Traduzioni

Ivan Crico, Seràie

Ivan Crico, Seraìe

La raccolta vincitrice del Premio Ischitella-Pietro Giannone 2018 è Seràie di Ivan Crico. Come componente della giuria, sono felice di riportare qui di seguito la nota dell’editore, Vincenzo Luciani, che contiene anche le motivazioni della giuria, la nota dell’autore, e una scelta di poesie dalla raccolta, pubblicata dalle Edizioni Cofine. Alcune di esse sono state tradotte anche in altre lingue e le traduzioni sono state presentate in occasione delle serate dedicate all’edizione 2018 del premio, il 1° settembre a Foce Varano e il 2 settembre a Ischitella sul Gargano. (Anna Maria Curci)

Nota dell’editore

Siamo lieti di pubblicare la raccolta inedita vincitrice della XV edizione del Premio nazionale di poesia in dialetto “Città di Ischitella-Pietro Giannone” 2018. Ivan Crico è risultato il vincitore di questa edizione, confermatasi su livelli di eccellenza, con la silloge Seràie nel sermo rusticus arcaico-veneto “bisiàc” del territorio di Monfalcone (GO).
Seconda classificata Patrizia Sardisco di Monreale (PA) con la raccolta in dialetto siciliano “ferri vruricati” (arnesi sepolti).
Terzo Giacomo Vit di Cordovado (PN) con la raccolta di poesie in friulano A tàchin a trimà li’ as (Cominciano a tremare le api).
La scelta dei vincitori è stata operata dalla Giuria dopo una selezione delle raccolte poetiche di dodici finalisti, di cui facevano parte, oltre ai tre vincitori, i poeti: Germana Borgini (dialetto romagnolo), Antonio Bux (dialetto di Foggia), Rino Cavasino (dialetto siciliano di Trapani), Alessandro Guasoni (dialetto genovese), Michele Lalla (dialetto abruzzese), Gianni Martinetti (dialetto di Cavallirio, NO), Lilia Slomp Ferrari (dialetto di Trento), Paolo Steffan (dialetto alto-trevigiano di Sinistra Piave), Pietro Stragapede (dialetto di Ruvo di Puglia, BA).
Nella motivazione della Giuria sull’opera vincitrice del Premio si legge: “I sorprendenti, convincenti ed esatti testi di Ivan Crico attingono alla cronaca, a storie lette sul web.Il risultato è l’incontro tra fatti accaduti, storie, drammatiche, reali e la resa in strutture poetiche fluide e assertive, evocative e di ampio spettro (linguistico, storico, antropologico). Ne deriva una Spoon River della contemporaneità, priva di ogni vizio retorico, di ogni indugio enfatico. L’incontro tra il “sermo rusticus arcaico-veneto” della zona di Monfalcone e le storie pescate con le reti, seràie appunto, di un occhio attento, reso acuto dalla volontà di dare voce a chi non ne ha, non ne ha mai avuta o non ne ha più, e reso pietoso da quella stessa tenace volontà, è riuscito. Crico tratta con grande maestria una materia incandescente piegando agevolmente il suo dialetto antico al racconto di drammi contemporanei, per dare voce alle vittime, esserne voce. La raccolta risulta di rara efficacia, compatta, dura nella materia, lieve nella lingua e umanissima. Seràie arriva dopo molti anni di silenzio editoriale: Crico si conferma poeta di talento, dalla sensibilità speciale, intima e sociale, di grande memoria degli uomini, di evidente pietas rerum”.
Rivolgiamo un non formale ringraziamento al Comune di Ischitella che con tenacia ha sostenuto un Premio divenuto sempre più punto di riferimento per i poeti delle altre lingue d’Italia.

