Mirko Bay, All on Board

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Mirko Bay, All on Board

L’ho saputo soltanto alla fine, io. È sempre così. Anche se le cose le sai all’inizio, significa che l’inizio è comunque la fine. Si chiama Terapia-Dialettico-Comportamentale. E allora tutti in carrozza: All on Board, vai Ozzy! In realtà è un insieme di cazzate su come accettare il fatto di star male, su come avere pensieri positivi, capisci? Vogliono che mi passi. Io non voglio che passi. È l’unica cosa che mi dà l’illusione di avere una scusa. Mi ci sto ustionando il cervello come se stessi sbattendo la testa su una pozza di bitume incandescente. Dovrei, ma non ho iniziato. Non mi va. Lo ricordi Edmond? Beh, ora mi dici cosa gli avete fatto, o ti rompo il culo. Piove, oggi ha piovuto. Oggi piove come non pioveva da tempo. Come piovono i pensieri. Sento le emozioni che mi cadono dal niente. Rintocchi: Goccia-Dopo-Goccia. E piove freddo, pensieri freddi. Ho paura. Ho paura del freddo che mi trapassa la maglietta e la pelle e filtra nelle ossa e trasuda fuori quando sento che è reale, è così: non voglio stare con gli altri. Ho paura di diventare come loro. E stasera non ho nemmeno le birre. Non. Voglio. Essere. Triste. Non voglio fare sciocchezze. Oggi sto meglio, non so perché. Codardo. Nemmanco il coraggio di dire la verità, c’hai.

Colposecco. Fratturascomposta. Bugie schiaffi sensazioni freddo. Colpo allo stomaco. Calci. Pugni. Respiro. Sangue. Loop. Il mio silenzio.

Edmond è lì, in quel silenzio. All’inizio di queste stronzate. Che non mi riesce a finire un discorso. Che finirò io per lui… Che, quando finirò, spero di sentirmi meglio. Che fa male la schiena le mani il cervello il culo i polpacci e sei un bugiardo. Avevi detto che era uno scherzo. Chi sa se capirai un giorno per davvero cosa hai fatto. Applausi. Bravo. Cazzo c’hai nel cervello? Giorgio, cosa hai fatto a Edmond! Piove. Ah, no no, ha smesso da poco. Ma non cambia più nulla, oramai. Ieri stavo malissimo. Poi benissimo. Sento questi impulsi autodistruttivi e…

Però c’è un ronzio, di una mosca o di una zanzara o di un’ape? O di un treno lontano o delle lampade? Sento il ronzio… Sshhh… Sshhh, piano. Fai piano su quei tasti… Lo senti? È il ronzio del sangue che scorre. E ora ascolta quei tonfi inferociti… Li senti? Quello è il battito del mio merdoso cuore. Sono i rintocchi.

Mi sono arrotolato una sigaretta di Golden Virginia. Mi piace. Mi ricorda il fuori. Ma ricordare è anche fissare il suo corpo a terra. Piantarci lo sguardo e sorvolare col pensiero la sua pelle carbonizzata. Accendo la sigaretta con l’accendino che ho preso dalla tasca di Edmond; quello che gli avevo regalato un mese fa. Lo nascondo dietro il battiscopa. La sera lo sfilo da lì e lo guardo e lo rigiro fra le dita finché non ci nascono i pensieri. Per cavarci fuori qualcosa. Capisci? Mi sono tagliato. Ieri. Era un taglio con dentro tutto un nido. Il nido di quel che volevo. Tu. E ho premuto la lama e ho rovistato dentro per capire, per capire se sentivo dolore. Per vedere se ti ci trovavo. Tu. Prenderti a calci. Vibrazione allo stomaco. La ventola del pc arranca, che è tardi, che devo pestarci piano su ‘sti tasti dimmèrda. Che vogliono che io parli. Che mi sono rotto il cazzo, vorrei martellarli spaccarli frantumarli fracassare la tastiera… Mi hanno concesso un pc. Dice che: o mi apro, o succede un casino.

Frantumare… Fisso il monitor.

Ci sei tu, Ed, con me adesso. La testa inclinata a destra, con la mia, gli occhi stanchi e lo sguardo che scivola come una foglia in un torrente, verso il mare… Un mare di pensieri. Pensieri fatti di fili d’erba tagliati, di fiori recisi tra i sassi. Che sei tu. Mi prendo la faccia tra le mani… sospiro… sono triste… Diglielo. Digli tutto. Dài. Che poi ti senti in colpa. Dài, diglielo. Coglione. Sei un coglione assassino dimmèrda!

