poesia dialettale

Ivan Crico, Seràie

Ivan Crico, Seraìe

La raccolta vincitrice del Premio Ischitella-Pietro Giannone 2018 è Seràie di Ivan Crico. Come componente della giuria, sono felice di riportare qui di seguito la nota dell’editore, Vincenzo Luciani, che contiene anche le motivazioni della giuria, la nota dell’autore, e una scelta di poesie dalla raccolta, pubblicata dalle Edizioni Cofine. Alcune di esse sono state tradotte anche in altre lingue e le traduzioni sono state presentate in occasione delle serate dedicate all’edizione 2018 del premio, il 1° settembre a Foce Varano e il 2 settembre a Ischitella sul Gargano. (Anna Maria Curci)

Nota dell’editore

Siamo lieti di pubblicare la raccolta inedita vincitrice della XV edizione del Premio nazionale di poesia in dialetto “Città di Ischitella-Pietro Giannone” 2018. Ivan Crico è risultato il vincitore di questa edizione, confermatasi su livelli di eccellenza, con la silloge Seràie nel sermo rusticus arcaico-veneto “bisiàc” del territorio di Monfalcone (GO).
Seconda classificata Patrizia Sardisco di Monreale (PA) con la raccolta in dialetto siciliano “ferri vruricati” (arnesi sepolti).
Terzo Giacomo Vit di Cordovado (PN) con la raccolta di poesie in friulano A tàchin a trimà li’ as (Cominciano a tremare le api).
La scelta dei vincitori è stata operata dalla Giuria dopo una selezione delle raccolte poetiche di dodici finalisti, di cui facevano parte, oltre ai tre vincitori, i poeti: Germana Borgini (dialetto romagnolo), Antonio Bux (dialetto di Foggia), Rino Cavasino (dialetto siciliano di Trapani), Alessandro Guasoni (dialetto genovese), Michele Lalla (dialetto abruzzese), Gianni Martinetti (dialetto di Cavallirio, NO), Lilia Slomp Ferrari (dialetto di Trento), Paolo Steffan (dialetto alto-trevigiano di Sinistra Piave), Pietro Stragapede (dialetto di Ruvo di Puglia, BA).
Nella motivazione della Giuria sull’opera vincitrice del Premio si legge: “I sorprendenti, convincenti ed esatti testi di Ivan Crico attingono alla cronaca, a storie lette sul web.Il risultato è l’incontro tra fatti accaduti, storie, drammatiche, reali e la resa in strutture poetiche fluide e assertive, evocative e di ampio spettro (linguistico, storico, antropologico). Ne deriva una Spoon River della contemporaneità, priva di ogni vizio retorico, di ogni indugio enfatico. L’incontro tra il “sermo rusticus arcaico-veneto” della zona di Monfalcone e le storie pescate con le reti, seràie appunto, di un occhio attento, reso acuto dalla volontà di dare voce a chi non ne ha, non ne ha mai avuta o non ne ha più, e reso pietoso da quella stessa tenace volontà, è riuscito. Crico tratta con grande maestria una materia incandescente piegando agevolmente il suo dialetto antico al racconto di drammi contemporanei, per dare voce alle vittime, esserne voce. La raccolta risulta di rara efficacia, compatta, dura nella materia, lieve nella lingua e umanissima. Seràie arriva dopo molti anni di silenzio editoriale: Crico si conferma poeta di talento, dalla sensibilità speciale, intima e sociale, di grande memoria degli uomini, di evidente pietas rerum”.
Rivolgiamo un non formale ringraziamento al Comune di Ischitella che con tenacia ha sostenuto un Premio divenuto sempre più punto di riferimento per i poeti delle altre lingue d’Italia.

Nota dell’Autore

Le “seràie” sono delle lunghe reti, disposte a semicerchio vicino alla riva, utilizzate dai nostri pescatori bisiachi del monfalconese per un tipo di pesca settoriale, molto nota in loco, detta “La Trata”.
Da anni, nel mare sconfinato del web, vado anch’io a mio modo a pescare, isolandole dal resto, tutte le notizie che riguardano storie di persone che in modi diametralmente diversi – con motivazioni dal punto di vista morale anche opposte – hanno scelto di sacrificare la propria vita per amore dei figli, dei propri concittadini, di chi con esse condivide la pena di diritti negati o un credo, per salvare una specie animale o una foresta. Questo anche per cercare di sottrarle ad una rapida sparizione sotto stratificazioni di materiali di ogni genere, complice un linguaggio, quasi sempre, non memorabile. Si parla qui soltanto di persone che sono realmente esistite e di fatti realmente accaduti(tutti facilmente rintracciabili in rete), spesso impiegando in forma poetica – con una tecnica simile a quella del “collage”, ma sempre finemente filtrate dalla mia sensibilità – le loro stesse parole o quelle di chi le ha conosciute o studiate.

Làsaro

Covért de sangue e pòlvar
ma vìu, Làsaro garzonet che te surtisse
de la bonbardada sepultura
de Alèpo. Ancòi

che la pàissa la par senpre
più luntana, ancòi che in don
’n’antro putel al à menà cun sì
la morte de là del cunfìn.

L’ora del giòldar ta l’ora più suturna
la se muda, ’ntant che l’ sigo de le sirene
de le anbulanse l’inpina al vènt.

Lazzaro – Coperto di sangue e polvere / ma vivo, lazzaro bambino che esci / dal sepolcro bombardato di aleppo. // ora che la tregua appare sempre / più lontana, ora che in dono / un altro bambino ha portato / la morte al di là del confine. // l’ora della gioia nell’ora / più buia si trasforma, mentre / il suono delle sirene / delle autoambulanze riempie l’aria.

