poesia dialettale

Marino Monti, La vôs de’ vent

Stralcio dalla Prefazione di Maria Lenti a Marino Monti,  La vôs de’ vent,  La Mandragora, Imola, 2017, pp. 120, €  13.00

Marino Monti appartiene ai poeti animati dalla resistenza nel loro essere poeti di un mondo riconoscibile perché vissuto in prima persona, più che di un’uscita verso territori di un altrove poetico. Le sue raccolte (E’ bat l’ora de’ temp, A l’ómbra di de’, L’ ânma dla tëra, Int e’ rispir dla sera, Stasón, Int e’ zét dal mi calér) già dai titoli segnano l’assiduità di temi legati al tempo come tessuto su cui si distende il fiato della vita, o, viceversa, segnalano la consistenza di uno stare dentro le radici spazio-temporali della nascita e della crescita. Lì insiste la vitalità che fa durare e rende vivo il passato dando il “più” di sapore (E’ savôr dla vita) al presente pure in fuga.

A m’afond int e’ salut
a la mi tëra
indò che i vèc
m’ha insigné
 a caminé tra i cùdal
ad arvultéi int e’ soich
dal stasón.
Arturnarò a la mi ca
Sóich dopo a sóich.
Int che zét
Dl’ ónda di chémp
Par sintì e’ savôr dla vita.

(Il sapore  della vita – Affondo nel saluto / alla mia terra, / dove i vecchi / mi hanno insegnato / a camminare tra le zolle / a rivoltare nel solco / delle stagioni. / Ritornerò alla mia casa / solco dopo solco. / In quel silenzio / dell’onda dei campi / per sentire il sapore della vita.) (altro…)

Rileggere Luigia Rizzo Pagnin

La poesia zé l’oro del pensar
Se no tuto sarìa ragionamenti
… roba che pesa

[La poesia è l’oro del pensare/ altrimenti tutto sarebbe ragionamenti/… roba pesante]

 

 

Quando un anno fa si è spenta la fiammella che teneva accesa la lampada di Luigia Rizzo Pagnin, quella piccola lampada simbolica che lei considerava un dono della poesia stessa dopo avere scoperto i versi di Emily Dickinson, io ho perso sia l’amica sia la donna che più di altre mi ha insegnato cosa significhi vivere la poesia. Il rapporto che Luigia da sempre ha instaurato con la scrittura è qualcosa che ancora oggi, a distanza di anni da quel nostro primo incontro, riconosco di avere incontrato molto di rado, a partire anche dal vivere la sua poesia come forma privilegiata per conoscere il mondo. Il suo essere defilata, o, come si usa dire ora, periferica, fin nella scelta degli editori, l’ha resa quasi invisibile alla critica; e se tolgo le prefazioni firmate da Marino Berengo (prefazione alla seconda edizione de Il borghese agli agguati, 1985), da Bianca Tarozzi (prefazione a Lampada, 1990) e da Silvana Tamiozzo Goldmann (prefazione a L’oro del pensar, 2011), credo che sia stato mio il primo tentativo di fare il punto sulla prima fase della produzione in versi di Gigetta (così si è sempre fatta chiamare Luigia da quelle persone che lei considerava più care e prossime). A questo primo articolo, consegnato proprio qui su Poetarum Silva, m’ero ripromesso di dare un seguito quando L’oro del pensar era ancora fresco di stampa. Era l’ottobre del 2011 quando uscì la raccolta; il mese dopo il marito, compagno di una vita, Fioravante “Fiore” Pagnin, figura di tutto rilievo della sinistra veneziana, sarebbe morto. E così quelle poesie piene d’amore che nei versi in dialetto veneziano raccontavano la delicatezza di un sentimento immutato anche avanti negli anni, sentimento già protagonista della sezione Nozze nella raccolta del 2004, Acqua Donna Poesia, in me si chiusero in un’immagine che non poteva essere trafitta da parole vane.

Quello consegnato da Gigetta non è un corpus poetico vasto, e le lunghe pause tra una raccolta e l’altra testimoniano il suo naturale bisogno di riflettere lungamente sulle vicissitudini umane. Ciononostante dalla poesia di profonda e partecipata intonazione civile degli esordi, negli anni, si è fatta strada una vena più lirica rivolta all’osservazione diretta di se stessa come donna, permettendole di riprendere contatto anche con le molte sue rinunce. Sicché non stupisce, nell’ultima fase della sua poesia, l’avere ripreso contatto con il dialetto veneziano, che da lingua parlata quotidianamente in casa, in famiglia e con gli amici (qualche volta pure con me, con rapide battute, uscite fulminee che solo il dialetto sa consegnare alla parola che cerca di definire un momento, un aspetto del discorso, o l’immagine di una persona), s’era fatto lingua della poesia, lingua madre, lingua delle origini, della memoria, lingua necessaria e unica per dare voce e colore alla sfera più intima dei ricordi, dei sentimenti. Lingua capace di contenere tutta la vita di Gigetta, dall’impegno civile negli anni Cinquanta alle battaglie politiche degli anni dell’attivismo femminista, fino al quotidiano più intimo, di moglie e di madre e di nonna, in un continuum narrativo che racchiude in cerchio unico passato e presente. Uno sguardo ancora acceso da quella sua luce che sapeva parlare al cuore di chi l’ascoltava.

