistema mattoni,
unisce pietre,
trova un pettine,
due scarpe spaiate,
un portafogli con delle fotografie.
Chi ordina parti sciolte,
pezzi di pezzi,
resti, solo resti,
quel che ci sta tra le mani.

Sei chi non ha guanti,
chi distribuisce acqua,
chi regala le sue medicine
perché è già guarito dall’orrore.
Chi vide la luna e sognò
cose strane, ma non
seppe interpretarle,
chi sentì miagolare
il suo gatto mezz’ora
in anticipo e lo comprese
solo alla prima
scossa, quando l’acqua
salì dal water.
Chi pregò in una lingua
straniera perché aveva dimenticato
come si prega.
Chi ricordò chi stava
dove.
Chi corse dai suoi figli
a scuola.
Chi pensò a coloro che
avevano figli a scuola.
Chi rimase senza batteria.
Chi scese in strada per offrire
il proprio cellulare.
Chi entrò a rubare in un
negozio abbandonato
e se ne pentì in
un centro di raccolta.
Sei chi sapeva di essere di troppo.
Chi stette sveglio affinché
gli altri dormissero.

Chi è di qui.
Chi è appena arrivato
e già è di qui.
Chi dice “città” per dire
tu, e io, e Pedro, e Marta,
e Francisco, e Guadalupe.
Chi resta due giorni senza luce
né acqua.
Chi ancora respira.
Chi alzò il pugno
per chiedere il silenzio.
Coloro che se ne accorsero.
Coloro che alzarono il pugno.
Coloro che alzarono il pugno
per sentire
se qualcuno fosse vivo.
Coloro che alzarono il pugno per
sentire se qualcuno
fosse vivo e udirono
un mormorio.
Coloro che non smettono di ascoltare.

© Juan Villoro 

traduzione di Chiara Caradonna  
un grazie a Carmen Gallo

 

 

Juan Villoro

Nato a Città del Messico nel 1956, è autore di saggi, racconti e romanzi, e una delle figure più importanti nel panorama letterario messicano contemporaneo. Il 22 settembre 2017, tre giorni dopo il violento sisma (7.1 della scala Richter) che ha colpito la zona centrale del Messico mietendo numerose vittime anche nella capitale, Villoro pubblica sul quotidiano Reforma, al posto del suo regolare contributo, la poesia El puño en alto. Il testo viene condiviso, diventa un fenomeno virale. “A dire il vero non mi considero poeta”, dice Villoro in un’intervista. Il suo poema, una “litania del dolore”, nasce perché vengono meno le parole. È – aggiunge – un’omaggio immediato e istintivo alla solidarietà dimostrata dalla popolazione subito dopo il terremoto. Di questa solidarietà il pugno in alto è – come dimostrano le immagini scattate in quei giorni – a tal punto espressione concreta da trasformarsi a sua volta in simbolo di unità e perseveranza dal basso, che agisce indipendentemente dalle autorità. Nel suo contesto specifico il pugno in alto significa, come osserva Villoro: “restiamo in silenzio per dedicarci all’altro”, a chi ancora è seppellito sotto le macerie. Assume però anche un senso sociale e umano più ampio: “mettersi in ascolto di ciò che deve essere sentito”. Per Villoro il pugno in alto non è un gesto di potere, ma di ascolto.
Il sisma del 19 settembre scorso ha riportato alla memoria il terremoto che nello stesso giorno del 1985 distrusse Città del Messico. È questo l’appuntamento mancato cui fa riferimento la seconda strofa.

*

Chiara Caradonna è nata a Brescia nel 1986. Vive e lavora a Gerusalemme, dove è ricercatrice in letterature comparate presso la Hebrew University.

 

Davide Orecchio, Mio padre la rivoluzione

Davide Orecchio, Mio padre la rivoluzione, minimum fax, 2017; € 18,00, ebook € 9,99

 

