Gli undici addii #10: “Gita”, di Gianluca Wayne Palazzo

gita

Foto venicethefuture.com

Brillava una falce di luna sui canali davanti all’albergo. Anja e Marco guardavano i riflessi liquidi delle case, stanchi, i gomiti poggiati sulla ringhiera del balconcino.
«Ho le palle piene di tutta quest’acqua», disse Marco, soffiando via il fumo della sigaretta.
«Stai a Venezia, ti tocca l’acqua» rispose serafica la ragazzina d’origine slava, bionda e pallida, gli occhi celesti e quasi trasparenti fissi nel vuoto.
«Per me non è bella manco per niente. Se passa una gondola ci sputo sopra. Pure l’hotel mi fa cagare.»
«Caterina però t’è piaciuta, mi sembra» commentò Anja tirando dalla propria sigaretta.
Marco alzò le spalle.
«Ma chi, l’animatrice? Caruccia.»
Anja sogghignò. «Hai sbavato tutta la mattina. Sei ridicolo, quella c’ha trent’anni.»
«Vuoi scommettere?»
«Quello che ti pare.»
«Domani me la faccio allora.»
«Sei un pagliaccio.»
«E tu sei una polacca.»
«Sarebbe moldava.»La porta della stanza alle loro spalle si spalancò. Sulla soglia comparve Luca, vestito da donna. Era quasi un’ora che andava in giro con addosso gli stracci rubati a qualche compagna, a tormentare chiunque incontrava. Dall’ultima volta che Marco l’aveva intravisto nella sala comune, al piano terra, si era messo anche il rossetto.
«Stronzoni!» gridò. Poi vide le sigarette e gli occhi ebbero un brillio idiota. «Oh! Se vi beccano che fumate…» seguito da un’astuta intuizione: «Mo’ glielo dico io! Eh?»
Un sorriso debosciato si fece strada come una piaga infetta a spaccargli le guance arrossate dalla corsa. Anja sospirò, spossata.
«Me ne vado o lo butto di sotto» mormorò. Passò accanto a Luca e gli diede una spallata.
«Oh, ti gonfio…» le borbottò dietro lui, l’espressione intontita. Marco diede un’ultima tirata e buttò la cicca nel canale, poi si voltò a squadrare la gonna di Luca con gli occhi grigi come il ghiaccio.
«Ma la fai finita che sei ridicolo?» fece. Quello lo guardò a bocca spalancata.
«Perché? Mi sono travestito da tua madre…»
Marco scattò come una pantera, ma subito Luca infilò la porta fuggendo in corridoio. Lo riprese dopo pochi metri, sgambettandolo da dietro. Luca rotolò sul pavimento. Marco gli si sedette sopra.
«Stronzetto di merda…» ringhiò mentre lo prendeva a sberle.
«Ahia! Ahia, basta, scusa… La mano mi fa male, era rotta, fermo!»
Marco restò col pugno sospeso sulla sua faccia.
«T’hanno rotto la mano? Te la sfascio io adesso…»
«Aspetta, aspetta, e dai!… C’hai la madre gnocca, va bene, no?»
Marco strinse i denti, la mano stretta a pugno tremava.
«Almeno la tua è bona, la mia è una cozza in culo…» piagnucolò Luca.
Marco abbassò il pugno e scosse la testa. Cominciò a ridere.
«Quanto sei imbecille…» disse rialzandosi. Luca si tirò su a fatica.
Cominciò a digli qualcosa con tono petulante, ma Marco si allontanò per il corridoio.
La porta di un stanza gli si aprì davanti all’improvviso e si trovò davanti Eleonora, scura in viso. Era in pigiama, tappezzato da buffi conigli rosa.
«Ma la finite di strillare?»
Marco la esaminò dalla testa ai piedi, poi restò zitto a fissarla. Eleonora arrossì appena e incrociò le braccia al petto.
«Stai bene in pigiama» disse lui. Lei strinse gli occhi e alzò il mento.
