gianni montieri

I poeti della domenica #147: Anna Maria Carpi, I meglio sono loro (inedito)

 

Kandisky, esposizione Mudec Milano, 2017

I MEGLIO SONO loro, e c’è Kandinsky.

Sono fioriti in bianco per le strade
qui intorno a casa, non tutti, ché i restii
come me preferiscono l’inverno,
i rami nudi e nulla che si muove.

Gente che va, che va a far due passi
e quanti i cani
questa domenica di primavera.
Ultimamente l’uomo si sente solo,
più che mai solo, io non so perché.
Erdogan raccomanda fate figli,
almeno cinque a coppia,
mangiate, consumate, e che le femmine
portino il velo, meglio se integrale.

E di piccini se ti guardi intorno
in braccio in carrozzina
per mano ai grandi
non c’è penuria, mini-italiani
dai visetti tondi, una bellezza,
nati dopo il 2010 o l’altro giorno.
Ma in mezzo quanti vecchi
no non vecchi, decrepiti,
ancora vivi e avidi di vita –
con che diritto?

Io non so a chi appartengo,
cerco di non saperlo.
Quando sono vissuta?
Io guardo i bimbi e i cani.
Piangono abbaiano, sono loro la vita.
E perché la vita?
Per me è solo fatica, solo dubbio.

Ma al MUDEC c’è Kandinsky,
cinquanta quadri e accanto una delizia:
dei miniesempi del folklore russo –
anni terribili del ‘900, che lui
non ha sofferti: dentro a trent’anni
gli è esplosa l’arte. Mai più l’oggetto, dice,
solo il suo riflesso
nello spirito umano,
il suono è giallo, ogni colore suona.
E ciò che fa del mondo è uno splendore.

*

© Anna Maria Carpi, 20/03/2017

proSabato: Michele Mari, Le sere di Marcellino

*

«Toh, mangia!»
Marcellino guardò il piatto e pensò: «Tre».
Uno il pane, due l’acqua, tre la pasta al sugo. Appena nato al mondo dei possibili, però, quel numero si era già trasformato nel successivo: tre la pasta, quattro il sugo. Ma già mescolando i maccheroni Marcellino si corresse: quattro il sugo, cinque il parmigiano. Barava con se stesso, indugiava per procurarsi il piacere dell’addizione. Bastò il primo boccone perché la sua mente precipitasse alle conclusioni: sei l’olio, sette l’aglio. Frugò con la forchetta alla ricerca di un pezzetto d’aglio che avvalorasse il conto; lo trovò e ribadì: «Aglio, sette». E subito dopo, con la voluttà dell’oltranza: «Sale, otto».

Per secondo, ottimamente, c’era la ratatouille, ciò che permise a Marcellino di scatenarsi in diverse serie di computi fondate su diversi ordini degli ingredienti. Cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia aveva  imparato a scuola, ed era vero! Queste sequenze obbedivano esclusivamente a una ragione combinatoria; tuttavia una di esse, a giudizio di Marcellino, corrispondeva a un’oggettiva gerarchia ontologica, ed era:

peperoni, nove
melanzane, dieci
pomodori, undici
zucchine, dodici
cipolle, tredici
olio, quattordici
aglio, quindici
basilico, sedici
sale, diciassette

Poi si ricordò di avere già rubricato l’olio, l’aglio e il sale al capitolo pasta, e a malincuore li espunse scendendo a quattordici.

Un’indivisibile pera fissò il totale a quindici, numero che Marcellino continuò a ripetersi per un po’ di tempo prima di concedersi la lettura di un giornalino.

Poi fece la pipì, si lavò i denti, si mise in pigiama. Infilandosi nel letto pensò che a ripararlo dal freddo c’erano la canottiera, il pigiama, il lenzuolo, la copertina, la trapunta e il risvolto del lenzuolo: cinque cose e mezza che potevano valere per sei; più i muri della casa, sette. Con le quindici cose mangiate faceva ventidue, più i quattro sculaccioni del pomeriggio, ventisei. Preferiva il ventisette, però perché era un multiplo di tre e perché due più sette dava nove. Allora si alzò, tornò in bagno, baciò la propria immagine allo specchio; poi spense la luce e si reinfilò nel letto.

«Bacino della buonanotte, ventisette».

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© Michele Mari, Le sere di Marcellino, in Fantasmagonia, Einaudi, 2012

Una frase lunga un libro #95: Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne

Una frase lunga un libro #95: Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne, Oèdipus, 2017, € 11,50

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Non ci riconosciamo, ti diranno
non crescono specchi nel nostro prato.