Non capisco.

Non lo capisci cosa hai fatto! Sai cos’è il dubbio? Le cose che si devono scegliere son quelle che esistono, perché non l’hai ammazzate prima.

Mani in faccia. Sospiro.

Coglione… Gli occhi sui tasti. La luce del monitor. La luce negli occhi. Non hai nemmeno mai capito cosa sia l’amicizia. Mani tra i capelli, dita sulla tastiera, sospiro. L’ho saputo soltanto alla fine, io. Ma come al solito, le cose che ti cambiano la vita le sai alla fine. È sempre così. Anche se le sai all’inizio. Beh, significa che quell’inizio è comunque l’inizio della fine. Mi vien da vomitare. Mi sono rollato un’altra sigaretta: l’ho fumata alla finestra poco fa: è la decima e ora mi viene da vomitare. E non so più se è per colpa del tabacco o di questa faccenda. Mi stavo mettendo a letto credendo di poter dormire. E invece. Tu non meriti i miei sputi. Sappilo! Edmond era l’amico che non avevo mai avuto dal mio trasferimento, era come… non lo so. Come un fratello. Come un padre. Come mio nonno. Lo guardavo negli occhi e mi sentivo bene. La bocca dello stomaco ora mi vibra. Dentro. È una cosa che odio. E la colpa è tua. Sento come una nota musicale, ma brutta. Hai creato una dissonanza, quel tipo di vibrazione che odio, e io ti odio.

 Mi han fatto una tisana: quelle della clinica.

Quando arriva quella tipa robusta, sono aghi nelle vene. Così si assorbe meglio. Tisana: solleva il braccio destro, scopri il braccio destro. Mangia l’ago. Succhia quella roba. Devo scrivere prima di dimenticare. E ho paura di dimenticare. Paura di non farcela. Di dargli quel che vogliono. Di dirgli che sono stato io, e non è vero. Non meriteresti che ti dicessi che sto male, che sono bloccato, che mi viene da vomitare, che tra poco ti sveglierai come al solito e andrai a lezione. E io sto in camera con uno che si è impiccato ieri. Che ora c’ha il collare. Che è legato al letto. Domani smaltirai la giornata. Domani io sarò qui col braccio forato. Domani tornerai e racconterai quel che hai fatto a lezione e poi lavorerai al giornalino al posto mio e ti incontrerai coi tuoi gruppi dimmèrda. Domani io sarò qui davanti a questa tastiera. Farò evaporare le pupille su questa lettera. Sei troppo stupido, per capire. Per te era un gioco. Sei troppo cieco. Troppo cieco. Ma ormai questo non conta più un nulla. Sai il perché. Mi fa schifo solo a parlarne. Mi faccio schifo da solo a star qui a scrivere per una dottoressa dimmèrda, che non gli frega un tubo. Che tanto sono un coglione, io, secondo loro. E pretendono che io produca il mio arcobaleno di cazzate, la loro verità. Sei tu, tu! che dovresti parlare, assassino! Non so se mai glielo farò leggere, ma lo farò per me, prima di impazzire qui dentro.

Era un uomo, di quelli buoni. Che poi, ogni uomo, dovrebbe esserlo – no? Una mattina, passeggiava per strada: sì, era una mattina – credo – ne sono certo, ma comunque era un giorno. Comunque era un giorno – di sicuro – che doveva fare qualcosa sì, era una mattina, comunque, era un giorno. «Non c’andare!» avevano detto gli amici. «Non c’andare!» gli avevano urlato, ma lui niente. Oh, una cavolo di volta che t’ascoltasse. Se c’aveva da aiutare qualcuno, se aveva promesso, prendeva e usciva e buonanotte al secchio e avanti così. Quel giorno la gente, quelli là fuori, loro, beh, loro lo videro passeggiare di fretta come faceva lui che tirava diritto fitto fitto con gli occhietti concentrati a terra che manco le formiche gli sfuggivano. Alla fine ti diceva quante ne aveva incontrate: una volta disse che erano «tre-sospiro-cento-sospiro-mila-sospiro-formiche andata e ritorno». Chissà quale film s’era fatto, quel giorno. Chi le conta, le formiche! In quella zona c’era un bastardo che lo aspettava. Bastardo che nessuno sapeva fosse bastardo. Neppure io che lo avevo in classe. Giocava col fuoco. Lo aveva attirato con una stupida scusa. Ma Edmond era andato lo stesso. «Non andare, oggi non c’andare!», gli avevano detto. «Non c’andare!», gli avevano urlato. Ma lui niente. Se c’aveva da aiutare qualcuno, se aveva promesso, prendeva e usciva. Aveva sempre un problema da risolvere, perché il suo problema era il biglietto e lo risolveva aiutando gli altri e guardava in avanti per concentrarsi. Sì… il biglietto. S’era fissato con quello stupido di biglietto. Voleva fare questo cavolo di viaggio di là dal mondo: diceva che gli servivano i soldi per il biglietto. Oh, non aveva un lavoro e non aveva una casa, se non dei cartoni, ma – cazzo – se prometteva, lui pigliava su e andava: non lo fermavi. Come quella mattina. Perché c’aveva da comprare il suo biglietto per quel dannato viaggio. Quella mattina era già là, per la strada, quello là, aspettava già là, a raspar via il terreno come galline, il bastardo. «Tu!» gli disse. E lo mise a sedere. E tirò fuori la lattina di benzina. Lo tenne fermo. Gliela fece annusare come a dire che se non si fosse fermato lui da sé gli avrebbe aperto il culo. E lui quel tono lo comprendeva bene, perché da piccolo s’era preso tante di quelle mazzate e calci in faccia che dicevano che ci era diventato scemo.

