«LUCE BIANCA D’INVERNO»: PRESENZE DI NEVE NELLE POESIE AFFETTIVE DI LUCIANO CECCHINEL di Paolo Steffan

InSilenziosoAffiorare

Sia per te la grande neve il tutto, il nulla,
Bambino dai primi passi incerti nell’erba,
Gli occhi ancora pieni dell’origine,
Le mani aggrappate solo alla luce.

Yves Bonnefoy

Prima che venisse pubblicata la raccolta In silenzioso affiorare (Tipoteca Italiana, 2015, prefazione di Silvio Ramat) le poesie affettive di Cecchinel potevano essere contate sulle dita di una mano, leggendo tra quelle della prima sezione di Al tràgol jért. L’erta strada da strascino (Scheiwiller, 1999, postfazione di Andrea Zanzotto). Il poeta di Revine Lago ci era noto perlopiù per la sua vena antropologica, per la sensibilità ecologica e per i versi politici legati alle vicende più brucianti dell’ultima guerra.
Che grande dono è ora avere tra le mani questa nuova silloge! «Tracciato di amore e di dolore», lo definisce l’autore, questo vero e proprio libro d’arte, stampato in sole 600 copie numerate e accompagnato da sei finissimi acquerelli di Danila Casagrande, moglie del poeta e dedicataria di molta parte dei versi, soprattutto quelli non ancora solcati dall’insanabile ferita ‒ la perdita, cioè, della figlia primogenita, Silvia ‒ che andrà a segnare la seconda più dolente metà di In silenzioso affiorare.
La presenza sempre cara della neve, in queste poesie affettive, si annida lieve soprattutto nella prima metà della raccolta, a partire già dal testo introduttivo e fin dal suo titolo, Come neve trascorsa da nube (p. 17):

Parole residue,
come neve trascorsa da nube
di te lieve segno.……..

Per esse la tua voce, il tuo riso
ritornano senza profanare
la luce e il silenzio.……..

E di eterni istanti
sei ancora
in parvenze di echi e albe.

La neve ‒ in similitudine, come spesso in Cecchinel ‒ è parola residua, è quasi lieve coagulo destinato a scomparire senza lasciar segno, mantenendosi però viva incancellabile presenza nei versi: presenza di quelle silenziose ma che illuminano, incapaci di profanazione e per questo dotate di un’aura sacrale che in questa raccolta, anche col beneficio della stessa neve, si rifrange sottile lungo una sotterranea vena invernale, purissima come il gelo, cristallina come le limpide stelle. Perché, dove c’è la presenza affettiva della neve, si percepiscono «silenzio e fede», dittologia intrisa di bellezza e senso che chiude Nella luce lieve (p. 23) e che pare traboccata dal bianco denso dei primi due acquerelli, non a caso innevati, di Danila Casagrande.
Avvolti da un paesaggio che ci cinge come candido mantello, «luce bianca d’inverno» balugina dinanzi a noi, in Come il respiro di un profumo (p. 24):

Luce bianca d’inverno,
come il respiro di un profumo
io ti avevo sentito
nel tepore ubriaco
di un lento vorticante
cielo stellato.……..

E fosti
sbrecciando le muraglie del buio,
ammutolendo gli urli
remoti delle notti.
Perché anche l’ora più oscura
si facesse casa.

La vaga luce albata che il poeta voca nel primo verso sembra fondere in sé tanto gli attributi della donna amata cui si rivolge, quanto quelli della neve candida dei versi invernali, in una stupenda ambiguità che consente brecce interpretative fertili, specie in direzione della Canzone predestinata (pp. 25-26), ampio commovente testo in tre parti che piaceva a Zanzotto e che sa di capolavoro. Dopo aver attraversato nella prima parte uno «sfioccante crocevia» che già risentiva di una consistenza nevosa, nella seconda parte leggiamo:

Per lassù, tra le nuove nevi,
vicino alle stelle immorsate nei ghiaccioli
ti lasciai giù nella lontana bruma:
e altro brulicante luccichio
nella sfumante folle
tristezza della notte nuova, […]

Il primo e l’ultimo verso di questo frammento ‒ entrambi novenari ‒ si accendono a destra di una insistita allitterazione fondata sul medesimo aggettivo: nel primo però a essere nuove sono le nevi, nel secondo nuova è la notte; un’oscillazione bianco/nero, luce/buio che ritroviamo più avanti nella terza parte della Canzone predestinata, con riferimento alla donna amata:

il tuo sorriso sarà il chiarore
rimasto lassù
oltre l’uniforme cappa scura.

Un sorriso-chiarore si oppone ‒ completandola ‒ alla cappa scura della notte nuova. In questo eguale distribuirsi fenomenico di bianco-chiarore contro notte-scuro va a confermarsi la rispondenza di neve e donna amata, in nome di una comune delicatezza, di una tenuità condivisa.
D’altronde già nei versi dialettali di Moros spauridi / Amorosi spauriti (pp. 33-35, testo edito riproposto nella nuova raccolta per la sua contiguità tematica) il nef ‒ ancora in similitudine ‒ è débol e, come anche nelle altre poesie affettivo-idilliche della prima sezione di Al tràgol jért, l’aggettivazione relativa alla neve è quasi sempre tenue: nef mèstega / neve mansueta, nef ceta / neve quieta… C’è persino, nei versi stupendi di Débol l’é ’l parfun / Debole è il profumo, una neve che «zucchera», che rende dolce. Questa sensibilità particolare di Cecchinel per il fenomeno nevoso è forse acuita dalla stessa sua coscienza linguistica, essendovi nel dialetto della sua vallata una ambiguità di genere per il termine nef, come già questi nostri pochi esempi hanno testimoniato: al maschile ‒ al nef ‒ la neve è infatti osservata nel suo movimento, mentre al femminile ‒ la nef ‒ la possiamo vedere solo depositata a imbiancare ceta il paesaggio.
Data l’atmosfera natalizia in cui siamo calati, merita allora una rilettura la poesia Sanicolò / San Nicolò, un’affettuosa ninna nanna dedicata a Silvia e Chiara, le due figlie di Luciano e Danila. Nei suoi versi, pacificati dalla tenerezza del dettato e dalla circolarità della struttura, ritorna il bianco della neve, ma stavolta per mezzo di una percezione tattile: il nef della notte decembrina è petadiz, attaccaticcio. Nel buio dominante, attraverso il bianco dei fiocchi, la treggia piena di doni di San Nicolò si riconnette all’altro chiarore, quello delle stelle nella notte ‒ presenza costante anche nelle pagine di In silenzioso affiorare, gremite dalle «foreste delle stelle» ‒ proprio in corrispondenza di un crocevia, che mi piace credere sia lo stesso in cui trova snodo il paesaggio della Canzone predestinata

Da Sanicolò (Al tràgol jért, p. 41):

Drio na nina nana de sonài
par tanti boni tośatèi
na tasa dolza de sònć
dugatoi e fien
su na musa slasada
la sbrisa stasera
dal tènp ndat
sul nef petadiz
par ste crośère
fin su le stele.

(Dietro una ninna nanna di sonagli / per tanti buoni bambini / una catasta dolce di sogni / giocattoli e fieno / su una treggia sconnessa / scivola stasera / dal tempo andato / sulla neve attaccaticcia / per questi crocevia / fin sulle stelle.)

© Paolo Steffan

3 comments

I commenti sono chiusi.