Ho letto qualche mese fa, per la prima volta, le poesie di questa raccolta; ne pubblicammo allora tre in anteprima e da allora, ad ogni rilettura, fino all’ultima, avvenuta con il libro tra le mani, ho sempre pensato a una parola: anima. Probabilmente si tratta di una delle parole più usate, addirittura abusate, in poesia; ma a me non è venuto in mente l’uso, a me è venuto in mente, mi è caduto addosso il significato dell’anima, il senso di ciò che sta dentro e che ha ragione su tutto, che comunica e tiene insieme i pezzi; l’anima che è il collante ed è la memoria, l’anima come ago e filo, come qualcosa che non si può toccare e poi di estremamente solido. L’anima come l’unità di misura di tempo e spazio. L’anima cerniera e dispersione. L’anima a contatto con la terra e col fango, l’anima che guarda da fuori, che guarda meglio, che registra e che sa lasciar andare. L’anima e il corpo sono una cosa sola, sono interscambiabili e sono per Liberale il più grande strumento di comunicazione, anzi di trasmissione; e ogni emozione è un dato, e ogni ricordo è una cifra, e ogni dolore è un passaggio, e ogni cicatrice è poi cura, e ogni cura tiene conto del rimpianto e del pianto. Questa raccolta è fatta di terra e acqua, c’entrano quindi gli elementi naturali e ore di profonde riflessioni e meditazioni; è fatta di scelte calibrate su ogni singola parola, su ogni verso e sulla sua tenuta; se il verso tiene, allora tiene tutto, tiene anche la storia che Laura Liberale va a raccontare.

Viene con la statura di un cipresso
presidia il buio, lo stento della lingua.

Non ti voltare finché le parole
non siano assolute come ossa.

La disponibilità della carne è una sorta di confine tra l’accoglienza dell’altro e la volontà di disporne, di decidere per lui; l’equilibrio è quanto mai precario ed è un filo lungo il quale ci muoviamo tutti, mai allo stesso tempo, ma di certo prima o poi, perché il nostro essere umani e fallibili ci sposta continuamente tra la generosità e il controllo, e entrambe le cose le chiamiamo affetto, le chiamiamo amore. Laura Liberale si offre al lettore attraverso i suoi testi ma è pronta ad accogliere, così come ha accolto la perdita, che sono i lutti, che sono le rinunce; così come ha accolto la nascita. Mi viene da pensare che la perdita di un affetto non lo sia mai del tutto, così come la nascita di un figlio (ma potrebbe essere anche un nuovo amore) non certifica un aumento di volume affettivo, non giustifica la nostra volontà a disporne. È un libro, questo, che invita alla riflessione mentre consiglia l’abbandono, non si possono leggere le poesie di Laura Liberale senza aver lasciato indietro un po’ di zavorra, bisogna entrare in questo libro con gli occhi aperti e un po’ di coraggio, e poi bisogna ritornarci, fare avanti e indietro, perché di un libro di poesie è bene seguire l’ordine ma è anche auspicabile poi scomporre quell’ordine; vorrà dire che avremo trovato il nostro, a quel punto il senso del poeta starà in ciò che ha scritto ma anche nel senso proprio e intimo che ogni lettore avrà trovato.

Radunati sotto il trono di gloria
compitano le parole dell’angelo.
È appresa la risacca dell’umano
indolore il suo battere di maglio.

Si fanno chiari i volti delle madri.

La scorsa settimana ho scritto di un bel romanzo: Se mi tornassi questa sera accanto di Carmen Pellegrino, in quel libro i protagonisti affidano le loro parole all’acqua del fiume, parlano a sé stessi per raggiungere l’altro; le parole di Laura Liberale nell’acqua di un fiume nascono e quel fiume è fatto di molte cose, e di altre cose che (come sappiamo dalle elementari) accumula per strada, a valle arrivano le poesie e ci restano e ci trovano, non so se ci portino da qualche parte o se ci aiutino a rimanere, so che qualcosa fanno e quel qualcosa non è affatto poco, non è mai poco. Ogni tanto sembra che basti.

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Gianni Montieri

 

Paola Ronco, Nellie Bly

fonte: Archivio Roncacci

 Nellie Bly, La donna che cambiò la storia del giornalismo mondiale

di Paola Ronco

È il gennaio del 1885, e sul Pittsburgh Dispatch compare un infiammato editoriale firmato da Erasmus Wilson: A cosa servono le ragazze (What girls are good for). Nell’articolo, una delle penne di punta del quotidiano lamenta il moderno flagello di queste donne che pretendono di studiare, andare a lavorare e crearsi una carriera, quando invece il loro ruolo naturale sarebbe quello di badare alla casa e ai figli. L’argomento non è nuovo, e continuerà a non esserlo negli anni a venire, ma è certo di quelli in grado di suscitare in uguale misura proteste, risate e adesioni. Tra le molteplici reazioni, il direttore George Madden legge con curiosità e ammirazione una lettera scritta da una certa ‘Orfanella Solitaria’; malgrado la firma, è talmente ammirato dalla prosa indignata e fluente da convincersi che si tratti, ehm, di un uomo, e subito scrive per offrirgli un posto al giornale. Gli si presenta davanti una giovane di ventun anni, molto bella e molto agguerrita, pronta ad accettare il lavoro con entusiasmo; il suo nome è Elizabeth Jane Cochran, e sono abbastanza certa che il loro dialogo sia andato più o meno così.

