giornalismo

Antonio Paolacci, Il Mago che beffava i nazisti

jasper-maskelyne (fonte archivioroncacci)

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Antonio Paolacci, Il Mago che beffava i nazisti

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Nel film The Prestige di Christopher Nolan si dice che ogni numero da illusionista è composto da tre parti o atti.Il primo atto si chiama “la promessa” ed è la fase iniziale: quando il mago ci mostra le cose che faranno parte del suo numero e ci spiega che si tratta di oggetti ordinari (un cappello, un mantello, un mazzo di carte). Il secondo atto si chiama “la svolta” ed è la parte in cui l’illusionista compie qualcosa di straordinario con quell’oggetto apparentemente ordinario, per esempio lo fa sparire. È la fase in cui noi spettatori veniamo stupiti e ci chiediamo come sia stato possibile quello che abbiamo visto. In effetti è questo il culmine del numero di magia, eppure noi non applaudiamo ancora. L’applauso è il gesto di liberazione finale, che per partire ha bisogno di un terzo gesto, una conclusione o, come si dice in narrativa, uno scioglimento. Il terzo atto è quello che chiude il cerchio e riporta tutto alla normalità, quando l’oggetto sparito riappare da un’altra parte, per esempio, e la situazione straordinaria diventa una nuova situazione ordinaria. Questo terzo e ultimo atto è chiamato “il prestigio”.

Come avrete intuito, e come il film di Nolan mostra bene, anche i racconti possono essere suddivisi in tre atti analoghi. Ogni storia narrata è composta da tre parti che banalmente potremmo chiamare “inizio, sviluppo e finale”, ma che a ben vedere hanno molto in comune con i tre atti del gioco di prestigio. Per questa ragione – e per rendere onore al suo protagonista – dividerò il racconto che segue proprio in tre parti, chiamate rispettivamente come i tre atti del numero di magia.

1. La promessa

Il nostro uomo si chiama Jasper Maskelyne, è nato nel 1902 ed è un mago da palcoscenico, un illusionista inglese, molto famoso tra il 1930 e il 1940. È figlio di un certo Nevil Maskelyne e nipote di John Nevil Maskelyne, maghi a loro volta. Jasper Maskelyne è un prestigiatore di successo. Nel 1936 pubblica un libro con i suoi trucchi che è ancora oggi un classico nell’ambiente. È un maestro dei colpi di scena. Il suo pezzo forte sono i numeri di “lettura della mente” e in genere tutti i trucchi di quell’arte che oggi viene chiamata mentalismo.

Jasper è l’ultimo di una grande dinastia di maghi. Ma, a differenza del padre e del nonno, il suo successo sembra destinato a tramontare proprio quando è all’apice, perché Jasper si ritrova al culmine della sua carriera quando esplode la Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1940, all’età di 38 anni, Jasper Maskelyne si arruola come volontario nell’esercito britannico. È già troppo avanti con gli anni per imbracciare un fucile e partire per il fronte, ma lui non ha intenzione di fare la guerra da soldato. Appena arruolato, Jasper chiede di far parte dell’intelligence militare, dichiarando di voler mettere a disposizione la propria arte in strategie di guerra. Gli ufficiali ridono. Davanti a loro c’è un mago che vorrebbe usare trucchi da palcoscenico in operazioni militari, trasformando in armi alcuni espedienti da intrattenimento come l’inganno e il camuffamento. Naturalmente, nessuno dell’esercito sembra disposto a dargli retta.

2. La svolta

Un giorno di quello stesso anno, una nave da guerra tedesca appare sul Tamigi, nientemeno che in piena Londra. L’allarme e il terrore corrono in pochi minuti, fino a raggiungere gli alti ufficiali dell’esercito. Ma no: quella che corre sul fiume non è una nave vera. È un’incredibile illusione creata da Jasper Maskelyne con un gioco di luci e specchi, grazie a un modellino di cartapesta. Di lì a poco, Maskelyne entra nell’intelligence militare per direttissima. Viene preso al Camouflage Development and Training Centre, a Farnham Castle,  e l’anno dopo (il 1941) viene reclutato nell’MI9 da Dudley Wrangel Clarke (Johannesburg, 27 aprile 1899 – Londra, 7 maggio 1974), l’ufficiale britannico che passerà alla storia come pioniere delle operazioni di inganno militare.

Il primo incarico di Maskelyne è al Cairo. Qui tiene alcune lezioni ai soldati sulle tecniche di fuga e crea piccoli dispositivi utili per fuggire in caso di cattura, come lame nascoste all’interno di pettini o mappe disegnate in modo criptico su oggetti di uso personale. Poi, nel novembre del 1941, entra nella cosiddetta unità di camuffamento a Helwan, vicino al Cairo, e viene messo a capo della Sezione Sperimentale. In realtà, Maskelyne si ritrova al comando del manipolo di soldati più inefficiente dell’esercito inglese: un gruppo di artisti come attori, musicisti e pittori, incapaci di sparare, ma molto utili per la realizzazione delle idee di un illusionista. È con loro che Jasper riesce a realizzare i suoi veri capolavori, in crescendo, fino a determinare le sorti stesse della guerra.

Il gruppo di artisti guidato da Maskelyne costruisce anzitutto delle strutture con materiali di fortuna accanto al porto di Alessandria. Le strutture posticce replicano il porto stesso con giochi di luce e specchi, mentre le luci del vero porto vengono spente. L’illusione è perfetta per gli aerei tedeschi e così, per ben nove giorni, l’aviazione nazista bombarda il nulla, mentre il vero porto di Alessandria è in salvo, un paio di chilometri a est. Dopodiché, con analoghe illusioni ottiche, Maskelyne fa sparire il Canale di Suez, e acceca ripetutamente l’aviazione tedesca con dei riflettori.

