Traduzioni

I poeti della domenica #189: Hermann Hesse, Fuga di giovinezza

Giaime Pintor, Nota alla sua traduzione delle poesie di H. Hesse

Fuga di giovinezza

La stanca estate china il capo,
specchia nell’acqua il biondo volto.
Io vado stanco e impolverato
nel viale d’ombra folto.

Soffia tra i pioppi una leggera
brezza. Ho alle spalle il cielo rosso,
di fronte l’ansia della sera
– e il tramonto – e la morte.

E vado stanco e impolverato
e dietro a me resta esitante
la giovinezza, china il capo
e non vuol più seguirmi avanti.

(traduzione di Giaime Pintor)

Jugendflucht

Der müde Sommer senkt das Haupt
und schaut sein falbes Bild im See.
Ich wandle müde und bestaubt
im Schatten der Allee.

Durch Pappeln geht ein zager Wind,
Der Himmel hinter mir ist rot,
und vor mir Abendängste sind
– und Dämmerung – und Tod.

Ich wandle müde und bestaubt,
und hinter mir bleibt zögernd stehn
die Jugend, zeigt das schöne Haupt
und will nicht fürder mit mir gehn.

I poeti della domenica #177 : Ezra Pound, Canto XLV

XLV, “Contro l’usura”

Con usura

Con usura nessuno ha una solida casa
di pietra squadrata e liscia
per istoriarne la facciata,
con usura
non v’è chiesa con affreschi di paradiso
harpes et luz
e l’Annunciazione dell’Angelo
con le aureole sbalzate,
con usura
nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine
non si dipinge per tenersi arte
in casa, ma per vendere e vendere
presto e con profitto, peccato contro natura,
il tuo pane sarà staccio vieto
arido come carta,
senza segala né farina di grano duro,
usura appesantisce il tratto,
falsa i confini, con usura
nessuno trova residenza amena.
Si priva lo scalpellino della pietra,
il tessitore del telaio
CON USURA
la lana non giunge al mercato
e le pecore non rendono
peggio della peste è l’usura, spunta
l’ago in mano alle fanciulle
e confonde chi fila. Pietro Lombardo

non si fe’ con usura
Duccio non si fe’ con usura
né Piero della Francesca o Zuan Bellini
né fu «La Calunnia» dipinta con usura.
L’Angelico non si fe’ con usura, né Ambrogio de Praedis,
Nessuna chiesa di pietra viva firmata: Adamo me fecit.
Con usura non sorsero
Saint Trophine e Saint Hilaire,
Usura arrugginisce il cesello
arrugginisce arte ed artigiano
tarla la tela nel telaio, nessuno
apprende l ‘arte d’intessere oro nell’ordito;
l’azzurro s’incancrena con usura; non si ricama
in cremisi, smeraldo non trova il suo Memling
Usura soffoca il figlio nel ventre
arresta il giovane drudo,
cede il letto a vecchi decrepiti,
si frappone tra giovani sposi
                              CONTRO NATURA
Ad Eleusi han portato puttane
Carogne crapulano
ospiti d’usura.

 

N.B. Usura: una tassa prelevata sul potere d’acquisto senza riguardo alla produttività, e sovente senza riguardo persino alla possibilità di produrre. (Onde il fallimento della Banca dei Medici.)

 

Canto XLV
With Usura
 
With usura hath no man a house of good stone
each block cut smooth and well fitting
that design might cover their face,
with usura
hath no man a painted paradise on his church wall
harpes et luz
or where virgin receiveth message
and halo projects from incision,
with usura
seeth no man Gonzaga his heirs and his concubines
no picture is made to endure nor to live with
but it is made to sell and sell quickly
with usura, sin against nature,
is thy bread ever more of stale rags
is thy bread dry as paper,
with no mountain wheat, no strong flour
with usura the line grows thick
with usura is no clear demarcation
and no man can find site for his dwelling.
Stonecutter is kept from his tone
weaver is kept from his loom
WITH USURA
wool comes not to market
sheep bringeth no gain with usura
Usura is a murrain, usura
blunteth the needle in the maid’s hand
and stoppeth the spinner’s cunning. Pietro Lombardo
came not by usura
Duccio came not by usura
nor Pier della Francesca; Zuan Bellin’ not by usura
nor was ‘La Calunnia’ painted.
Came not by usura Angelico; came not Ambrogio Praedis,
Came no church of cut stone signed: Adamo me fecit.
Not by usura St. Trophime
Not by usura Saint Hilaire,
Usura rusteth the chisel
It rusteth the craft and the craftsman
It gnaweth the thread in the loom
None learneth to weave gold in her pattern;
Azure hath a canker by usura; cramoisi is unbroidered
Emerald findeth no Memling
Usura slayeth the child in the womb
It stayeth the young man’s courting
It hath brought palsey to bed, lyeth
between the young bride and her bridegroom
                               CONTRA NATURAM
They have brought whores for Eleusis
Corpses are set to banquet
at behest of usura.
N.B. Usury: A charge for the use of purchasing power, levied without regard to production; often without regard to the possibilities of production. (Hence the failure of the Medici bank.)