“Orfanella Solitaria?”
“Già. Mio padre è morto presto, e io devo aiutare mia madre e i miei fratelli.”
“Ma lei è una ragazza.”
“In effetti sì. Altrimenti avrei scritto Orfanello.”
“Allora non posso darle il lavoro.”
“E perché mai? Ho scritto io quella lettera che le è piaciuta.”
“Ma le ragazze perbene non fanno le giornaliste, suvvia.”
“Quindi lei è d’accordo con quel cialtrone di Wilson?”
“Non ho detto questo.”
“Mi metta alla prova e vedrà.”
“Dovrà trovarsi uno pseudonimo. Questo non è un mestiere per signore.”
“D’accordo. Mi farò chiamare Nellie Bly, come nella canzone.”
“E va bene, ci serve giusto qualcuno che vada alla gara di giardinaggio questo sabato.”
“Cosa? No.”
“Preferisce la moda? O le serate mondane?”
“Che noia. Io voglio scrivere della vita vera.”
“Ma non si è mai visto, suvvia.”
“Insomma, lei è d’accordo con quel cialtrone di Wilson.”
“E va bene, accidenti. Comincia domani.”

Nellie Bly scrive bene, fa nomi e cognomi, non ha paura di niente; parla di operaie sfruttate, di lavoro minorile, di salari. Inevitabile che per lei, insieme alla notorietà, arrivino anche i guai. Tra i finanziatori del giornale si contano molti industriali di Pittsburgh, che leggono con crescente fastidio le sue inchieste circostanziate e minacciano il direttore di chiudere i rubinetti se quella donna continuerà a intromettersi. Preoccupato, George Madden corre ai ripari e sposta Nellie Bly al giardinaggio; per tutta risposta, lei consegna il suo articolo, su qualche dama vincitrice del premio per il miglior roseto fiorito, insieme a una lettera di dimissioni.

La ritroviamo nientemeno che in Messico, impegnata in un viaggio che la trasforma in corrispondente estera. I suoi articoli vengono sempre pubblicati sul Pittsburgh Dipatch, e il direttore tira un respiro di sollievo nel notare che la sua reporter ha ripiegato sulla dimensione innocua dei reportage di viaggio. Dura poco, però. Dopo circa sei mesi dalla sua partenza, esce un articolo che racconta come il presidente messicano Porfirio Diaz abbia fatto incarcerare un giornalista dissidente. Da lì all’espulsione dietro minaccia di arresto il passo è brevissimo.

“E così si è messa di nuovo nei guai, eh?”
“Ho scritto la verità, che altro potevo fare?”
“Nellie, io la riprendo a lavorare con me, ma lei sa dove, vero?”
“Di nuovo al giardinaggio? No.”
“Nellie.”
“Me ne vado.”
“Ma dove?”
“A New York. Sentirà presto parlare di me.”
“Non ne dubito.”

Ci va davvero, e bussa alla porta del The New York World, il giornale di un uomo che per i talenti ha un fiuto particolare, e che infatti la prende subito: Joseph Pulitzer.

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Una frase lunga un libro #94: Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto

Una frase lunga un libro #94: Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto, Giunti 2017; € 16,00, ebook € 9,99

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«Papà, c’è un grande fiume in questa storia.»
«Più grande del fiumeterra dei nonni?»
«No, più grande di quello non ce n’è.»

Se mi tornassi questa sera accanto è il primo verso di una meravigliosa poesia di Alfonso Gatto, immenso poeta, che è molto caro a Carmen Pellegrino, l’intera poesia è posta – e non potrebbe essere altrimenti – come esergo al romanzo, uscito qualche giorno fa. Quel verso suona come un richiamo, una speranza, una preghiera, una nostalgia, un’invocazione, una malinconia; suona come suona un ricordo appena palesato, perché si cerca chi è lontano o chi non è più quando si compie un ricordo. E il ricordo non è sempre verità, e il ricordo è sempre realistico. Certe volte il ricordo è tutto. Il ricordo ci riporta indietro, e quell’indietro diventa adesso. Il ricordo crea qualcosa che non è mai esistito in realtà, e quella mancata esistenza è tutto. Questo è uno dei preziosi equilibri su cui si regge questo romanzo.

Due anni fa, eravamo anche allora a marzo, scrivevo del primo romanzo di Pellegrino, Cade la terra (Giunti 2015), e nella prima parte facevo una considerazione: Carmen Pellegrino mi ricordava che si continua a rimanere legati ai morti (concetto caro a Giovanni Raboni), a come questi non se ne vadano, e restino in qualche modo nelle case, nei pensieri che a loro mandiamo, nei gesti che facciamo e che abbiamo imparato da loro. Restano anche negli oggetti che gli sono appartenuti, e spostarne  uno non è mai soltanto il movimento di una persona. È bello quando i libri ti insegnano o ti ricordano. Oggi, con Se mi tornassi questa sera accanto, Pellegrino mi ricorda e forse mi insegna un’altra cosa: come non si possa sfuggire alla vita. Si vive e si deve vivere, si deve tentare. Se i morti non se ne vanno, nemmeno la nostra urgenza di vita se ne va. Per farla breve: non c’è scampo alla vita.