E ancora: nel 1942 Maskelyne crea una divisione corazzata di cartone, con manichini, carri armati fasulli, rumori e voci umane simulati. La divisione fantoccio viene portata in prima linea, dove subisce l’attacco nazista, mentre la vera divisione corazzata avanza lateralmente, mascherata da convoglio di trasporto, con un trucco meccanico capace anche di cancellare le tracce dei cingoli e sostituirle con quelle che lascerebbero le ruote dei camion. E così viene vinta la battaglia di El Alamein: la vittoria degli inglesi su Rommel che sancisce le sorti della guerra, consentendo agli Alleati di prendere il controllo del Mediterraneo.

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Paola Ronco, Nellie Bly

fonte: Archivio Roncacci

 Nellie Bly, La donna che cambiò la storia del giornalismo mondiale

di Paola Ronco

È il gennaio del 1885, e sul Pittsburgh Dispatch compare un infiammato editoriale firmato da Erasmus Wilson: A cosa servono le ragazze (What girls are good for). Nell’articolo, una delle penne di punta del quotidiano lamenta il moderno flagello di queste donne che pretendono di studiare, andare a lavorare e crearsi una carriera, quando invece il loro ruolo naturale sarebbe quello di badare alla casa e ai figli. L’argomento non è nuovo, e continuerà a non esserlo negli anni a venire, ma è certo di quelli in grado di suscitare in uguale misura proteste, risate e adesioni. Tra le molteplici reazioni, il direttore George Madden legge con curiosità e ammirazione una lettera scritta da una certa ‘Orfanella Solitaria’; malgrado la firma, è talmente ammirato dalla prosa indignata e fluente da convincersi che si tratti, ehm, di un uomo, e subito scrive per offrirgli un posto al giornale. Gli si presenta davanti una giovane di ventun anni, molto bella e molto agguerrita, pronta ad accettare il lavoro con entusiasmo; il suo nome è Elizabeth Jane Cochran, e sono abbastanza certa che il loro dialogo sia andato più o meno così.

“Orfanella Solitaria?”
“Già. Mio padre è morto presto, e io devo aiutare mia madre e i miei fratelli.”
“Ma lei è una ragazza.”
“In effetti sì. Altrimenti avrei scritto Orfanello.”
“Allora non posso darle il lavoro.”
“E perché mai? Ho scritto io quella lettera che le è piaciuta.”
“Ma le ragazze perbene non fanno le giornaliste, suvvia.”
“Quindi lei è d’accordo con quel cialtrone di Wilson?”
“Non ho detto questo.”
“Mi metta alla prova e vedrà.”
“Dovrà trovarsi uno pseudonimo. Questo non è un mestiere per signore.”
“D’accordo. Mi farò chiamare Nellie Bly, come nella canzone.”
“E va bene, ci serve giusto qualcuno che vada alla gara di giardinaggio questo sabato.”
“Cosa? No.”
“Preferisce la moda? O le serate mondane?”
“Che noia. Io voglio scrivere della vita vera.”
“Ma non si è mai visto, suvvia.”
“Insomma, lei è d’accordo con quel cialtrone di Wilson.”
“E va bene, accidenti. Comincia domani.”

Nellie Bly scrive bene, fa nomi e cognomi, non ha paura di niente; parla di operaie sfruttate, di lavoro minorile, di salari. Inevitabile che per lei, insieme alla notorietà, arrivino anche i guai. Tra i finanziatori del giornale si contano molti industriali di Pittsburgh, che leggono con crescente fastidio le sue inchieste circostanziate e minacciano il direttore di chiudere i rubinetti se quella donna continuerà a intromettersi. Preoccupato, George Madden corre ai ripari e sposta Nellie Bly al giardinaggio; per tutta risposta, lei consegna il suo articolo, su qualche dama vincitrice del premio per il miglior roseto fiorito, insieme a una lettera di dimissioni.

La ritroviamo nientemeno che in Messico, impegnata in un viaggio che la trasforma in corrispondente estera. I suoi articoli vengono sempre pubblicati sul Pittsburgh Dipatch, e il direttore tira un respiro di sollievo nel notare che la sua reporter ha ripiegato sulla dimensione innocua dei reportage di viaggio. Dura poco, però. Dopo circa sei mesi dalla sua partenza, esce un articolo che racconta come il presidente messicano Porfirio Diaz abbia fatto incarcerare un giornalista dissidente. Da lì all’espulsione dietro minaccia di arresto il passo è brevissimo.

“E così si è messa di nuovo nei guai, eh?”
“Ho scritto la verità, che altro potevo fare?”
“Nellie, io la riprendo a lavorare con me, ma lei sa dove, vero?”
“Di nuovo al giardinaggio? No.”
“Nellie.”
“Me ne vado.”
“Ma dove?”
“A New York. Sentirà presto parlare di me.”
“Non ne dubito.”

Ci va davvero, e bussa alla porta del The New York World, il giornale di un uomo che per i talenti ha un fiuto particolare, e che infatti la prende subito: Joseph Pulitzer.

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Su Rodolfo Walsh

 

R. Walsh (fonte Edizioni Sur)

R. Walsh (fonte Edizioni Sur)

Su Rodofo Walsh

Libri:

Operazione Massacro, traduzione di Elena Rolla, La Nuova Frontiera, 2011, € 12,00, ebook € 8,49
Il violento mestiere di scrivere, traduzione di Stefania Marinoni, La Nuova Frontiera, 2016, € 12,50
Fucilati all’alba. Rodolfo Walsh e il crimine di Suárezdi Roberto Ferro, trad. di Agnese Guerra, Arcoiris 2013, € 12,00

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di Martino Baldi

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Per un uomo rigoroso, ogni anno diventa più difficile decidere qualunque cosa senza destare il sospetto di stare mentendo o di sbagliarsi.

