proSabato: Nico Orengo “Caproni, sulla musica della poesia”

foto dall'archivio de «La Stampa»

foto dall’archivio de «La Stampa»

Caproni, sulla musica della poesia. Intervista

«L’uomo è nato per caso, ai margini dell’universo». Giorgio Caproni alza appena la sua bella testa, scavata come un tronco d’ulivo, inquieta e nobile come quella di un’upupa. Minuto e composto nello studio ordinatissimo della casa romana vuol correggere gli errori nei suol due libri da poco usciti: Tutte le poesie da Garzanti, e II labirinto, tre racconti poco conosciuti nella raffinata collana «Piccola Scala» di Rizzoli.
«Son pignolerie da letterato», dice. Ma intanto con la biro, corregge, a pagina 61 delle poesie, nel secondo verso, un suo con tuo. E nei racconti a pagina 23 un era, con ero, a pagina 88 un «e io non pensai» in «e io pensai», a pagina 106 cambia «aggiunsi con voce» in «aggiunsi a caso con voce». «Non rileggo — dice — i libri che pubblico proprio per non trovare errori. Ma quel suo al posto di tuo, l’ho sentito in televisione. Ci sono rimasto male. Comunque, quando dico die l’uomo è nato per caso ai margini dell’universo penso alla teoria di Monod. Ma aggiungo che non riesco a immaginare il cosmo senza l’uomo».
Nato a Livorno il 7 maggio del 1912, figlio di un ragioniere e di una sarta, Caproni è vissuto fra questa città, Genova e Roma, con una parentesi d’insegnamento e lotta partigiana in Val Trebbia e Albania. I genitori appassionati di musica lo iscrissero al Conservatorio, Caproni suonava il violino, ma non superò la prova della Thaïs di Massenet e si ritrovò maestro elementare.
Dalle sue esperienze militari, prima a Sanremo, poi in Val Trebbia, nascono i racconti de Il labirinto, un girovagare senza senso di confine tra la Francia e i paesi appenninici, un incontrare drammatico la morte in combattimento, l’accorgersi tragico che una spia può essere una bella ragazza, sorella di un amico. − Sono racconti scritti, agli inizi degli anni quaranta, prima de II partigiano Johnny di Fenoglio o La casa in collina di Pavese? −
«Sì — dice Caproni — e sono racconti o sfondo autobiografico. Provavo un senso labirintico di fronte ai morti, i nostri, quelli tedeschi. La morte è sempre morte, da qualsiasi parie avvenga. Ma questi racconti li ho scritti per forza, me li chiedevano le riviste, i giornali. Già fra il ’37 e ’38 avevo scelto la poesia. La nostalgia del narratore mi è sempre rimasta. Quanti racconti ho scritto? Quanti ne ha scritti Hemingway. Ma vorrei che proprio le mie poesie fossero lette come un romanzo, a frammenti».
Giuseppe De Robertis, negli anni Sessanta, ha parlato di «epopea casalinga» e Franco Fortini, nel ’70, di «sorta di romanzo famigliare», per l’opera in versi che oggi il volume garzantiano testimonia in un arco di cinquant’anni. Dal 1932 al 1982, da Come un’allegoria a Poesia aggiunta, è riunito il lavoro di uno dei nostri poeti più solitari, estranei ai Novecentismi dell’ermetismo e simbolismo, d’influenza italiana o francese o anglo-americana. Ma il libro, dice Caproni, con una punta di civetteria, lo irrita, lo fa monumento, mentre lui è ancora attivo, continua a scrivere: «A sprazzi, a momenti, in tram, in macchina. Continuo a rimuginare un verso nella lesta. In genere è un verso: quello iniziale o di chiusura che fa svolgere il tema».
Sono più di 600 pagine. «Si — Caproni si difende — ma le poesie sono 350. E se vogliamo giocare alle statistiche, alle medie, dividendole per i miei cinquant’anni di lavoro, fa…?». Sono sette le poesie all’anno, che Caproni ha inseguito, perché aggiunge: «Il poeta è uno e bino. La scrittura nasce dall’inconscio, viene da li, la ragione poi la corregge. La poesia assomiglia al sogno e il poeta ne è responsabile solo fino a un certo punto».