© Fabio Michieli

 

*

Aqua dòna poesia
Le se somegia
Drento de mi “afffini”

Le va… le vien
Sensa paroni e
Sensa confini.

[Acqua donna poesia/ Si assomigliano/ Dentro di me “affini”// Vanno… vengono/ Senza padroni e/ Senza confini]

 

*

Ogni donna è la vera croce:
a braccia aperte
tra la madre ed il figlio
nel divaricamento di essere
due in una

Il padre invece sta
sopra la croce
“nell’alto dei cieli”
che si dilacerano
se il figlio morente grida
“Padre padre
perché mi hai abbandonato?”

Per lui si oscura il mondo
per noi continua.

 

*

Mi pongo domande
intollerabili
e intollerata da loro
spaurendo mi ritraggo.

C’è forse un timore dell’altro
– di Chi? –
che muove la mia scrittura?

Come la corda quando freme
teme
lo scatto della freccia.

Ah! Perché non sono io la freccia?
Perché sono la corda?

 

*

Dialeto

A le volte el te caressa
Altre volte el te scavessa

El dialeto zé s-ceto
E co ′l s’inrabia
El morsega.

[Dialetto: A volte ti accarezza/ Altre volte ti spezza// Il dialetto è schietto/ E quando si arrabbia/ Morde]

 

*

Marghera ani ’50

Agli Azotati della Montecatini gli operai tenevano a mo’ di allarme un canarino, che quando chiudeva gli occhi, scappavano tutti fuori.

El canarin
El zé quel’oseléto
Che tuti cognóssemo
Zalo de pene
E s-ceto de beco

Ma forse no savémo
Che in çerte fabriche de la malóra
Co cópa l’ocio el canarin
Vol dir che pol crepar
Chi che lavora.

[Marghera anni ’50: Il canarino/ è quell’uccellino/ che tutti conosciamo/ giallo di penne/ e dal becco schietto// Ma forse non sappiamo/ che in alcune fabbriche della malora/ quando muore il canarino/ significa che può crepare/ chi ci lavora]

 

*

Ani ’70

Lèso che le deputate vol
Che le dòne semplici
– che saremo noaltre –
Che daga ’na man
Par in parlamento
Le lege bóne
Sempre par noaltre
Che sémo dòne semplici.

E inveçe nó, no sémo semgo che lplici un’ostrega
Sémo intrigae:
Dòne de tuti i giorni
Che ciapa da par tuto
E la sera va a dormir mése desfae.

Cossa ne piasaria de far?
Tornar come da tóse
In libertà:
Vardarse dentro e fóra
E cambiar sto mondo
Che non ne vede ancora.

[Anni ’70: Leggo che le deputate vogliono/ che le donne semplici/ – che saremmo noi -/ diano loro una mano/ per fare in parlamento/ le leggi buone/ sempre per noi/ che siamo donne semplici.// E invece no, non siamo affatto semplici/ siamo indaffarate:/ donne di tutti i giorni/ prese da ogni cosa/ e la sera vanno a dormire mezze morte.// Cosa ci piacerebbe fare?/ Ritornare  come da ragazze/ in libertà:/ guardarsi dentro e fuori/ e cambiare questo mondo/ che non ci vede ancora.]

 

Nota.
Le poesie qui sopra riproposte sono tratte dalle due ultime raccolte di Luigia Rizzo Pagnin: Acqua Donna Poesia (Aqua Dona Poesia), 2004, e L’oro del pensar (poesie in veneziano), 2011, entrambe pubblicate dal Centro Internazionale della Grafica Venezia.

Andrea Longega, La seconda cicara de tè

Andrea Longega, La seconda cicara de tè, Ati editore, 2017; € 15,00

 

Ogni volta che comincio a leggere un nuovo libro di Andrea Longega mi sembra di tornare a casa, per la particolare sensazione che avverto leggendo le sue parole, cercando di capirle alla prima lettura, di immaginarne il suono, è come accomodarsi in luogo sicuro. E niente è più sicuro del luogo in cui ti senti a casa, della tua poltrona preferita; l’effetto è più o meno questo. Effetto amplificato dal fatto che Longega scriva in una lingua non mia: il dialetto veneziano. Lingua che ho imparato a conoscere e ad amare, lingua poetica naturalmente. Tra i dialetti italiani credo che i due che suonino meglio in poesia siano il veneto (soprattutto il veneziano) e quello siciliano; il mio dialetto d’origine, il napoletano, continua a suonarmi meglio se cantato, forse perché mi appartiene troppo, oppure non so. Longega scrive soltanto in veneziano e lo fa benissimo, ed è tra i più bravi poeti della laguna. Col tempo è riuscito a raggiungere col dialetto una dimensione nazionale, un riconoscimento certo, quasi unanime; Andrea Longega poeta italiano in lingua veneziana.