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Operazione Massacro è un libro che non dovrebbe mai finire fuori catalogo. Sempre sia lodata dunque la casa editrice  La Nuova Frontiera di Roma per aver riproposto a dieci anni dalla prima edizione italiana, uscita per Sellerio nel 2002, il capolavoro di Walsh (nella traduzione di Elena Rolla e con una introduzione di Alessandro Leogrande), tassello non isolato di un prezioso costante lavoro di diffusione della letteratura sudamericana in Italia, di cui è tra gli editori indipendenti uno dei maggiori baluardi. Operazione Massacro non è infatti un libro qualsiasi. Da un punto di vista letterario Walsh nel 1957 anticipa di quasi un decennio quel A sangue freddo di Truman Capote che viene pressoché universalmente considerato il capostipite della letteratura non-fiction ma, quel che più conta, è che quella di Walsh va inserita nel novero delle più alte testimonianze del secondo Novecento di resistenza dell’umanesimo a ogni barbarie e a ogni incarnazione del male nella Storia.

Il libro è il racconto di un massacro misconosciuto commesso nel 1956, a José León Suárez, un sobborgo di Buenos Aires, dalle forze della “Rivoluzione Liberatrice” antiperonista in Argentina. La sera del 9 giugno 1956 un gruppo di civili, senza alcuna colpa salvo quella di essersi riuniti per seguire insieme un incontro di pugilato alla radio in contemporanea con una sollevazione popolare peronista in altri luoghi del paese, viene prelevato dalla polizia, sequestrato per alcune ore e infine sottoposto a un’esecuzione sommaria per fucilazione. Alcuni di loro riescono a sfuggire anche al colpo di grazia ed è a partire dalle loro testimonianze raccolte in segreto, nonché ad un alacre e pericolosissimo lavoro di ricerca delle prove, che Walsh riesce a ricostruire l’accaduto minuto per minuto, inchiodando alle loro responsabilità gli uomini del regime del generale Aramburo e il generale stesso.

La narrazione, preceduta da un prologo in cui Walsh racconta come si trovò precipitato nel cuore degli eventi, è scandita in tre parti (Le persone, I fatti, Le prove) come in un vero dossier investigativo, e procede di traccia in traccia mescolando gli strumenti dell’indagine giornalistica e giudiziaria con quelli della narrazione poliziesca – di cui Walsh era già un riconosciuto maestro. Il tocco dello scrittore è secco, serrato, come in un noir senza troppe concessioni allo stile. Del resto non ha bisogno di enfatizzare alcunché, di giocare con i registri linguistici o costruire intrecci da fiato sospeso. I fatti sono di per sé già così tenacemente allo stesso tempo reali e inverosimili (eppure, lo scopriremo col tempo, così tragicamente comuni) da tenere il lettore col fiato sospeso fino alla fine. Le diverse testimonianze dei sopravvissuti costituiscono già il più agghiacciante degli intrecci. Se la sensibilità del grande scrittore si vede dal sapere scegliere gli strumenti adatti e rinunciare all’uso eccessivo di altri, in questo caso Walsh ci offre un esempio impareggiabile di misura, limitandosi ad agire sul ritmo e sul montaggio per trasformare una serie di eventi, notizie e testimonianze in una macchina narrativa infernale.

L’indagine di Walsh, naturalmente, non ebbe esiti giudiziari; fu insabbiata e i colpevoli restarono impuniti dalla giustizia ordinaria. Quel massacro resterà uno dei tanti sanguinosi episodi impuniti che costellano la storia delle dittature argentine del secondo Novecento. Segnò invece l’esistenza di Walsh, che da pacifico giocatore di scacchi e scrittore di racconti polizieschi, investito dalla Storia, non seppe tenere sotto controllo il suo spirito di dignità e giustizia, come invece si esigeva in quegli anni in America Latina da un cittadino che volesse vivere a lungo. E infatti il giornalista e scrittore, all’epoca del massacro poco più che trentenne, non visse a lungo. Dopo un periodo di militanza a vario titolo, giornalismo, scritture e semiclandestinità, il 24 marzo 1977 inviò alla redazioni dei giornali argentini e ai corrispondenti stranieri una Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare, in cui si denunciavano le nefandezze e le violenze del regime militare istituito l’anno prima dal generale Videla. La Lettera è pubblicata in Appendice a Operazione Massacro. Il giorno dopo averla inviata, Rodolfo Walsh fu sequestrato in un’imboscata mentre diffondeva la sua lettera, e da allora compare nella lista dei desaparecidos, le persone che furono arrestate per motivi politici, o anche semplicemente per essere sospettate di avere compiuto attività “anti governative”, e delle quali si persero per sempre le tracce. Tra il 1976 e il 1983 si calcola che furono circa 30.000. Walsh sarebbe arrivato al campo di concentramento già morto e il suo cadavere sarebbe stato esposto dai militari come trofeo. Bisognerà attendere molti anni per veder pubblicata la sua lettera, che in Italia è stata tradotta per la prima volta nel 2004 e compare in questo caso per la prima volta in volume.

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Concita De Gregorio, Cosa pensano le ragazze

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Concita De Gregorio, Cosa pensano le ragazze, Einaudi, 2016, € 16,00, ebook € 9,99

di Irene Fontolan

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Non mi trucco e diffido delle donne che lo fanno. Un trucco è un trucco, no? Lo dice la parola. È un inganno. Perché sono bella così? Non lo so.