Nota dell’Autore

Le “seràie” sono delle lunghe reti, disposte a semicerchio vicino alla riva, utilizzate dai nostri pescatori bisiachi del monfalconese per un tipo di pesca settoriale, molto nota in loco, detta “La Trata”.
Da anni, nel mare sconfinato del web, vado anch’io a mio modo a pescare, isolandole dal resto, tutte le notizie che riguardano storie di persone che in modi diametralmente diversi – con motivazioni dal punto di vista morale anche opposte – hanno scelto di sacrificare la propria vita per amore dei figli, dei propri concittadini, di chi con esse condivide la pena di diritti negati o un credo, per salvare una specie animale o una foresta. Questo anche per cercare di sottrarle ad una rapida sparizione sotto stratificazioni di materiali di ogni genere, complice un linguaggio, quasi sempre, non memorabile. Si parla qui soltanto di persone che sono realmente esistite e di fatti realmente accaduti(tutti facilmente rintracciabili in rete), spesso impiegando in forma poetica – con una tecnica simile a quella del “collage”, ma sempre finemente filtrate dalla mia sensibilità – le loro stesse parole o quelle di chi le ha conosciute o studiate.

Làsaro

Covért de sangue e pòlvar
ma vìu, Làsaro garzonet che te surtisse
de la bonbardada sepultura
de Alèpo. Ancòi

che la pàissa la par senpre
più luntana, ancòi che in don
’n’antro putel al à menà cun sì
la morte de là del cunfìn.

L’ora del giòldar ta l’ora più suturna
la se muda, ’ntant che l’ sigo de le sirene
de le anbulanse l’inpina al vènt.

Lazzaro – Coperto di sangue e polvere / ma vivo, lazzaro bambino che esci / dal sepolcro bombardato di aleppo. // ora che la tregua appare sempre / più lontana, ora che in dono / un altro bambino ha portato / la morte al di là del confine. // l’ora della gioia nell’ora / più buia si trasforma, mentre / il suono delle sirene / delle autoambulanze riempie l’aria.

Questa è la traduzione in tedesco di Làsaro:

Lazarus

Mit Blut und Staub bedeckt
aber lebendig, Lazarus, du Kind,
das aus dem zerbombten Grab
in Aleppo herauskommst. Jetzt,

da der Waffenstillstand immer weiter
entfernt scheint, jetzt, da ein anderes Kind
als Geschenk den Tod
über die Grenze gebracht hat.

Die Stunde der Freude wird zur dunkelsten
Stunde, während der Martinshorn
der Krankenwagen die Luft erfüllt.

(traduzione di Anna Maria Curci)

(altro…)

Andrej Al-Asadi, Poesie

Foto di ©Toshe Ognjanov

 

POESIE SCELTE DI ANDREJ AL-ASADI (Macedonia)

Traduzione dal macedone all’italiano di Nataša Sardžoska e Ana Senčić

 

DUE BATTAGLIE

Con uno sguardo latteo mi bevi
La corrente d’aria dalle ossa
Chiudi gli occhi
E ti corichi sulla terra calda
Mite
Per prendere fiato
Prima dell’ultima battaglia
Con me fino all’alba
Quando le talpe balleranno sotto la luna chiara
Io ti colmerò di un freddo denso
Per l’ultima volta
Prima di partire per non tornare mai più
Tu fatti forza
E perdona…

Две борби

Со млечен поглед ми ја пиеш
Промајата од коски
Затвораш очи
И врз топла почва легнуваш
Кротка
Да земеш здив
Пред последната борба
Со мене до зори
Кога кртови ќе танцуваат под светол месец
Јас ќе те појам со згуснат студ
За последен пат
Во неврат пред да тргнам
Ти собери сили
И прости…

 

CHE NON SI RIPETA MAI PIÙ

La libertà inghiottisce polvere da sparo
E vivace vi incita ad andare avanti
Dove pensate di scoprire la ripetitività
Nell’ira delle cavallette
– fame, rimorso, fiamma in due mani di cera

E strillate l’uno all’altro
Furiosi nel cerchio che si stringe
Per lasciare una landa
Dove per molto tempo dopo di voi
I fantasmi sepolti sbucheranno
Muti in tutte le lingue

Никогаш да не се повтори

Слободата голта барут
И бодро ве тера напред
Каде што мислите повторливост да одгатнете
Во бес на скакулци
– Гладе, каење и пламен во две раце восочни.