 Era sempre in giro con lo sguardo avanti, perché già pensava al prossimo problema. E poi disse, col sorriso di un bambino: «Occhei…». Lui oscillava in cerca di formiche, scrutava tutto, oh sì, contava sempre tutto e quando tornava ti diceva il numero. «Quante ne hai contate?»: Tre-sospiro-cento-sospiro-mila-sospiro-formiche andata e ritorno» diceva. Il tempo si era incupito. Un nuvolone tappava quel cerchio chiaro di cielo e la luce non era più così viva. Edmond come un insetto sotto un bicchiere. Gli occhi accalcati sulla faccia come uno sciame. Se li sentiva scorrere addosso. «Sdràiati!» E lui si sdraiò sulla panchina. E lo cosparse. Lo chiamereste cretino, eppure lui sarebbe uscito lo stesso. Giorgio tirò fuori una cosa. Proprio così: “cosa”, lo chiamava, un accendino. Ma “cosa” chiamava pure la bicicletta, la macchina, la pistola, il fucile e la bomba atomica. Edmond non parlava molto.

La cosa, come la chiamava, lo aveva messo sotto tiro, accesa. Vorrei chiedergli cosa pensasse sentendo le parole «barbone dimmèrda» sparato in faccia subito dopo. La Cosa puntata contro perché era strano. Lo strano. Vorrei sapere cosa diavolo stesse pensando. Cosa. Stupido idiota. Ti avevano detto di non andare. Stupido cretino. Cosa cazzo pensi, col culo! Adesso, sulla panchina, cosa pensi! Imbecille. E poi… senza neanche sapere il perché. Cioè, tu prendi uno che non lo capisce, tu prendilo, e anche se glielo spieghi, che lui non è come gli altri, lui non capisce. Eppure… eppure la paura ha un odore strano, un odore che rende lo sguardo vitreo. La paura ti sventola addosso lo spauracchio di un momento che congela i nervi. Un istante appiccicoso e maleodorante, vischioso come la morte. «In piedi!», urlò Giorgio. E lui capì. Capì la vita che passa in un getto, uno spruzzo schizzato via dalla memoria. Una goccia di ricordi che innaffia il passato di terrore del futuro. «No!» aveva urlato, «Non si può!». Perché aveva promesso. Lui doveva andare, non poteva fermarsi, non poteva, perché lui c’aveva da aiutare qualcun altro, per il suo biglietto. Non lo capiva? «Ma se non sai cosa è il futuro…» gli chiederei. E vorrei essere accanto a lui e dirgli che non finisce qui, che c’è dell’altro; ma chi lo sa, cosa c’è dopo! E allora sarei terrorizzato per lui dopo che un ragazzo gli ha urlato «il baarbone!», «Brucia, barbone!» piantato lì davanti a lui come un picchetto, e senza aiutarlo. Già tanto se non ha vomitato, il barbone.

