“I denti di Ada” di Giorgio Caproni

Giorgio Caproni di © Dino Ignani

Giorgio Caproni di © Dino Ignani

L’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio, Giorgio Caproni è a Loco, presso la famiglia della moglie Rina. La sua scelta, di lì a poco, è di entrare nel gruppo della resistenza partigiana attiva in Val Trebbia. Ha incarichi di tipo civile, si occupa di viveri e di scuola, non ha mai sparato un colpo, dirà in seguito; ma osserva, è impossibile non osservare. E dall’osservazione delle violenze compiute dai tedeschi e dai loro alleati sulla popolazione indifesa, dall’osservazione dei moti del cuore di chi combatteva per la liberazione, il poeta la cui “più remota ambizione”, anche in poesia, “era quella di fare il narratore” (intervista radiofonica a Mario Picchi, 1985) scriverà alcune delle sue prose più sofferte. La “saga partigiana” che sta, come un nucleo rovente, nella silloge Racconti scritti per forza (Garzanti 2008, a cura di Adele Dei), è espressione pura di questi mesi in cui alla necessità di sopravvivere e garantire una sopravvivenza alla popolazione civile si mescolano l’angoscia, lo scrupolo, il terrore, la voglia di vendetta, la pietà. E il racconto in cui la distillazione è più perfetta è certo Il labirinto, scritto in occasione del concorso indetto dalla rivista «Aretusa» (gennaio 1946), vincitore del premio e tra le prime prose scritte sulla Resistenza in Italia, in seguito isolato con il suo finale nel titolo I denti di Ada: il labirinto, appunto, di chi deve pesare la morte con la morte, il dovere con la paura del dovere, lo sforzo verso una liberazione forse più vicina e il peso della colpa di dover uccidere a sua volta. La sorella di un suo amico – racconterà spesso Caproni – era diventata spia; il dilemma tra il lasciarla andare e il fare il suo dovere riguardava lui stesso, lui per primo.
Il racconto che proponiamo ha, per l’appunto, come protagonista Ada “la spia”, una donna che va incontro suo malgrado al destino di una giustizia violenta. Emblematica la scelta del titolo, a partire dall’etimologia del nome dall’ebraico “Adah” che significa “ornare, adornare” (probabilmente da una forma abbreviata di El adah “Dio ha adornato”, “adornata dal Signore”). Caproni pare essere cosciente di questa preferenza nominale azzeccata e funzionale: ciò è confermato dalla descrizione della fisicità del personaggio di Ada che, “andando a morire” (com’è chiaro nel procedere dell’intera narrazione) va perdendo la propria bellezza ma soprattutto la propria identità di donna. La sua carnagione si sbianca sempre più, sovrapponendosi e confondendosi all’ambiente innevato circostante del luogo della fucilazione. La riconferma si ha già, tuttavia, attraverso il dettaglio dei “denti” del titolo, che potrebbero dirsi il cardine della vicenda: bianchi per antonomasia, rappresentano da un lato il colore simbolico del femminile (il latte materno è bianco), dall’altro la parte del corpo che meglio si presta a suggerire la morte di Ada. Se freudianamente rappresentano il nutrimento e una sfera emozionale più ampia, poiché connessi anatomicamente alla bocca, in questa sede sarebbero il segno della fine “della parola” e “del tradimento”.
I racconti di Caproni − come questo − pongono il lettore al centro di un nodo storico, attraverso una vicenda personale, particolare; ci pare importante, come redazione, ricordare quel momento in questo 25 aprile, a settant’anni dalla Liberazione, e condividerlo con voi.

