Claudia Iandolo – Il colpo in canna

sparo

Il colpo in canna. Spense il televisore. Una specie di schioppettata, precisa nella mira. Se solo il telecomando fosse stato una pistola e quello un mondo ideale, il telecronista sarebbe morto ad una tale velocità che avrebbe concluso per inerzia la frase iniziata. Bang! Caduto a bocca aperta sul cumulo di mondezza di cui, come un imbonitore, continuava a celebrare l’irrespirabilità, in totale contraddizione con la tenuta evidente dei suoi polmoni. Caricò la macchinetta del caffé, un’ora al turno di notte. L’ora più bella, forse, della sua vita rovesciata. Scese per le scale accompagnato dal rumore discreto delle stoviglie, della sigla dei tg, dei telefoni che squillavano. Tutto in ordine. Pulito. Come piaceva a lui. La cassetta della posta era di nuovo intasata. Pubblicità e bollette. La corrispondenza, quella vera, gli arrivava ad un numero di casella postale. Aveva molti nomi e molti indirizzi. Un telefono di casa sempre staccato, e quattro schede per il cellulare. Praticamente introvabile. Le donne, e non solo quelle degli ultimi mesi, lo sapevano bene. Tre appuntamenti al massimo, sesso dovunque meno che a casa. Continuavano ad inseguirlo sull’unico numero di cellulare che avevano, e a mandare e-mail, quasi sempre patetiche. Lui, semplicemente, non rispondeva più. Silenziosa anche la strada, nonostante il traffico. Respirò soddisfatto. Era qui che sarebbe dovuto nascere, un altro nome e un altro cognome, ma aveva avuto coraggio, era stato forte, tenace, era riuscito a buttarselo alle spalle quel sud disgraziato di cui ancora doveva vergognarsi, ogni volta che apriva la bocca, perché l’accento gli era rimasto attaccato come una tara ereditaria e, oramai, ogni volta che accendeva la tv. Insieme all’accento quasi niente aveva potuto anche per un corpo tarchiato e peloso, nonostante da anni gli sottraesse parmigiane di melanzane, ragù assassini, e perfino nostalgie di mozzarelle che non fossero di plastica. Ma lui, il vigilante dell’ultimo piano, discreto come un’ipotesi, brigadiere da soli tre mesi, sapeva farsi rispettare. Non sarebbe mai tornato indietro, per nessun motivo. Mai in una città che era sempre un cantiere aperto, una vertigine continua di traffico e sporco, di gente che t’insegue per una pacca sulle spalle, urla il tuo nome per strada, ti offre il caffè e ti uccide con una battuta feroce l’attimo dopo che sei uscito dal bar. Per non parlare dei condomini, di un’eternità di aglio e fritto in cui nessuno, proprio nessuno, riesce a farsi i fatti suoi, e tutti sono parenti e amici e amici dei parenti e parenti dei conoscenti. Chiuso. Finito. Da vent’anni, poco meno della metà della sua vita, sapeva esattamente chi fosse, e soprattutto sapeva, sempre e comunque, chi fossero gli altri. Le donne, per esempio. Nessuna che fosse durata più di anno. Gli piacevano disinibite, spinte fin dove non avrebbero mai immaginato si potesse arrivare. Le odiava, quando cominciavano a fingere di vergognarsi e, prima o poi, cominciavano tutte, non appena ricordavano di essere carne da matrimonio Allora si alzava, le lasciava sfinite di orgasmi e pianti e ricominciava la caccia su internet. Un altro appuntamento per la madonna puttana che lo avrebbe fatto urlare e morire con uno sguardo umido di animale. Prima di scendere dalla macchina caricò la pistola. Il colpo in canna lo faceva sentire sicuro e leggermente eccitato. Non era di quelli che trattava la pistola con sufficienza. Amava la sua pistola, la sua bellissima calibro nove, e la rispettava. Una pistola è come una donna e senza il colpo in canna come una donna di plastica, un rimpianto di mozzarella vera. La macchina di servizio era già pronta. Marocco lo aspettava in piedi, lo sportello aperto e la quarantesima sigaretta della