Credeva gli facesse un regalo. Credeva che aiutare la gente servisse a metter da parte qualcosa per il suo biglietto. Qualcuno gli regalava gli spiccioli, o del cibo. Nemmeno poteva capire cosa fosse attendere il clic di un accendino, poveraccio. Loro nemmeno sapevano cosa faceva, lui. Aiutava i poveracci come quell’uomo che il giorno prima gli aveva raccontato il furto delle ruote del furgone. E gliele aveva fatte restituire. Aiutava la gente, lui. Gli piaceva così: alzare un sorriso dove il peso della vita abbassa gli angoli della bocca. Lui li tirava su. Col suo «Occhei», se poteva, se aveva dormito, che forse una ninna nanna manco se la ricordava, come era fatta. Sua madre era scappata dalla guerra per non essere ammazzata. Suo padre pure. Il latte materno non lo ricordava nemmeno di cosa sapeva. Avrebbe chiesto perché cazzo mi hai abbandonato, mamma. Che lei in quei tempi, durante la guerra, lo avrà strizzato come si fa con una mucca prosciugata, il latte dal seno. E manco ne aveva. Perché la paura succhia via tutto. Chissà se pensava a qualcosa. I talloni premuti sul terreno che ci vogliono entrare dentro, che ci si vogliono nascondere. Magari fosse così semplice, vero?, scappa!. Ma dove scappi con un plotone d’esecuzione davanti, se sei zuppo di benzina. Parliamone, no?, diglielo che sei non buono, diglielo, Cristo!, fagli paura! Diventa cattivo! ma non escono parole così, se sei buono. E poi, a che serve… Al massimo puoi piangere. Ma lui non piangeva. Lo sguardo che cade a terra e ci si rintana. Che questa polvere sarà casa mia tra poco. E i ricordi ti si acquattano dietro. Un respiro che diventa vento. Gli occhi obliqui. Immobili. Incastrati. «Brucia!» urlò di nuovo. Mezzo minuto e scorre via una vita, un torrente lungo quanto il mondo che adesso viaggia a trecentomila chilometri al secondo, e lui lo sa: «Tre-sospiro-cento-sospiro-mila-sospiro-chilometri al secondo». Lo sa, lui. I numeri li sa.

A volte lo vedevi che teneva per mano la luce, che le sorrideva, perché la luce è sempre la luce, ti accarezza la mattina e ti risucchia via la notte, di là dal mondo. Ti trascina in quei posti strani dei libri dove va a sbattere mentre tu dormi. Lui allora stava sveglio, voleva vedere dove andava la luce, ma poi la mandava in culo perché non la trovava. Che lui mica era fatto per andar così veloce. La vita deve andar lenta, diceva, ondeggiare come una foglia, planare sull’acqua, deve assaporarsi i momenti, trascinare le esperienze, sgorgare nel mare respirando a pieni polmoni. Adesso scappa soltanto, perché è la morte che la insegue. E la luce, codarda, lo sa. E si gira dall’altra parte. E tutto si fa buio sotto quel nuvolone. Un martello gli tira mazzate al petto, gli urla che lui è il cuore e che, se non batte così, come dovrebbe battere per la paura? Nemmeno lui ci crede che deve andare così veloce. Ma la luce se ne frega. E poi cosa c’entra la luce. Lei è il futuro. La fotosintesi. Il calore. La vita. Mica c’entra, lei, con lui! E il sangue gli gonfia le arterie. Un incendio che ghiaccia le speranze. Il barbone sospira. Gli occhi che gli si chiudono. È andata. A ‘sto giro è andata, cari miei. Che, se non fa in fretta, mi si crepa prima il cuore. Il sole adesso è lì che esce in un raggio dalle nuvole e lui lo ammira, e immagina che se lo porti via a braccia. È buona, la luce, che lo inonda mentre il martello rallenta le sue mazzate e il respiro gli si fa caldo. Un crepitio sordo. A terra. Ancora la mano in tasca quando l’ho trovato. Oggi c’aveva da fare, quel coglione. Stai a casa, oggi, no?, vai domani! No. Voleva rincorrere la luce, diceva, col treno più veloce che c’è. Fino di là dal mondo, diceva. Ha aperto la mano e mi ha lasciato un biglietto. Un corpo che crepita. Io, che provo a spegnere il fuoco. Io, che sono arrivato troppo tardi.

Non so se preferisco uccidermi o sopravvivere. Non lo so.

E ho paura di saperlo.

*

© Mirko Bay

2 comments

  1. L’ha ribloggato su miasalomèe ha commentato:
    Ecco, ci sarà il canone, Carver, la Davis, Dubus, ma questo mi emoziona. La lingua, le immagini, persino non capire bene il chi e il cosa , se non la violenza. La fine. La morte ha sempre ragione. Me l’ha mostrato senza raccontare

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  2. Sono tuo cugino Alessio Carboni sto cercando disperatamente di contattarvi sia a te che a tua sorella ho trovato solo questo modo spero di sentirti presto Mirko il mio num è 3806361152
    Un abbraccio forte
    Er protagonista

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