Fotinì sta in copertina. Così come è: niente trucco, pelle chiara, capelli neri, occhi giovani, sopracciglia folte e bocca carnosa. Presta il suo volto per dire cosa pensa lei che è una ragazza. La sua storia, che profuma di caffè e domeniche mattine, è una delle mille interviste fatte a ragazze italiane raccolte nell’arco di due anni. Sono storie, pensieri, vissuti, progetti, episodi, emozioni impresse. Sono vite, tutte diverse per età, professione, interessi, voci e volti.
Un libro, un dialogo, un bisogno di condivisione e apertura verso l’altro nel quale ci si ringrazia a vicenda per aver raccontato di sé e aver creato così un flusso di ascolto, esperienze, emozioni e pensieri. “Questo libro è un’opera di narrativa che attinge dalla realtà ma si apre alla libertà di immaginare, da un dettaglio, vite e mondi.” Trentotto pezzi di vite delle quali non serve sapere tutto per capirle. Le domande sono semplici, prive di apprensione e giudizio. Parte tutto da un bisogno primario di essere ascoltati, sentiti e pensati ma anche di ascoltare l’altro e ascoltare se stessi.
Concita reinterpreta una riflessione di Daniele Novara: “Ognuno cresce se sognato”, dicendo che “In questo tempo ognuno cresce ed esiste se ascoltato”.
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Chiara Tripaldi, PostOstia

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Breve storia di Ostia oltre Pasolini

Testi di Chiara Tripaldi

Immagini di Futura Tittaferrante

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“Non ero mai stato sul luogo dove hanno ammazzato Pasolini”. Così la voce narrante di Nanni Moretti racconta in Caro Diario, mentre imbocca la strada sterrata che porta all’Idroscalo. La vespa corre affianco l’erba incolta che precede il giardino, chiuso con un catenaccio, dove si trova il punto in cui l’assassino (gli assassini?) colpì il poeta a bastonate e calci, e infine ci passò sopra con le ruote di una macchina. Cinque minuti musicati da Keith Jarrett, una luce livida, il ritratto di Ostia condensato nell’immagine di un prato degradato dal peso di una delle morti illustri d’Italia.
2 novembre 1975: Ostia è il luogo dove hanno ucciso Pasolini, per sempre.
Di Ostia conosco Chiara, otto anni fa. Con lei scopro che Ostia è il X municipio del Comune di Roma, l’appendice marina della Capitale, ed è proprio l’amicizia con un’autoctona che mi ha condotto in questo viaggio. Per tracciare una storia di Ostia non posso che cominciare dal memoriale di Pasolini.
Una distesa di pannocchie di mais e una riserva della Lipu hanno preso il posto della baraccopoli con il campo da calcio al centro. In mezzo, c’è una stele di travertino spezzata, con in cima due uccelli in volo e un disco. Una cosa simbolica, “speramo che duri”, mi dice il custode mentre mi apre il cancello. Perché questo monumento è lì da dieci anni, mentre il primo, identico, creato da Mario Rosati nel 1980, è stato sfregiato così tante volte da dover essere sostituito. La matrice del danno era fascistoide, segno che la retorica su Pasolini lo tiene in vita più dei suoi scritti e dei suoi film. L’ultimo “attentato” al monumento pasoliniano risale alla fine dello scorso marzo, per mano di Militia, corredato dal solito striscione “frocio! pedofilo!”.

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Mentre fisso il monumento in un pomeriggio tiepido di novembre mi chiedo che posto sia Ostia davvero, oltre la memoria del delitto. Cosa fosse nato dopo, cosa fosse accaduto prima. Come possono coesistere le villette a schiera e i disco pub che servono caipirina a nove euro, un monumento scarsamente conosciuto e il teatro di uno dei misteri d’Italia.
Nel 1927 nasce per regio decreto “La via al Mare”, la prima autostrada gratuita e illuminata d’Italia: siamo in piena logica imperialista, e Roma, capitale dell’Impero d’Italia e d’Etiopia, deve avere il suo mare. Il mare per il popolo d’Italia, quella media borghesia su cui Mussolini costruì il consenso, fu pianificato dalla crème degli architetti urbanisti dell’epoca (Pier Luigi Nervi vi dice niente?), chiamati a partecipare con un concorso internazionale. Sulla fila che dà sulla costa, furono costruiti i “cento villini” in stile eclettico con richiami alla nautica e al mare, dove abitavano gerarchi e funzionari, mentre, sulla sponda interna, i lavoratori avevano diritto a un’abitazione con libero accesso al mare. Come da tradizione romana, il confine fra quartiere bene e quartiere male era una linea retta.

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Slegalo! Usi e abusi della pschiatria

libroslegalo

Slegalo! Usi e abusi della pschiatria, di Alice Banfi, Giovanna Del Giudice, Pier Aldo Rovatti. Becco Giallo, 2016, € 8,50

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Slegalo! Usi e abusi della pschiatria è stato presentato nel maggio scorso a Venezia durante il Festival dei Matti, proponiamo qui in lettura un estratto del libro, la conversazione tra Anna Poma, curatrice del libro e del Festival,  e Alice Banfi, perché riteniamo questo piccolo libro importante e prezioso e degno della massima attenzione. (gm)

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Anna Poma: Non è facile incontrare qualcuno che abbia vissuto l’esperienza drammatica dell’essere legato, contenuto meccanicamente, in un servizio psichiatrico, e che abbia voglia di raccontarla. Secondo te, perché questo accade?