И врескате еден на друг
Бесно во кругот што се тесни
Пустош да оставите
Од каде долго по вас
Закопани сеништа ќе никнуваат
Неми на сите јазици… (altro…)

Rainer Malkowski, Cerimonia

A Rainer Malkowski, morto il 1* settembre 2003, Poetarum Silva ha dedicato un articolo con la traduzione inedita di una poesia, Stelle, nel decennale della morte. Oggi, 1° settembre 2018, è ancora con la traduzione di una sua poesia, tratta dalla raccolta Hunger und Durst (“Fame e sete”) che Poetarum Silva esprime l’omaggio a un poeta che sorprende per la ‘complessa semplicità’ del suo dire.

 

Cerimonia

Questi rumori secondari,
quando l’uomo sbagliato
apre la bocca.

Acciottolare, fischiare.
Le parole
fanno resistenza.

Tolleranza, libertà, l’arte –

L’aria nella sala
si sente male
per respiro contaminato.

Suda solerte
il quartetto d’archi.

Rainer Malkowski
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Festakt

Diese Nebengeräusche,
wenn der falsche Mann
den Mund öffnet.

Es scheppert, es pfeift.
Die Worte
wehren sich.

Toleranz, Freiheit, die Kunst –

Der Luft im Saal
wird es schlecht
von unreinem Atem.

Beflissen schwitzt
das Streichquartett.

 

(da: Rainer Malkowski, Hunger und Durst. Gedichte. Suhrkamp 1997, p. 70)

ALESSANDRO MOSCÈ: LA POESIA NEO-LIRICA E UN PAESAGGIO INTERIORE

ALESSANDRO MOSCÈ: LA POESIA NEO-LIRICA E UN PAESAGGIO INTERIORE
(Su Hotel della notte)

di Mirella Vercelli

 

Non conosco personalmente Alessandro Moscè (nato nel 1969 ad Ancona e residente a Fabriano), ma lo immagino passeggiare per i vicoli della sua Fabriano. Dopo aver letto l’ultima raccolta di poesie, Hotel della notte, tradotta in spagnolo e pubblicata in Argentina da Antonio Nazzaro (Colección Pippa Passes, Buenos Aires Poetry), mi è rimasta l’impressione di una lunga consuetudine, un’eco di passi familiari che risuona a distanza di tempo nelle stanze dell’anima. Perché Moscè non è un poeta che si nega, che si nasconde dietro artifici formali, che si arrampica su impalcature improbabili per stupire il lettore e distoglierlo, come accade talvolta in una povertà di ispirazione che può necessitare di sostegni di questo tipo. Il suo è un parlare sottovoce con lo sguardo fisso in qualche punto davanti a sé di un uomo che ha compiuto una personale discesa nel pozzo del dolore e racconta ciò che ha visto, senza necessità di accentuare o sminuire nulla, perché il paesaggio fuori e dentro di sé si lascia facilmente descrivere. Ed è, innanzitutto, il paesaggio di una città che viene in evidenza, tanto che la prima sezione del libro si intitola appunto Di città in città. Sono quadri di vita notturna, lunghi tragitti al buio interrotti da sprazzi di luce gialla di fanali che illuminano scene dove si spendono esistenze in un’assorta solitudine. Bar, per lo più, con insegne esangui che non penetrano la notte da cui sono inghiottite, dove il barista, che lava «i bicchieri infiniti», sembra far coppia con la ragazza del banco di Caproni (Lo scomparso) che «riprende a sciacquare i bicchieri» dopo aver dato vaghe indicazioni all’avventore. La città di Alessandro Moscè è territorio di vecchi che ne soffrono le asperità, che non l’«attraversano più/ dai mattini di ottobre», respinti dal vento, dalla «pioggia di dicembre/ che picchia sui coperchi dei cassonetti», e di giovani annoiati, sempre in procinto di andarsene ma cronicamente incapaci di farlo, la cui ribellione si esaurisce «sulle labbra violacee/ e sugli occhiali da sole/ delle ragazze più belle». (altro…)

Irmtraud Morgner, da “Trobadora Beatriz”

Irmtraud Morgner nacque il 22 agosto 1933. Poetarum Silva ha dedicato alla figura di questa scrittrice, che meriterebbe di essere conosciuta maggiormente, una puntata della rubrica “Gli anni meravigliosi”, qui. Oggi, a 85 anni dalla nascita di Irmtraud Morgner e a 45 anni dalla data posta dall’autrice stessa a conclusione del brano che segue, pubblico nella mia traduzione l’incipit del romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura – “Vita e avventure della trobadora Beatriz secondo testimonianze della sua musicante Laura”. (Anna Maria Curci).