giornata infilata tra le labbra. Non gli piaceva e sapeva di non piacergli. Marocco guardava sempre da un’altra parte, qualunque cosa dicesse, con chiunque parlasse. Con le donne, poi, era come se gli occhi si cancellassero addirittura, fissava inerte un punto imprecisato del pavimento e pareva avesse appena depositato la vita da un’altra parte. Marocco gettò via la sigaretta e prese il foglio di servizio. Lui guardò con decisione il mozzicone ancora acceso che moriva lentamente sull’asfalto, Marocco, però, non raccolse né l’allusione né quello che restava della sigaretta. Erano i gesti così a mandarlo fuori di testa, la noncuranza con cui la gente sporcava tutto, dovunque, come se ne avesse diritto, mentre quello che ognuno avrebbe dovuto fare non era altro che avere rispetto. Rispetto per le cose, per le regole, per gli spazi aperti e per quelli chiusi. Rispetto, che Marocco non sentiva per nessuno, moglie compresa, una specie di serva tuttofare, efficiente e silenziosa. E a letto? Non smetteva di chiedere lui, sapendo di provocarlo. Come sono a letto tua moglie e tua sorella? Lascia stare mia sorella. Va bene, e tua moglie? Ce l’ha l’orgasmo tua moglie? Arriva? O parte soltanto, eh Marocco? Mi chiama Khalid, sono tunisino. Conosci la differenza? No, qual è? Naturalmente sapeva benissimo la differenza, ma gli piaceva provocarlo, capire fino a che punto anche lui riuscisse a spingersi, quel nord africano a cui non importava niente di nessuno, ma che non avrebbe mai detto una parolaccia all’orecchio di sua moglie in quei momenti lì, quando, e lui lo sapeva bene, le donne non aspettano altro. Le sue voglie, le voglie vere le scaricava immaginando sozzure addosso alle donne degli altri, con la stessa indifferenza con cui gettava a terra il mozzicone di sigaretta ancora acceso, o la gomma masticata. Una massa di frustrati. Di gente senza coraggio e di donne dalle ovaie urlanti. Un mondo di pazzi che nessuno avrebbe più potuto aggiustare, che riusciva solo e a stento a stare negli argini, che si poteva sopportare solo a patto di vederlo così, crudo com’è davvero, nella notte che non fa sconti, nemmeno ai sognatori recidivi e agli utopisti di professione. Non era il suo caso, anche se c’erano momenti in cui si guardava improvvisamente allo specchio di un ascensore senza riconoscersi. Un attimo di panico e tutto tornava come prima. La realtà non aspetta altro che di essere affrontata con il coraggio vero che solo pochi hanno, in faccia, dritto in faccia. Marocco quel coraggio non l’aveva, e sprecava la vita in una specie di latitanza. Vestiva come tutti e parlava come chiunque, ma ogni gesto, ogni espressione diceva il contrario, dichiarava una specie di appartenenza altra, irritante e rocciosa come tutte le idiozie che la mente umana riesce a confezionare nella sua illimitata e inutile creatività. E allora che andassero dove volevano con le loro moschee, le loro donne castigate e l’inciviltà che qualcuno ancora si ostinava a chiamare cultura, come del resto aveva fatto anche lui, nell’altra vita, in quel meridione osceno di caldo e anticamere in cui si era pensato giovane, innamorato e perfino impegnato. Un pagliaccio, come quelli che ancora credevano che il mondo fosse un luogo speciale attraversato dal vento della buona volontà, e che l’umanità avesse qualcos’altro oltre gli istinti repressi e reprimibili per i quali si agitava, mentiva, uccideva. Marocco, poteva scommetterci, lo avrebbe sgozzato volentieri, se solo fosse stato sicuro di farla franca. Ma non lo era, e meno che mai lo sarebbe stato ora che, finalmente, qualcuno cominciava a capire il pericolo di un mondo troppo promiscuo e fatalmente maleducato. A casa mia le mie regole, capito, Marocco? E se non ti sta bene fuori, senza sbattere la porta. Marocco si accendeva