*

«Tu» mi diceva Gregorio «quando sarà presa dovrai fucilare quella ragazza: perché tu sei come il tuo nome: Pietra». Passò davanti alla porta come una valanga un’auto e in un baleno si sparse la voce. Fummo gli ultimi a conoscerla. Veniva sussurrato ai tavoli da orecchio a orecchio, giungendo alfine al nostro: «Hanno preso la spia. È passata nella macchina d’Attilio». Gregorio aveva gli occhi in un lago di lacrime e totalmente avvolto nei fumi del vino non poteva capire – mi guardava ebete continuando a dirmi: «Tu dovrai fucilare quella ragazza». Mi staccai a forza da lui e cercai d’inforcare la prima bicicletta trovata fuori dell’uscio: ma me l’impedì Boris che allora giungeva. «Andiamo, presto», disse. «La ragazza l’hanno presa: ci sarà bisogno di te e di Gregorio. Chiama Gregorio, dov’è Gregorio?».
«Gregorio è una spugna di vino», risposi. «Si riavrà domattina».
«Bisogna portarlo lo stesso: c’è bisogno di lui – forse si riavrà col gelo».
Arrivammo al castello, trascinando come meglio potemmo Gregorio. La luna gelida illuminava le mura del castello e i monti, battendo sulle nostre tempie come una moneta gelida. Al castello c’era grande calma e Dino, incontrato nell’andito, ci disse d’andare a dormire e di tenerci pronti per il processo e l’esecuzione.
«È una ragazza magnifica, una perla: un vero delitto di Dio».
Accanto a Boris mi buttai sulla paglia in un androne al buio, mentre sentivo finire i passi di Dino all’ultimo gradino della scala. Gregorio accanto a noi pareva un sacco vuoto ormai. Avevo le palpebre di piombo, ma come dormire aspettando quell’alba? «Io ho conosciuto quella ragazza», inventai subito la bugia e volevo raccontare a Boris la storia d’una ragazza da me incontrata sulla corriera e così somigliante alla spia, a Ada, ma coi denti tanto più radi. Senonché Boris era totalmente occupato dal sonno – era pieno di sonno denso senza nemmeno uno spiraglio, e fu la mano di Dio sul mio capo quel sonno: perché con quella storia, con quella falsa identificazione tra una ragazza da me amata e una spia per caso a lei somigliante in tutto fuorché nei denti, dovei sarei andare a finire? Riuscii alfine a penetrare anche io nel sonno, il quale davvero fu disanimato fino all’alba.
All’alba quando mi svegliai Gregorio era seduto sulla paglia, il viso ancora un poco ebete, ma già duro lo sguardo. Con la lingua fra i denti Boris s’allacciava una scarpa. Venne Dino con una fetta di pattona per uno.
«Stamani è festa», gridò allegro.
«Andiamo, su», si limitò a dire Gregorio.
S’alzò in piedi stirandosi e sbadigliando, e andò verso la fontanella gelata in un angolo dell’androne. Nell’androne c’era odore d’aria fredda e di paglia – con qualche manciata di paglia accesa Gregorio riuscì a liquefare il ghiaccio e a stemperare l’acqua. Passò ancora Dino. «Fate presto, ci sarà il processo e l’esecuzione alla cascina dove accadde il fatto», avvertì, «dobbiamo arrivarci per mezzogiorno con la ragazza». Erano tutte parole un poco eccitate, ognuno cercando di regolare i propri gesti e la propria voce secondo l’ordinario. E proprio da questo scoperto studio si capiva che quelle non erano ore ordinarie, nessuno tuttavia sembrando sentire come me la morte che s’andava organizzando, il grande vento nel petto di una ragazza: la morte.
«Io m’avvio», disse Gregorio. «Tu e Pietra» disse a Boris e a me «accompagnate la spia. Io voglio vederla soltanto là, a calpestare il nostro sangue».
Diventai pallido e se n’accorse Gregorio, cui era ormai passata del tutto l’unica sbornia della sua vita: la sbornia con cui aveva voluto soffocare la disperazione per non poter vendicare i compagni credendo che la spia non si potesse acciuffare più.