 

Propositi

Naturalmente questo paese è un luogo di eventi prodigiosi. È quello che mi passò per la testa allorché una donna mi si fece incontro. Nella mia via. Una mattina d’aprile. La sconosciuta mi chiese se avessi soldi. Siccome sono poco incline a conversazioni a stomaco vuoto, restituii il saluto e tirai dritto. Ero pure di fretta, stavo andando all’asilo. La donna, anche lei tirata per la mano sinistra da un bambino, mi raggiunse, mi costrinse a prendere con la destra un pacco e disse: «Cinquemila». Ci fissammo reciprocamente. I bambini si divincolarono. Richiamai alla mente la cifra che avevo udito. Quando ne ebbi coscienza, cercai di disfarmi del peso. Ma la donna indietreggiò e affondò le mani nelle tasche del cappotto, la cui copiosa ampiezza era riempita completamente. Quel corto capo di vestiario non faceva affatto scorgere le ginocchia, a malapena si intravedevano i polpacci. Sebbene avessi tutte le buone ragioni per carpire delle scuse a quella donna invadente, fui io a scusarmi. Lasciai che i suoi occhi marroni tondi come bottoni mi squadrassero il volto. Tollerai, chissà perché, il peso non richiesto. Solo quando avvertii che lo spago che legava il pacco mi stringeva le punte delle dita, mi apprestai a usare la parte posteriore di una vettura parcheggiata come vano d’appoggio. «Tremila», disse la donna. Poi estrasse dalla tasca del cappotto un fazzoletto di cellulosa e si strofinò gli occhi. Subito dopo il naso. Il mio mi prudeva per l’acqua piovana che defluiva dalla scriminatura. I riccioli non naturali della donna si erano sfatti e ridotti a uno stadio tale da far pensare alla lana di un calzino marrone scucito. Tre singhiozzi. Avevo già dimenticato la fatica di portarmi appresso quel pacco. Ero in devota attesa di chissà chi, di chissà che cosa. Quando la carta da pacchi, bagnata fradicia, era ormai buttata via, appoggiai il naso per sentire l’odore. «Un’opportunità unica», disse subito la donna in pianto, «la sua grande occasione, la colga al volo.». L’idioma sassone si accordava armoniosamente con l’espressione del viso rotondo, coperto di efelidi. «Fama», riattaccò in questo idioma avvicinandosi cautamente e infilando un pingue dito indice nel pacco, «fama mondiale, glielo garantisco, lei scrive, non è vero?». Seguì una descrizione dettagliata di una conversazione con il macellaio del Konsum di qui, conversazione che a suo dire l’aveva portata a conoscenza della mia professione. I bambini si conoscevano probabilmente dal parco giochi. Da quando era sposata, purtroppo non poteva più aspettarsi con certezza un posto all’asilo. Il che significava: prospettive incerte per la sua effettiva professione. L’altra, di professione, era andata perduta con la morte della sua amica. Nel caso in cui avessi ancora esitato ad accettare l’offerta, non si sarebbe potuta comprare una pietra tombale a questa donna meravigliosa. Espressi il mio cordoglio. Impaziente di conoscere la reazione. La donna, tuttavia, improvvisamente tacque. Guardai con indifferenza verso il cielo, ulteriormente oscurato da una nube proveniente dalla centrale del gas. (altro…)

PoEstate Silva #49: Reiner Kunze, gioventù viennese prima del concerto

Reiner Kunze, foto di ©Jürgen Bauer, da qui

 

GIOVENTÙ VIENNESE PRIMA DEL CONCERTO

Sul podio dormono i contrabbassi,
pingui burattini, i fili
al di sopra del ventre,

e le tavole del palcoscenico sotto le sedie dei fiati
sono ancora nauseate dall’ultima volta

Ma loro, figlie e figli della loro città, tengono
i posti più convenienti tra quelli più a buon mercato
già occupati
come una fortezza espugnata

Reiner Kunze
(traduzione di Anna Maria Curci)

(altro…)

PoEstate Silva #41: Jackie Kay, da “Compagna”

Fiere

If ye went tae the tapmost hill, fiere,
whaur we used tae clamb as girls,
ye’d see the snow the day, fiere,
settling on the hills.
you’d mind o’ anither day, mibbe,
we ran doon the hill in the snow,
sliding and singing oor way tae the foot,
lassies laughing thegither –how braw,
the years slipping awa: oot in the weather.