«Simpaticissimo, come al solito. Vai da Ginevra se non gradisci. Di sicuro lei la trovi mezza nuda.»
Marco aggrottò le sopracciglia.
«Guarda che dico sul serio.»
Aguzzò lo sguardo dentro la stanza, alle spalle della ragazza. Lei fece un smorfia di indifferenza, poi abbassò gli occhi spazientita e gli chiuse la porta in faccia.
Non appena fu scomparso dalla sua vista Eleonora strizzò le palpebre e tirò fuori un lunghissimo sospiro. Maledizione, maledizione, maledizione… Sentiva la faccia avvampare e il cuore che scalpitava in petto.
«Io quello non lo tollero» disse una voce alle sue spalle.
Eleonora si voltò, allargando le braccia. «Stiamo in classe insieme.»
Niccolò, seduto sul letto, le sorrise, un sorriso dolce, anzi dolciastro, sotto a quegli occhi verdi ed enormi che spiccavano sulla camicia bianca sbottonata a metà petto. Perché cavolo l’aveva fatto entrare?
«Fa tanto il gradasso, ma è solo un bulletto senza arte né parte» disse il ragazzino.
Eleonora si diresse alla finestra. Sapeva che adesso non avrebbe più dormito. Che voleva dire con la storia del pigiama? Non riusciva mai a capirci niente quando parlava, e ogni volta reagiva alla stessa maniera: disprezzo, viso rosso, e vattene. E lui se ne andava.
«Non hai caldo col pigiama?» insinuò Niccolò avvicinandosi. «Ci saranno venticinque gradi qui dentro. Alla faccia del riscaldamento globale.»
Le mise una mano sulla spalla e si affacciò a sua volta. Eleonora guardò la mano, poi guardò lui. Niccolò sfoggiò il suo sorriso piacione.
Un minuto dopo era fuori dalla stanza, paonazzo, i denti stretti.
«Deficiente…» mormorò riabbottonandosi la camicia fino al collo.
Non aveva fatto tre passi che si ritrovò faccia a faccia con Alessia. Era spuntata dalle scale che portavano al piano terra, una bottiglietta d’acqua in mano.
«Ehi» le disse, ammirandola. Lei lo fissò un momento, poi vide da dove era appena uscito.
«Da dove vieni?» gli chiese, trattenendo l’irritazione.
«Gironzolo» si strinse lui nelle spalle. Alessia guardò la porta di Eleonora. Era socchiusa. Era per questo che non aveva voluto condividere la stanza con lei? Adesso che c’entrava questo fighetto di terza B, doveva preoccuparsi anche di lui?
«Mi fai compagnia?» le chiese Niccolò. Alessia spostò gli occhi dalla porta ai suoi. Lo vide sfoderare quel sorriso un po’ unto e fece istintivamente un passo indietro.
Ma è bello, pensò. È bello, Cristo. Perché ti fa… schifo?
«Accompagnami un momento da me, prendo un pacchetto di patatine in borsa e ce le mangiamo» propose Niccolò, sfiorandole il fianco con la mano. Alessia sentì come se un grosso aracnide le avesse camminato sulla pelle nuda. Si irrigidì e Niccolò fu investito da uno spiffero gelato.
In quel momento un grido arrivò dal fondo del corridoio. Alessia saltò per aria, Niccolò ritirò subito la mano.
«Chi cazzo…» cominciò.
«Mi sa che è Anja!» disse Alessia.
«Chi?»
«Quella di terza E.»
Cominciò a correre lungo il corridoio e Niccolò dopo un’esitazione le tenne dietro. Incrociarono Luca che seguitava a bussare alle porte travestito da donna e lo ignorarono, poi Alessia scorse Noemi che si affacciava incerta sulla soglia della sua stanza.
Un altro grido terrorizzato riempì il corridoio.
«Ehi, senti!» disse Alessia a Noemi. «Non mi ricordo come ti chiami, puoi andare a chiamare qualcuno, un professore?»