Questa è la traduzione in tedesco di Làsaro:

Lazarus

Mit Blut und Staub bedeckt
aber lebendig, Lazarus, du Kind,
das aus dem zerbombten Grab
in Aleppo herauskommst. Jetzt,

da der Waffenstillstand immer weiter
entfernt scheint, jetzt, da ein anderes Kind
als Geschenk den Tod
über die Grenze gebracht hat.

Die Stunde der Freude wird zur dunkelsten
Stunde, während der Martinshorn
der Krankenwagen die Luft erfüllt.

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Francesco Indrigo, da “Nissun di nun/Nessuno di noi”

La pasiensa da la puisìa

Coma no vê dôl cuant ch’a ven
scjassàda, strassinada ta li’ plazis,
preàda, lustràda e laudàda
dai ciantors da li’ rimis.
Opùr tignùda in cont, travuardada
da ociàdis ordenaris in aulis
rimessadis. E po sglinghinaments
di bussùtis e incens sparnisàt.
Passàda tal tamès da capelans
studiàts o vint savoltant segnàt
cul det, a spissigâ li’ cuardis
da la calcolada dismintiansa.
La pasiensa da la puisìa a no conòs
viars. Epùr ‘i l’ài vidùda ta l’ultima
fila, li’ giambis a cavalot, i dets luncs
a polsâ tal grin e ridi cunt’un ‘pena,
‘pena lizierut scjàs dal seòn.

La pazienza della poesia
Come non provare compassione quando viene / strattonata, trascinata nelle piazze, / invocata, incensata e lodata / dai cantori delle rime. / Oppure preservata, protetta / da sguardi volgari in aule / damascate. E poi tintinnii / di ampolle e spargimento d’incenso. / Passata al setaccio da chierici / eruditi o additato vento perturbante / a pizzicare le corde / del calcolato oblio. / La pazienza della poesia non conosce / verso. Eppure l’ho vista nell’ultima / fila, le gambe accavallate, le lunghe dita / a riposare sul grembo e sorridere con appena / un lieve sobbalzo del sopracciglio.

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PoEstate Silva #53: Rosangela Zoppi, da “Fiore di stecco”

 

A Teta di Cervara

Dalle tegole macchiate di muschio
lo sguardo sale alla linea dei monti
poi torna docile in cima alla loggetta.
China sul suo pasto frugale
la vecchia gioca con le dita e la forchetta
che non raccoglie più abbastanza;
nei suoi modi sembra tornata
a un’infanzia diversa
dove giorno per giorno disimpara.
I raggi pietosi le sfiorano i capelli
raccolti sulla nuca di bambina
mentre la lunga fiaba della vita
volge lenta alla fine.

 

Quadretto

Escono a frotte,
nel pomeriggio infuocato,
i fanciulli,
spargendo manciate d’allegria
sulla strada deserta.
Al fragile vecchio che passa
risuona improvvisa la memoria
di lontani svaghi.

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PoEstate Silva #47: Maria Grazia Cabras, da “Bestiario dell’istante”

Mariposa

Tèndere s’arcu:
in cale diressione?
crèschere intro a unu focu
?

Farfalla e lume

Tendere l’arco:
verso quale direzione?
crescere dentro un fuoco
?

 

Anzonedda arcana

Míliu che lampizu
zubale d’umbras

Agnellina arcana 

Balenante belato 
giogo d’ombre

 

La carta la tana
la ratio contraria
Alice e lo speculum
nel viaggio combusto
capo-volti profili calchi abrasivi
orecchie in corsa
consola la selva smarrita

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PoEstate Silva #28: Luca Comoretto, da “Sternel”

 

Quei dela mé età i sta lì,
che i par neanca piombi.
I discóre, pò i bée ‘n póco de vin
e i deṡmentega o, pèṡo, i deventa òmeni
sól cól fià e ‘l baṡo dela bala.
Alóra sì che i parla volentiéri
par ṡmagràr él tempo,
tra ‘no sguardo anoià e l’altro,
de quésto o de quélo, dela festa
o de rivolusioni “par proàr”, de miṡèrie negre
o de pòri muli ṡbarcadi sensa vóia
in ‘stó ‘nferno diṡeredà.
Ma se te scólti bèn
l’è sempre ‘na riṡada drio l’altra,
‘na comprensión par finta,
parché no i è mia lóri a discórar
ma ‘sti tempi moderni
che i g’a mutà l’acqua ‘n piso
e la pietà ‘n una ciàcola strasa…

Quelli della mia età stanno lì, neanche sembrano sani./ Discorrono,
bevono un sorso di vino/ e dimenticano, o peggio, diventano uomini/
soltanto col fiato e il bacio dell’ubriachezza./ Allora sì che parlano
volentieri/ per far dimagrire il tempo,/ tra uno sguardo annoiato e l’altro,/
di questo e quello, di festa/ o di rivoluzioni tanto “per provare”, di
miserie nere,/ o di poveri muli sbarcati senza voglia/ in questo inferno
diseredato./ Ma se ascolti bene/ è sempre una risata dietro l’altra,/ una
comprensione per finta,/ perché non sono loro a discorrere/ ma questi
tempi moderni/ che hanno mutato l’acqua in piscio/ e la pietà in una
chiacchiera straccia…

 