Alice Banfi: Ci sono almeno due motivi validi per non raccontarsi. Uno, di sicuro, è la vergogna. Raccontare ad altri di aver subito una tale violazione del corpo e dell’anima fa male. Ci mette a nudo. E anche a rischio di subire una nuova violenza. La violenza di chi ti dice e crede che te lo sei meritato, che te la sei cercata, e che il tuo male mentale era ed è una colpa. L’altro è la paura. Paura di subire ritorsioni dal reparto in cui si viene ricoverati, dai curanti, dagli infermieri. Paura di venire di nuovo legati, rinchiusi, maltrattati. Io ho scelto di raccontare perché volevo che tutti sapessero cos’è la contenzione, e cosa può accadere in un luogo di cura. Perché ero arrabbiata per aver subito una cosa così incredibile, e non volevo più avere paura, né della contenzione né dell’opinione degli altri su di me e sulla mia storia.

Anna Poma: Tu hai scelto di farlo, e ripetutamente. Prima nel tuo folgorante Tanto scappo lo stesso. Romanzo di una matta. Poi in Sottovuoto, romanzo psichiatrico e in molte altre occasioni pubbliche. Secondo te, il silenzio delle vittime è la ragione per cui si sa così poco di quello che accade in molti, troppi, luoghi deputati alla cura della sofferenza mentale?

Alice Banfi: In parte la non conoscenza di queste pratiche è dovuta al silenzio delle vittime. Poi però c’è il silenzio dei familiari, anche loro ostaggio della malattia del loro caro. Temono l’abbandono e così tacciono e subiscono, oppure si affidano nonostante tutto alle scelte dei medici. E chi non si fiderebbe del proprio dottore? Poi c’è il silenzio degli operatori, che ugualmente temono ritorsioni. E sono ancora troppo pochi quelli che hanno il coraggio, in un servizio, di contrapporsi alla contenzione. In tanti anni di ricoveri in luoghi diversi ne ho conosciuti solo due: Domenico e Gianna. E non li scorderò mai.

Anna Poma: Come racconteresti l’esperienza dell’essere legata in un reparto ospedaliero?

Alice Banfi: Essere legati da qualcuno a un letto è un esperienza orribile. È una sorta di stupro. Inizia con un gruppo di infermieri che ti circonda, e in un attimo ti ritrovi afferrato dalle loro mani, con le voci che si fanno sempre più concitate: “prendile le gambe!”, “stai ferma!”, “bloccala!” Un braccio ti si stringe attorno al collo, e più ti divincoli più la presa stringe: “stai buona, stai buona!”, e quando abbandoni la lotta la presa si allenta. Poi vieni portato sul letto come fossi un pezzo di carne, i polsi e le caviglie ti vengono bloccati dalle fascette al fondo e ai lati della struttura. Io venivo legata anche con lo spallaccio, un lenzuolo arrotolato che mi passava dietro al collo, poi in avanti sulle spalle e ancora indietro, sotto le ascelle. E infine veniva fissato al letto. Non potevo muovere nulla. Vedevo solo il soffitto e a malapena i miei piedi. Rimanevo bloccata così per 6, 12, 24, 48 ore. Sola. Al buio. All’inizio urlavo dei gran “vaffanculo!” A volte piangevo, poi cantavo (“Alla fiera dell’est”) per non darla loro vinta e per essere di massimo disturbo. Poi mi veniva sete, e urlavo chiedendo da bere. Dopo un po’ cominciavo a sentirmi scomoda e a provare dolore alle braccia, alla schiena, al sedere. Mi si gonfiavano le mani per la stretta delle fascette, mi formicolava un piede per l’immobilità, mi prudeva il naso o la guancia e facevo delle smorfie per togliere il fastidio. Se avevo caldo o freddo dovevo ricominciare a urlare aspettando che qualcuno arrivasse a mettermi o togliermi la coperta. Quando desideravo fumare una sigaretta, chiamavo sperando in un amico, ricoverato come me, che venisse a farmi fare due tiri. A volte mi addormentavo per qualche ora, mi risvegliavo, e se mi scappava la pipì o la cacca dovevo gridare di nuovo perché venissero a calarmi i pantaloni. Poi mi mettevano la padella sotto al sedere oppure un pannolone.
Avevo vent’anni e mi ritrovavo legata a un letto mani e piedi, senza sapere quante ore, quanto tempo ancora, sarei stata lì, con indosso un pannolino gigante pieno di piscio e di merda. Ecco, questa è la contenzione.

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Natalia Ginzburg, Mai devi domandarmi

foto di anna toscano

foto di anna toscano

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Natalia Ginzburg
Mai devi domandarmi

di Anna Toscano

Testo di una lezione
Venezia, 1991

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È molto difficile  inquadrare la vita e le opere di Natalia Ginzburg nel panorama letterario italiano contemporaneo. Anche se non la si può isolare nel contesto contraddittorio di quello stesso panorama quale si configura dall’immediato dopoguerra fino a oggi, la scrittrice vive e opera nel suo tempo ma anche indipendentemente da esso.
La Ginzburg non è rimasta insensibile a correnti e indirizzi della sua epoca ma non è mai stata direttamente partecipe,  è stata attenta ma distaccata, perché consapevole delle sue scelte come doloroso frutto interiore da cogliere in piena libertà seguendo un proprio cammino di intima coerenza.
A se stessa ha riservato una costante fedeltà continuando sempre a cercarsi intimamente per poter meglio avvicinarsi agli altri che ci completano e in noi si completano.