Noemi aprì la bocca senza spiccicare parola, poi vide Niccolò.
«Muoviti Noemi, dai un senso alla tua vita!» le gridò il compagno di classe.
La lasciarono lì a bocca aperta e tirarono dritto verso la porta in fondo al corridoio. Era accostata, Alessia l’aprì lentamente. La stanza era quasi buia, c’era solo una lampada da tavolo accesa sul comodino accanto a uno dei due letti.
Anja era in un angolo con le mani sulla bocca, gli occhi sbarrati a guardare la finestra. Sul davanzale stava Ginevra, in t-shirt e pantaloncini corti, scalza, seduta a cavalcioni, una gamba dentro e una fuori. Piangeva disperata.
«Io lo amo!…» gridava e piangeva insieme. «Loamoloamoloamo!…» strillò isterica.
«Ginevra…» bisbigliò Alessia, il cuore che le martellava nel petto.
«Ami chi?» domandò Niccolò. Anja lo fulminò con gli occhi. Ginevra piagnucolò qualcosa, soffocata dai singhiozzi, alternando con catene ininterrotte di parole.
«…fa lo scemo e non mi caga lo amo gliel’ho detto va in giro a fare lo scemo e non mi considera per niente…»
La porta si spalancò facendoli saltare tutti e Marco entrò nella stanza senza un fiato. Appena si fu reso conto della situazione mosse subito verso la finestra.
Niccolò se lo vide passare davanti e realizzò che andava sparato da Ginevra. Lo afferrò per un braccio.
«Oh, oh, oh!» disse. «Piano!»
«Lascia ‘sto cazzo di braccio!» alzò la voce Marco.
«Imbecille, si butta se la spaventi!»
«Togli la mano!»
«Fatela finita!» si intromise Alessia. «Dobbiamo chiamare qualcuno.»
«…voglio morire lui non capisce quanto lo amo non capisce non capisce quanto lo amo…»
Sulla porta comparve Noemi, trafelata.
«Ho trovato solo Pannocchia ma…»
Vide Ginevra e le si mozzò il fiato in gola.
«Ma…?» chiese Niccolò.
«Si vuole buttare?»
«Ma cosa?» chiese anche Alessia.
«…ma non…» rispose Noemi, imbambolata «dice di andare a dormire che è tardi. Pannocchia…»
«No!» urlò indemoniata Ginevra dal davanzale. «Pannocchia no! Lui no, basta!…»
«Ok, stai tranquilla!» fece Anja avvicinandosi. Subito Ginevra si mosse verso l’esterno e tutti si immobilizzarono.
«Gine!» gridò Alessia. «Oddio ti prego Ginevra, ti prego…»
«Chiudete la porta!» singhiozzò Ginevra.
Niccolò scostò Noemi dalla soglia e chiuse la porta. Marco fece di nuovo per muoversi verso la finestra.
«Ma che cazzo ti dice il cervello!» l’aggredì, e Ginevra sussultò.
«Io lo amo…» sussurrò.
«Ma chi?» chiese Niccolò.
«Scendi da lì, deficiente del cazzo!» le ordinò Marco.
«Marco smettila!» balbettò Alessia.
Bussarono alla porta. Il silenzio calò nella stanza.
«Chi è?» domandò Marco.
«Sono Eleonora. State urlando.»
«Falla entrare!» disse Ginevra. Noemi aprì la porta ed Eleonora si guardò intorno per abituare gli occhi alla semi oscurità.
«Ginevra?» disse poi, stupefatta.
«Vieni dentro Ele, per favore, chiudi la porta. Io sono innamorata…»
«Ah sì?» fece Eleonora, scettica.
«Ma lui non capisce, non mi vede neanche!…»
Anja si sedette esausta sul letto e Noemi chiuse delicatamente la porta alle spalle di Eleonora. Eleonora, in pigiama, avanzo nella stanza e Alessia le sorrise cercando di incontrare il suo sguardo. Ma lei tirò dritto e si fermò accanto a Marco.
«Ci sei venuto davvero, quindi» disse sottovoce, senza guardarlo..