‘Sto çiél insaonà de nùgole griṡe,
‘ste vie fate a ciòtoli e ciche sliṡe,
‘sta boca ‘mbombegà de suoni sensa saór…
L’è vérghene ‘l late ai ṡenoci de ‘sta cità
o i’è ‘ste róndene mate che le ciapa e le va…
L’è ‘l borbotàr de ‘n gomitolo che ‘l se désfa
o ‘n tòco de pan con rento ‘na piéra…
L’è vérghe scago e pantesàr, nel védar
che i ride de ‘n fiól có ‘n libro par man…

Questo cielo insaponato di nuvole grige,/ queste vie fatte a ciottoli e
mozziconi di sigaretta,/ questa bocca fradicia di suoni senza sapore…/ È
averne il latte alle ginocchia di questa città/ o sono queste rondini matte
che prendono e vanno…/ È il borbottare di un gomitolo che si disfa/ o un
pezzo di pane con dentro una pietra…/ È avere paura e boccheggiare, nel
vedere/ che ridono di un ragazzo con un libro per mano…

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Salvatore Bommarito, Cantunera sciroccu (rec. di Ombretta Ciurnelli)

 

Quando lo scirocco soffia a frevi dâ quarana
Cantunera sciroccu di Salvatore Bommarito

 

Non fa nemmeno sudare,
ma stringe dentro un pugno il cuore,
scaglia le rondini a rompersi contro la sciara […]
seminando sabbia africana in ogni piega della pelle e del suolo.
(Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore)

 

La poesia di Salvatore Bommarito evoca una Sicilia arcaica, sospesa tra realismo e trasfigurazione. Nella sua prima raccolta, Vinnigna d’ummiri (2012), il racconto poetico si condensa attorno alla notte di Ognissanti, quando, secondo una tradizione che risale ad antichi culti pagani, i defunti della famiglia tornano a visitare i vivi, lasciando doni ai bambini; mentre nella seconda opera, Cantunera sciroccu (2016), a dominare è lo scirocco che lega tra loro leggende, memorie e racconti.
Lo spirare di venti dominanti segna profondamente la cultura di una terra e può accadere che nell’immaginario popolare lo stato di prostrazione provocato dallo scirocco si colleghi a credenze e superstizioni. Nella poesia U sciroccu ca portàu me figghia un padre, affranto per la fuga della figlia, ne attribuisce la colpa allo scirocco, «nsurtusu a ciusciari a frevi dâ quarana» [insistente a soffiare la febbre della caldana] e il leggendario Colapesce, dal profondo degli abissi, lo sente n-capu [sul capo], mentre ai suoi piedi crepita l’altro fuoco. Altrove è «u re e ciùscia» [il re e soffia], sollevando il mare e scrivendo «littri a tutti/ e ’un c’è versu ’i fàrici calari a frevi» [lettere a tutti/ e non c’è verso di fargli diminuire la febbre]. In Cantunera sciroccu il caldo vento del deserto è richiamato da intense immagini che ne sottolineano la forza impetuosa, significando anche l’impotenza dell’uomo rispetto a destini ineludibili.
Al fuoco dello scirocco si collega anche la riflessione metapoetica. Nella lirica Palori ca ’un mi làssanu il poeta, per non perdere le parole e per avere da loro risposte, oltre a cunurtari [confortarle] o «dàrici a manciari/ farli trippiari» [dare loro da mangiare/ farle ballare], deve «jìrici appressu ntu focu du sciloccu» [andarci dietro nel fuoco dello scirocco]. È una concezione severa del fare poesia in cui si esprime anche il rapporto dell’Autore con il dialetto, lontano da tentazioni vernacolari e dalla ricerca di facili effetti. Le parole della poesia sono parole-memoria e accompagnano la nostra vita bisognose di cure. Possono essere dolci, come le memorie di un tempo passato, ma anche pesanti, «comu u chiummu/ pi tagghiarini a facci» [come piombo/ per tagliarci la faccia]. Bommarito vive la scrittura poetica in una condizione di umile e paziente attesa, come emerge nell’ultima lirica della raccolta, L’aju vistu fari, in cui attraverso la metafora della ricotta che non caglia, nonostante il fuoco, le cure e il riposo della notte, vuole significare che la poesia è come una creatura che «’un senti ammuttuna» [non sente solleciti], che «certi voti mancu l’arma ci abbasta» [certe volte nemmeno l’anima ci basta] e «sulu quannu ci cummeni assumma» [solo quando le conviene viene a galla] e «quasi ’un ci criremu quannu/ c’u mmiràculu…/ ni jinchemu i fasceddi» [e quasi non ci crediamo quando,/ col miracolo…/ ci riempiamo le fiscelle]. È un atto di fede «da non intendere in senso propriamente religioso, […] ma “laicamente umano”», come scrive Salvatore Di Marco nella prefazione alla raccolta.
Compito del poeta è non solo ricercare, curare e nutrire le parole, ma anche Arriciuppari ’u cuntu [Racimolare il racconto], come recita il titolo di una sezione di Vinnigna d’ummiri, e in tutto ciò il dialetto diviene forma e sostanza della memoria, nel continuo intrecciarsi di storie che compongono un ricco mosaico di umanità attraverso ricordi che testimoniano un rapporto intenso e profondo con le tradizioni e le leggende di cui si nutre la cultura popolare. (altro…)

Vincenzo Luciani, Straloche/Traslochi

 