Mai devi domandarmi è una raccolta di scritti che risalgono alla fine degli anni Sessanta e che nella bibliografia dell’autrice si pongono accanto a Le piccole virtù e Lessico famigliare.
La curiosità, la fantasia, la memoria, la casualità sono all’origine di queste pagine: dalla ricerca di una casa all’infanzia, dalla vecchiaia alla psicanalisi, il credere o il non credere in Dio, un libro letto, un film visto, una frase riaffiorata dalle memorie, un quadro, un incontro.
Tutto, i minimi particolari trascurabili, i grandi temi dibattuti scaturiscono dalla sua penna di scrittrice che li amalgama in un tempo unico che è presente e passato insieme.
È l’opera di una donna che si siede e osserva consapevole che il tempo passa su di lei in passiva attesa di ciò che verrà. Non può fare altro che guardare, e osservare, e ricordare, e descrivere, sapendo che altro non è concesso.  Ed è ciò che sottolinea nel racconto È stato così del ’47:

Ma a me pareva adesso di vedere che io non ero mai stata capace di vivere e adesso certo era troppo tardi per imparare, pensavo che nella mia vita non avevo mai fatto altro che guardare fisso fisso nel pozzo buio che avevo dentro di me.

Ed è da questo pozzo buio che lei comunica e cerca disperatamente di conciliare il dentro con il di fuori: una ricerca di armonia e di stabilità che ci descrive nel primo di questi scritti dell’ottobre ‘65 intitolato La casa. La ricerca di un nuovo alloggio deve soddisfare le esigenze primarie dettate dal sentimento, il luogo deve avere un riscontro nel passato della persona, dai luoghi dell’infanzia ai semplici scorci già visti, già vissuti, che hanno avuto per un attimo la nostra vita, che hanno abitato il nostro cuore anche se per un solo istante.
La casa, in cui l’autrice deve coricare il pozzo buio che è in lei, è una tana, ci si vive come si vive in una calza vecchia dove i nostri piedi hanno messo le radici, dove sentiamo la sicurezza della non estraneità e troviamo riscontro nell’infanzia. La casa è un prolungamento di se stessi, della propria anima, del proprio pozzo buio:

Ma forse ogni casa, ogni casa, col tempo, poteva diventare una tana? e accogliermi nella sua penombra, benigna, tiepida, rassicurante?

Ciò che mette in moto la contemplazione della scrittrice sulle cose e sugli avvenimenti è la curiosità, suo particolare desiderio di sapere evidenziato in un altro di questi scritti intitolato La vecchiaia del dicembre ’68. In questo pezzo espone come per lei la giovinezza sia sinonimo di sete, di febbre, di ricerca e di errori; mentre vecchiaia è saggezza e serenità, caratteristiche che vengono rifiutate principalmente perché da vecchi, poi perché, paragonate a quelle della giovinezza, appaiono molto noiose soprattutto da chi si crede o si sente ancora giovane. Ed è proprio quando la curiosità e l’immaginazione non risuonano più nella persona che termina lo stupore e subentra la noia di colore nero.

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proSabato: Camilla Cederna, Ovviamente fetido

cederna poetarum

Ovviamente fetido

Tre sono gli avverbi che da qualche anno ricorrono con incredibile frequenza nelle conversazioni usuali, e l’adoperano indistintamente insegnanti, fotografi, commercialisti e madri di famiglia. Non avete notato come rimbalzano il “francamente”, spesso usato a sproposito, e l’altrettanto mal situato “ovviamente”? La terza locuzione avverbiale strausata è “in effetti”, al posto di infatti, effettivamente, in pratica. (altro…)

proSabato: Nico Orengo “Caproni, sulla musica della poesia”

foto dall'archivio de «La Stampa»

foto dall’archivio de «La Stampa»

Caproni, sulla musica della poesia. Intervista

«L’uomo è nato per caso, ai margini dell’universo». Giorgio Caproni alza appena la sua bella testa, scavata come un tronco d’ulivo, inquieta e nobile come quella di un’upupa. Minuto e composto nello studio ordinatissimo della casa romana vuol correggere gli errori nei suol due libri da poco usciti: Tutte le poesie da Garzanti, e II labirinto, tre racconti poco conosciuti nella raffinata collana «Piccola Scala» di Rizzoli.
«Son pignolerie da letterato», dice. Ma intanto con la biro, corregge, a pagina 61 delle poesie, nel secondo verso, un suo con tuo. E nei racconti a pagina 23 un era, con ero, a pagina 88 un «e io non pensai» in «e io pensai», a pagina 106 cambia «aggiunsi con voce» in «aggiunsi a caso con voce». «Non rileggo — dice — i libri che pubblico proprio per non trovare errori. Ma quel suo al posto di tuo, l’ho sentito in televisione. Ci sono rimasto male. Comunque, quando dico die l’uomo è nato per caso ai margini dell’universo penso alla teoria di Monod. Ma aggiungo che non riesco a immaginare il cosmo senza l’uomo».
Nato a Livorno il 7 maggio del 1912, figlio di un ragioniere e di una sarta, Caproni è vissuto fra questa città, Genova e Roma, con una parentesi d’insegnamento e lotta partigiana in Val Trebbia e Albania. I genitori appassionati di musica lo iscrissero al Conservatorio, Caproni suonava il violino, ma non superò la prova della Thaïs di Massenet e si ritrovò maestro elementare.
Dalle sue esperienze militari, prima a Sanremo, poi in Val Trebbia, nascono i racconti de Il labirinto, un girovagare senza senso di confine tra la Francia e i paesi appenninici, un incontrare drammatico la morte in combattimento, l’accorgersi tragico che una spia può essere una bella ragazza, sorella di un amico. − Sono racconti scritti, agli inizi degli anni quaranta, prima de II partigiano Johnny di Fenoglio o La casa in collina di Pavese? −
«Sì — dice Caproni — e sono racconti o sfondo autobiografico. Provavo un senso labirintico di fronte ai morti, i nostri, quelli tedeschi. La morte è sempre morte, da qualsiasi parie avvenga. Ma questi racconti li ho scritti per forza, me li chiedevano le riviste, i giornali. Già fra il ’37 e ’38 avevo scelto la poesia. La nostalgia del narratore mi è sempre rimasta. Quanti racconti ho scritto? Quanti ne ha scritti Hemingway. Ma vorrei che proprio le mie poesie fossero lette come un romanzo, a frammenti». (altro…)