And noo we’re suddenly auld, fiere,
our friendship’s ne’er been weary.
We’ve aye seen the warld differently.
Whaur would I hae been weyoot my jo,
my fiere, my fiercy, my dearie O?
Oor hair it micht be silver noo,
oor walk a wee bit doddery,
but we’ve had a whirl and a blast, girl,
thru the cauld blast winter, thru spring, summer.

O’er a lifetime, my fiere, my bonnie lassie,
I’d defend you –you, me; blithe and blatter,
here we gang doon the hill, nae matter,
past the bracken, bonny braes, barley,
oot by the roaring sea, still havin a blether.
We who loved sincerely; we who loved sae fiercely,
the snow ne’er looked sae barrie,
nor the winter trees sae pretty.

C’mon, c’mon my dearie –tak my hand, my fiere!

Compagna

Se salissi sulla cima del colle più alto, compagna,
dove di solito ci arrampicavamo da ragazze,
vedresti la neve oggi, amica mia,
posarsi sulle colline.
Forse ti ricorderesti di un altro giorno ancora,
di corsa sulla neve giù per il colle,
slittando e cantando fino a valle,
ragazze a ridere insieme – che meraviglia,
gli anni scivolavano via all’aria aperta.

Ora, all’improvviso, siamo diventate vecchie, sorella.
la nostra amicizia non si è mai affievolita.
Eh sì che abbiamo visto il mondo con occhi diversi.
Che fine avrei fatto senza il mio tesoro,
la mia amica, la mia amata, la mia cara?
I nostri capelli ora argentati,
il passo un po’ incerto,
ma ce la siamo proprio spassata, ragazza mia,
al freddo del gelido inverno, a primavera, d’estate.

Per tutta la vita, amica, mia dolce ragazza,
io a difendere te– tu, me; chiacchiere e risate,
scendendo giù per la collina spensierate,
oltre le felci, giù per i pendii, i campi d’orzo,
fino al fragore del mare, continuando a chiacchierare.
Noi che abbiamo amato con sincerità; con tanta intensità;
la neve non era mai parsa così bella,
né gli alberi d’inverno tanto graziosi.

Dai, su, su mia cara – prendimi per mano, compagna! (altro…)

PoEstate Silva #32: Alessandro Moscè, Due poesie da “Hotel della Notte”

Non c’è altro

C’è chi mi guarda
chiedendomi di non andare
senza dirlo,
chi tace nella notte e nel sonno,
il saluto rimandato
da un’altra birra
che svanisce nel fremito
di scarpe adolescenti.
Neanche un amore da ripetere,
né una fuga cittadina,
un sogno lambito
nei detriti dell’estate
dopo l’ultima pioggia
che bagna gli occhiali.
Non c’è altro che la sedia del bar
su cui rimanere immobili

No hay mas

Hay quien me mira
pidiéndome no ir
sin decirlo,
quien calla en la noche y en el sueño,
el saludo postergado
por otra cerveza
que desvancesce en el frémito
de zapatos adolescentes.
Tampoco un amor que repetir,
ni una fuga ciudadana,
un sueño posado
en lo secombros del verano
después de la última lluvia
que moja los aneojos.
No hay más que la silla de la cafetería
donde quedarse inmóviles.

(altro…)

PoEstate Silva #25: Arundhathi Subramaniam, da “A una poesia non ancora nata”

 

For a Poem, Still Unborn

Over tea we wonder why we write poetry.
Ten people read it, anyway.
Three are committed in advance
to disliking it.
Three feel a vague pang
but have leaking taps and traffic jams
to think about.
Two like it
and wouldn’t mind telling you so,
but don’t know how.
Another is busy preparing questions
about pat ironies
and identity politics.
The tenth is wondering
whether you wear contact lenses.
And we,
as soiled as anyone else
in a world addicted
to carbohydrates
and words,

still groping
among sunsets and line lengths and
slivers of hope
for a moment
unstained
by the wild contagion
of habit.