Con Straloche/Traslochi Vincenzo Luciani compie un significativo passo in avanti nel suo cammino poetico, che si configura, come ho avuto modo di scrivere qualche tempo fa, come un avvincente romanzo di formazione in continuo divenire.
A proposito del riferimento al romanzo di formazione e al suo prototipo, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe, la cui versione originale portava il titolo significativo “ La vocazione teatrale”, non è un caso trovare in Straloche/Traslochi, che raccoglie poesie in lingua e in dialetto,  il componimento Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla scuola materna) per un futuro sul palcoscenico. Attore di prosa è dunque in tale contesto esemplare per visione e sentire che sottendono l’intera raccolta: l’umorismo e il rimpianto si mescolano, si saldano intimamente con straordinario equilibrio tra anelito e disincanto, tra nostalgia e distacco.
Già il titolo nel dialetto di Ischitella, Straloche, suggerisce, attraverso la singolare coincidenza tra il termine in dialetto, che rispetto all’italiano sposta in principio di parola la sibilante, e la forza evocativa che ne deriva, la condizione di straniamento, di spaesamento. Vincenzo Luciani si presenta, fedele al suo continuo moto (insieme ai suoi amici, Ultramaratoneti), obbligato o spontaneo, come io “spostato, sbalestrato” (Spustate: «Vengè, che si’ spustate?»), scombinato – nella più ricca delle accezioni, perché originale e autonomo – combinatore di passaggi, da un luogo all’altro, da una lingua all’altra, e di traslochi. Da quella condizione di spaesamento, che possiamo definire permanente, connaturata al dire, il poeta nomina e “va salutando” persone, cose, luoghi: «Alli cristiane, alli cunte e alli vanne/ ji gghjurne e gghjurne vaje salutanne/ che jè l’utema vota/ fortè che li cunfronte/ e u statte bbone mò/ jè pe sempe/ e lu sacce.»
Il filo conduttore, quello del commiato, è un universale poetico. Recentemente – menziono due titoli che mi stanno a cuore – ne hanno trattato, nella poesia italiana contemporanea, Mariapia Quintavalla, tra l’altro in Stiamo facendoci un sacco di saluti, e Francesco Tomada in Portarsi avanti con gli addii. Il commiato in Straloche/Traslochi induce il poeta Vincenzo Luciani a riflettere sulla propria esistenza come umano tra gli umani e sulla propria poesia, con uno sguardo che è allo stesso tempo reso dagli anni più incerto nel riconoscere e dalla saggezza, invece, più acuto nel leggere tra le righe. I nuclei centrali di questa riflessione si stringono l’uno all’altro, rafforzandone efficacia e chiarezza dell’enunciato,  tanto da non volere, da non potere essere separati.
La stessa opera poetica viene riletta alla luce dei cambiamenti portati dai traslochi, come avviene in Spaesamento, il cui attacco si ricollega esplicitamente alla raccolta del 1985  Il paese e Torino, nella quale già trovavano espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, “il bene”), il combattimento in perdita con il tempo che scorre: «Dovessi riscrivere il libro/ non più Il paese e Torino titolerei/ ma I due paesi e Torino, anzi i paesi sono tre/ Valfenera, Ischitella, e più ancora Tor Tre Teste paese di Roma/ dove ho camminato per cento-/quarantotto stagioni.».
Colpisce la mescolanza di leggerezza – si legga understatement, autoironia –  e profondità di cui si nutre il modo dell’autore di porsi dinanzi al tema della morte. L’amicizia, l’amore, “il bene” e l’interrogazione sull’altrove,  dove “A uno a uno se ne vanno” tante persone care, si fondono in un’unica espressione, alla quale il dialetto conferisce la forza di una poesia che proprio con quell’idioma andava detta, ché in lingua per alcuni termini troveremmo soltanto pallidi equivalenti: «A une a une ce ne vanne/ a n’ata vanne. Chi u sape/ se e donne/ ce trova dd’ata vanne. Sckitte/ ji sacce che mo/ che te jesse truanne/ ji nun te trova cchiù/ che si trasciute ntu monne/ d’i nocchiù.».
Una mescolanza di natura affine caratterizza la resa linguistica, con un rispetto vissuto e intessuto di esperienze per la parola-dimora. La mente si sposta e abbraccia. Le “case-motto” a lungo cercate si ritrovano qui, mescolate tra lingua e dialetto: traine (traìno, carretto), paponne (con una straordinaria vicinanza al Popanz tedesco, è il babau, lo spauracchio), incantate (per il disco rotto). Vincenzo Luciani inserisce parole forgiate dall’uso locale, come  “tuppo” e “morra” in poesie in italiano: è un plurilinguismo che arricchisce la lingua della poesia, mai un esotismo a buon mercato, un inserto, una gala a mero scopo decorativo.

© Anna Maria Curci

 

Spustate*

Vengè, che si’ spustate?
Scì, nun sule spustate
ma pure spatriate
e sbalijate,
u core ziche ziche sgracenate
addulurate
murtefecate.
E scasate

SPOSTATO – Vincenzo sei spostato?/ Sì non solo spostato/ ma pure spatriato/ e sbalestrato,/ il cuore ridotto a pezzettini/ addolorato/ mortificato.// E traslocato.