Tuti lo capisse xe talmente fassile
che xe sempre mègio far finta:
e parlo de Ande e de Perù
de un inverno de fango in Patagonia
e de quanta paura pol far
na mandria de réne che te sfiora
su la strada che porta drita a Capo Nord
me invento come niente
de na setimana intiera de piova e smarimento
a tirar su case e mureti
sul scoglio de St Kilda

parché xe mè gio che non se sàpia tanto in giro
che a Venessia co i me dise se vedémo
for de l’entrada de un albergo
o in un posto che no sia
San Bortolo o la Stassion
mi de le volte prima de mòverme da casa
vèrzo el computer e quel posto lo sérco,
lo ingrandisso, su Google maps.

Tutti lo capiscono è così semplice/ che è sempre meglio fingere:/ e parlo di Ande e di Perù/ di un inverno di fango in Patagonia/ e di quanta paura può fare/ una mandria di renne che ti sfiora/ sulla strada che porta dritta a Capo Nord/ mi invento come niente/ di una settimana intera di pioggia e smarrimento/ a ricostruire case e muretti/ sullo scoglio di St Kilda// perché è meglio che non si sappia tanto in giro/ che a Venezia quando mi dicono ci vediamo/ fuori dell’entrata di un albergo/ o in un posto che non sia/ San Bartolomeo o la Stazione/ io a volte prima di uscire di casa/ accendo il computer e quel posto lo cerco,/ lo ingrandisco, su Google Maps.

La prima, consistente, parte di questa nuova raccolta è in movimento, sono versi che vengono e che raccontano di viaggi, ma in un modo che è caro a Longega e che è raro. Il paesaggio, se è mostrato, è per un attimo, proprio come succede quando da un sentiero, dopo una curva, ci appare una scogliera che poi scompare alla curva successiva. Una curva è Creta, la curva dopo è Rialto, la circolarità dei versi gioca sulle andate e sui ritorni, sul falso movimento, sulle partenze reali e quelle che non avvengono, su come sia più facile inventarsi qualcosa di molto lontano rispetto a un vero che ci passi vicino. Perciò il viaggio è un luogo, e poi è un tempo, e poi sono le persone che si ritrovano nei posti in cui si ritorna, sono i loro racconti, sono i piatti che preparano. I viaggi di Longega sono fatti di luce, del sole che batte sugli strapiombi e che poi filtra dalle tende di un hotel, magari già conosciuto, un posto dove ritornare e far casa, proprio come a casa. Sono viaggi fatti in coppia, poesie che con delicatezza ci portano momenti condivisi e i silenzi tanto cari al poeta di Murano. E quanta bellezza c’è nel raccontare il compagno di viaggio, di vita, descrivendolo nel momento in cui lo si lascia da solo nella quiete di un’abitudine:

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I poeti della domenica #193: Fabio Franzin, Onbre, Meduse

Ettore Sottsass e il vetro foto di gianni montieri

Onbre, Meduse

Sen romài de ‘à dea memoria,
voltàdhi. Ae nostre spàe passa
figure, co’e só inpreste, ‘e só
teste basse, onbre lente sora
el ‘sfalto, poster che se mòve
tremoeànti tel cimento dei muri.

Chi ièrei? Còssa pénsei de ‘verne
‘assà co’e só fadhìghe sovrumane,
i tanti sacrifici, ‘e triboeazhión?

Chea onbra che passa, ‘dèss che
me son voltà indrìo un secondo
– mì che no’ son mai stat bon
de vardàr sol fiss davanti, che
‘ò senpre ‘bbu paura de ‘ver pers
calcòssa, drio ‘a strada – chea onbra
seca, bassa, tuta incurvàdha in ‘vanti
che ‘ò vist te un film de Kieślowski
butàr ‘na bòzha drento un cassónet,
che razha de esenpio senpio vòea
mostrarne? Storta dal peso de ‘na
vita che no’à conossù festa e riposo,
còssa àea da spartìr co’ quee che,
aa stessa età, va in pàestra pa’ caeàr
de peso, in préstio de àni dal chirurgo
estetico? ‘a passa e ‘a ne dà fastidio,
sol che quel, e sol pa’ chi che se volta.

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L’opera poetica di Vincenzo Luciani