una sigaretta, aspirava serio il fumo, e guardava a terra. Senza un gesto, senza un’espressione in quegli occhi che al buio vedevano meglio dei suoi. E anche quella sera, al primo giro, fu lui che notò la macchina nel parcheggio dell’ipermercato. Una vecchia Panda scura, parcheggiata dietro il tentativo di un albero. E fu ancora Marocco a vedere per primo il ragazzo con la faccia appoggiata sullo sterzo e la mano sulla maniglia della portiera aperta, senza che avesse avuto il tempo di spalancarsi. Non era morto, peccato, solo ubriaco. Aprì gli occhi e li richiuse subito quando gli alzò la testa tirandogli i capelli. Chiamo la polizia, disse Marocco, il telefono già in mano. Lascia stare, disse lui, sarebbe solo un’altra rottura. Lo avrebbe tirato fuori dalla macchina, strattonato fino a farlo vomitare e rimandato a casa con un calcio in culo. Non aveva nessuna voglia di vedere poliziotti, non avrebbe retto anche il loro sottinteso di superiorità dietro la cortesia di mestiere. Marocco non rispose, masticò qualcosa di inesistente, la sputò, e ricominciò a fissare i punti morti dell’universo. Il ragazzo sembrò riprendersi, era appoggiato in piedi alla sua Panda e riusciva perfino a tenere gli occhi aperti. Era alto, e sorrideva dentro una faccia Dolce & Gabbana. Sui jeans falso poveri una maglia larga con l’immagine di Che Guevara, sigaro, basco e rivoluzione compresi. Avrebbe avuto trent’anni per i prossimi venti almeno, valutò lui, affogato com’era nella sua età reale perfettamente coincidente con quella dimostrata. Sali in macchina e sparisci, gli disse col tono western dei film dell’adolescenza. E come se avesse letto lo stesso copione, quello annuì, le mani alzate e un sorriso da farabutto per tutte le stagioni stampato sulla faccia, prima di cadergli, letteralmente sui piedi. È strafatto, disse Marocco, chiamo la polizia. E ancora lui lo bloccò, con un no secco, deciso, da brigadiere. Marocco, in seguito, non riuscì mai a spiegare bene come andarono le cose, a rintracciare il filo esatto e consequenziale delle parole, dei gesti. Si ritrovarono il ragazzo in macchina, sul sedile posteriore, la bella faccia perduta nella rovina privata di una sbornia forse collettiva. Lui disse Accidenti, e il brigadiere, suo diretto superiore, ordinò Parti. Ma, aggiunse Marocco. Senza Ma, disse l’altro, e il ragazzo dietro cominciò a ridere. Il brigadiere sembrava rilassato Allora, ti diverti? Gli chiese addirittura. Dove andiamo? disse il ragazzo. Facciamo un giro. Un giro? Sì, un giro. Il mondo è tutto un giro. Un girotondo, disse il brigadiere. Sì, un girotondo in tondo, rispose il ragazzo. Marocco sostenne che da quel momento lui cominciò a pensare ai fatti suoi, e si concentrò su sua moglie, che certi pomeriggi aveva tristezze così sabbiose che gli veniva voglia di prenderla in braccio e riportarla a casa. Invece ogni sera saliva in macchina e camminava dentro un mondo vuoto di odori, una parte della mente in allerta per quel compagno di lavoro che puzzava di odio e di rabbia, come tutti i traditori, come i rinnegati di sempre. Per due ore, disse Marocco, non successe niente. Il ragazzo si addormentava, si svegliava all’improvviso e diceva cose senza senso, si addormentava di nuovo, e l’altro sembrava non farci caso, come se l’avesse dimenticato. Poi, invece, si svegliò del tutto. Erano davanti alla gioielleria e il ragazzo disse Cazzo, guardando dalla macchina la vetrina illuminata a giorno. Finse di prendere dalla tasca dei jeans una bomba, una molotov, strappò la linguetta e la tirò Boom, disse, Siamo ricchi. Il brigadiere disse serio Hai appena fatto una rapina. Già, dovresti spararmi. Hai la pistola, no? Ce l’ho. Mi spari? No. Ripartirono. Marocco disse Scarichiamolo. Lui rispose Quando dico io. Fu allora che il ragazzo cominciò