* nel doppio senso di senza luogo e senza cervello.
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Francesco Sassetto, Xe sta trovarse (Samuele Editore, 2017)

sassetto xe sta trovarse

Saper raccontare l’amore nel moto delle piccole cose, dei minimi, gesti; saper raccontare l’amore non innamorato di sé, ma quel sentimento vero che mette alla prova chi ha già vissuto l’esperienza d’amore e ora la vive con nuova forza, anche con entusiasmo, sicuramente con maggiore consapevolezza, superando le difficoltà quotidiane che tolgono tempo all’amore. E così il sentimento si ritrova negli oggetti, nelle pietre e nelle rincorse di calle in calle, in quella città che troppo spesso per cliché fa da sfondo all’amore: Venezia. Ma Francesco Sassetto è veneziano, e Venezia non è uno sfondo, come sa chi di Sassetto ha letto le poesie di Stranieri (Valentina Poesia, 2017); la città è pulsante quanto il sentimento d’amore, e lo è sin nella lingua scelta per queste poesie, quel dialetto veneziano vivo e ancora vivace, scelto nella sua variante più contemporanea, perciò sfrondato di ogni vezzo letterario; quel dialetto che immediatamente fa pensare alla poesia del muranese Andrea Longega.
Solo sette poesie compongono Xe sta trovarse (Samuele Editore, 2017), la più recente pubblicazione di Francesco Sassetto; un piccolo ciclo, un minuto canzoniere d’amore. Una ‘catena’ di componimenti d’amore che raccolgono in sé la profonda conoscenza del genere erotico da parte del poeta, che non ha certo bisogno di presentazioni.
In anni di poesia preconfezionata, e pronta a dire al lettore (quale?) ciò che vuole o vorrebbe sentirsi dire, poesie come queste danno l’idea di un altro versante della poesia che vede ancora il poeta disposto a spogliarsi di ogni abito e raccontare, testimoniare in versi la vita per ciò che è, non nascondendo qualche desiderio per il futuro, perché l’amore è anche un continuo guardare avanti, proiettare sé stessi in quel domani infinito, tempo dilatato dell’amore. Ma Sassetto ci tiene ancorati al presente, ci chiede – perché l’ha chiesto a sé prima che agli altri – di guardare il quotidiano con gli occhi di un innamorato maturo, e chiede di ascoltare le parole scarne di quest’amore, che non inventa immagini memorabili; no!, si àncora ai gesti minimi che valgono più di un “ti amo” abusato, perché il poeta porta sulla carta l’amore quasi insperato, quello che colpisce due adulti che per un attimo, forse, prima di incontrarsi, avevano anche smesso di credere che la vita – o il fato – avesse riservato loro un nuovo dardo, e che ora si sono messi a costruire il proprio domani con quelle pietre che calpestano ogni giorno per rincontrarsi nelle proprie stanze. È un sentimento reale, domestico (mi si passi il termine), questo raccontato da Sassetto; un sentimento nel quale non è difficile ritrovarsi un po’ tutti.

© Fabio Michieli

Xe sta trovarse

par caso o chissà, xe sta vèrzar un buso
fra grumi de spini e bronse ancora
infogàe, rifarse, ris-ciàr, lassàr
le cale da far ogni giorno vardando le pière
el vodo de le sere senza man né parole,
la tristessa ingropàda ne l’ànema
come ’na sorte
un destìn inciodà dentro in gola.

E contarse a tochi, a bocòni, sinquant’ani passài
ne l’ora che i bar se destùa, le ombre se slonga
e coverze i oci, le man se serca
par dir qualcossa che la vose no dise.

E po’ métar pian un matón sora l’altro e semento
e védar che tien, che vien su
e ’ndàr insieme par i campi
svodài de un genaio ingelà, tra basi e barufe,
e ’ndàr vanti, scampàr indrìo e po’ ’ncora vanti

e ’na to magiéta nel comò a casa mia gera za el sogno
belo de ’na vita nova che ciapava fià, ’na promessa
par tuti i giorni a vegnìr
tuto el tempo che resta.

E ti ridevi alòra e ridevo anca mi come ride
i putèi a ’na festa.
E desso mi e ti a caminàr su la Riva a vardàr
le Grandi Navi che passa e i foresti
che ride e ghe fa le foto, ’sta nostra cità
desfàda da la furia de i schèi

e tornàr casa par le cale sconte, le man strete
ne le man a no pèrdar i passi nel scuro,
tegnìrse saldi qua che tuto bala imbriàgo

ma a volte se verze slarghi impensài
che s-ciàra i oci de luse improvisa
e te dise la strada
come solo la vita sa far. (altro…)

Vincenzo Mastropirro, Notturni

 

Vincenzo Mastropirro, Notturni, Terre Sommerse, Roma 2017

Musicista e poeta che si è distinto per le sue raccolte in dialettoVincenzo Mastropirro torna alla poesia in lingua italiana (ricordo Nudosceno, LietoColle 2007) in questa raccolta dal titolo programmatico, Notturni, che a sua volta si divide in quattro sezioni, Notturni, Notturni bisbigliati, Notturni urlati, Notturni masticati. Sono poesie che rimandano ad altrettante composizioni musicali, a “notturni”, appunto, di riflessione e meditazione sull’esistenza, sulle esistenze e sulle loro manifestazioni, a “notturni” di contemplazione, così come di constatazione. La parola poetica spicca il volo, coinvolge e convince là dove essa riesce a creare nuove armonie, là dove, per riprendere una poesia di Mastropirro di qualche anno fa, che considero un vero e proprio manifesto, «il fiato si accarna» e «ogni vibrazione diventa musica». Prende quota anche la “giusta collera”, l’urlo di chi è «livido di livore», lo sdegno dinanzi ai massacri perpetuati da umani su umani: ne è un esempio la poesia dedicata a Stefano Cucchi.
Il dialetto di Ruvo, quell’idioma refrattario a ogni forma di addomesticamento, e, come tale, avvertito come baluardo a qualsiasi finzione, per quanto allettante possa essere la finzione, a qualsivoglia «lingua infradiciata», torna tuttavia nella sezione conclusiva, in quei Notturni masticati nei quali le considerazioni della madre e sulla madre del poeta, rigorosamente e ‘necessariamente’ rese in ruvese (nel concetto di necessità si fondono i dati biografici e l’intenzionalità etica alla quale si è appena accennato), si approfondiscono e si ampliano per abbracciare i temi cari a Vincenzo Mastropirro: tempo e contro-tempo, tempo come cornice e limite delle vicende, contro-tempo come scontro e confronto con la morte.