Questa sua «epopea casalinga» fra mare e quell’«architettura dialettale» ligure di case in pietra, che «lega con il verde», dove l’intonaco sostituisce, «per risparmiare», il colore, si dipana in racconti di ragazze, squarci di vicoli cittadini, immagini di una madre perduta, viaggi alla ricerca, piccola o grande che sia, dell’avventura dell’uomo, senso angoscioso di un «confine». «Quello del confine — spiega Caproni — è uno dei temi che sento di più. Già era presente nelle Stanze della funicolare, per me è il punto dove la ragione umana si ferma, dove c’è l’ultimo borgo, dopo s’incontra il muro della terra: quello è il confine della ragione umana».
L’unica fuga, l’unico «oltre» possibile allora è metafisico? Caproni scuote il capo: «Io non sono trascendente e neppure per una teologia negativa. Sono credente, miscredente: va a momenti. Non aspiro a una vita oltretomba. La specie continua, muta, scompare. Ma non sono nichilista.
Eppure i colori delle sue poesie sono cambiati, dei rossi carichi dei versi giovanili, oggi cosa è rimasto? «Poco, oggi predominano i colori dell’acciaio, del piombo». E del sensi qual è quello che privilegia? Risponde: «L’udito, e lo sguardo. Sono stato musicista, la mia mania è di costruire versi che abbiano un loro centro; oggi molti giovani scrivono con parole che vanno per conto loro. Io ha voluto costruire un sonetto moderno, un sonetto monoblocco. Anche in musica, con il sistema tonale si è fatta musica moderna, Stravinsky è arrivato alla dodecafonia. I miei autori sono stati Poliziano e Tasso».
La parola per Caproni è un completo amore. Non lo dimostra solo come poeta, ma anche come traduttore. È lui che ci ha fatto leggere, fra gli altri, Céline, Genet, Frénaud, Char. Dice: «Céline mi ha affascinato in Morte a credito. Lì ho capito l’impossibilità di tradurlo. Per i francesi l’argot è una seconda lingua, noi non abbiamo una lingua popolare nazionale. Céline raccoglie le parole dai marciapiedi, Genet inventa un argot letterario. Tradurre è un arricchimento del proprio linguaggio. Obbliga a svegliare in noi zone di coscienza che altrimenti rimarrebbero oscure, dà un’esperienza maggiore alla vita».
− Dei poeti di Riviera ligure, la rivista fondata da Mario Novaro, e sulla quale scrissero Boine, Gozzano, Montale, Barile, Sbarbaro, chi ricorda con più affetto? − Caproni non ha esitazioni, indica l’archivio di Sbarbaro che tiene parte della sua libreria. Dice: «Ci siamo conosciuti in modo buffo. Gli scrissi: “illustre poeta”. Mi rispose con una cartolina illustrata con su scritto: “Pari e patta (mi venga a trovare)”. Ci andai con Angelo Barile. Sbarbaro mi aspettava alla stazione di Albisola. Prendemmo una carrozza per arrivare a casa. Barile parlava, parlava. E Sbarbaro gli disse: “Zitto, che non può vedere il paesaggio”. A casa aggiunse: “Non le faccio vedere i licheni. Li mostro a chi non mi piace”. Mi portò in una trattoria, più tardi. Aveva scelto la Rina, il nome era lo stesso di mia moglie. Costantemente, nel rapporto con gli amici, aveva queste attenzioni, queste delicatezze.
− Cosa sta scrivendo Caproni, per non arrendersi ak volume di tutte le sue poesie? − Il conte di Kevenhüller, il personaggio; «è il firmatario di un manifesto del 1793, con il quale invitava i cittadini a una “caccia generale” contro un’orribile bestia che infestava le campagne». − E questa bestia chi è? − «Bisognerebbe prenderla, per saperlo».

© Nico Orengo, in «Tuttolibri La Stampa», 16 luglio 1984.

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