Gian Piero Motti: “il filosofo dell’alpinismo” (di Pierluigi Boccanfuso)

Gian Piero Motti, I fallitiPersonalità complessa e affascinante quella di Gian Piero Motti. Com’era stato (molto meno però) Pasolini con il calcio, è unanimemente riconosciuto come uno dei più raffinati interpreti dell’alpinismo italiano tra gli anni Sessanta e Settanta; ne è stato anche tra i più importanti innovatori. Scrittore prolifico e studioso di sensibilità e acutezze straordinarie. Nato a Torino il 6 agosto del ’46,  si accostò giovanissimo alla montagna e nel 1972 venne ammesso nelle fila del Club Alpino Accademico Italiano. L’anno seguente entrò a far parte anche del GHM (Groupe de haute montagne) francese e, a metà degli anni Settanta, aveva alle spalle una notevole attività alpinistica che andava dalla scalata del Monte Bianco alle salite di grosso impegno tecnico in Dolomiti. Decise di lasciarci tragicamente nella notte tra il 21 e il 22 giugno 1983.
Gli amanti del Motti (e dell’alpinismo in genere) non ce ne vogliano ma, dopo questo breve excursus sullo sportivo, dobbiamo occuparci dell’aspetto letterario da cui ereditiamo un’ingente mole di articoli, monografie, introduzioni, traduzioni, opere di grande respiro alle quali Motti lavorò con alacre puntiglio.
Innanzitutto il suo impegno nel movimento di contestazione del ’68 che proprio a Torino ha il suo inizio. Ciò lo porta ben presto a forti dissensi con chi continua a privilegiare un alpinismo di stampo classico, i cui valori e le cui finalità non “possono essere messe in discussione”. Attorno alla sua figura nasce una corrente alpinistica che, agli inizi degli anni Settanta, dà uno scossone al mondo dell’alpinismo torinese e sarà poi definita il “Nuovo Mattino”. Il “movimento” nasce in un clima di rottura: basta con i codici di comportamento, con le gerarchie, con gli steccati che condizionano l’alpinismo; gli esponenti di questa esperienza (Galante, Bonelli, M. Kosterlitz, lo stesso Motti ecc.) saranno poi definiti il “Mucchio selvaggio” da Andrea Gobetti.
Altro momento di svolta e decisivo della sua vita avvenne il 15 giugno 1975 quando ebbe, ricercata, un’esperienza visionaria mentre si trovava nella sua amata Val Grande di Lanzo. “Dopo quel momento – spiega Alessandro Gogna – molti si resero conto che quell’uomo “aveva visto” più degli altri e “sapeva” più degli altri”.
Il Motti comprese che l’alpinismo non era soltanto ciò che tutti vedevano, raccontavano o praticavano: scendendo oltre la ruvida superficie si poteva scoprire come fosse un’allegoria del mondo e della vita, una sorta di punto d’osservazione privilegiato dal quale scrutare con attenzione fatti ed accadimenti di ogni genere.
Pagine memorabili come gli articoli I Falliti, Zero the Hero, Antiche Sere, Arrampicare a Caprie che, senza mancare di citare mostri sacri come Seneca, Gothamo il Budda, Buzzati, Brecht, segnano la sua produzione, in una vera e propria evoluzione e stilistica e di pensiero che qui potremmo provare ad analizzare in breve. (altro…)

Calibro Festival 2016

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calibro 2

Da giovedì 31 marzo a domenica 3 aprile 2016 torna CaLibro
Festival di letture a Città di Castello

La quarta edizione di CaLibro è ormai alle porte: il Festival di letture, organizzato dall’Associazione culturale “Il Fondino”, grazie anche al sostegno e al patrocinio del Comune di Città di Castello e della Regione Umbria, sarà caratterizzato dalla presenza di ospiti prestigiosi e iniziative coinvolgenti che interesseranno un vasto pubblico: dai più piccoli ai più grandi, dagli appassionati di narrativa e di poesia, a quelli di ciclismo, spaziando dalla musica all’arte grafica. Il tutto tenendo sempre come punto di riferimento centrale i libri e la letteratura. Gli eventi, come sempre, si svolgeranno nei luoghi più caratteristici e suggestivi del centro storico della città.
Il 31 marzo si inizierà con l’evento “Il fantasma e la bussola”, che vedrà ospite il vincitore del Prix Goncourt 2015, il più importante premio letterario in Francia, Mathias Énard, col suo romanzo “Bussole” (in Italia uscirà a settembre per E/O e a CaLibro ne saranno letti alcuni estratti in anteprima), che l’ha portato sotto i riflettori della stampa e della critica mondiale.
Lo scrittore francese è già uscito in Italia con Zona (Rizzoli e BUR, 2008), Parlami di battaglie, di re e di elefanti (Rizzoli, 2010), Via dei ladri (Rizzoli 2012). Insieme a lui, in uno dei due atti della serata, Filippo Tuena col suo Memoriali sul caso Schumann (Il Saggiatore, 2015), romanzo sugli ultimi scampoli di vita del grande compositore Robert Schumann e dei fantasmi che vedeva quando venne colto da follia.
Il 1° aprile sarà al centro l’epica letteraria del ciclismo con l’evento ll Cannibale e il Pirata. Storie, eroi e libri di ciclismo, un incontro con i giornalisti e scrittori Claudio Gregori (Eddie Merckx, il Figlio del tuono, 66thand2nd) e Marco Pastonesi (Pantani era un dio, 66thand2nd) che parleranno, intervistati da un gruppo di appassionati, dei protagonisti dei loro libri e delle grandi storie del ciclismo. (altro…)