© Anna Maria Curci

 

Quando un flauto suona melodie impensabili
il ritorno dello spirito è a portata di mano.
Lo vede anche un bambino che sa di musica pura
lo sente un vecchio che le ha cantate in un’altra vita
le ascolto anch’io che non so nulla di nulla
e abbraccio il suono per questo miracolo eterno.

 

Ri-annuso vecchie fotografie
e vedo l’ingiallimento della carta
nella camera oscura. Morta.
Acidi e colori disegnavano facce.
Lo sbiadimento tiene ancora. Ora
tutti inciampano nelle crepe dei volti
e nello spazio della memoria
si addensano finte apparenze. (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #8: Emilio Rentocchini

Manuel Cohen, A mezza selva #8: Emilio Rentocchini

Il posto riservato alla poesia di Emilio Rentocchini è in prima linea o fila, nell’ideale parterre o Pantheon della produzione italiana contemporanea. Se in alcuni casi di autori neodialettali è dato di cogliere una differente qualità o tenuta tra versione in lingua e testo in neo-dialetto, nel caso dell’autore di Sassuolo le due versioni si eguagliano per congruità di lingua, di ritmo e accenti. Il fatto è riscontrabile anche a livello di sonorità; le due versioni hanno dunque pari dignità come accade per i migliori neodialettali del Novecento: Pasolini, Scataglini, Baldini. Possiamo dunque affermare che Rentocchini opera nell’ambito di una sostanziale, costitutiva diglossia. Non casualmente l’autore assembla le proprie raccolte ponendo su di uno stesso livello di pagina le due versioni (in alcuni casi sono speculari, o specularmente concatenati o intercambiabili, e, in un gioco di specchi e rispecchiamenti, dialogano anche alternandosi con alcune prose o semiprose, come accade ad esempio in Giorni in prova), non lasciando in basso, come da prassi, la versione in lingua ai margini della versione princeps in dialetto. Questo va sottolineato per il lettore, poiché in questa sede, per esigenze di impaginazione e tipografiche si è stati costretti a ridurre la parte in lingua in corsivo ai piedi del testo. A memoria, si annoverano rari, rarissimi esempi di autori che nell’ultimo secolo hanno praticato l’ottava: uno, sicuramente, su tutti, è stato Sanguineti, abilissimo nel riuso e rivelatosi ottimo rimatore. La parte più considerevole del lavoro di Rentocchini, fatta eccezione per alcuni testi delle plaquette iniziali, e per Del perfetto amore interamente scritto in sonetti, è infatti costituita da un coerente corpus di ottave, i cui riferimenti e le cui ascendenze, va da sé, vanno più indietro nel tempo. Richiamano infatti a memoria l’ottava di tradizione ariostesca, autore accomunato da una medesima radice emiliana: ovvero un’ottava epica e poematica; e possiamo in tal senso leggere Ottave come un tentativo di poema, concettualmente almeno, o come poema concettuale (che attraversa le epoche tutte e gli ismi del Novecento, che apre pagine su attualità e realia, che sfida la forma-pensiero, e il pensiero poetante, che si fonda sull’immanenza dei nomi e delle cose, e tuttavia riguarda l’impermanenza delle esistenze e dei destini, individuali e collettivi, privati e pubblici) dal momento che le ottave del nostro non sono narrative, ma rievocano una più arcaica morfologia di ottava lirica (o assoluta). La scommessa di Rentocchini va in direzione del riuso della forma chiusa, e nella pratica di una infinita potenzialità, e variazioni, possibili all’interno di una gabbia metrica e strofica. Autore tra i più raffinati, Rentocchini lavora incessantemente sulla lingua. Un laboratorio fruttuoso e sorprendente di procedimenti e soluzioni; si pensi al ricorso all’iterazione e alle catene allitteranti, che si risolve spesso in un cantabilissimo, eufonico bisticcio a forte unità tonale: si leggano, qui di seguito, le ottave 1, 9, 12 e 38. Ma non si tratta tanto di abilità esibita, quanto piuttosto di ricerca continua, in direzione di un affinamento di suoni e di sguardo, nell’ottica di una naturalezza classica e adamantina della voce, da conquistare attraverso la più feriale delle parlate: quella locale, dialettale, innestata a una cultura letteraria alta e altra. (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #6: Tolmino Baldassari

