Borghesia e altre voci escluse dai Sillabari. Goffredo Parise nel trentennale della morte

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Goffredo Parise, Borghesia e altre voci escluse dai Sillabari. Con l’autorizzazione di Giosetta Fioroni e la postfazione di Silvio Perrella, Pistoia, Via del Vento edizioni, 2016, € 4,00

Un giorno, anzi una volta, c’erano in un paese due uomini che stavano sempre insieme. Non erano più giovani, anzi si avviavano verso la vecchiaia, ma erano stati amici da ragazzi, poi, dopo un lungo interregno di separazione, circa trent’anni, erano tornati amici e più inseparabili di prima. L’uno, di nome Gino, era di carattere impetuoso, generoso, un po’ prepotente, alto e ancora biondo, sposato con due figli. L’altro si chiamava Gastone ed era scapolo: alto anche lui ma curvo, con pochi capelli ormai bianchi e con occhi sottili, scuri e infidi. Il suo carattere non era chiaro, certamente l’opposto dell’amico: astuto, dall’aria tanto polemica quanto remissiva.
Gino faceva o avrebbe dovuto fare l’agricoltore perché possedeva molta terra ma non gli piaceva, col passare degli anni sempre più lo prese la sua innata voglia di affari, mediazioni, commercio, voglia che però non corrispondeva mai ai risultati, sempre deludenti: del resto era ricco.

da Obbedienza, p. 11

Un breve volume che comprende tre voci mancanti da Sillabario n. 1 e Sillabario n. 2, quello uscito di recente per le edizioni Via del Vento e con cui desideriamo ricordare Parise nel trentennale della sua morte, avvenuta il 31 agosto del 1986. Benessere Borghesia, Obbedienza e Politica, i racconti non compresi nelle due opere citate (più tardi riunite in un unico tomo mondadoriano), sono qui presentati come “non aventi il diritto di” essere annoverati tra quelli cui l’autore riconosceva le qualità degli “inclusi”, chiamati all’appello dalla “poesia” nella famosa nota introduttiva parisiana: «Dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla lettera Z. Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi, e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore.»
È Silvio Perrella, in Borghesia, a ritracciare il quadro entro cui queste tre voci si innestano e cui rispondono, che si può riassumere in questi termini: da un lato si ha il dialogo con il «Corriere della Sera», su cui comparvero tra il 1971 e il 1978, e la continuità che Parise scrittore creerà su quelle pagine con le rubriche da lui stesso curate e con gli articoli che poi forniranno l’occasione d’essere raccolti in altri volumi; su tutti è forse L’eleganza è frigida − come sottolinea Perrella − ad essere emblematico di un tempo e di un luogo scorciati dall’alto − l’Italia −, da quella che ancora Perrella citando Raffaele Manica ha definito «una grande distanza». Il libro che raccoglie i pezzi sul Giappone − siamo nel 1982, lo ricordiamo anche qui − concede la possibilità di introdurre l’altra nota che caratterizza Borghesia, ossia il rapporto con la storia negli Anni di Piombo e nel dopo Moro, sempre omessi dalla narrazione parisiana per necessità di sguardo, per volere di una responsabilità altra e più personale, quella nei confronti della poesia appunto e della scrittura che − ancora Perrella afferma − crea similitudini con le necessità scrittorie di Pier Paolo Pasolini, che moriva durante la stesura dei Sillabari. La storia degli anni Settanta è ‘lontana’ dal quel vedere ma vicina al guardare dello scrittore veneto, che non cerca un’adesione al presente: tenta un distacco e soprattuto una demistificazione del passato, del Ventennio e della guerra, come più volte farà (ad esempio qui).
Le ragioni di un’esclusione dei tre brevi scritti di cui trattiamo oggi, comunque, trovano spazio in un disegno più ampio, che è poi il percorso dell’autore in quegli anni visto anche in rapporto ai legami con gli autori coevi. Il venir meno della poesia, senza alcuna forzatura in atto perciò, è condizione necessaria e sufficiente a spiegare i motivi che portarono Parise a scegliere cosa omettere dai suoi Sillabari in volume; è pur vero che l’intensa attività di corrispondente per il quotidiano milanese, tra gli anni Settanta e Ottanta, non placherà la volontà di “raccontare” ma − è il caso di dire forse − sposterà di poco l’angolazione della scrittura, presentendo e rendendo più forte quello che sempre Manica ha definito un «nuovo sodalizio fra parole e cose» ma anche la volontà di «purgarsi» dalla storia, come riportato con acutezza nel retro copertina del volumetto di cui trattiamo.
In quel «laboratorio linguistico minimalista» (Ilaria Crotti) che sono i Sillabari editi in volume si coltiva l’«utopia» già espressa sulle pagine del «Corriere», quella cui si è fatto accenno anche a proposito di Vogliamo disobbedire; tuttavia Parise, nei Sillabari, non esprime soltanto il sogno di una “società da inventare” come gli suggeriva Cesare Garboli − e come la critica ha più volte sottolineato − ma reinventa le proprie invenzioni, le proprie storie; resta «letterariamente» estraneo all’ingenuità professata dal punto di vista “sociale”. L’ancoraggio alla realtà è dimostrato dal ‘dosaggio’ della stessa nei testi: nel caso odierno la morte (in Benessere Borghesia e Obbedienza) si manifesta al lettore nella sua veste spogliata di affettazione eppure pregna di una «leggerezza» che si bilancia in ogni testo, peculiarità che Italo Calvino avrebbe poi definito, a metà anni Ottanta, con gli strumenti della “precisione” e della “determinazione” citando Valéry. Non è un caso che la Malinconia calviniana sia anche un titolo dei Sillabari. Ma se i rapporti Calvino-Parise sono noti a molti e fondamentali per una lettura critica di Parise oggi (non solo questi, s’intende, ma va ricordato che il primo caldeggiò una pubblicazione dell’opera parisiana) come ha ravvisato nel 2014 anche Elisa Attanasio sulla rivista «Poetiche»,¹ procedendo per approssimazione nel cercare i motivi che convalidano la scelta di esclusione di queste voci da quel tutto che sono i Sillabari, si può considerare forse un’altra lezione di Calvino: quella sull’«Esattezza».

alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio […] La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio. 
Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio. Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine. Il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita, e a cui cerco d’opporre l’unica difesa che riesco a concepire: un’idea della letteratura

È possibile “pensare in precedenza” che questi racconti non rispondessero all’immagine, al disegno dell’opera del tutto che Parise custodiva, e quindi che non fossero fondanti nell’organizzazione dei Sillabari; meritassero quindi un’altra destinazione editoriale. L’architettura (letteraria), in fondo, è anche un’arte a togliere. Eppure l’altezza del linguaggio che caratterizza la raccolta qui non viene meno; forse, ciò che manca in parte − e il lettore lo osserverà − è la verticalità della poesia e − ancora forse − il venir meno, poco a poco, di una forma di integrità (letteraria) riconoscibile in altri racconti.
L’inconsistenza del mondo per Parise, tuttavia, si rifugge con quel «gioco di rifrazioni prismatico» (Crotti) che sussiste ai Sillabari, nelle immagini e nell’immediatezza di una lingua ancorata alla consuetudine, mai resa per conformismo ma per tradizione. Si deve pensare perciò a un tentativo di riordinare il mondo e la vita nel segno della poesia così com’era prima dell’avvento delle avanguardie di quegli anni, una prova mai di conservatorismo ma di coscienza, e anche una condizione etica nel segno di una dichiarazione di poetica − con tutta probabilità. E, sebbene si conosca l’abuso delle Lezioni americane, facilmente oggetto di recuperi a posteriori in ambito critico, qui non può balzare all’occhio, in ultima istanza, una pratica pertinente anche a Goffredo Parise, quella che per sua stessa ammissione andava cercando con i Sillabari e ribadita nell’avvertenza: la restituzione di un’«idea di letteratura» declinabile solamente attraverso il processo dell’invenzione, sottomessa soltanto all’inevitabilità della vita; “invenzione” porta infatti in sé, nell’etimologia, quel “trovare investigando” parisiano per eccellenza.

¹ Non potendo approfondire in questa sede quanto affermato, si invita alla lettura dell’approfondito articolo di Elisa Attanasio dal titolo Calvino e Parise negli anni Settanta: «la battaglia della letteratura per uscire fuori dai confini del linguaggio» apparso sulla rivista «Poetiche», vol. 16, n. 41 (2 2014).

² Si cita dall’edizione posseduta di I. Calvino, Lezioni americane, Milano, Mondadori, 1993

© Alessandra Trevisan

***Segnaliamo con piacere un articolo correlato, uscito oggi su «Doppiozero»: http://www.doppiozero.com/materiali/due-voci-escluse-dai-sillabari

2 comments

  1. Buongiorno Alessandra, La ringrazio per questo suo intervento che illumina da un’altra angolazione un’opera letteraria come i Sillabari, da me molto amata. La mia curiosità, in particolare, è per una citazione di Ilaria Crotti, che Lei inserisce nel suo scritto, che definisce i Sillabari come “un laboratorio linguistico minimalista”. Mi chiedo quale sia la fonte di questa definizione. La ringrazio per il disturbo e l’attenzione.

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    1. Gentilissimo, nessun disturbo.
      La definizione l’ho ripescata da appunti presi all’università Ca’ Foscari qualche anno fa, proprio durante un corso monografico sui “Sillabari” di Parise. Al momento mi sento di dire che si tratta di una definizione della Professoressa. Ho verificato, durante la stesura di questo pezzo, se la provenienza potesse essere diversa, ma non ho trovato questa definizione altrove. Cordialmente, la saluto.

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