Una frase lunga un libro #33: Rodolfo Walsh, Fotografie

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Una frase lunga un libro #33: Rodolfo Walsh, Fotografie, La Nuova Frontiera, 2014. Traduzione di Anna Boccuti e Elena Rolla; € 17,00, ebook € 6,99

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E adesso nessuno può dire che non le ho intimato l’alt, come di rigore, a cui lei non ha risposto, e che non ho sparato un colpo di avvertimento, come dice il regolamento, e poi ucciso un sospetto che mi stava venendo addosso con la bicicletta. Anche se lo sconosciuto è lei mio tenente, e sta boccheggiando sull’erba e mugola mentre la palpeggio come se fosse una donna, come se fosse Julia, e trovo il caricatore che mi ha tolto e lo getto nel canale prima che arrivino le altre sentinelle bianche per la luna e per la fifa. Se lei avesse ancora un attimo, ma non ce l’ha, le spiegherei dell’altro caricatore che mi ero nascosto tra le gambe, lì in quel posto.

Rodolfo Walsh è stato un grande giornalista investigativo, la sua biografia ha del leggendario. Walsh è l’uomo che intercettò e decodificò un messaggio della Cia circa l’operazione Baia dei porci, quella decodifica permise a Fidel Castro di prepararsi all’eventuale arrivo degli Americani. Walsh è l’uomo che ha scritto il celeberrimo Operazione massacro (la Nuova Frontiera, 2011), epocale testimonianza giornalistica degli anni del peronismo. Walsh è desaparecido dal 25 marzo 1977, perché è l’uomo che scrisse la famosa lettera aperta al generale Videla. Le testimonianze, però, dicono che arrivò al campo di concentramento già morto e che il suo cadavere fu esposto come un trofeo. Walsh è l’uomo che ha scritto racconti bellissimi, i migliori sono raccolti in Fotografie, il più famoso  è probabilmente Quella donna che narra la storia del trafugamento del cadavere di Evita Perón, che nel 1999 ha vinto il premio come miglior racconto argentino del XX secolo.

Fotografie è il libro che svela a noi lettori come il grande giornalista fosse anche un finissimo narratore. Walsh ha il tocco, il dono tipico di alcuni scrittori sudamericani, quella capacità di fondere finzione a situazione reale, il saper ricorrere all’allusione. Lo scrittore argentino si muove su più strati e diverse sono le tecniche usate in queste storie. Spesso la patina della magia o della suggestione fanno muovere i personaggi e fanno sì che siano felici o disperati, ma i motivi che scatenano i sentimenti sono prossimi alla realtà, a situazioni di povertà reale, accennano alla corruzione politica, evidenziano quanto conti il potere in Argentina, che ad esercitarlo siano un prete, un ufficiale, un proprietario terriero. La frase riportata in alto è pronunciata da una sentinella, ha appena ammazzato l’ufficiale che passa per il controllo del turno di guardia, ebbene noi non sappiamo perché lo abbia fatto, il racconto è tutto in prima persona, il soldato quasi sempre parla della sua donna, donna che non potrà raggiungere quella notte, donna che immagina già con un altro, pensa al tenente, pensa a quando arriverà, finge di addormentarsi, poi agirà. Non odia il tenente, noi possiamo immaginare, ognuno lo faccia a modo proprio, possiamo immaginare una voglia di vendetta, di reazione al potere e alla noia, vendetta per amor mancato o perduto, possiamo pensare che il soldato, che non improvvisa, abbia individuato nel tenente la concentrazione di ogni torto subito, di ogni speranza venuta a mancare, che lo ammazzi per solitudine e per paura. Questo fa Walsh, ma lo fa con quella prosa e quel ritmo e incanta.

I racconti si alternato tra brevi e più lunghi, incredibilmente bello è Foto (Walsh dice che è quello che gli è costato più fatica). È costruito proprio come un album fotografico, ogni paragrafo è uno scatto, ogni scatto è un’immagine ed è anche quello a cui l’immagine rimanda, dell’album fotografico ha la misura e l’alternanza, e dentro c’è tutto. La storia di una famiglia, di un’altra famiglia che andrà a costruirsi, una corrispondenza, un amico ribelle e perduto. Un altro racconto parla di giovani orfani che vivono, crescono e imparano, si formano dentro quattro mura, tra immaginazione e speranze. E non voglio rovinare lo stupore del lettore che si troverà davanti a Nota a piè di pagina, per cui mi fermo. Rodolfo Walsh è uno scrittore che mi è diventato subito caro e che continuerò a leggere, più avanti ci occuperemo anche degli altri libri tradotti in Italia, intanto buona lettura.

[…] in particolare Gunning, che trent’anni dopo continua a figurare nelle zone dell’antica memoria, circonfuso d’oro alla luce di un sole abbondantemente tramontato, nel momento unico della rovesciata che aveva regalato alla sua squadra un clamoroso trionfo: le gambe in aria, la testa quasi a sfiorare il suolo, lo scarponcino sinistro che sparava all’indietro quel tiro tremendo che era entrato fischiando tra i pali avversari.

© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

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