Il gabbiano oltre il vetro. La poesia di Tolmino Baldassari

L’esordio in volume di Tolmino Baldassari (1927-2010), uno tra i massimi poeti lirici degli ultimi decenni, avviene in età avanzata con la raccolta Al progni sérbi (Le prugne secche, 1975), scritta, come i successivi volumi di versi, nella lingua madre dell’area ravegnana, precisamente nella varietà di Castiglione di Cervia, dove l’autore era nato. Baldassari approda alla poesia edita tardivamente, alla soglia dei cinquant’anni, dopo aver maturato esperienze in vari ambiti culturali e lavorativi. Da autodidatta si era infatti nutrito di ampie letture di poesia europea, e aveva lavorato come meccanico, bracciante e sindacalista. Della sua formazione letteraria e delle implicazioni sociopolitiche, si avvertono echi, più segnatamente nelle prime raccolte, almeno fino a La néva, poesie 1974-1981 (1982), un’opera in parte antologica e riassuntiva della prima fase poetica, in cui l’autore sperimenta i vari registri del frammento lirico, dell’epigramma, del poemetto, o della filastrocca popolare per la quale la critica lo ha inizialmente accostato a Neruda, e in cui si segnalano i legami con la linea romagnola di Pascoli, con le due polarità della tradizione dialettale marcata dai paradigmi di Aldo Spallicci e di Olindo Guerrini, oltre alle molteplici, fruttuose ascendenze con la maggiore poesia italiana del Novecento: in particolar modo Montale e Sereni, con la modernità dolente di Leopardi, ma anche con la lirica risentita e sociale di Espriu, con la poesia civile di Lorca (con ogni probabilità l’autore più amato e più vicino ai neo-dialettali del Secondo Novecento), e con la lirica tragica di dimensione europea di Rilke e Trakl.
Le esperienze lavorative e di vita di Baldassari affiorano nei ritratti di personaggi del primo libro, una sorta di Antologia di Spoon River romagnola, con una particolare attenzione alla condizione degli ultimi, o degli umili. Esistenze che si rivelano nella loro natura di ombre, in transito o di passaggio, come quelle fulmineamente tratteggiate con le scarne parole di In fila (La campâna, 1979) che rialludono sapientemente ai versi di La colonna, e alla «tratta d’anime e di spoglie» del poeta Mario Luzi. Una attenzione ai deboli, agli indifesi, che potremmo dirla una costante, una discreta presenza disseminata in tutta l’opera a cui non sono estranee le origini, modeste e rurali, dello stesso Baldassari, che tradiscono la ‘soggezione’ di entrare in punta di piedi in casa di ‘signori’, come ci racconta in Int una ca d’sgnur (in I vìdar, I vetri, 1995). Esperienze che si ritrovano inoltre nella «tonalità gnomico-sentenziosa (specie negli epigrammi, n.d.r.) sostenuta da una appassionata carica morale e civile» (Brevini). Istanza che nelle opere successive verrà smussata nei modi e nei toni, fino al punto da risultare accantonata quasi per intera la originaria valenza ideologico-politica, per connotarsi vieppiù di una irredimibile e più connaturata pronuncia esistenziale e filosofica: di autentica pietas rerum, di comunanza di condizione, di condivisione di pene o sofferenza, umana e creaturale, estesa com’è infatti, nel pensiero dell’autore, a ogni forma di vita animale e vegetale del pianeta, e del cosmo. (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #3: Vincenzo Mastropirro

Mastropirro: Per una geografia o ritratto (paradossale) del Tempo

La naive s’è squagghiòte
e u munne è sèmbe cure.

U incande è svanèite
e u sciuche è specciòte.

[La neve s’è sciolta/ e il mondo è sempre quello.//
L’incanto è svanito/ e il gioco è finito.]

(Vincenzo Mastropirro)