Marco la fissò senza capire. Quei conigli rosa lo ipnotizzavano.
Niccolò andò a sedersi vicino ad Anja.
«Che classe sei, tu?» le sorrise. Poi le bisbigliò all’orecchio: «Secondo me non si butta.»
«Ma tu che cazzo ne sai?» sbraitò lei. Niccolò si tirò indietro.
«Va in giro vestito da donna» disse Ginevra, parlando a nessuno, «si fa ridere dietro, e io…»
«Eh?» strillarono insieme Marco e Niccolò.
«Luca?…» disse incredula Anja. «Stiamo parlando di Luca Sgarella?»
Si alzò dal letto avvicinandosi alla finestra. Eleonora ebbe la certezza che andasse a spingerla personalmente di sotto e la intercettò prima.
«Aspetta» le disse. Anja fissava Ginevra con occhi infuocati.
«Cioè, Sgarella no…» scosse la testa Niccolò.
Noemi si avvicinò ad Alessia. «Io credevo che la vostra amica, Ginevra, fosse… insomma, un po’…»
«Un po’ che?» chiese Alessia.
«Dai, mezza… così, dai. Tipo la Riccio, no?»
Alessia scoprì i denti.
«La Riccio cosa?» ringhiò.
«Chiamiamo il Carlini» propose Eleonora. Marco la guardò un momento.
«Vado io» fece dopo un istante, e si diresse alla porta.
«Guarda che quello è matto» disse Niccolò sbottonandosi la camicia sul collo. «Una volta ci ha sbroccato in classe. Chiedi a Noemi.»
«Non voglio nessuno!» gridò Ginevra immobilizzandoli tutti. «Nessuno
«Gine, va bene, ma puoi scendere per favore?» implorò Alessia giungendo le mani. «Ele, diglielo anche tu.»
«E quando mai mi è mai stata a sentire» fece spallucce Eleonora.
«Voi non sapete che significa, non lo sapete!» pianse Ginevra. «Amare e non essere amati!»
Eleonora inspirò furibonda. «Se tu solo…»
Qualcuno bussò alla porta e le stritolò le parole in gola.
«Chi è?» chiese Marco.
«‘Sto cazzo!» rise sguaiata una voce dal corridoio.
«Gesù Cristo…» mormorò Anja.
Marco aprì la porta. La sagoma di Luca travestito da donna si stagliò contro la luce del corridoio.
«Tieni, eccotela ‘sta schifezza» disse Marco a Ginevra. La ragazza tratteneva il respiro, le dita aggrappate agli stipiti della finestra.
«Ammazza che freddo, oh!» disse Luca. «Ma tutti qua state?»
«Entra Casanova» lo invitò Niccolò.
«Oddio…» mugolò Ginevra.
Alessia si voltò verso Luca. «Ti vuoi togliere quei vestiti, deficiente?»
Luca mosse un passo soltanto, guardandosi attorno senza capire.
«Che è, una trappola?» ridacchiò.
«Sarebbe lui?» domandò incredula Eleonora.
«E muoviti, cretino» lo spintonò dentro Marco. Luca barcollò nella stanza e Marco richiuse la porta.
«Certo se le piace questo fa meglio a buttarsi» bisbigliò Noemi ad Alessia.
«Ginevra» riprovò Alessia. «Perché non vi parlate? Così magari…»
«No!» strillò Ginevra, terrorizzando tutti. «Oddio che figura di merda… Oddiodiodio…»
«Qui ci giochiamo tutta la gita» scosse la testa Niccolò. Marco abbandonò la maniglia della porta e tornò verso la finestra.
«Adesso ti tiro dentro io a te!» disse, puntando il dito su Ginevra. «Hai rotto il cazzo!»
«Vattene!» urlò lei. «Vattene, mi butto mi butto!…»
«Marco, fermo, Marco!» intervenne Alessia, ma il ragazzo proseguì. Eleonora gli sbarrò il passo costringendolo a fermarsi.
«Stattene a cuccia» disse.
« Questa ci fa sospendere tutti!» reagì Marco.
«E a te che te ne frega, tanto sei fregato lo stesso.»
Marco boccheggiò frastornato.
«Dobbiamo risolverla tra noi, ragazzi. Se ci scopre un professore…» cominciò Anja, ma Noemi le parlò sopra.
