Corpo a corpo #5: Qui è Valvnis, qui è Voronez, dunque provaci, Giovanni Raboni

quare tristis

Qui è Valvins, qui è Voronež, dunque provaci.
Forse quando le avrai dimenticate
tutte o (in fondo è lo stesso) ricordate
tutte, le parole, sarà più semplice

tutto, forse vivrai come si vive
prima d’essere morti, in pace, avendo
cognizione della vita, sapendo
che in nessun luogo è scritto né si scrive

il nome di una sillaba che ti hanno
nascosto nel cuore come nel numero
dieci lo zero o nella neve un albero
fiorito e solo quando ti vorranno

silenziosamente, di là saprai
da mute, invisibili labbra o mai.

Questo testo è inserito nella terza e penultima sezione di Quare tristis, libro pubblicato da Giovanni Raboni nel 1998 nella collana Lo specchio Mondadori. Come tutti i componimenti della sezione a cui appartiene, a eccezione dell’ultimo, si presenta come un sonetto camuffato, in cui, alla normale suddivisione in due quartine e due terzine, si sostituisce quella in tre quartine e un distico conclusivo, grazie allo spostamento di un verso dall’ultima alla penultima terzina. Le rime delle tre quartine sono strutturate a chiasmo (con un’assonanza tra il primo e il quarto verso della prima quartina), mentre quella del distico finale è una rima baciata. Nonostante il testo si presenti come un sonetto, se pur camuffato, del sonetto non rispetta sempre la lunghezza dell’endecasillabo, anzi i versi si allungano e si contraggono per rendere in chiave metrica la tensione espressiva e meditativa che caratterizza l’intera poesia.  Alla struttura metrica si intreccia poi in maniera inestricabile quella dei periodi, due, di diversa lunghezza, che danno all’intero testo un equilibrio volutamente asimmetrico. Il primo periodo coincide con il primo verso, il secondo, invece, si distende nei restanti tredici ed inizia con un “Forse” che dà il tono caratterizzante all’intera poesia e che risponde al “dunque provaci” finale del primo verso, riprendendone la tensione euristica. L’uso fitto delle virgole e delle congiunzioni contribuisce a rendere il dettato a spirale, come una strada che s’inerpica o all’opposto che scende verso un baratro, si snoda tra tornanti, curve, senza mai interrompersi e anzi ogni svolta, ogni rallentamento − sia esso dovuto all’inserimento di una parentesi al terzo verso, sia esso dovuto ad una incidentale o ad una nominale − contribuisce a rendere sempre più preciso e analitico il dettato, senza però mai perdere lo sguardo d’insieme, sguardo che si sofferma sul senso della scrittura poetica come missione di un’intera esistenza. A questo si aggiunge, a livello metrico-retorico, l’uso massiccio dell’enjambement che determina un continuo slittamento di senso dal verso precedente a quello successivo costringendo il lettore a seguire il filo del discorso in maniera quasi spasmodica, temendo, a ogni rallentamento o interruzione, di perderlo e di dover cominciare d’accapo, ma che, seguito fino in fondo, conduce alla tragica alternativa finale.

Il primo verso colloca la poesia e, potremmo azzardare, l’intera opera di Raboni, tra due estremi geografici e simbolici ben precisi, Valvins e Voronež, nomi  di luoghi che oltre a essere in consonanza tramite la lettera V iniziale e la S e la Ž finali, sono legati da una consonanza dei nomi dei due poeti a cui i due luoghi sono legati: Mallarmé e Mandel’štam, due delle esperienze poetiche più radicali e lucide tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, poeti in cui l’essenza stessa della parola diventa questione fondamentale. I luoghi richiamati nel primo verso sono di morte ed esilio, luoghi in cui la parola poetica trova il proprio spazio e il proprio limite costitutivo: qui e non altrove, questi sono i luoghi in cui provare, in cui cimentarsi. Il primo verso delimita quindi lo spazio del dire, che per un poeta è anche lo spazio del senso profondo della propria vita, tema ripreso anche metricamente nella seconda quartina dove “vive” è in rima con “scrive”.