L’opera poetica di Vincenzo Luciani

Si può leggere in molti modi l’opera poetica di Vincenzo Luciani, schietto editore e schietto poeta. Si può leggere, innanzitutto, come ininterrotto canzoniere di vera poesia, plurale e plurilingue – tante voci, tanti luoghi, tanti idiomi, tante storie – e, tuttavia, con una salda e riconoscibile unità; si può leggere, ancora, dal punto di vista della geocritica, giacché i luoghi, la nativa Ischitella innanzitutto, poi Torino, ovvero delle vie e delle fabbriche, e Roma dalle periferie permeano i componimenti, li ‘impolpano’ e li riempiono di toni cromatici e percezioni, anche olfattive.
Una lettura che suggerisco è quella di un romanzo di formazione in versi. Il mio accostamento può sembrare bizzarro, forse perfino azzardato. Esso nasce – scopro subito le carte – non soltanto dalla mia insofferenza a qualsiasi analisi che sia inficiata dalla smania di catalogazione, dalla convinzione che una mera lettura per generi letterari sia inadeguata a contemplare l’ampiezza della gamma espressiva e che, per contro, mettere in comunicazione, nell’indagine critica come nell’atto creativo, più ambiti giovi all’ampliamento dell’orizzonte e all’intenzione di cogliere, di un’opera, tutti gli aspetti, ivi compresi quelli, preziosissimi ai miei occhi, intertestuali, ma anche dalla convinzione che l’opera poetica di Vincenzo Luciani abbia alcuni tratti in comune con il romanzo di formazione. Cerchiamo di individuarli e di enunciarli esplicitamente: l’esistenza vista come continua formazione, dalle fonti più disparate, dai maestri (Petrine Paradise), dagli incontri, dalle lotte, in una parola, dalla vita; il piglio dinamico, con l’evidenziazione, anche fuori di metafora, del continuo cammino; il costante e ironico ‘understatement’ che deriva dal vedersi, in perfetto equilibrio di toni tra bonario, malinconico e pungente, non sconfitto, certamente, ma ridimensionato e ‘sballottato’ dal dipanarsi dell’esistenza; infine, proprio come nel prototipo del romanzo di formazione, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe, l’origine e l’evoluzione, divertente e divertita, della “vocazione teatrale”.
Il principio di questo breve viaggio è, non a caso, proprio la poesia Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla scuola materna) per un futuro sul palcoscenico.
Del 1985 è la raccolta di poesie, con la prefazione di Diego Novelli, Il paese e Torino, nella quale trovano espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità che si contendono il primo posto, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, “il bene”), il combattimento in perdita con il tempo che scorre. (altro…)

Ernesto Murolo, Poesie

Ernesto Murolo, Poesie, Casa Editrice Bideri, 1942

*

Accade che mio padre un paio di settimane fa mi regali il libro che vedete in foto, proprio nell’edizione del 1942; per me questo dono è una vera gioia, postare qui qualche poesia è il mio modo di gioirne con voi. (gm)

*

E femmene

Quanno ‘e vvote essa traseva,
già da n’ora i’ ero venuto.
‘Na resata, nu saluto,
po’, ammentanno, me diceva:

«Ch’ ‘o marito èva saputo…
o ch’ ‘a messa mai feneva…
ch’ ‘o cavallo, che curreva
ncopp’ ‘a scesa era caduto…»

E sbatteva ncopp’ ‘o lietto,
cu ‘na mossa ‘e dispettosa
mantellina e cappelletto.

Po’ redeva… E cu’ ‘e manelle
se spuntava ‘a vita rosa
chiena ‘e nocche e nucchetelle…

*

Rosa d’ ‘o Munastero ‘e San Martino!
Loggia ca ‘ncielo fravecata sta!

Nuie ce affacciàimo, mentre, a mmatutino
‘e cchiese già sunavano;
e nuvole e calore se sperdevano
e se scetava Napule d’està!

E Ammore, Ammore!…
Tremmaie stu core tuio ‘ncopp’ ‘a stu core…
E quanno, ‘a ll’ onne chiare,
vediste ‘o sole ca spuntava a mmare,
tu… te vasaste Napule,
tu te vasaste a me!

*

Maggio. Quanno stu mese
fa ll’aria cchiù addurosa
passaie p’ ‘o vico, oi Rosa,
pe’ ffa pace cu’ tte…

E avette pe’ risposta
na resatella amara,
n’ucchiata ‘a na cummara
e… sta canzone a mme:

Chi canta vo’ ammore antico
perde ‘a voce e ‘a serenata:
quann’ammore vota strata,
nun se torna arreto cchiù!…