Quando un libro mi conquista è facile che mi resti in testa per settimane, che alcune frasi mi si ricompongano nella mente mentre sto facendo qualunque altra cosa, un po’ come accade con le belle poesie. Stai camminando e ti tornano nitidi e perfetti due versi di Montale, una chiusa di Strand, un attacco di Pagliarani. Se devo scrivere di un libro bello comincio una sorta di rielaborazione involontaria della storia dentro la mia testa: ripenso ad alcuni passaggi, sottolineo mentalmente alcune parole, entro nei dettagli e scelgo le cose da dire. Nel caso di Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio ho passato alcuni giorni a sentire dentro di me il ritmo delle frasi, il suono che fanno le parole andando da una all’altra, rivedendo alcune scene, i volti dei personaggi, le loro storie vere rielaborate nella versione di Orecchio, l’unica che ormai per me contava, e senza penna né carta ho cominciato a scrivere. Il pezzo sui racconti di Davide Orecchio è nato davanti all’Ospedale SS. Giovanni e Paolo di Venezia, mentre passavo del buon tempo. C’era il sole, la gente passeggiava, c’era un mercatino, non troppi turisti; c’erano la mia compagna e i miei cani, era ottobre naturalmente, e balzavano fuori dal canale poco distante, come sputate fuori da un riflesso le storie di Davide Orecchio.

David Foster Wallace riferendosi ai racconti di Barthelme, in particolare, diceva più o meno di avvertire il cambio di marcia, il preciso istante in cui la storia ti prende e si manifesta diversa da un racconto normale, quello scatto lo chiamava “click”. Ho letto tutti i libri di Davide Orecchio e il click l’ho sempre sentito, potrei descrivere il momento in cui l’ho sentito in Città distrutte (Gaffi, 2011) o l’altro indimenticabile in Stati di Grazia (Il Saggiatore, 2014) in Mio padre la rivoluzione il click è arrivato dopo poche frasi, è arrivato a questo punto:

E col suo cenno versatile, onnipotente, l’anno cinquantasei – biancospino figlio del diciassette, nipote dell’anno cinque,  postero del  settecent’ottantanove, grande russo di aspetto, il volto una steppa, l’occhio destro il Mar Caspio, l’occhio sinistro il Mar Nero, il naso schietto e acuto come il monte Iremel – apre il cancello, anzi neppure lo apre, lo trapassa, lo è, per esibire un giardino dove sta un vecchio.

Il click e il ritmo di Orecchio, ritmo che da subito ti avvolge, siamo nel primo racconto, e tu non puoi far altro che cominciare a ondeggiare e a fare avanti e indietro nel tempo, siamo nel cinquantasei ma siamo nel diciassette, siamo in tutta la storia come in un sogno, e forse il sogno è l’unica dimensione in cui la storia, la storia della Rivoluzione russa, certo, ma tutta la storia si può e si deve raccontare. Tutto è stato talmente vero che stentiamo ancora a crederci, tutte le lacrime e l’umanità, tutte le morti e gli schemi dei dittatori, i cancelli divelti, i palazzi assaltati, i forconi e il grano, le falci e i martelli, i treni. Le rivoluzioni si fanno con i treni, sui treni, le rivoluzioni sono un treno, e vanno lungo le rotaie, sono fili d’erba e acciaio, sono i bambini e sono le madri, sono gli uomini che non tornano.

(altro…)

Janet Frame, Parleranno le tempeste

Janet Frame, Parleranno le tempeste, Capelli editore, 2017; traduzioni di Eleonora Bello e Francesca Benocci; € 18,00

 

Canto

Provai estate primavera autunno inverno,
datemi il grande freddo per sempre,
ghiaccioli su tetti muri finestre il sogno
marmoreo perpetuo integrale di un mondo e di persone ghiacciati
nella più nera delle notti, così nera da non riuscire a distinguere
il sogno perpetuo integrale marmoreo.

Gli occhi ciechi sono ora padroni di sé.

*

Sgomberare l’immobile

Tutto il giorno al telefono. Tutto il giorno
ossessionati dallo sgombero,
chiamano per sapere dei mobili
se ho già traslocato; se no, perché?

Come glielo spiego
che la camera della mia defunta madre e il salottino
hanno la priorità, che la loro ostinata
volontà è di restare. Creature fiere inamovibili.
Non li smuoverà nulla
tranne la voce che mia madre usava quando parlava ai suoi
adorati mobili.

Adesso quella voce non c’è più e la casa è venduta e io non so
come comandare a un amato salottino
di mettersi ubbidiente su rotelle e andare via!

*

Pregiudizio

Qualcuno è stato troppo nella vasca,
qualcuno dovrà levare presto il tappo,
scolar via i mari sudici,
pulire i segni della schiuma dalla costa
e con un ingrediente segreto (come la verità)
dissolvere i detriti di vecchie ossa affogate
che erano giochi per distrarre, fuggire
da oceani vascosi d’idee che si son fatte troppo sporche e
::::::::::::::::::::::::troppo profonde.