Questa storia ha tre protagonisti e tre nomi: Lulù, Giosuè e Nora. Figlia, padre e madre, legatissimi ma comunque distanti, sempre distanti. Perché la lontananza prima di tutto avviene nelle cucine, negli abbracci mancati, nella severità scambiata per affetto. Si consuma dentro promesse scambiate per voti, sotto sogni mai realizzati. Si realizza tutte le volte in cui si dice “sì” per fare piacere. La lontananza nasce la sera a cena mentre si condividono i bocconi e si certificano le nostre rinunce. La lontananza è una somma di segni, quando uno se ne va non fa altro che tirare la riga per il totale. Ci sono poi mille modi di andarsene.

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Una frase lunga un libro #93: Andrea De Alberti, Dall’interno della specie

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Una frase lunga un libro #93: Andrea De Alberti, Dall’interno della specie, Einaudi, 2017; € 10,00, ebook € 6,99

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la conoscenza dell’animo umano ha una deriva
che porta un continente a scontrarsi con la volta delle stelle.

È questo un libro che viene da molto lontano, ed è una cosa che si avverte ancor prima di venirne a conoscenza; e non parlo del tempo naturale di gestazione di un libro serio di poesia, che solitamente richiede qualche anno, parlo invece del tempo tutto quanto. Un tempo che è foderato di memoria, brandello di stoffa dopo brandello, un tempo che va fino alle nostre origini e fa ritorno, un tempo che viene dai nostri spazi più profondi e nascosti, dagli interni, appunto, quelli che nessuno vede, che nessuno sa, che spesso nemmeno noi sappiamo. Andrea De Alberti (giunto al suo quarto libro) conferma l’originalità che ho sempre trovato nei suoi testi, senza che questa ceda mai all’eccesso, alla “stranezza” fine a se stessa. De Alberti, sul tavolo da biliardo, gioca di sponda solo se è necessario; se la strada per andare in buca è spianata, De Alberti segue quella traiettoria, perché sa che non avrebbe senso allungare il percorso, per concedersi un vezzo, per un piccolo spettacolo fine a se stesso.

Imperfetto è ciò che si è trovato,
l’opera incompleta è trasformata in desiderio
e ha una propria e viva collazione,
essere utile nelle ossa ai nostri simili,
salvaguardare ciò che ci rimane per restare
in una spazio che si fonda su se stesso
e sotto ha un qualcosa che sprofonda.

L’interno della specie è una sorta di dominio privato, una casa a più trame, i cui muri sono tenuti insieme da cicatrici e da fili tesi ed elastici che guardano al futuro. La casa di De Alberti ha fondamenta fatte di memoria, dolori, mancanze, certezze, conoscenze. Ha fondamenta che parlano continuamente con la storia. E poi è piena di finestre alte e spalancate, di libri e fotografie, di giocattoli per bambini, di disegni. La casa del poeta è fatta di passato e di futuro. Ed è una casa bellissima. Se quello che il libro comunica è una chiarissima algebra sentimentale non lo si deve all’ovvietà dei testi, che invece sono costruiti benissimo, in un’alternanza di immagini e parole pesate con estrema cura. Ci sono paure messe da parte davanti a una camomilla divisa, e una speranza che salta davanti agli occhi dopo un ricordo. C’è la scienza, c’è una storia bellissima che viene dai fossili, sì quelli che ci insegnavano alle elementari. Ci sono i gorilla e gli elefanti, che sono gli animali da zoo, da documentario, da fiaba; e sono anche gli animali che più ci somigliano. La scimmia sta lì e ci ricorda ciò che non siamo, ciò che avremmo potuto essere, ciò che non siamo riusciti a diventare. La scimmia e il gorilla mi chiedo se non siano una sorta di specchio dentro il quale rifletterci e nel quale trovare il lato oscuro, il tempo sprecato, la nostra origine.

Qualcosa ci sostiene.

È un libro sul vuoto, su quello che poteva essere e non è stato, e su quello che per fortuna è stato. Poesie che raccontano un equilibrio precario, sul quale in ogni modo e in ogni caso ci si regge. De Alberti ci regala un sostegno a cui tenersi, l’apposito sostegno dei tram, mentre sta cercando il suo. E trovare ciò che ci possa sostenere è un lavoro che va fatto giorno per giorno, e non è facile e non è possibile fare un lavoro diverso.

Le poesie di De Alberti ci avvolgono piano piano, parola dopo parola, si capisce che vengono costruite a con lentezza, senza fretta e senza fretta ci vengono a prendere; come quando suona il telefono e dall’altra parte c’è la voce che non riconosci ma che volevi sentire da un sacco di tempo. La telefonata che non ti aspettavi più. E poi c’è anche dell’ironia in questo sguardo, c’è la voglia di non prendersi troppo sul serio senza essere superficiali, senza esserlo mai. Mi pare che questo sia un libro al quale si possa ritornare spesso, aprendolo anche a caso, quando si può fare questo ci troviamo di fronte a un libro di poesia riuscito, molto riuscito.