*

© Ernesto Murolo

Daniel Cundari, nell’incendio e oltre

Daniel Cundari, nell’incendio e oltre, Luigi Pellegrino Editore 2016

Nota di Ombretta Ciurnelli

La raccolta nell’incendio e oltre, edita da Luigi Pellegrino Editore (Cosenza, 2016), è una nuova e convincente prova della vocazione poetica di Daniel Cundari, scrittore dalla personalità forte e vitale.
Nato a Rogliano (CS), Cundari ha vissuto a lungo per le strade del mondo (a Granada, a Shangai, in Germania), maturando ovunque ricche esperienze culturali in una dimensione translingue che lo ha portato a comporre versi, oltre che nel dialetto della sua terra d’origine, anche in lingua italiana e in spagnolo, affiancando alla scrittura anche la traduzione: dall’italiano allo spagnolo di tutte le poesie di Gesualdo Bufalino e in dialetto calabrese di molti poeti, tra cui Kavafis, Alberti e Mandel’štam.
Dalle vie del mondo è poi tornato ai suoi luoghi natii e nello ‘spaesamento’ si è innestato il profondo legame con la terra d’origine di cui nella sua poesia sa cogliere bellezze e incantamenti, andando ben oltre le contraddizioni proprie di tanti paesi che faticano a recuperare i passi sul tempo. In un’intervista egli nota come la letteratura in Calabria sia «politica, teatro, sangue, impegno civile, passione» che «si scontra ogni giorno con il mito e la religione, poiché è animata dall’irrazionale e dalla magia popolare». In particolare Cuti, il quartiere di Rogliano in cui è nato, è la sintesi di ciò che rappresenta per lui la poesia ed è la città ideale del suo dialetto, il luogo in cui «vestire i panni del Don Chisciotte, […] l’eroe dell’inutile e del gratuito» (Marco Paone intervista Daniel Cundari in umbriapoesia.it): ’u paese meu signo eu. / ’Na jestìma de amure (il mio paese sono io. / Una bestemmia d’amore). Attraverso vivi fotogrammi – a volte solo lampi di vita o di paesaggio in cui si mescolano presente e memorie -, Cundari così canta la propria terra, con profondo trasporto e sincera passione: ’ntra ’sta terra de ałìve e musche, / ’e ’mprùnte ’ncecáte, i puni vacânti / ’ scarpe sbunnâte ’ppe zumpare di’ murétti, / ’a préscia de chine arròbba ciràse […] tu’, tuni me rimâni, / ’ a fréve du criscimunno, a cammìsa, / ’ a mâ ’ mbutracäte de farïna, ’ a nive, / ’ a maścatura du catòju (in questa terra di ulivi e mosche, / i passi ciechi, i pugni vuoti, / le scarpe consumate per scavalcare i muri, / la fretta di chi ruba le ciliegie […] tu, tu mi resti, / la febbre della crescita, la camicia, / le mani piene di farina, la neve, / la serratura del magazzino).
Ma il cuore pulsante della raccolta è nel canto d’amore che sgorga con un’intensità tale da far smarrire il senso della ricerca delle ragioni stesse del suo essere: ’a vita ccu tie è vita, pecchi me trovu sulu si me perdu / ’ntra l’occhi toi. / Pecchi sini (la vita con te è vivere, / perché mi ritrovo solo se mi smarrisco / nei tuoi occhi. / Perché sì). Cundari si concede ai paradossi dell’amore nell’esultanza carnale delle carezze, nell’ebbrezza dei baci e, insieme, nei contrasti: tuni sì puru / doglia, cìnnara, śuma, / cultélli arruzzàti /sustu, macélli, riina, neglia. / Si / all’antrasàta carcaríj / ’u cièu łinchiia ‘’lu mâre (tu sei anche / dolore, cenere, schiuma, / coltelli arrugginiti / paura, confusione, sabbia, nebbia. / Se / all’improvviso accenni un sorriso / il cielo riempie il mare). (altro…)

«Niente mi ha fiaccato!» conversazione con Ferruccio Brugnaro

foto a cura di Paolo Steffan

«NIENTE MI HA FIACCATO»
Conversazione con Ferruccio Brugnaro
di © Paolo Steffan

Quando arrivo al terzo piano della palazzina in cui Ferruccio Brugnaro vive con la moglie Maria, nella periferia di Spinea (Ve), trovo una figura amichevole e distinta, un ottantenne forte che mi saluta sorridente sulla soglia. Entro, c’è un simpatico sottofondo di giochi puerili, sono le voci dei nipotini, impegnati con la nonna. Ci sediamo nel salotto, e lì inizia la nostra conversazione, di cui è frutto la bella intervista qui pubblicata.

È fiero della propria storia personale, di essere un autentico poeta-operaio, di quelli che hanno vissuto la fabbrica dal di dentro, mettendoci anima e corpo, credendo profondamente nell’uomo e nelle sue risorse, nell’uguaglianza e nella bellezza. Alle pareti, quadri e ricordi, manifesti e testimonianze. E tantissimi libri e opuscoli.

Non ha rimpianti, Ferruccio Brugnaro, se non quello ‒ mi confessa ‒ di non aver coltivato le lingue, così importanti per capirsi in questo mondo globale; ma intanto i suoi ciclostilati vengono tradotti in moltissime lingue, in tutto il mondo. Solo dal 2002 a oggi, oltre 160 riviste ‒ in francese, inglese, spagnolo… ‒ hanno ospitato sue poesie. “Lì” ‒ mi indica, entrando nel suo studio, una borsa piena di fascicoli ancora da ordinare ‒ “ci sono anche delle riviste in cinese…”.

Varcare l’ingresso della sua stanza è entrare in un mondo a parte, dove è custodita un’intera vita in versi, assieme alle letture amate e ai manifesti di un’esistenza passata nella fabbrica, nel sindacato, tra gli studenti e i lavoratori.

Prima di salutarci, la signora Maria prepara il caffè e mi fa salutare i bambini; parliamo del rapporto coi figli, uno dei quali è Luigi Brugnaro, attuale sindaco di Venezia, e della diversità, talvolta abissale, delle idee che li contraddistinguono: “Non li ho mai indottrinati”, rivendica, “da ragazzi venivano alle volte con me alle manifestazioni, ma non li ho mai obbligati. Poi ciascuno ha preso la sua strada e oggi discutiamo animatamente, io da comunista non dogmatico, e i miei figli con le loro idee, ma c’è grande libertà di pensiero e soprattutto grande rispetto reciproco”.