*

Se l’uomo non avesse memoria

Se l’uomo non avesse memoria:
una città senza cinta muraria
nessun dazio da pagare
né promesse da mantenere.
Dormire sognando una sicurezza
svegliando un’onestà;
il giorno privo di penombra
la notte di raggiri.

A casa e per strada
il pane caldo, la pietra fredda,
l’ardente, la gelida semplicità
d’amore e odio uniti,
frontiere innecessaria

se l’uomo non avesse memoria

Sarah Manguso, Andanza

Sarah Manguso, Andanza
traduzione di Gioia Guerzoni
illustrazioni di Marco Petrella
NN editore, 2017; € 15,00

 

E poi penso che non ho bisogno di scrivere nient’altro, mai più. Non è svanito nulla, non del tutto. Tutto quello che è successo ha lasciato una piccola ferita.

Sarah Manguso mi aveva già conquistato con Il Salto, libro che, come questo, aveva tanto a che fare con la memoria, con il dolore, con lo scegliere tra trattenere e lasciare andare. La scelta tra cosa o chi trattenere e cosa o chi lasciare andare. Scelte che Manguso compiva e compie attraverso l’uso magico e ipnotico che fa delle parole. Scelte che si compiono scartando ciò che non suona e realizzando il ritmo. Un ritmo che incanta. Il Salto era memoir e romanzo, Andanza è lo scioglimento in parole nuove di un diario tenuto per tutta la vita e in un certo senso ne realizza un altro, che non è solo un passaggio da pubblico a privato, ma uno più importante, ovvero quello che va dalla memoria scritta al suo riutilizzo. Che va dalla domanda “perché” alla risposta “per questi motivi”. Il libro è un susseguirsi di piccole prose, di una, due, cinque, dieci righe; alcune seguono le precedenti, altre completano un pensiero di qualche pagina più indietro, tutte ci parlano del tempo, che è la nostra vera ossessione. Forse l’unica cosa che sul serio ci riguardi.

Avevo ancora bisogno di annotare il momento presente prima di poter entrare in quello successivo, ma volevo anche capire come abitare il tempo senza inciampare in un difetto del carattere.

Manguso ci fa capire subito una cosa, che la scelta di tenere un diario, scelta che compie fin da bambina, prima ancora di aver a che fare con la memoria, ha a che fare con il reale accadimento delle cose. Se a fine giornata non avesse scritto quello che le era capitato avrebbe avuto la sensazione che le cose non fossero state. Un regalo non sarebbe davvero arrivato, un bacio non ci sarebbe stato, una domenica non ci sarebbe stato davvero il sole. Manguso capisce da subito che un diario non potrà contenere tutte le cose che capitano in una giornata, le cose debordano, non ci stanno, non si fermano, e così non si ferma il tempo. In un bel passaggio manifesta il desiderio dell’esistenza di giornate cuscinetto. Ore in aggiunta al tempo reale, ore nelle quali non sarebbe dovuto accadere nulla, se non la rielaborazione dell’accaduto e la calma per la preparazione al giorno reale a venire. Allo stesso tempo ci racconta della volta che ha rifiutato un viaggio in macchina perché doveva scrivere il diario:

Non era successo niente, ma avevo comunque bisogno di quattro ore per scriverlo sul mio quaderno.

Diario che negli anni è stato scoperto, è stato modificato, è stato editato. L’autrice racconta di aver eliminato tutto il 1996. Diario che nel tempo è cambiato. C’è stata l’infanzia, l’adolescenza, il college, c’è stato e c’è un matrimonio e c’è stata la nascita di un figlio. Nel diario quest’ultimo rappresenta il più grande cambiamento, Manguso scrive che si rende conto che, pur non volendo, gran parte del diario da un certo punto in poi riguarda suo figlio. E cos’è un figlio, mi domando, se non un altro modo per reinventare il tempo? Per allungarlo e riempirlo di altre cose? Andanza dunque, il figlio è la memoria nuova.