«Ho scelto proprio te», mi disse, «per metterti alla prova. Se te la lascerai sfuggire avrai il piombo per te».
Se n’andò a raggiungere i giudici, io e Boris restando muti ad aspettar la ragazza. Aveva udito il nostro colloquio una vecchia che andava a messa e che mi s’avvicinò all’orecchio. «Dovreste portarla nuda lassù a scudisciate», disse. «Io la stenderei prima nuda sulla neve e la farei pascolare dalle mani di tutti i tartari. Ammazzarla soltanto è poco».
Guardai torvo la vecchia e anche Boris la guardò con odio. «Preferirei portar su te, vecchia barcaccia», le soffiò sul viso. «Vattene». Poi a me: «Andiamo a prendere la ragazza», disse.
Non avevo mai voluto accompagnare uno al supplizio quelli essendo compiti di cui non mi ero voluto mai impicciare. E ora non essendo ancora riuscito a staccare Ada dall’immagine della ragazza della corriera, era come se accompagnassi al supplizio lei nella persona di Ada. Senonché come la ragazza camminava docile sulla neve non mi parve poi tanto difficile accompagnare uno alla fucilazione. Aveva le labbra un poco arrossate ma la fronte pura – le labbra quasi non si vedevano tanto erano pallide e serrate. Avrei pagato chissà cosa per constatare alla luce che davvero i suoi denti non erano radi.
«Dove mi portate?», domandò. Ma non riuscii a vedere i suoi denti – serrò subito le labbra né io seppi trovare un pretesto per farla parlare. Le rispose Boris: «Alla fossa». Ma forse lei non capì – pensò forse a una località con quel nome. Aveva le mani nude e livide e io pensai alla carità dei suoi guanti donati ad Alice prima di tradirlo e finiti sulle mani spaccate di Ivan, anche lui tradito. Sentivo dentro le leggere dita di Ada tutto il dolore delle ossa spaccate di Ivan, ma non mi orizzontavo nel dare un giusto indirizzo alla mia pena. Dovevo soffrire per Ada, oppure per Ivan e Alice? Andavamo apposta dai giudici per sentir dire ch’io non dovevo soffrire, ugualmente, per Ada e per i compagni da lei uccisi.
Dopo tre ore di marcia dura e silenziosa Ada non si reggeva più. Chiese di potersi sedere un momento e si sfregò le mani contro i fianchi – rimase con la bocca schiusa, ansante. Aveva i denti fitti e forti, ora non m’importava più che parlasse, mi parve perfino che non somigliasse affatto alla ragazza della corriera. Aveva perduto tutto il suo calore, restando con la carnagione ghiaccia e un poco illividita e dilavata come se fosse passata su lei una grande onda d’acqua fredda. Mi sentii più libero giungendo perfino a sentirmi indifferente per la sofferenza di lei. C’era soltanto in lei, ora, gelo e acqua – assomigliava perfino a Alice morto: a Alice che lei, la spia! aveva ucciso.
«Dove mi portate?», domandò ancora.
Risposi io questa volta. «Devi essere giudicata» ecc. le raccontai la verità. Le sue dita e le sue labbra cominciarono debolmente a tremare. «Mi fucilerete allora, tra poco», disse.
«Ti si deve fare il processo: io non ho detto che ti fucileranno» replicai; ma con quale improvvisa spinta in me e quale improvviso assalto delle parole di Gregorio? («Tu fucilerai quella ragazza, perché sei come il tuo nome: Pietra»).
Le altre ore di marcia la ragazza non fiatò e Dio sa perché. Pensai se sarebbe stato giusto sparare a bruciapelo a Boris soltanto per ferirlo e disarmarlo e lasciar andare la ragazza. Mi sentivo arbitro della sua e della mia vita («se te la lascerai sfuggire avrai il piombo per te» questo aveva detto Gregorio), ma non riuscivo a uscire dal labirinto. Forse se avesse avuto i denti radi… Ma no, erano pensieri venuti su dalla stanchezza come funghi – io dovevo portare alla fucilazione Ada.
