Su “Dobbiamo disobbedire” di Goffredo Parise

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Povertà è un’ideologia, politica ed economica. Povertà è godere dei beni minimi e necessari […] Povertà significa, insomma, educazione elementare alle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. […] Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artgiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro paese compra e basta. (pp. 18-19)

proprio come scuola, la televisione  insegna a guardare (non a vedere), mentre la Scuola di Stato insegna a leggere e a scrivere (cioè a pensare, a scegliere), esercizio lento, molto più lento e faticoso che guardare. (p. 38)

l’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, […] ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento. Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere «paesani», «paisà», perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai. Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in «lotti», in piccole, piccolissime proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, […] l’Italia è il «lotto», il proprio terreno, la propria villetta, il proprio «bicamere e servizi», costruiti da geometri o finti architetti secondo i proprio gusti e soprattutto in materiali presocché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile. (pp. 57-58)

Una raccolta di risposte ai lettori apparse sul «Corriere della Sera» tra il 1974 e il 1975, già uscite nel 1998 con il titolo Verba Volant (Firenze, Liberal Libri): da quel volume che riporta la prefazione di Silvio Perrella nasce Dobbiamo disobbedire di Goffredo Parise (Milano, Adelphi, 2013). Una scelta di significativi scritti attorno a temi caldi al Parise di quegli anni (e non solo!) quali la politica, la lotta per la salvaguardia dell’ambiente, la povertà e il consumismo, la televisione in rapporto all’educazione, potremmo dire tutti temi investiti da un conformismo che non riguarda solamente la borghesia; ma anche l’idea stessa di partecipazione alle battaglie civili e politiche di un Paese mutato irreversibilmente nel secondo dopoguerra sono ciò di cui l’autore e giornalista (in queste vesti) vuole parlare. Parise non è Pasolini (imprescindibile riferimento e ‘pensatore’ coevo, a cui possiamo e dobbiamo paragonarlo): afferma Perrella nella postfazione che in Parise non vi è alcuna ‘nostalgia’ del passato ma un’autentica lettura del presente più presente intaccato dalla “forza delle cose” (la storia). Nostalgia, a ben vedere, è anche il titolo di uno dei racconti dei Sillabari, presumibilmente facente parte di quella lista compresa tra Felicità e Solitudine, di testi usciti tra il 1973 e il 1980 sullo stesso quotidiano sopraccitato. La nostalgia declinata da Parise in termini peculiari nei Sillabari è un ‘non avvenimento’: la rinuncia alla ‘passeggiata’ in compagnia che la protagonista Laura non può portare a termine a causa di un pasticcio combinato dal figlio. Nostalgia è anche un termine chiave per comprendere il distacco di Parise nei confronti del suo tempo e il suo sguardo sul mondo, che muove da un'”essenziale rapidità, con forza icastica e spesso con originalità spiazzante” ricorda Perrella, il quale sottolinea come l’autore sia conscio della propria “integrità perduta” (e della giovinezza che non c’è più) ma anche – si può aggiungere – appaia contrariato dal non poter afferrare la misura delle cose che cambiano in relazione ad un presente in cui si dovrebbe avere una ‘pretesa’ di dialogo con i lettori (ma con gli uomini, i cittadini, e con il mondo) più alta e ‘altra’ di quella sperimentata in questi testi. Parise lamenta una mancanza, polemizzando sul non riuscire ad avere un dialogo con i lettori su due tematiche complementari, soprattutto: la democrazia e il senso di appartenenza nazionale [tra gli esempi riportarti in testa, qui]; per queste ragioni egli forza la penna su un individualismo italico talmente radicato da apparire quasi o del tutto inestirpabile. Ancora Perrella ricorda come queste posizioni di difficoltà interlocutoria siano comuni anche ad Anna Maria Ortese, la quale scriveva in Corpo celeste: «Non c’è più nessuna intesa tra lo scrittore e la vita della gente». Infatti ‘il dire’ di Parise resta inascoltato, non morto anzi vivissimo (attualissimo!), ma ‘inutile’ o utopico:

Forse ha ragione il mio amico Cesare Garboli quando mi dice: «Tu rincorri il sogno di una società italiana che non c’è, e allora la inventi»; forse sono veramente così candido, così «socialmente» ingenuo, da continuare a sperare, insieme al sogno inattuato di uno Stato italiano, la formazione in progress di una nuova società che lo formi e lo plasmi o che, una volta formato e plasmato, lo viva. (p. 62)

Può non essere casuale per un’altra ragione questa vicinanza con Ortese sostenuta da Perrella; con la scrittrice Parise condivide il destino di poeta postumo (lo si tenga a mente) ma anche la realtà di un ruolo, quello che Alfonso Berardinelli definirebbe di ‘intellettuale critico’ e, come la maggior parte degli intellettuali, di “inclassificabile singolo”.