Il diario di Manguso noi non lo leggeremo, il perché lo spiega l’autrice nella postfazione; il lettore attento lo comprende da subito. Intanto Andanza è un libro che muove i suoi passi partendo da un diario di una vita, ma non è quel diario, è una scrittrice che racconta (e si racconta) l’esigenza di far memoria, di tener conto, di comprendere, di spiegare. Forse la scrittura del diario è stata il tentativo di dare un senso alle cose, ma poi quel senso arriva per altre strade, nella trasformazione delle cose stesse: in un dolore che passa o che muta, in un amore nuovo, negli anni che si aggiungono, alle ore che si sottraggono per sommarsi ad altre. Il diario si scompone qui dentro e trova in una specie di ballo, anche a noi che leggiamo pare a tratti di oscillare, la spiegazione. Il diario non è un “salva con nome” ma “salva con modo”, e quello che resta è quel modo, perché è il modo in cui Sarah Manguso esiste e sceglie. A noi resta il suo modo di scrivere che è avvolgente, che sa disorientare e allo stesso tempo non lasciarti andare.

Quando penso a come è cominciato questo diario, lo ricordo come qualcosa che mi preoccupava.

Come sempre nei libri editi da NN editore troviamo la nota del traduttore. Gioia Guerzoni (che aveva tradotto anche il libro precedente) spiega che ha avuto voglia di scappare quando ha cominciato a tradurre, per paura delle riflessioni sullo scorrere del tempo, di tutto ciò che si conserva. Quello che si tiene può far paura per certi versi ma affascina.

Io penso che, in qualche maniera, si trattenga anche quello che si butta via. Sarah Manguso quando ha eliminato il 1996 dal diario, l’ha eliminato solo dal diario, quei mesi – anche le cose scritte – sono rimaste da qualche parte, alcune hanno ballato per noi in questo libro.

 

© Gianni Montieri

 

Viola Amarelli, Il Cadavere felice

Viola Amarelli, Il cadavere felice, Sartoria Utopia, 2017; € 20,00

 

I.
aveva pensato di avere
una vita diversa, una vita migliore
fuori di gabbia, lui e i canarini

II.
cerca un buco, una tana
per barricarsi, darsi al formaggio
ma senza veleno per topi

III.
dalle stelle alle stalle
e nessuno che porti la biada

*

una città fantasma verde e gialla
al centro di ogni solitudine
sbiadisce, si prosciuga
giorno a giorno svuotata
di persone, suoni ed erbe

la valle e gli elefanti, qui a occidente

*

aveva cuore, il sufficiente
ma l’anima, oh
quella, era venduta
e ne avvertivi
perfino in bocca
perfino tra le cosce
pallida l’evanescenza,
ammalorata.

*

uno sciame di mediocrità
ronzanti sulla polpa – quel che resta –
sull’osso, ma
il cadavere – dicono – felice

*

potresti scrivere una poesia semplice?

certo, una parola sola
affetto

e un dono: mangiare insieme pane e pomodoro

salto, lieve, di festa come la tua vita
nel balenio di coda, corsa che

danza

(altro…)

