Una frase lunga un libro #69: Jenny Offill, Le cose che restano

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Una frase lunga un libro #69: Jenny Offill, Le cose che restano, NN editore, 2016, traduzione di Gioia Guerzoni, € 17,00, ebook € 7,99

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Qualche volta cercavo di indovinare quali delle sue storie fossero vere e quali no, però di solito mi sbagliavo. Avevo scoperto che perfino mio padre sapeva del mollusco esplosivo, ma diventava più vago sull’ombrello avvelenato. «Mia moglie, Mata Hari» diceva soltanto.

Chi scrive è Grace, chi narra è Grace, una vivace, intelligente, curiosa bambina. Grace figlia di due genitori particolari. Un padre capace di passare giorni e giorni per costruirle una casa di bambole con le luci che si accendono davvero, un uomo di scienza ma anche di fantasia. Una madre meravigliosa, a suo modo, che le insegna a parlare in una lingua inventata, che le fa vivere tutto come se fosse un gioco o un’avventura. Anna, questo è il nome della donna. Una madre vulcano, un padre paziente, almeno apparentemente. Anna e la sua passione per gli uccelli, Anna che inventa per Grace un calendario magico, Anna che le reinventa le pareti della stanza. Anna che la spinge all’invenzione, Anna che le spiega il mondo a modo suo, e sono tanti mondi. Grace vive la realtà col passo di una favola, perché quello è il passo di sua madre. Per Anna nulla può resistere alla fantasia, nulla è solo quel che sembra, nulla deve restare sempre come è. Anna deciderà (e imporrà questa decisione al marito) che Grace deve studiare a casa, le insegnerà a modo suo. Sembrerà tutto meraviglioso, ma non potrà esserlo del tutto. Tra la meraviglia e il dramma passa una linea molto sottile. Grace scoprirà presto la sua vulnerabilità e la paura della perdita, avrà a che fare suo malgrado con le debolezze dei suoi genitori, arriverà presto a dover fare scelte che non dovrebbero competere ai bambini.

Ci mettemmo in macchina in camicia da notte, dirette al lago. Fuori c’era silenzio. Solo gli alberi e la notte scura tutt’intorno. Sulla sponda, mia madre si spogliò e si tuffò. La bocca del lago si richiuse su di lei. Io avevo paura ma non piansi. Sst, la sentii dire. Non dire una parola.

Jenny Offil scrive come se danzasse, lo ricorderà bene chi ha letto Sembrava una felicità (NN editore, 2015), e quella danza accompagna ogni parola, quando la si legge sembra di essere preda di un costante dondolìo, che a volte culla e a volte fa tremare, e sono belle entrambe le sensazioni, perché vedete questa è una storia dove si sorride, dove ci si incanta, dove si sogna, ma non è una storia leggera, anzi. È una storia che racconta di una crescita veloce, di come si possano imparare diversamente le cose, di come le cose che si imparano possano far male, di come i bambini hanno coraggio e hanno paura, di quanta paura hanno gli adulti, di come si possa restare impotenti davanti alle scelte di chi si ama, di come si possa tacere se si ama davvero. È poi un romanzo che spiega come sia difficile rinunciare, e come sia indispensabile a molti la ricerca di qualcosa che forse non c’è; Le cose che restano è un libro pieno di speranza, di desiderio e di follia. Siamo noi a scegliere? Non sempre è così, e comunque non sempre siamo consapevoli del peso che comportano le nostre scelte, siano fatte pure per inseguire un sogno, sulle persone che amiamo.

Offil scrive poi un romanzo che è un viaggio, interiore se vogliamo, ma anche viaggio vero di quelli americani, sulla strada, madre e figlia tra il Vermont e New Orleans, tra la notte e il deserto del Nevada. Anna che insegue qualcosa, Grace che resta aggrappata a sua madre. C’è un punto chiave in questo libro, che è anche un momento doloroso, quando Grace comincia a percepire che fantasia e sogno non possono bastare, che non ci si regge solo sull’immaginazione, ed è un momento bello e un brutto, ed è delicato e commovente. Offil è una delle scrittrici americane più interessanti e piacevoli da leggere. Incasella parole a dozzine e le fa suonare, e grande merito va anche a Gioia Guerzoni che l’ha tradotta, rendendone la vivacità e la profondità in maniera perfetta. Guerzoni che, nella nota in fondo al libro, scrive: “Tutto il libro è come una di quelle giostre su cui passavo ore da piccola”. Ed è esattamente così.

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© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

 

 

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