A una poesia non ancora nata

Davanti a un tè ci domandiamo perché scriviamo poesie.
Le leggono dieci persone, in ogni caso.
A tre non piacciono
per partito preso.
Tre provano un vago struggimento
ma devono pensare ai rubinetti che perdono
e al traffico cittadino.
A due piacciono
e non avrebbero problemi a dirtelo,
ma non sanno come.
Un’altra è tutta presa a preparare domande
sulle facili ironie
e sulla politica dell’identità.
La decima si chiede
se porti le lenti a contatto.

E noi
corrotti come chiunque altro
da un mondo assuefatto
ai carboidrati
e alle parole,

brancoliamo ancora
fra tramonti, metrica e
schegge di speranza
per un istante
immuni
dal terribile contagio
dell’abitudine. (altro…)

I poeti della domenica #280: Lutz Seiler, (nosferatu)

(nosferatu)

fritz w. plumpe alias murnau, perì
per disgrazia negli USA. nikolaus
nakszynski alias kinski abitava in subaffitto, 7
anni bonner strasse a berlino. io

vivevo in campagna & mangiavo »zetti« di
zeitz per la buonanotte  con bacio-nocciola oppure
in braccio stavo al tavolino da fumo
col piano di bronzo, poi

già più fuori che dentro, nel corridoio, una musica
m’afferrò alle caviglie & per entro
a un interstizio di luce, fievole, volsi

gli occhi al film della sera: un
morto smilzo, che inviperito sgusciava
—-dal suolo con
cricchiare di gomene, mi

cinse col suo sguardo – lì
la porta si serrò & io, confuso, al buio
salii le scale alla mia stanza; non
è ancora finito il film che ne seguì

(traduzione di Federico Italiano)

 

(nosferatu)

fritz w. plumpe alias murnau ver-
unglückte in USA. nikolaus
nakszynski alias kinski wohnte untermiete, 7
jahre bonner strasse in berlin. ich

lebte auf dem land & ass »zetti« aus
zeitz zur gute nacht mit walnusskuss oder
umarmt stand ich am rauchertisch
mit der bronzeplatte. dann

halb schon hinaus, im flur, erwischte mich
auf kaltem fuss eine musik & durch
den lichtspalt, leise, sah

ich zum abendfilm zurück: ein
dünner toter, der verbissen, knirschend wie
—-an trossen aus
dem boden klappte, um-

fasste mich mit seinem blick – so
fiel die tür ins schloss & ich, verwirrt, im dunkel
stieg die treppe auf mein zimmer; der
film, der folgte, läuft noch immer

 

Edizione di riferimento: Lutz Seiler, La domenica pensavo a Dio/Sonntags dachte ich an Gott. A cura di Paola Del Zoppo. Traduzioni di Gio Batta Bucciol, Anna Maria Curci, Milo De Angelis, Paola Del Zoppo, Federico Italiano, Theresia Prammer, Silvia Ulrich, Del Vecchio Editore, pp- 186-189.

I poeti della domenica #279: Lutz Seiler, hubertusweg

hubertusweg

….. sbarramento, crescita irta: il bosco prussiano
è meccanica morenica, come se
potesse ancora avanzare, parola

per parola, quando fresco
tra le foglie, con la pioggia che arriva, il vento
attacca e
inizia il suo lungo, lento
parlare per anni
io stesso sono stato bosco di giorno

nelle resistenze alla luce
degli alberi, di notte sepolto
nelle venature degli iris – per anni

niente. ciò che udii
la battuta di caccia, l’inchiostro nel vello dei suoi corpi
volanti grandi un pugno, ogni
salmo seguito

dal salmodiare, un odore
che anneriva gli specchi nella casa, quelli
erano i vecchi: le loro orme
che già salivano sulla schiena, il loro
procedere osmotico
dalla pelle al bosco, dal

senso agli occhi: giocato
alla cieca persi immagine per immagine, vidi
il mio cranio tremante premuto

contro la testata del letto, udii
l’inchiostro nel vello, la parola base scritta
con scriminatura balbettante, il bosco