Danilo Laccetti, La luminanza

foto gianni montieri

Danilo Laccetti, La luminanza

Nel punto in cui si trova illumina un quadrato; decisamente angusto, a metà tra il termine, piuttosto cupo, d’una rampa sotterranea e un lungo, basso, stretto passaggio di cemento che va a morire nel buio, non sa dove; resta accesa giornate intere a volte; a volte si spegne per ore. Chiunque passi è assai raro che le rivolga lo sguardo; non è malanimo, non crede affatto voglia comunicarle disinteresse o, peggio, disprezzo: svogliatezza, solo svogliatezza. Sulle scale i passi, ora frettolosi, ora annoiati, quando affrontano la lunghezza del corridoio, li avverte nervosi, direbbe quasi spauriti. Un profondo, interminabile silenzio segue.
Ci sono giorni in cui avverte rumori di cui ignora significato e provenienza: fruscii si prolungano, s’animano soffi, ticchettii in mezzo a rabbiosi sbuffi; interrotti accelerano e di nuovo muoiono. Certi grumi di polvere sono capaci, a un tratto, di vorticare, formare mulinelli, che via via perdono forza, vanno ad adagiarsi da un lato, restando silenziosi per del tempo, salvo all’improvviso riprendere vita per una nuova, oscura forza che li muove. Crepe camminano sulla parete di fronte, brevi, capricciose; in un angolo una screpolatura ampia s’è aperta, lasciando precipitare in terra pochi frammenti di sé. In quel punto rivela una macchia; qualcosa di poco chiaro ha iniziato a gocciolare.
Una sera eccolo, uno straccio di carta; scarto rugoso, biancastro. Rotolava lungo le scale, cosa fosse, non si sa; uno, due passi, si fermava. Le passò sotto, piroettò; un urto contro la parete e lì è rimasto. Ancora adesso.
Se occorre dare luce a un ambiente non così oscuro come questo, si può far uso di una lampada dalla superficie ampia, su cui l’intensità luminosa si dispieghi uniforme; hai facoltà, per giunta, di fissarci gli occhi, il suo potere di accecamento è talvolta pari, spesso anche inferiore, a quello di una sorgente dalla superficie assai più ristretta, la cui intensità, però, si concentri in un piccolo spazio; questa, dicono, è la legge della luminanza. Il potere di accecarti accresce con la diminuzione dello spazio di cui dispone la medesima sorgente di luce.
Che dia molta o poca luce, che la sua cosiddetta luminanza sia maggiore di tante altre lampade assai più corpulente, collocate in ambienti ariosi, elevati, pieni di cose, cose che passano e cose che se ne stanno immobili per tantissimo tempo, tutto quello che qui si trova, tra la porzione ultima delle scale e questa specie di profondo corridoio la cui fine non si intravede, tutto ciò esiste, si dice, unicamente perché lei lo fa esistere; il colore stesso del cemento, gli spigoli delle scale, le crepe, la polvere che s’accatasta, il frammento di carta al buio scompaiono, semplicemente non sono. Con orgoglio, un orgoglio che allevia la sua solitudine, lo pensa e se lo ripete. È vero: quando, com’è naturale, i filamenti elettrici, che la compongono, si consumeranno, ci sarà notte; solo per lei. Tutte le cose che sono qui continueranno ad esistere: la carta, la polvere, le crepe, le scale, il cemento.
“Dare luce” non è “esistere” né “fare esistere”, ma apparire. La luce è il più antico e perverso, radicato e patetico, sovrano e sventurato fra gli inganni; conforta, medica, inorgoglisce scioccamente; nel nominarsi, proclama l’inconfessabile terrore di non poter essere. Le cose, loro, esistono davvero, da sole, senza bisogno d’altro. La luce appare; così vanitosa, superba, fragile, subdola. Morte che si manifesta.

© Danilo Laccetti

 

Danilo Laccetti esordisce con il “cortoromanzo ingannevole” Trittico della Mala Creanza (Leone, 2009), seguìto dal romanzo satirico Storie di Pocapena (Leone, 2010). Nel 2016 dà alle stampe, in un’edizione privata in cinquanta esemplari numerati, Unico viaggio. Sinfonia di racconti, prose e divagazioni per voce sola (ne parla qui il linguista Luigi Matt). Ha curato la pubblicazione di classici tascabili per l’editore Leone, la prima edizione annotata di Un viaggio a Roma senza vedere il Papa di Faldella (Greco&Greco, 2013) e Roma immaginaria (Arbor Sapientiae, 2014), un’antologia delle Variae di Cassiodoro con profilo storico dell’Italia ostrogota, recensito sul «Journal of Roman Studies» (2016). Suoi contributi sono apparsi sulle riviste: «Atelier», «Critica impura», «Il Segnale», «L’immaginazione», «Nazione Indiana», «Nuova Prosa», «Testo a fronte», «Zibaldoni e altre meraviglie». Un suo testo giovanile, Atalaricus Rex, è stato oggetto di una mise en espace di una settimana nell’aprile 1997 al teatro dell’Orologio di Roma per la regia di Valentino Orfeo; con quest’ultimo collabora alla messa in scena di testi di Cechov e Beckett. Nel 1999 viene invitato da Mario Martone, allora direttore del Teatro Argentina, a un seminario di regia. Di recente ha scritto due sceneggiature di brevi cortometraggi: Niente e nessuno, ispirata al racconto L’abisso di Leonid Andreev, e Il giorno di Matteo. Nel gennaio 2015, dopo quattro anni di lavoro e trecento pagine scritte, lascia incompiuto il romanzo storico La scoperta di Ortoppido, ambientato alla fine dell’età umbertina in un borgo immaginario sul lago di Bolsena; due estratti di questo romanzo sono stati pubblicati sul n. 69 di Atelier (con lo pseudonimo di Francesco Anestia) e sul n. 66 di Nuova Prosa.