«Io me ne vado. Non ci voglio stare qui dentro se quella si suicida, è peccato mortale!»
«E vattene, vai!» la incoraggiò Niccolò.
«Te ne vai o no, te ne vai sì o no!» cantò Luca, e Alessia alzò le braccia nel frastuono.
«Cerchiamo di stare tutti un po’ più cal…»
Due colpi alla porta.
Le teste dei ragazzini ruotarono simultaneamente. Silenzio. Luca trattenne una risatina.
«Ragazzi, lo so che siete tutti lì» disse una voce dal corridoio. «Conto fino a dieci, poi apro. Ricomponetevi per favore.»
«È il Carlini!» bisbigliò Noemi nel panico.
«Quello è scemo, porca puttana, scendi dalla finestra!» sussurrò rabbiosa Anja.
«È l’unico a cui lo possiamo dire» fece Eleonora.
«Sì, ma quando gli prendono i cinque minuti…» si lamentò Luca, massaggiandosi la mano.
La porta si aprì. Giulio comparve sulla soglia, una mano dietro alla schiena e l’altra sulla maniglia. Annusò l’aria, poi cercò l’interruttore sulla parete e accese la luce. Per un paio di secondi restò in silenzio scrutando le loro facce, immobili e ansimanti. Lo videro puntare lo sguardo su Ginevra, senza battere ciglio.
«Siete troppi qui dentro, ragazzi» disse imperturbabile. «E poi è tardi. Avanti, tornate alle vostre stanze.»
I ragazzini si guardarono l’uno con l’altro, tenendo d’occhio Ginevra, immobile sul davanzale.
«Possiamo restare ancora qualche minuto?» azzardò Eleonora. «Facciamo piano.»
Giulio la guardò, guardò quella testolina in mezzo a ragazzoni alti come lui e ragazze già gonfie di ormoni, il suo pigiama da bambina, guardò la spilla che aveva tra i capelli, che gliene ricordava un’altra a forma di fiocco, e sentì una premura speciale afferrarlo dentro. La scosse via serrando le mascelle e portò anche l’altra mano dietro alla schiena.
«Domani ci svegliamo alle sette e mezza» disse con calma. «Non voglio sentire un lamento, o qualcuno troppo stanco per partecipare alle attività di gruppo di Caterina, l’animatrice.»
«Va bene» dissero tutti all’unisono.
Giulio annuì.
«La mia stanza è qui accanto. Se sento un rumore, un fiato… o se quando uscite mi svegliate… acchiappo il primo che capita e lo spiaccico contro la parete.
Sorrisero tutti. Fecero di sì con la testa.
Giulio fece un passo indietro e prese la maniglia della porta.
«Scendi da lì Ginevra.»
Ginevra scese immediatamente dal davanzale.
«Buonanotte» fece Giulio, poi uscì e chiuse la porta.
Restò un momento immobile nel corridoio a mordersi un labbro.
Poi tirò via la mano da dietro alla schiena, congelata dal vetro della bottiglia di birra appena estratta dal frigorifero, e si incamminò verso le scale. Estrasse il cellulare dalla tasca e aprì la chat.

Giulio
Già a nanna?

Trascorsero pochi istanti.

Caterina
Ciao prof!
Appena entrata nel letto. Domani sveglia presto per l’uscita coi tuoi pargoletti

Giulio
Peccato
Ho questa birra che mi diventa calda…

Aspettò una decina di secondi.

Caterina
117

Giulio
?

 Caterina
La stanza, scemo :–)

Giulio
;–)

Chiuse la chat e cominciò a scendere le scale.

© Gianluca Wayne Palazzo

Il presente è il decimo di una serie di racconti ispirati al mondo della scuola. Chi volesse recuperare i precedenti li troverebbe qui. Dello stesso autore, su Poetarum Silva, Fenomenologia del Nuntemove.

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