Eravamo giunti a mezzogiorno alla cascina e c’era sulla radura Tredici, c’era Serpente, c’erano i giudici e per terra c’erano due vanghe e i mitra ammonticchiati. E le due vanghe, sulla radura, erano proprio accanto alle chiazze di sangue che trapassata la neve erano rimaste sul terreno spalato.
Uscì dalla cascina bruciata Gregorio. «Voglio vederla calpestare il nostro sangue», quasi urlò. Dalla cascina uscì anche Onorio. «Io la voglio vedere nuda» disse.
Non facemmo in tempo a riparare la ragazza – con una mano Onorio le scompose la maglia e Ada rimase discinta mostrando il petto. Senonché un pugno di Gregorio fece stramazzare Onorio.
«Avrai la tua parte», gli disse Gregorio. E mise la sua giacca alla ragazza la quale ora batteva i denti che non erano radi, li batteva per il freddo non c’era altro segno che il freddo sul suo viso. Prima di rialzarsi Onorio sputò sulla ragazza imbucandosi poi come un topo nella cascina.
Ora la ragazza tremava ma non diceva nulla. «I tuoi piedi sono sopra il nostro sangue», le disse Gregorio. «Devi essere condannata nel nome dei nostri morti». E indicò i visi giovani di Bell, di Lucio, di Conti, i giudici. Ma Bell riportò la scena a un’aria meno melodrammatica. Fece sedere la ragazza e le si sedette accanto. E come la giacca di lei era male abbottonata le si vedeva una medaglietta d’oro appesa a una catenella fra i seni, la ragazza stando seduta su una pietra mentre Bell le parlava pacato.
«Tu ci hai tradito», le diceva Bell. «Tu ci devi confessare che hai ucciso tu nostri compagni». Ada guardava negli occhi Bell e guardava anche gli altri giudici – guardava Conti e Lucio. Conti con la camicia bianca che pareva ingiallisse sulla neve insieme ai suoi denti, i capelli di pece e disordinati ritto a parlar con Lucio. Il quale, in divisa cachi, raccomandava la legalità, di fare il possibile perché si procedesse secondo la legalità coi capelli biondi e la barbetta bionda, le mani fini.
Dal cielo bianco e smorto, sporco a paragone della neve, giungeva sul pianoro un lieve vento che sapeva d’acqua. E il viso della ragazza era di scialba, dilavata carne – sapeva anch’esso d’acqua.
«I vostri compagni non li ho uccisi io», disse.
«Nega la spia», s’udì la voce di Gregorio.
I miei occhi erano fermi sulla gola e sul petto di Ada cui si vedevano, attraverso la giacca male abbottonata, le mammelle indurite dal freddo. Si vedeva la medaglietta d’oro e doveva essere fredda sulla sua carne come la trascorsa luna sulle nostre tempie. Pareva fosse passata tanta acqua su quella carne.
«Non nego io» disse la ragazza. «I vostri compagni non li ho uccisi io, li avete uccisi voi perché hanno voluto, quelli di là, che io vi facessi fare così. Ora avete colpa anche voi».
I giudici si guardavano.
«I compagni che hanno agito così credendo leggermente a te meritano una punizione e l’avranno grave. Ma tu, tu sai cosa meriti?»
«Fate presto», rispose appena Ada.
Parlò ancora Bell. «Noi non possiamo condannarti se non confessi esplicitamente d’aver ucciso Alice e Ivan agendo da spia. O almeno, se non confessi d’aver agito da spia. Noi non ti tormenteremo: se non lo confessi sarai vile ma non ti tormenteremo perché, ci conosci, noi non facciamo come quelli di là».
«Questo lo confesso» disse subito la ragazza.
«Cosa, questo? Spiegati!».