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© Gianni Montieri

Anna Maria Carpi, E intanto parlo con voi

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Anna Maria Carpi, foto di Anna Toscano

“E io intanto parlo con voi”, è il risultato di una chiacchierata che Anna Maria Curci ed io abbiamo fatto con Anna Maria Carpi; molti sono i temi trattati e gli spunti interessanti, è stato bello e divertente, speriamo che lo sia anche per voi. Grazie. (Gianni Montieri)

*

D: Cara Anna Maria, tu sei nata a Milano, e a Milano vivi. La città è molto cambiata negli ultimi anni: qual è il cambiamento più sensibile, a tuo avviso? E cosa, secondo te, Milano ha perso o cosa non ritrovi più della “tua Milano”?

R: Sono nata a Milano da un’emiliana e da un toscano (figlio di un’elbana e di un irlandese  adottato un secolo e mezzo fa da dei Carpi di Lucca). Ho sempre abitato dove abito tuttora, in questa casa del quartiere Magenta che conserva il suo volto borghese di primo ‘900. Qui sono ogni volta rientrata dai miei giovanili soggiorni di studio all’estero e poi dai decenni durante i quali, sia pure pendolando, ho insegnato alle università di Macerata, di Bonn e di Venezia. La “mia Milano”? Sono di fatto solo alcune vie che potrei indicare una per una, tutte entro piazzale Baracca e piazza Cadorna, e la mia via che, parallela ai treni della Stazione Nord, sbocca sui primi alberi del mio amato Parco. La città è cambiata? Lo constato quando vado a piedi da Cairoli a S. Babila, e molto oltre non ho voglia di andare. Salvo delle visite al nuovo centro di Porta Nuova che è mirabile, vedi il grattacielo dell’Unicredit, ma che mi sembra appartenere a un continente del futuro. Già la parola “grattacielo” non suona più attuale.

D: Cosa nasconde e cosa mostra il cuore dei milanesi?

R: Il cuore dei milanesi? Nella città degli affari? Come ben si sa, pochi a Milano sono nativi milanesi, e ora meno che mai. A parte i limitati commerci degli africani, a colpirci oggi è la presenza di quelli che chiamiamo per comodità i “cinesi”. Ma questo è  oggi il mondo, e da noi di nativi ora ci sono solo i digitali, uguali ovunque. E altra novità: anche fra sconosciuti non digitali ci si chiama tutti  per nome. Il tu, il tu della paura di restare soli?

D: Per il tuo lavoro a Ca’ Foscari hai fatto per molti anni la spola tra Venezia e Milano, luoghi molto diversi tra loro, quanto di queste due città ha influenzato la tua scrittura? E quanto ha contato, invece, il tuo viaggiare?

R: Ho ambientato il mio primo romanzo, Racconto di gioia e di nebbia, a Venezia. Ho molto amato Venezia negli anni ’80 e vi ho comprato casa. Ma se sogno, sogno il nord, l’inverno, il maltempo. Altri miei scenari successivi, dovuti ai miei viaggi, sono: l’Olanda, dove ho avuto una lunga amicizia, Mosca, dove nella mia passione per il russo sono stata più volte, una cittadina inglese dove studiavo la lingua, e Bonn, Berlino, la Germania. Milano ritorna nell’autobiografico Principe scarlatto. Ma la mia scrittura è più fatta di personaggi che di luoghi. E la natura? Qui cito una mia recente poesia: «Non ti fermi a guardare?/ Sì ma per qualche istante,/ è così bello/ che diventa un tormento./La natura!/ Lo so che io non c’entro./ Io non sono natura». Forse per questo le mie modeste donazioni vanno alla difesa del pianeta, dall’Artide agli  uccelli al leopardo delle nevi.

D: Veniamo alle poesie, alle tue «piccole arroganti», che cosa ti consentono di raccontare? Quanto conta la capacità di accelerare che consente il verso?

R: La poesia. Pretendere di dire in breve è certo un’arroganza. Ma se riesce, l’effetto supera ogni lungo dire in prosa. Solo che il materiale emotivo dev’essere imbrigliato dalla logica, ossia la logica deve controllare i nessi fra le fuoriuscite. I  nessi vengono dal profondo, sono  più seri dei momentanei arbitrii, e sono ciò che può poi far dire ai lettori: è quello che sento anch’io.

D: I tuoi testi sono da sempre molto musicali, non ti piace rinunciare alla metrica e non rinunci mai al ritmo, è questa l’unica strada possibile?

R: No, non rinuncio a una certa metrica: le rime hanno un effetto semplificatorio, se vuoi comico, e si può farne a meno. Ma non del ritmo. Da me si fonda su settenario, doppio settenario ed endecasillabo. Molto tradizionale. Certo che non è l’unica strada possibile, io uso anche il verso libero, però il ritmo svolge forse una delle più antiche funzioni della poesia, quella di farci sentire che siamo tutt’uno.