Che cos’è per lei il lavoro?

È una cosa fondamentale per l’uomo, purché tenga al centro la dignità, altrimenti si scade nel disprezzo della vita. La dignità è stata al centro delle lotte operaie che abbiamo fatto, che erano per il lavoro, non per qualcosa che portasse malattia e morte.

Prima della fabbrica, si veniva da un mondo contadino, che ho vissuto nell’infanzia, di cui ho ricordi collocati negli anni Quaranta. Era una vita difficile fatta di malattie, artriti, tubercolosi, dentro case malsane. Ricordo che avevo una zia che faceva le iniezioni di canfora per l’asma e fuori casa sua c’erano sempre file di venti persone. Era una vita dura, con lotte quotidiane per un uovo, per tutto, alle volte sembrava che mancasse il respiro. Vita dura che ho poi ritrovato in fabbrica, tale e quale se non peggio.

Poi si è passati alle lotte operaie, qualcosa che alla mia generazione oggi suona distante, ma di cui calandosi nella sua scrittura si sente ancora l’attualità e il vigore.

La questione del lavoro è tutta sul piatto, senza lavoro marcisce tutto, si ha una deriva autoritaria.

Negli anni Cinquanta sembrava una follia mettersi contro gli apparati. Si veniva fuori dal nazifascismo, e i dirigenti erano ancora quelli, mica erano cambiati. La filosofia era che l’operaio non era niente: guai a chi si ribellava!

Mi ricordo una mattina, io ero in reparto alle 9.45 e non si respirava. Era fuoriuscita dell’anidride solforosa, e io ho spento le macchine per tutelare noi lavoratori. Azioni così si pagavano molto. Come oggi dovrà pagare molto chi si rimetterà a lottare.

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Azzurra D’Agostino, Alfabetiere privato

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Come si è affaticato, che pena che fa
pensare a tutto quel niente, dillo piano
magari ci sente.

 

Mentre c’è ancora chi si ostina a stracciarsi vesti e capelli davanti a un presunto cadavere della poesia, noi qui ancora ci ostiniamo a orientarci in un panorama che riteniamo più vivo e attivo che mai. Non a caso e provocatoriamente oggi vi narriamo dell’ultima raccolta di Azzurra D’Agostino, poetessa che riesce a dare vita alla poesia non solo attraverso la sua scrittura, ma anche con l’organizzazione di eventi importanti, tesi non solo alla diffusione della parola, ma al rimarcare il fatto che la voce poetica è più viva che mai e (scusateci tanto) “vive e lotta insieme a noi”. La citazione apparentemente idiota e furbesca è riferita per esempio all’intervento di Azzurra D’Agostino nell’ambito delle manifestazioni organizzate a Gaggio Montano (BO) con la creazione di un presidio culturale a sostegno dei lavoratori e cittadini dell’Alta Valle del Reno presso il presidio dei lavoratori Saeco.

La pubblicazione di cui vogliamo parlarvi porta il titolo di Alfabetiere privato ed è uscita recentemente per LietoColle, in collaborazione con Pordenonelegge. Ci troviamo in realtà davanti a una raccolta antologica di scritti pubblicati precedentemente. Quello che risulta interessante è l’obiettivo con cui l’autrice ha scelto i testi qui raccolti, cioè la volontà progettuale di ricostruire attraverso la forma antologica l’idea di un indice alfabetico delle tematiche affrontate (o come dice Azzurra “alcune private ossessioni”), che si presentano poi come modalità attraverso cui il mondo si rivela all’autrice; Animali, Corpi, Filosofia, Mondo, Morte, Parola, Presenze, sono i “capitoli” in cui viene apparentemente ripartita l’intera produzione. Un indice scarno che non si sviluppa lungo un intero alfabeto e che evidenzia dei vuoti, delle aporie che sembrano voler esprimere la necessità di essere colmate. La volontà quindi non è quella di racchiudere una produzione poetica in un contesto “privato”, protettivo, ma al contrario ci troviamo davanti alla consapevolezza di una mancanza di parole “altre” (e quindi stimoli, suggestioni, dubbi) che genera questa idea di “privazione” tra le lettere dell’alfabeto. Ma è proprio qui che la scrittura poetica di Azzurra trova la sua sfida: la constatazione di un limite non è altro che un punto di partenza per aprire nuovi interrogativi, arrivare a “diluire” quelle parole spesso limitate e limitanti per riuscire ad affrontare ciò che sta oltre e tra i limiti. In contemporanea chi conosce e apprezza la scrittura di Azzurra D’Agostino sa bene quanto sia importante l’utilizzo della lingua e quanto sia piacevole e coinvolgente la sua abilità nel giostrarsi tra quelle che lei definisce 3 lingue: oltre all’italiano e al dialetto del suo Appennino, compare quella che definisce “una lingua mista, che cerca la pulizia elementare, ed è quella con cui sono composte alcune poesie che chiamerei “per tutti” (visto che non amo usare la distinzione di poesia “per bambini”)”.  Questa ricchezza linguistica della poesia di Azzurra non è che uno dei suoi sconfinati “modi” (nel senso musicale del termine) per sottrarsi ai limiti delle parole, degli alfabeti.