ad aver paura, lui, disse Marocco, la sentiva sulla nuca la paura che veniva dal respiro del ragazzo, e pensò soltanto a non farsi contagiare, perché allora sì che la situazione sarebbe sfuggita veramente di mano a tutti. Come ti chiami? Gli chiese, per alleggerire l’aria. Voglio scendere, rispose lui, Fatemi scendere. Scarichiamolo, insistette Marocco. Tranquillo, disse il brigadiere sorridente e rilassato, lo riportiamo alla macchina. Ti riportiamo alla macchina, visto come siamo educati? Fatemi scendere qui, non fa niente. Ma come, qui? Se hai appena fatto saltare in aria una gioielleria, ti serve almeno la macchina per scappare. Saltare che? Disse il ragazzo, e aveva la voce di un bambino, proprio di un bambino, sottolineò Marocco. Era uno scherzo, solo uno scherzo stupido. È tutta la tua vita che è stupida, non ti pare che sia stupida la vita di un ubriacone? Non sono un ubriacone. E che sei? Sono uno studente. Uno studente, bene. E che studi? Il ragazzo si era innervosito Non sono fatti tuoi, disse, lamentoso più che mai. No, infatti. Ma se ti ubriachi e fai saltare in aria una gioielleria sì, sono fatti miei. Quale cazzo di gioielleria, urlò, cercando di aprire lo sportello della macchina, Sei tu che sei fuori di testa, questo si chiama sequestro. Sequestro, ah! Allora studi legge, vuoi fare l’avvocato. Facciamolo scendere, disse Marocco, adesso basta. E chi dice di no, andiamo al parcheggio, lo riportiamo alla macchina. Il ragazzo disse Va bene, scusa, ho esagerato. Figurati, disse l’altro, succede. Marocco, disse, che allora riprese a pregare e a imprecare in silenzio, contemporaneamente, per ogni semaforo che incontrava. Lui sapeva, sentiva, che erano in quelle stranezze che fa il tempo, che ti sembra che ogni secondo duri per i fatti suoi, si allunghi e si accorci senza regola. In quei momenti là, disse Marocco, può succedere tutto e il contrario di tutto, il fatto è che mentre li vivi non lo sai. Sai solo che puoi fare poco, o niente addirittura. Arrivarono al parcheggio dopo un’eternità, e Marocco si fermò accanto alla Panda. Il ragazzo scese quasi esitando, forse si vergognava di aver avuto paura, o chissà, disse Marocco, solo il destino. Sorrise, ancora un po’ incerto nei movimenti ma perfettamente lucido, Allora alla prossima, sceriffo, disse con un mezzo sfottò. Ma il brigadiere fu svelto, molto svelto e gli si piantò di faccia, mentre quello si appoggiava alla macchina Lo sai che sceriffo è una parola araba, stronzo? Disse. Gli puntò la pistola al petto, e disse Bang, guardando gli occhi di Che Guevara. Bang. Poi gli sparò sulla fronte. Proprio in mezzo, così.

Claudia Iandolo, nata a Milano per caso, laureata in lettere classiche, insegna italiano e latino nei licei. Ha pubblicato per il teatro Rossa luna di Novembre e altri ( Grafic Way, Avellino 1995), per la poesia Aegre (Elio Sellino Editore, Avellino 2004), Alia (Tracce, Pescara 2012), silloge finalista al premio Città di Penne, Sororità (LietoColle, 2014) premio Scriveredonna 2013 per l’inedito. Inoltre ha pubblicato i romanzi Il paese bianco di Isidora vecchia (Mephite, Avellino 2005), Qualcuno Distratto (Palomar, Bari 2007). È autrice del testo Marinai di terraferma, musica di Gianvincenzo Cresta (Stradivarius , Milano 2007). È apparsa sulle riviste L’Indice, L’Area di Broca, Zeta, Interpretare, Gradiva; Poliscritture, America Oggi, Nazione Indiana e con un saggio su Beckett nel collettaneo Il silenzio del diritto (SEI edizioni) È presente in varie antologie tra cui Ti bacio in bocca- antologia di poesia erotica al femminile (Edizioni LietoColle), e Poeti per l’Abruzzo (Tracce edizioni). Ha ideato e cura la direzione artistica del festival di letteratura per l’infanzia Astolfo sulla luna.

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