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Breve storia di una scatola da scarpe

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Breve storia di una scatola da scarpe

di Gianni Montieri

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Ora vi racconto la storia di una scatola da scarpe, ma prima un accenno al suo contenuto, o meglio al contenuto che per qualche tempo, da qualche parte, sostituì il suo contenuto originale, che ho ragione di credere fossero delle scarpe. Per qualche tempo la nostra scatola da scarpe contenne la Coppa Rimet, quella che fu la Coppa del Mondo di calcio fino al 1970, quando venne assegnata definitivamente al Brasile, dopo la terza vittoria. La storia della Coppa Rimet comincia nel 1928 e prende il nome del Presidente Fifa di allora: Jules Rimet, fu lui a ordinare a un orafo parigino, uscito dalla scuola Cartier, di realizzare la coppa. L’orafo si chiamava Lafleur. Il trofeo raffigurava una statua alata che reggeva una coppa, peso 3800 grammi di cui 1800 in argento placcato d’oro, la sua altezza era di 30 centimetri, perfetta per una scatola da scarpe, ma volendo anche per essere impugnata per commettere un omicidio, ma limitiamoci alla scatola, restiamo nel reale, lasciamo gli omicidi alla fantasia. La coppa fece il suo debutto nei mondiali del 1930, a Montevideo in Uruguay, e da lì cominciò il suo viaggio fatto di molte partite, di vittorie e sconfitte, di fughe e tranelli, di rastrellamenti, di furti mancati e riusciti. Per fare la storia del calcio, la coppa Rimet dovette incrociare per forza di cose tutto il resto della storia. Così vanno le cose, così fanno le coppe.

I successivi mondiali furono quelli del 1934 e del 1938, quelli delle vittorie dell’Italia di Vittorio Pozzo, dell’Italia – ahinoi – fascista, dell’Italia prima della guerra. La squadra vincitrice della coppa la custodiva per i successivi quattro anni quando sarebbe stata consegnata al nuovo vincitore, ma se scoppia una guerra i mondiali sono l’ultima cosa di cui ti preoccupi. Se scoppia una guerra ti toccherà custodire la coppa un po’ di più. Quello che sappiamo è che fu prelevata in gran segreto dalla banca in cui era custodita e consegnata a Ottorino Barassi, che all’epoca era il vicepresidente Fifa e il segretario della Federcalcio italiana. Barassi era napoletano ma solo di nascita, era un dirigente di quel tempo con tutte le responsabilità e conseguenze per caso; di certo era un uomo di cui ci si poteva fidare. Barassi porta la coppa Rimet in casa sua, a Piazza Adriana e pensa, io me lo immagino mentre pensa: “Dove la metto la coppa?”, pensa perché sa che i tedeschi prima o poi verranno a cercarla e qui entra in gioco la nostra scatola da scarpe.

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Una frase lunga un libro #92: Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi

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Una frase lunga un libro #92: Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere 2017; € 13,00, ebook € 7,99

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Pensa che si muore
e che prima di morire tutti hanno diritto
a un attimo di bene.

Il sottotitolo di questo libro è “Poesie d’amore e di terra”, ed è corretto, sono d’accordo, ma aggiungerei per questa nuova e bella raccolta di Franco Arminio anche: “Poesie di vento”; vi spiego perché. Durante tutta la lettura di questi testi, io un vento l’ho proprio sentito, anzi ne ho sentiti diversi. Qualcosa mi ha accompagnato tra le poesie. A volte è stato il vento forte che spesso spira in Irpinia, in Basilicata, quel vento di terra e di montagna; un vento freddo, naturalmente, un vento avvolgente. Un vento che costringe a mettersi al riparo, ad entrare in una casa, in un bar. Un vento che è bene non affrontare da soli. Voltavo pagina e a un tratto il vento si calmava, ma non smetteva; diventava un vento strano, un soffio lontano come una carezza, come un tepore, ti veniva voglia di toglierti il cappello, di aprirti la sciarpa sul collo, ma non facevi in tempo perché due pagine più avanti il vento freddo tornava e spazzava la neve, e ti faceva lacrimare gli occhi, ripiegare su te stesso. Era il vento di Arminio che stordiva e commuoveva, che ti faceva venire voglia di abbracciare qualcuno e subito dopo di gridare. Era un vento che ti diceva di amare e di resistere. Era un vento buono, in alcune poesie somigliava a quello del mare.

Basterebbe già questo a giustificare la lettura del libro, perché se le parole sono capaci di farvi sentire il soffio del vento, il rumore della neve spazzata, il singhiozzo del pianto, allora hanno già fatto moltissimo, ma vi racconterò qualcosa ancora, perché sulle belle poesie è bene perdersi un po’ di più.

Da dove arrivano le poesie? Da dove arrivano queste di Cedi la strada agli alberi. Nella breve nota che apre il libro, Arminio scrive che vengono da un pavimento, da notti insonni, dal 1976, anno in cui venne la prima, da una 127 e che poi vengono da tanti sacchi della spazzatura riempiti con i testi scartati, e poi dal lavoro al computer, da testi che hanno mille versioni, ma poi alla fine arriva quella giusta, quando è il suo tempo. A me pare che, poi, queste poesie arrivino da passeggiate, da mani che toccano gli alberi e le pietre, da mani che toccano altre mani. Sono poesie che vengono da sguardi profondi, mi fanno pensare a tavoli di legno e a candele accese accanto alle finestre. Versi che vengono dai terremoti e dal tempo successivo ai crolli, versi che sanno di ricostruzione; mi viene da pensare ai nonni e al calcestruzzo, a una radice, a una castagna, a un bambino che corre tra vecchie case, al cemento e alla pioggia. Sono versi che mi fanno pensare al lavoro e al calore umano. Sono versi che hanno il sapore della sopravvivenza.