Nei due “forse” del secondo e del quinto verso vibra, dunque, la tensione stessa della parola poetica. Il dire poetico, che fonda se stesso sul nulla della pagina bianca, è quel “forse” proiettato in futuro enigmatico e incombente. I due “forse” si confrontano in un corpo a corpo radicale con il Tutto, ciò a cui ambisce la poesia, l’«ogni cosa» che la poesia ambisce a dire, tutte le parole, che abbiamo pronunciato nella vita e che a loro volta ci hanno definito e che ci scrutano in bilico tra un ricordo totale e un oblio radicale. Ricordarle tutte o dimenticarle tutte è lo stesso, tutto sarà forse più semplice, ma nel momento della resa dei conti mancherà sempre qualcosa, in quella pace apparente che precederà la fine, si avrà finalmente cognizione della fine, cognizione che permette di accettare la mancanza costitutiva della vita e della parola, la sillaba mancante che pure è presente, architrave invisibile su cui si fonda il mondo visibile, ma che si occulta, come, e qui la doppia stupenda similitudine dice al tempo stesso la sua necessità e la sua imperfezione, come nel numero dieci lo zero o nella neve un albero fiorito. Nella riflessione di Raboni sembra essere presente una reminiscenza della consapevolezza socratica, priva però della retorica ipocrita a cui spesso si accompagna, di non sapere, sentita come qualcosa di ineluttabile, come una cecità ineliminabile, come l’ombra che accompagna gli sforzi dell’uomo per arrivare a conoscere chi è. La poesia è questo sforzo di dire ogni cosa e arrivare al limite di ciò che si sottrae alla parola. La pace, cui accenna il settimo verso, nasce dalla consapevolezza di questa sconfitta radicale, dalla consapevolezza del nessun luogo, che è l’emblema dell’esilio essenziale della parola poetica, nessun luogo introdotto significativamente dal sapendo posto in evidenza dall’enjambement del verso precedente. Alla fine si saprà solo che non si può conoscere nulla di veramente essenziale in questa vita. Questa consapevolezza sofferta prepara al tragico paradosso degli ultimi tre versi, a partire da “e solo”. Paradosso perché il poeta può sperare di sapere veramente qualcosa, la parola di quella sillaba, punto archimedeo del nostro stare al mondo, non in questa vita ma di là, quando essa non sarà più parola e non potrà essere più detta, silenziosamente da mute, invisibili labbra. Lo scacco della parola, in relazione alla visione ultima, ricorda, in negativo, quella di Dante nel Paradiso, dove, però, nella terza cantica della Comedìa lo scacco della parola poetica è per sovrabbondanza di visione a cui il dire poetico non sta dietro, in Raboni invece per svanimento della cosa stessa da dire in un silenzio insondabile. La parola cede definitivamente il passo al silenzio, alle mute e invisibili labbra che faranno da sigillo alla nostra fine, ma neanche questo è dato sapere con certezza. Il dilemma angoscioso, che si agita sul fondo di un’apparente pacatezza e rassegnazione, riemerge tremendo nell’avversativa “o” seguita dall’avverbio di tempo “mai”, che confermano in negativo e drammaticamente i “forse” iniziali, chiudendo l’intera poesia con un colpo netto di rasoio, che squarcia la tela delle possibilità e fa emergere il buio del nulla, ponendo il poeta, e con lui il lettore, di fronte all’enigma insolubile della fine, del dopo definitivo e assoluto.

© Francesco Filia

3 comments

    1. Grazie Antonio, i Corpo a corpo che sto curando nascono dall’esigenza di confrontarmi in maniera possibilmente rigorosa e appassionata con i testi, per mostrarne la dimensione profonda e l’intrinseca bellezza, spero che all’intento corrispondano i risultati.

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