«Confesso che m’hanno fatto agire da spia contro di voi, vi basta? Coscientemente e volontariamente ho agito da spia. Ora fate presto, fate presto».
Si mise a battere forte i denti e tutta la sua persona era un convulso tremito.
«Fate presto», quasi urlò. Bell aspettò che si calmasse un poco mentre Conti e Lucio si scaldavano col fiato le dita.
«Qualunque altro tribunale ordinario avrebbe potuto tener conto della tua minore età», disse alfine Bell. «Ne terremo conto anche noi perché chi è giovane ha tempo per riabilitarsi. Sei una ragazza forte, avvelenata dall’ambiente. È un peccato ucciderti, tuttavia noi non abbiamo altra alternativa: o ucciderti o lasciarti libera. Ti terremmo nel campo se non ci fosse il rastrellamento, lo sai».
Saltò su Onorio incontenibile: «C’è un altro modo perché si riabiliti, perché se ne vada riabilitata all’inferno. Dovete spogliarla nuda e darle una vanga: che si scavi anche lei la fossettina, la verginuccia». Ma fu fulminato all’istante da un nostro sguardo.
«Smetti d’insultarla», urlai. E anche Bell disse: «Smetti d’insultarla, siamo in un’ora sacra».
Il cielo era sempre più bianco e si faceva piuttosto teso il vento. La cenere della cascina bruciata andava insudiciando la neve. «Va bene, va bene», disse Onorio. «Ma cos’aspettate ad ammazzarla?»
«Chiedile ancora i nomi dei mandanti», disse Conti a Bell, «e sia finita».
«Nell’interrogatorio è già stato fatto», rispose Bell. Poi alla ragazza: «Tu come spia confessa, devi essere fucilata qui in questo stesso istante. È la nostra sentenza. Parla s’hai qualcosa da dire. Sarai per la tua età fucilata nel petto».
Il viso della ragazza era un panno bianco, ma la neve era più bianca e pareva, quella carne, un’illividita cera. Corse a prendere un mitra Onorio, ma lo bloccò un nostro sguardo.
Gregorio guardò d’un tratto me – sentii ora anch’io in me un’acqua immensa e fredda. «A te», disse porgendo invece il suo sten a Tredici. «E voi prendete le vanghe», disse piano a me e a Boris, «che non ne rimanga fra mezz’ora nemmeno il lezzo».
«Noi la nostra parte l’abbiamo fatta», risposi con irremovibile fermezza. «Abbiamo assistito anche all’interrogatorio: ora siamo stanchi».
Allora presero le vanghe Onorio e Athos, Gregorio limitandosi a darmi un’indecifrabile occhiata.
La ragazza taceva con gli occhi totalmente aperti e teneva la bocca dischiusa apparendo i denti duri e fitti. E avendo perduto dal viso tutto il sangue e come un sudore di cera scolorendole e appiccicandole i capelli, le labbra non si distinguevano più, lavate da un’acqua immensa.
Ci ritirammo e la lasciammo sola con Tredici mentre insieme a un improvviso sentore di orina, nell’aria grande e grigia di gelo si cominciavano a udire nei denti le lame agre delle vanghe affondare nella terra. Ora (l’aria s’era fatta freddissima) Ada era con la nuca sulla neve e il petto squassato dalla raffica. Era rimasta a bocca aperta, i denti fitti e grandi, e nel chiuderle gli occhi sentii sui polpastrelli gelati l’ultimo suo tepore – un tepore che se n’andava senza che nessuna forza al mondo potesse ormai trattenerlo.
Allo stesso modo se n’era andato per sempre il tepore d’Alice e di Ivan.

* Il testo segue le riduzioni operate a Il labirinto (ora in Racconti scritti per forza, Garzanti 2008) per l’edizione dell’11 maggio 1947 de L’Unità. Il racconto, costituito dal solo finale del primo citato, ha come titolo I denti di Ada).