Per sommi capi, possiamo scrivere che la vita quotidiana di Vincenzo Mastropirro, compositore di musica e concertista che solca i palcoscenici internazionali, si divida tra tre località: Bitonto, Bisceglie e Ruvo di Puglia. Bitonto è un popoloso comune a vocazione agricola, dove è ancora possibile degustare formaggi e latticini autoctoni di inestimabile bontà. Il comune, che ha superato i 55.000 abitanti, è inserito nella Città Metropolitana di Bari. Sin dal XIII secolo è conosciuto per la produzione olearia, ed è noto come ‘Città degli ulivi’, ed è ricco di testimonianze artistiche, a partire dalla Cattedrale del XII secolo in stile romanico pugliese. Si trova nell’immediato entroterra, a soli due chilometri dal mare.
In mezz’ora d’auto, percorrendo la Statale 16, il nostro arriva a Bisceglie, città in cui lavora. Si tratta di una città splendida di oltre 55.000 abitanti, un insediamento umano risalente al Paleolitico, come lo è Bitonto e un po’ tutta la vasta zona, ed è situata al centro di un’area densamente abitata, legata a nord alla città di Trani e a sud a Molfetta. Bisceglie è un insediamento umano antichissimo, caratterizzato in architettura dalla predominanza del bianco, per via della pietra, nota come ‘pietra di Trani’, usata per erigere le abitazioni, i monumenti, le chiese e i palazzi più prestigiosi della sua storia. La città portuale, murata e fortificata, è adagiata sulla costa adriatica del Mezzogiorno, felicemente contaminata nei secoli dalle culture, dalle lingue e dalle religioni che arrivavano dal mare: dai greci che la colonizzarono, ai longobardi, ai normanni, agli svevi. Inoltre è attraversata dalla via litoranea che ne ha favorito i collegamenti, gli scambi e i commerci sia con il sud delle Puglie sia con il nord della regione e del Paese tutto. A Bisceglie il nostro autore è riconosciuto e stimato, sia per la sua professione di compositore e di insegnante di musica, sia per le molteplici attività artistiche che lo vedono protagonista attivo della scena culturale cittadina e d‘oltreconfine. Parimenti è un apprezzato autore di poesia in lingua italiana e in dialetto. Possiamo anche dire che la parte preminente sia rappresentata dall’opera in dialetto. Il dialetto, meglio, la lingua adottata per i suoi versi, è quello materno (ruvido e aspro per dittongazione e per parole tronche, al contempo morbido ed elastico grazie alle vocali aperte e musicali) del paese d’origine dei genitori: Ruvo di Puglia.
Ruvo si trova nell’entroterra collinare, inserito nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia, a pochi chilometri dalla costa biscegliese. Da questo antico borgo rurale di grande e strategica ricchezza terriera, che oggi consta di oltre 25.000 abitanti, si gode di un’aria mite e di una lieve brezza che dà sollievo nelle afose giornate estive. Affacciandosi dalla verde terrazza panoramica della Villa Comunale, è possibile avere una visione panottica dell’agro e delle colline, amorevolmente coltivate a frutteti e a oliveti, morbidamente digradanti fino alla costa: fino all’azzurro più intenso dell’Adriatico. Dalla sommità della collina e dall’ampiezza del mare vengono i versi ariosi e, spesso, incoercibilmente imperiosi e musicali di Mastropirro.
È come se la visione del paesaggio, il suo connaturato disporsi panoramico, favorisse la riflessione, tuttavia mai pacificata e mai oleografica o rassicurante come accade per tanti topoi o luoghi cari ai dialettali, di continuità e di mutamento dell’essere: dell’essere nel tempo. Questo dato è già rilevabile nei tre libri di poesia precedenti, ma qui, in Timbe-condra-Timbe diviene fatto chiaro e ineludibile, qui acquista forza perentoria, diremo pure, definitiva. Così il pensiero del tempo diviene un felice ossesso, un fil rouge rintracciabile di libro in libro, di verso in verso, di vissuto in vissuto. Non sarà un caso infatti se, a un rapido spoglio e a una più rapida presentazione di prelievi testuali dai tre libri precedenti, è dato di rilevare la centralità del tema che assume la valenza di vera e propria coordinata fondamentale o invariante dei testi. Già ad altezza dell’opera prima in lingua italiana, Nudosceno (LietoColle, 2007) è infatti riscontrabile in frequenza il nucleo tematico anticipato e viepiù declinato: «[…] guardo/ cum’ pass u’ timb… (come passa il tempo…)// il futuro non dà tregua// La vita che ti spetta dilata il tuo spazio. La vita che mi resta/ non giova più a nessuno» (Nudosceno, p. 12); oppure: «Scorre il tempo in malo modo/ […] A stento/ torna il sereno/ e il tempo scorre/ nel profondo dell’onda/ morte e resurrezione/ rallentano il quotidiano/ e il tempo scorre» (ivi, p. 54); o ancora, con accentuata valenza polisemica, oscillando tra tempi di una partitura musicale e tempo presente, reale e concreto: «[…] // I tempi hanno i loro tempi/ se è quattro quarti è così/ se undici ottavi va bene lo stesso.// Ora non c’è più tempo/ la babele arranca e il seguito striscia/ ora, non c’è più tempo» (ivi, p. 59). Oppure, con l’uso dei tropi, il tempo si fa metafora del tempo: La machene du timbe (La macchina del tempo): «La machene du timbe ésiste.// nescìune se pote gavetò/ da la machene du timbe/ quanne se mìétte a dèisce veretò» («La macchina del tempo esiste.// Nessuno si può sottrarre/ alla macchina del tempo/ quando si mette a dire verità»; Tretìppe e martìdde 2.0, pref. di L. Metropoli, nota di F. Marotta, Secop, Corato 2015).
Quest’ultimo esempio testuale introduce uno degli elementi meglio caratterizzanti la poesia di Mastropirro: è il dato di icasticità, spesso accompagnato a una visione simbolica altra, o sghemba, analogica o metaforica, irridente e desultoria dell’esistenza e a un continuo esercizio di surrealtà. Spesso si tratta di una visione che ha le sembianze naturalistiche rassicuranti, in quanto legate a un mondo di esperienza concreta e fisica, o legate a modi di dire propri dell’oralità di appartenenza (si leggano nel libro le molte espressioni comuni, le frasi idiomatiche, i mezzi detti, i ritornelli o massime popolari), a modi di pensare propri della società rurale (condensati in apologhi, sentenze e più ironici lazzi) o comunque del proprio mondo di riferimento o Koinè; e tuttavia sono visioni che insinuano germi e geni di natura sempre altra, che covano e producono soluzioni inedite, imprevedibili e paradossali. Risulteranno centrali nella riflessione sul tempo, da intendere nelle sue più svariate accezioni di tempo biologico, interiore, atmosferico, storico e musicale, ovvero legato alla ritmologia dei suoni, alla sua percussività ritmico-prosodica, a tutta una complessa e mai esibita fitta rete di corrispondenze e riprese sonore, di anafore, di ripetizioni, di catene allitterative. Sovente si riscontra infatti un continuo riferirsi o alludere ai tempi e alle pause ritmiche della musica, fino alla sovrapposizione degli elementi suono-tempo in luogo di uno spazio-tempo, come in questo prelievo dalla raccolta del 2013: «Quanne u fiote s’accarne/ ogne vibrazione devènde museche// da dà, camèine, scappe e po’ abbuaisce/ patrune-e-suotte, du timbe e du sune» («Quando il fiato s’accarna,/ ogni vibrazione diventa musica// da lì, cammino, corro e poi volo/ padrone e schiavo, del tempo e del suono»; Poésia sparse e sparpagghiote, pref. di N. Pice, postfaz. di A.M. Curci, CFR, Piateda 2013»). Non appaia al lettore un presuntuoso arbitrio se lo invitiamo a leggere due nostri precedenti interventi dedicati alla poesia dello scrittore di Ruvo, uno apparso sul Litblog «La Dimora del tempo sospeso», Il refrain libero e civile di Vincenzo Mastropirro, e l’altro su «Versanteripido»,  7 poeti del sud: Vincenzo Mastropirro (Puglia). (altro…)