Arminio scrive in maniera chiara, ogni parola sta dove deve stare, ma si capisce che si mette al proprio posto dopo un lungo lavoro. Le parole sono come gli operai che tornano dal lavoro e che si siedono dopo aver fatto la doccia, dopo aver fatto “giornata”. Arminio prepara la sedia per le parole dopo aver lavorato con loro.

Il libro contiene testi di molti anni, ma non è un’antologia, è un libro che segna un tempo, il tempo del poeta. Si va dal paesaggio agli affetti familiari, dall’amore alla perdita; e ogni tanto si avverte il dolore, e ogni tanto si avverte la mancanza. La morte è un tema, come lo è l’assenza, ma la morte qui non pare mai soltanto la fine, è l’ultima di una serie di cose. La morte – e per Arminio è da sempre così – non fa mai terminare il dialogo, né pone fine all’amore. Possiamo parlare con i morti, o con chi è andato via. Se tutto finisce molto rimane e ogni tanto addolora, e ogni tanto conforta. Cedi la strada agli alberi è un libro d’amore e memoria, è un libro che ha un peso specifico e che ci fa sentire meno soli. Nell’ultima parte del libro troviamo dei piccoli brani in prosa, sono riflessioni su “la poesia al tempo della rete”, un tema molto caro ad Arminio, con pagine molto interessanti e acute.

I libri poi finiscono, ma molto tempo dopo aver letto l’ultima poesia si sente ancora il rumore del vento.

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© Gianni Montieri

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per leggere alcune poesie tratte dal libro cliccate qui: CediLaStradaAgliAlberi

Carlo Bordini, Assenza

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Carlo Bordini, Assenza, Carteggi Letterari, 2016, € 14,00

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Dalla postfazione di Viola Amarelli:

Un libro febbrile questo di Carlo Bordini, dove si affollano aporìe che si rivelano complementarità, pacate allucinazioni, reverie in flusso semionirico che procede a cerchi, a ripetizioni, ma nello stesso tempo – che tempo, poi, non è – a scarti e squarci via via più increduli per la dimensione grottesca eppure assurdamente autentica della realtà che si delinea, sempre a sorpresa, in una scrittura liminale, tra sonnambulismo e transesperenziale. […]

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Poesia per Medellin

In una foto degli scampati a un’inondazione
un uomo cammina nell’acqua che gli arriva al petto
un cane gli nuota accanto, ma si vede che l’uomo lo tiene
::::accanto a sé con una mano
sulle spalle l’uomo ha una bambina
che tiene in una mano le scarpe dell’uomo
la bambina tiene una mano sui capelli dell’uomo
e guarda verso il piccolo cane con un’aria un po’ assorta
mi ricorda altre figure femminili
conosciute in Colombia
come se la vita fosse un gioco
da affrontare con leggerezza

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Cosa

cosa significa
la prima notte il tuo sonno comatoso
il doppio ritorno
brandelli di magia not
turna e di dolcezza e
quanto
durerà. cosa
significa
la tua curva doppia.

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Ho baciato una ragazza davanti all’oceano pacifico
diceva che il mare era un grosso amante
un grande dio che ama le donne
diceva che sono un angelo cattivo
che non devo essere geloso del mare.
le finestre dell’albergo mandavano una luce strana
era una ragazza fragile
come può essere solo in un paese cattolico
aveva un cervello febbrile
abbiamo camminato per parchi
in una città con molti prati.

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Poesia che ha avuto successo

Cari governanti,
non rubate.
Non preparate nuove guerre.
Non aumentate le tasse ai poveri.

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© Carlo Bordini

We are all made of bread

fonte Moby.com

fonte Moby.com

L’uomo infila la chiave nella toppa dell’appartamento. Gira la chiave e entra. Si toglie il casco da astronauta e lo appoggia sul tavolo accanto all’ingresso. L’uomo è calvo. L’uomo indossa una tuta bianca anche questa da astronauta, l’uomo somiglia a Moby. L’uomo è Moby. Si butta sul divano vestito così com’è. Un musicista astronauta su un divano di pelle. Pelle non nuovissima, un divano messo maluccio, potremmo dire. In effetti, questa, non sembra una casa da ricchi, eppure lui è Moby. Moby prende il telefono e ordina una pizza con peperoni e formaggio, come nei telefilm. Moby, o chi per lui, anche se sembra proprio lui, accende il televisore, fa zapping, poi si ferma su un canale: stanno trasmettendo un vecchio film italiano, Miseria e nobiltà, sottotitolato. C’è una scena in cui il protagonista, un attore molto bravo, che riesce a far ridere anche solo con la mimica, che fa lo scrivano per strada, deve scrivere una lettera per un campagnolo che si è trasferito in città, intanto manda il figlio a ordinare una pizza, anzi due, perché la lettera si annuncia lunga. Sono poveri e molto affamati. L’attore scoprirà presto, però, che l’uomo che detta non ha soldi per pagarlo; lo caccerà in malo (ma divertentissimo) modo.

