Il demone dell’analogia #26: Dimore

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano.»
Mario Praz

la Giudecca di Trani (foto di Dina Carruozzo Nazzaro)
Dimore

 

Mura

Senza riguardo, pudore, compassione
mi han costruito alte mura tutt’intorno.

E ora sto qui seduto a disperarmi.
Non penso ad altro: mi rode questa sorte;

perché avevo da fare molte cose fuori.
Mentre la costruivano, come non mi accorsi?

Non udii mai strepiti e voci di muratori.
Inavvertitamente mi hanno escluso dal mondo.

da Poesie scelte di Konstantinos Kavafis
(traduzione di Nicola Crocetti)

 

Le dimore

Ogni ritiro è foglia
e linfa, e sudore
su palmi, meticci.
Non mi appartengono
quei palmi, né le mani.
E dimorano nei miei polmoni
ossigeni altrui.

Trovo riposo in cucine,
tra odori di spezie
inusuali.
E suoni di lingue
sconosciute
cullano il ricordo
di me bambino.

Il luogo del mio ritiro è dove
il mio nome non varca soglia.
Perché fu nella lingua dei miei avi
che il palato di mio padre
pronunciò quel nome,
luce rifiutata
d’un seme di coscienza.

Inedito di Sergio Daniele Donati

 

Ormai aspirava semplicemente a crearsi – pel proprio piacere, non più per sbalordire altrui – un interno provvisto di ogni comodità, eppure messo in modo non comune; a formarsi un nido singolare e tranquillo, adatto ai bisogni della futura solitudine.
Quando l’architetto cui l’aveva affidata, gli consegnò la casa allestita di tutto punto in conformità dei suoi piani e desideri; quando non restò più che fissarne l’arredamento e la decorazione; daccapo egli riprese a suo agio in esame tutti i possibili colori e le loro gradazioni.
Voleva dei colori che si affermassero alla luce delle lampade; poco importava che alla luce del giorno risultassero sfacciati o scialbi.
Quasi solo di notte viveva, stimando che di notte in nessun luogo si stava bene come in casa, in nessun luogo era più solo e che l’anima non spiccava il volo e non fiammeggiava che nell’immediata vicinanza dell’ombra. Trovava pure un particolare godimento a restare in una camera bene illuminata, desta e all’erta essa sola, tra tante case piene di buio e di sonno; godimento in cui entrava forse una punta di vanità; compiacimento affatto egoistico, che conosce chi lavora sin tardi, quando alzando le tendine della finestra, constata che tutto intorno a lui è spento, tutto è muto, tutto è morto.

da Controcorrente di Joris-Karl Huysmans
(traduzione di Camillo Sbarbaro)

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