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

hubertusweg

…heimleuchten, hartwuchs: der preussische wald
ist moränen-mechanik, als ob
er noch aufrücken könnte, wort

für wort, wenn kühl
im laub mit dem regen, der kommt, der wind
anschlägt und
sein langes, langsames sprechen
beginnt jahrelang
selber wald gewesen tags

in den lichtbeständen
der bäume, nachts in den maserungen
der iris vergraben – jahrelang

nichts. was ich hörte
die treibjagd, die tinte im fell seiner faustgrossen
fliegenden körper, jeder
psalm verfolgt

vom psalmodieren, ein geruch
der die spiegel schwärzte im haus, das
waren die alten: ihre spuren
die schon stiegen im rücken, ihr
osmotisches schreiten
aus der haut in den wald, aus

dem sinn in die augen: blind
gespielt verlor ich bild für bild, ich sah
meinen zitternden schädel gepresst

an den giebel des bettes, ich hörte
die tinte im fell, das grundwort geschrieben
mit stotterndem scheitel, der wald

 

Edizione di riferimento: Lutz Seiler, La domenica pensavo a Dio/Sonntags dachte ich an Gott. A cura di Paola Del Zoppo. Traduzioni di Gio Batta Bucciol, Anna Maria Curci, Milo De Angelis, Paola Del Zoppo, Federico Italiano, Theresia Prammer, Silvia Ulrich, Del Vecchio Editore, pp- 132-135.

Qui, nella pagina della rubrica di Poetarum Silva “Gli anni meravigliosi” dedicata a Peter Huchel, la ‘storia’ del titolo di questo componimento di Lutz Seiler.

L’infinito, Leopardi e le versioni poetiche di Tusiani e Rilke

Il panorama visto dal colle dell’Infinito

 

A 220 anni dalla nascita di Giacomo Leopardi, proponiamo il testo originale del XII dei suoi Canti, L’infinito, e due versioni, rispettivamente in inglese e in tedesco, nate dalla penna di due poeti, Joseph Tusiani e Rainer Maria Rilke, che alla loro traduzione donano note molto originali.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi

 

Infinity

Fond I was ever of this lonely hill,
And of this edge, that from my view conceals
The farthest limit of the firmament.
But, sitting here and gazing, I can feign,
Far and beyond it, still unbounded space,
And an unearthly silence, and the deepest
Quietude where my very heart is nearly
Frightened. And as this moment I perceive
The wind around me rustling through these trees,
To that unending silence soon I liken
The passing of its voice: eternity
I so recall, and all the seasons dead,
And with this lively stir the present one.
Founders in such immensity my mind,
And drowning in this sea is sweet to me.

versione poetica di Joseph Tusiani
(edizione di riferimento: Joseph Tusiani, L’arte della traduzione poetica. Antologia e due saggi. A cura di Cosma Siani, Edizioni Cofine, Roma 2014, p. 89)

 

L’infinito von Leopardi
Übertragen von Rainer Maria Rilke

Immer lieb war mir diese einsame
Hügel und das Gehölz, das fast ringsum
Ausschließt vom fernen Aufruhn der Himmel
Den Blick. Sitzend und schauend bild ich unendliche
Räume jenseits mir ein und mehr als
Menschliches Schweigen und Ruhe vom Grunde der Ruh.
Und über ein Kleines geht mein Herz ganz ohne
Furcht damit um. Und wenn in dem Buschwerk
Aufrauscht der Wind, so überkommt es mich, daß ich
Dieses Lautsein vergleiche mit jener endlosen Stillheit.
Und mir fällt das Ewige ein
Und daneben die alten Jahreszeiten und diese
Daseiende Zeit, die lebendige, tönende. Also
Sinkt der Gedanke mir weg ins Übermaß. Unter-
Gehen in diesem Meer ist inniger Schiffbruch.

versione poetica di Rainer Maria Rilke
(edizione di riferimento: Gabriella Rovagnati, “L’infinito e gli infiniti. Alcune versioni tedesche del XII canto di Leopardi fra il tardo Ottocento e il primo Novecento”, in M. Ponzi (a cura di), Spazi di transizione, Mimesis, Milano 2008, p. 243)