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Moby ride di gusto, poi come ridestato da un sogno pensa allo scrivano che scrive per mangiare: per il pane, come si usava dire. Come tutti. Il fornaio fa il pane per il pane. Moby si ricorda del suo forno, di quando sfornava musica. Ci credeva, era tutta una questione di magia. La magia che ti faceva infornare il pane perché sapevi farlo, perché facendolo creavi qualcosa, e poi questa cosa, che era fatta pure d’odore, la davi agli altri. Non c’è buon pane senza odore, non c’è musica senza ritmo. Si alzò dal divano e si diresse alla finestra. Su retro della tuta c’era una scritta Mike – Hamburger and Stars. Guardava fuori, era passato un secolo, un lampo, un’astronave. Quello che era accaduto non lo ricordava e, pensò, non aveva più alcuna importanza. New York di notte era ancora la cosa più bella che lui avesse visto. Si voltò verso il televisore, l’attore italiano ballava stando in piedi su un tavolo, tra le mani teneva degli spaghetti cotti, alcuni li infilava in tasca.

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© Gianni Montieri

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Racconto scritto per il “Che ‘importa la gloria” di Progetto Santiago

Antonio Paolacci, Che fine ha fatto Paul Grappe?

Antonio Paolacci, Che fine ha fatto Paul Grappe?

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Pochi anni fa, a Parigi, il direttore del Centre national de la recherche scientifique – un certo Fabrice Virgili – stava spulciando gli archivi in cerca di vecchi casi di omicidio. Gli servivano dati per scrivere un articolo sulla violenza coniugale.
Tra gli atti processuali del secolo scorso, nella marea di fascicoli, si imbatté nella vicenda di un uomo che era stato freddato dalla moglie a revolverate il 28 luglio del 1928. Subito, Virgili si accorse che non si trattava di un omicidio ordinario. Più leggeva le testimonianze, più si rendeva conto di trovarsi di fronte a una storia singolare, inspiegabilmente dimenticata. Così Virgili decise di saperne di più e iniziò a indagare. Era il 2009. Ma noi cominciamo a raccontarla dal principio.

Parigi, 1911. Sta per finire la Belle Époque, anche se nessuno ancora può saperlo. In un clima di crescita economica e tecnica, due giovani si sposano. Lui si chiama Paul Grappe, lei Louise Landy. Credono di avere un futuro radioso davanti e Paul è un ragazzo vitale e inarrestabile: frequenta corsi di musica, di nuoto, di equitazione e scherma, studia con caparbietà per diventare ottico e intanto lavora come può. Quando viene arruolato, si fa assegnare ai bastioni di Parigi, per non allontanarsi dalla moglie. Ma di lì a poco scoppia la Guerra e Paul deve partire per il fronte. È l’agosto del 1914. La guerra è un inferno: il giovane si ritrova in una delle sue fasi più sanguinose. Poche settimane dopo viene ferito a una gamba. A ottobre, una volta guarito, viene rispedito senza tante scuse in trincea. E piomba di nuovo nell’inferno. Ma Paul Grappe non ci sta. Così prende un coltello e si trancia di netto l’indice destro. Via, si dice. Via da qui. A qualunque costo.

Lo trasferiscono a Chartres dove, stranamente, il suo dito non guarisce. Ogni volta che la ferita sta per cicatrizzarsi, Paul la riapre. Non se ne parla, dice a se stesso. Laggiù io non ci torno. Ma il trucco non può durare. Nell’aprile del 1915, i superiori si accorgono della convalescenza prolungata e gli intimano di tornare al fronte. Paul Grappe non ne ha la minima intenzione.
Esce dall’ospedale. Cammina dritto verso la stazione e prende il primo treno per Parigi. È un disertore, adesso. Rischia l’incarcerazione a vita. Deve scappare e dovrà farlo forse per sempre. Non sarà facile, anche perché l’esercito francese ha un impellente bisogno di uomini, in questa fase cruciale della guerra, e da mesi ha moltiplicato gli sforzi per cercare i disertori.
Li trovano infatti quasi tutti. Lui no. Perché, a partire da questo momento, Paul Grappe sembra letteralmente scomparso nel nulla.

Le ultime informazioni lo danno su un treno per Parigi, per cui le guardie fanno irruzione nel suo appartamento tre volte, senza risultati. Si appostano di notte nella via sotto casa, al numero 34 di Rue de Bagnolet. Pedinano la moglie Louise. Ma di Paul niente, non c’è traccia. In molti iniziano a chiedersi che fine abbia fatto. Chi lo conosceva sa che il giovane non è il tipo da stersene nascosto in un buco. Ama la gente, le passeggiate, la vita. E ama sua moglie, moltissimo. Tanto quanto lei ama lui. Louise, da parte sua, ora è costretta a lavorare. Trova un impiego in un’azienda che produce materiali scolastici e, probabilmente per dimezzare le spese, divide l’appartamento con una certa Suzanne Landgard, che invece lavora in una sartoria. Passano i mesi e niente cambia. Louise sembra rassegnata a una vita senza marito, lega sempre di più con la coinquilina Suzanne, inizia a uscire con lei in cerca di divertimento.

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