credo profondamente e dolorosamente nella democrazia in Italia, cioè nel grado di maturazione di tutti i cittadini italiani per un discorso politico (come pubblico è un giornale). E credo nella pedagogia insieme alla democrazia, perché non è possibile l’una senza l’altra. Alla democrazia in Italia credo con la ragione, per carattere e per nascita. Alla pedagogia credo con il cuore. Quando, come piace agli snob, scrivo un romanzo o un racconto e, secondo il loro modo di esprimersi «faccio della poesia», io non penso mai soltanto a loro. Non penso nemmeno agli altri, ai più. Penso semplicemente a tutti, a cui, teoricamente, mi rivolgo. Quei tutti li penso simili a me (anche se non sono) o tali da provare simpatia per loro o loro simpatia per quello che scrivo. Non mi è mai passato per la testa di avere un pubblico preciso, individuabile, da cui qualcuno sia escluso. (p. 50)

La lezione di Beradinelli si può mutuare dal volume Che intellettuale sei? (Roma, nottetempo, 2011) che contiene altre qualità cardini di cui Parise gode in quel momento storico e di cui godrà anche dopo, in L’eleganza è frigida e Lontano, raccolte di articoli (e trame) pubblicati sul Corriere nei primi anni Ottanta (oggi reperibili in Adelphi). In particolare ci si può soffermare sulla “valorizzazione pubblica dell’individuo” costitutiva del modo di essere degli intellettuali secondo Berardinelli, proprio perché essi stessi sono in grado di pensarsi in primo luogo sempre come ‘individui’; carattere, questo, proprio del Parise autore a tuttotondo. Ed è da aggiungere che questo carattere fa parte anche della funzione dell’uomo-intellettuale-critico in grado di radicalizzare il ruolo che incarna proprio perché «Non diversamente dalla poesia, la critica “non fa succedere niente”. Non cambia il mondo. Ne fa parte.»

© Alessandra Trevisan

L’immagine utilizzata in questo post figura anche nel blog ‘cosaleggi.wordpress.com’.

6 comments

  1. Non cambia il mondo, ne fa parte.
    Assai triste leggere il contenuto di questo intervento, Alessandra. La pochezza dilaga e noi sembriamo non sentir ragioni.
    Grazie.
    c.

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  2. Grazie a Sabrina per averlo ribloggato. E grazie a Clelia per il suo commento.
    Parise, come altri grandi del Novecento, stupisce per la sua attualità e credo che la lungimiranza di alcuni autori non finirà mai di essere nostra e non dovrà mai smettere di essere riconosciuta, letta, riproposta agli altri.
    Non ho ritenuto necessario soffermarmi sul titolo ma lo faccio qui: non è stato certo scelto dall’autore! Eppure, Clelia, è proprio la ‘pochezza che dilaga’ ciò da cui dobbiamo fuggire e che ci pone dinnanzi all’imperativo ‘Dobbiamo disobbedire’.

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  3. Confesso che non mi piace il titolo, così simile ad altri titoli andati in libreria (più o meno) di recente. Inoltre si nota che il tempo (del libro) è passato. Davvero la scuola di stato insegna a leggere e a scrivere? Ne dubito. Prima dovrebbe insegnare ad amare la lettura o almeno provare a inoculare l’interesse per la lettura (cosa che fa poco e, spesso, male). E poi: davvero il nostro paese non ha più povertà? Mah! Io la povertà, attraverso il lavoro che faccio, l’ho sempre vista (culturale, ma anche economica). L’impressione che si ricava dalle pagine di Parise è quella di un uomo stanco e deluso (come, del resto, lo era l’ultimo Pasolini). Forse bisognerebbe avere più coraggio e fare meno agiografia (il che non è una critica ad Alessandra, ma all’editoria e a chi di professione si occupa di cultura e letteratura). Perché non ce la diciamo tutta: l’intellettuale che roba è (di questi tempi)?

    Renzo Favaron

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  4. Ben vengano le critiche, Renzo! Però, perdonami, lo trovo molto attuale su tutti i fronti, forse stanco ma attuale. Deluso, non saprei; non direi deluso. Direi piuttosto sfiduciato. Ma chi non lo è, tra questi intellettuali outsider? E ‘che roba è’ se lo chiede anche Berardinelli.

    Per quanto riguarda invece il fatto che la scuola formi le coscienze e insegni a pensare, a leggere e scrivere, questo fa parte anche del mio percorso e del percorso di tanti amici; io non sono molti, ma sono uscita dal liceo meno di dieci anni fa.

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