“Penso che non solo i poeti ma tutti gli artisti possano proprio grazie al limite darsi una misura nel tentare di esprimere il fuori misura che sempre ci abita, che ci cammina accanto. Per questa ragione, ecco la scelta di sette parole che aprono a una molteplicità di altre parole, che contengono anche quelle che nel corso degli anni hanno indirizzato il mio lavoro – come abitare, per esempio, o abbandono, che qui restano all’apparenza escluse.”azzurra-dagostino

 

Vedere le cose disfarsi è questo
salto, le poche lettere che separano
culla e nulla, cura e bara, e noi qui
sempre a prendere misure,
dentro un corpo che è la più assoluta
solitudine, e averci fatto l‟abitudine
non basta – non basta questa campagna
né la legna a marcire non basta seguire
cogli occhi come il bosco si riprende
tutto e come tutto si arrende. Cos’altro fare?
Piangere?

 

Azzurra D’Agostino, Alfabetiere privato, pordenonelegge.it & LietoColle

*

© Iacopo Ninni

Vincenzo Mastropirro, Timbe-condra-timbe

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Vincenzo Mastropirro, Timbe-condra-Timbe. Tempo-contro-tempo. Prefazione di Manuel Cohen, Puntoacapo 2016

«… e u timbe scuorre»: il tempo scorre, sì, con velocità diverse e diversamente percepite col passare delle età – di persone, di luoghi, di oggetti, perfino di modi di dire – nella poesia di Vincenzo Mastropirro nella lingua di Ruvo, il paese natale nelle Murge. È un idioma che conferisce ritmo e plasticità alle composizioni di Timbe-condra-Timbe. Tempo-contro-tempo.
Sono testi di varia lunghezza che esaltano, come evidenziato dalla prefazione di Manuel Cohen, quella icasticità che contraddistingue sin dalle prime raccolte la scrittura del poeta e musicista pugliese. Il tempo e i tempi, ché l’ampiezza di accezioni e figure e persone del termine è considerare quanto più grande possibile se ci si accosta a una poesia di tal fatta, che coniuga detti popolari e considerazioni aforistiche con un compare d’anello peculiare, che è questo dialetto non di rado aspro, dalle arditezze vocaliche che strappano perfino agli stessi corregionali il commento: “ostico”, magari a fior di labbra, e tuttavia con la segreta convinzione, nel caso del ruvese, che “forestiero” e “forastico” siano qui contigui.
Sono tempi dell’attesa e dell’avvertimento, come quello ripetuto in continuazione a Vincenzo tredicenne («na da mangiò pone tuste!», «ne devi mangiare pane duro»); sono tempi della constatazione, del “bilancio di medio termine” compiuto durante il “terzo” dei quattro tempi dell’uomo («nan so mè mangiote pone tuste», «non ho mai mangiato pane duro»); sono i tempi di mezzo, scanditi, come nocche su un tamburello, dal «’Mbèratande». dal “mentre”; sono i tempi del pronostico inevitabile («u quarte cu’ curpe sfatte e mangèime pe’ le virme», «il quarto col corpo sfatto e mangime per i vermi»); sono i tempi “bastardi” della lentezza esasperante e sorniona nella percezione del tempo («U timbe nan passe cchjue/ quanne sé ca nan sté cchiù timbe.», «Il tempo non passa più quando sai/ che non c’è più tempo.»); sono i tempi, infine, dell’invito, nonostante tutto: «candòme tutte ‘nzime/ candòme mò o cchjù pe’ nudde», «cantiamo tutti insieme/ cantiamo ora o mai più».
Il tempo condensa il suo significato in luoghi e in oggetti, luoghi e oggetti che si fanno tenaci e vivi e maestri a chi conosce il valore del sostare e dell’ascoltare, del cogliere al tempo giusto, dell’osservare nello scorrere e del lasciare andare ciò che si sottrae al gesto, sempre intempestivo, della prepotenza. (altro…)

Coriandoli a Natale #14: Salvatore Di Giacomo, Buono Natale

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Salvatore Di Giacomo -1910, (Fonte Wikipedia)

Teresì, buono Natale!
Penza, oinè, ca ‘o Bammeniello
fattose ommo è tale e quale
comm’ a ll’ate, grussiciello,
‘ncopp’ ’o munno scellarato,
senza fa’ male a nisciuno,
secutato e maltrattato,
‘ncroce, oi né, jette a fernì!
E ‘st’esempio ca te porto,
Teresì, tienilo a mmente,
ca pur’io, ‘nnucentamente,
chi sa comme aggia murì!
Nun vo’ sentere ‘sta voce
ca piatà, piatà te cerca:
e mme staje mettendo ‘ncroce
comm’’o povero Giesù…
Ma io nun so’ fatto e ‘mpastato
cu ‘sta pasta, mò nce vo’:
Isso – sempe sia ludato –
Isso nasce ogn’anno: io no!