L’anno che verrà (Pistoia 3, 4 e 5 novembre)

 

L’anno che verrà: I libri che leggeremo

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***Sabato 4 novembre 2017***
ore 15-19 Auditorium Terzani
Incontro con gli editori Bompiani/Giunti Editore, Giulio Einaudi Editore, Edizioni E/O, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Editori Laterza, Libri Mondadori.

ore 15.00
Saluti e introduzione
ore 15.15 – 16.30
Conversazione con gli editori
Antonio Franchini, Bompiani/ Giunti Editore e Luca Saltini, autore
Marco Peano Giulio Einaudi Editore e Marco Balzano, autore
Modera: Alba Donati (poetessa, Presidente del Gabinetto G.P. Vieusseux

ore 16.30 – 17.45
Conversazione con gli editori
Claudio Ceciarelli Edizioni E/O e Sacha Naspini, autore
Anna Gialluca Editori Laterza e Valerio Valentini, autore
Modera: Benedetta Centovalli (critico e agente letterario, Premio Internazionale Ceppo Pistoia)

ore 17.45 – 19.00
Conversazione con gli editori
Linda Fava Libri Mondadori e Francesco Targhetta, autore
Laura Cerutti Giangiacomo Feltrinelli Editore e Rosella Postorino, autore
Modera: Gianni Montieri (poeta e critico, caporedattore della rivista Poetarum Silva)

ore 21.15
Incontro con gli autori americani Tom Drury e Benjamin Markovits (traduzione simultanea in sala)
Conduce l’incontro Alessandro Raveggi (autore e direttore di TheFLR)
Con Isabella Ferretti 66thand2nd Editore e Serena Daniele NN Editore

***Domenica 5 novembre***
Galleria Centrale
ore 10 – 11
Incontro con gli editori
Stefano Friani Racconti edizioni e Marco Marrucci con Michele Orti Manara, autori
Isabella Ferretti 66thand2nd Editore
Modera: Gianni Montieri (caporedattore della rivista Poetarum Silva

ore 11- 12
Incontro con gli editori
Giorgia Antonelli LiberAria Editrice e Tiziana D’Oppido, autore
Marco Cassini edizioni sur
Modera: Gianni Montieri (caporedattore della rivista Poetarum Silva

ore 12-13.30 Sala Letture Diverse
Speed date letterario a cura di GoodBook.it
Cosa cerchi in un libro? Siedi di fronte all’editore: in quattro minuti cercherà di conquistarti con il libro che fa per te. Compila una scheda con i tuoi stati d’animo e i tuoi gusti letterari. Mostrala a turno ai dieci editori presenti: in soli quattro minuti ti consiglieranno il libro del loro catalogo più adatto a te. A fine evento avrai una lista di nove consigli di lettura fatti su misura per te. Gli editori partecipanti: Liberaria, L’Orma, Marcos Y Marcos, Minimum Fax, NNE, Racconti, 66thand2nd, Sur, Voland
Ingresso libero su prenotazione, scrivendo a info@goodbook.it
Evento facebook: https://www.facebook.com/events/144744562807660

ore 13.30 – 15.00
Pausa pranzo
Al pubblico partecipante agli incontri della mattina che si sarà registrato presso la segreteria entro le ore 10.30, sarà rilasciato, insieme ai materiali informativi e alle istruzioni per l’accesso al sistema wi-fi della biblioteca, un tagliando che darà diritto ad accedere gratuitamente al buffet. Per tutti gli altri sarà in funzione per tutta la durata del convegno la caffetteria della Biblioteca.

ore 15.00 – 16.15
Incontro con gli editori
Claudia Tarolo marcos y marcos e Enzo Fileno Carabba, autore
Alberto Ibba NN Editore
Modera: Antonello Saiz Libreria Diari di Bordo – Libri Per Viaggiare

ore 16.15 – 17.30
Incontro con gli editori
Lorenzo Flabbi e Marco Federici Solari L’orma editore
Daniela Di Sora Voland e Nicola H. Cosentino, autore
Modera: Giuseppe Girimonti Greco (traduttore, redattore della rivista The FLR – The Florentine Literary Review

ore 17.30 – 18.45
Incontro con gli editori
Matteo Codignola Adelphi Edizioni e Omar Di Monopoli, autore
Luca Briasco minimum fax e Danilo Soscia, autore
Modera: Luca Baldoni (poeta, redattore della rivista The FLR – The Florentine Literary Review

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