Bruno Broccoli, Aburbecòndita

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Bruno Broccoli, Aburbecòndita. Mardicenze de storia romana, Trevi editore, Roma 1979

PREMESSA

Non si scandalizzino i cultori della poesia romanesca se un napoletano di nascita, di tradizioni, di istinti e di tendenze osa commettere un doppio sacrilegio: scrivere un libro nel loro dialetto, non solo, ma usare per ciò il sonetto, la forma compositiva che a questo dialetto meglio si sposa nell’esaltarne gusto, sapori e sfumature.
Certo, se io fossi vissuto ai tempi di Papa Gregorio XVI, quando il sonetto romanesco era appannaggio di un certo Giuseppe Gioachino Belli, non avrei ardito tanto, vivendo in una città che pur chiamandosi pomposamente Caput Mundi, Dominante e Metropoli, altro non era in realtà se non un grosso borgo di centocinquantamila abitanti. ma centocinquantamila romani autentici, discendenti in linea diretta dai quiriti del Palatino; tra i quali un suddito di Ferdinando II (Dio Guardi) sarebbe stato altrettanto straniero di un francese o di un tedesco. Ma oggi?
Oggi, nella Roma di tre milioni e mezzo di abitanti, quanti sono i romani non dico di sette generazioni, ma anche soltanto di due?
Non tocca a me precisarlo, sappiamo però tutti che si tratta di una percentuale bassissima: e non a caso, per entrare a far parte dell’Associazione fra romani, bastano dieci anni di residenza nell’Urbe. Da questo punto di vista io, con oltre vent’anni tutti di fila, e almeno una trentina nel totale, debbo ritenere di avere le carte in regola per dichiarare orgogliosamente “Civis romanus sum”.
Ma poi, anche il cosiddetto dialetto romanesco, impastato e amalgamato con le innumerevoli inflessioni degli oriundi, è ormai tanto simile all’italiano corrente, da poter essere usato impunemente e senza timore reverenziale anche da chi non è nato entro la cerchia delle Mure di Aureliano. Esso è ormai res nullius, giuridicamente di pubblico dominio, talchè anche un povero immigrato napoletano può ragionevolmente sperare nella benevolenza del critico, se si lascia tentare a scribacchiare qualcosa imitando il grande Giuseppe Gioachino e i suoi epigoni.
A tal proposito, è bene chiarire subito che se il dialetto usato dall’autore è edulcorato, lisciato, forse un tantino svirilizzato, ciò non si deve a ignoranza, ma a precisa volontà. Chi scrive ha una certa familiarità con i 2279 sonetti del belliano monumento alla plebe, e gli sarebbe stato non dico facile, ma certamente possibile esprimersi usandone il lessico e anche la ormai ostica grafia fonetica nella quale “pace” diventa “pasce”, “quer” si scrive “cquer” e così via. Ma sarebbe stato un esercizio scolastico e nulla più. Molto meglio, a suo avviso, accodarsi a quel processo di addomesticamento del romanesco che da Belli, appunto, attraverso Pascarella, Trilussa, Zanazzo e via dicendo, ci ha portato alla parlata che oggi ascoltiamo sugli autobus o nei mercatini rionali, una parlata che dell’antico dialetto conserva intatte l’ironia e l’incisività, ma ha il pregio di essere comprensibile, grosso modo, dalle Alpi alla Sicilia.
Un’ultima precisazione, ed ho finito. Queste “Mardicenze de storia romana”, pur se si fregiano di citazioni autentiche tratte da autori classici, non sono raccontate da un professore in cattedra, ma da un popolano appena appena “ciovile” e instrutto. Inutile quindi cercare la perfetta aderenza alla realtà storica. E se la leggenda e la storia sono talvolta travisate più o meno leggermente vuol dire che l’autore “ci ha marciato”, o per suggestione, o per pigrizia, o per comodità di rima. Ne chiede pubblicamente venia.

Bruno Broccoli

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ER DUBBIO

… rerum gestarum memoriae principis terrarum populi…
… il ricordo di ciò che fece il il popolo che signoreggiò il mondo…

(LIVIO, Storia di Roma, Prefazione)

– Questo che m’arricoconti, ce lo sanno
puro li regazzini de la scola,
però, Righe’, permetti ‘na parola?
Io, quanno ciarifretto, me domanno

si er romano, che annava in camiciola
puro d’inverno, e in segno de comanno
ciaveva in testa quella cazzarola,
era poi senza inghippo e senza inganno,

e se j’annava sempre tutto a cicio
come se legge drento li romanzi
tipo er « Quo Vadis », quello de Vinicio,

e se ‘sti superomini, ‘sti eroi,
erano poi davvero tutti ganzi,
oppure poveracci come noi!

* (altro…)