 

Ezra Pound, I Cantos, a cura di Mary de Rachewiltz, Mondadori (“I Meridiani”, 1985 [2011 l’edizione ultima]), pp. 444-447

Christine Lavant, Poesie scelte da Thomas Bernhard

Christine Lavant, Poesie scelte da Thomas Bernhard.
Traduzione di Anna Ruchat, Effigie edizioni, 2016

Torno a proporre oggi, a 102 anni dalla nascita di Christine Lavant, dopo averlo fatto nella rubrica “Dai margini”, qui, e due anni fa, nella ricorrenza del centenario, qui, la sua poesia, autentica, dirompente e diretta, inusuale e carica dell’energia dell’interrogazione incessante. Nella collana “le Meteore”, la casa editrice Effigie ha pubblicato, nella traduzione di Anna Ruchat, le ottantuno poesie di Lavant che Bernhard scelse trent’anni fa, per la precisione nella primavera del 1987, per il suo editore tedesco. Il progetto di Bernhard, coltivato da lungo tempo, era quello di restituire alla conoscenza la poesia di colei che aveva individuato come voce potentissima.
Nel saggio che chiude questa edizione italiana delle poesie di Lavant, Porta via l’ombra del mio angelo, Anna Ruchat riporta le parole di Thomas Bernhard alla redattrice tedesca in uno scritto del 13 aprile 1987: «La nostra poetessa è tra le più interessanti e merita di essere conosciuta nel mondo intero. La Carinzia che rende malinconici, privi di spirito, lontani dal mondo ed estranei a esso, è stata fatale per le due sorelle nella poesia, Bachmann e Lavant […].» Ma «è da questa Carinzia terribile e priva di spirito che le due poetesse sono nate.»
Il riconoscimento della grandezza non è mai adesione acritica e il curatore della raccolta non rinuncia all’espressione del sé, all’acume tagliente del Thomas Bernhard che conosciamo: «Per quanto riguarda la Lavant, tra l’uno e l’altro dei suoi vertici assoluti, […] c’è anche una gran quantità di kitsch e spazzatura […] Il buon Dio mi perdoni se l’ho cacciato via il più possibile dai quattro libri. Tanto lui non smette di far danni, anche nella mia antologia.» Nel presentare l’antologia, Bernhard dichiarava che Lavant era stata «distrutta e tradita dalla propria fede cristiano-cattolica». Le tracce della frequentazione delle Scritture si imprime riconoscibilissima eppure trasfigurata dalla creazione poetica, in una lingua tedesca che acquista nuovo vigore e nuova verità proprio dal suo viaggio nella tensione interrogativa di Lavant.
Le chiavi di lettura sono sparse e talvolta scisse intenzionalmente; non di rado esse vanno cercate e riunite, come nella seconda tra le poesie qui proposte, nella quale si assiste alla separazione di “Schwert”, spada, e “Lilie”, giglio. Riunite insieme da chi legge e cerca indizi, si compone la parola “Schwertlilie”, il termine tedesco per “iris”, simbolo di costanza e fedeltà, spezzate, tradite, da un Dio che Lavant insieme accusa e invoca. E questa coesistenza di accusa e invocazione, di rabbia e di «speranza sfaccettata», è semenza della sua poesia, che sorprende e continua a dare frutti. Ancora oggi.

© Anna Maria Curci

Mentre io, turbata, scrivo,
nel disco della luna piena brilla
la parola che osservo
da quando la colomba mi ha deriso
perché dallo specchio dell’acqua
senza nome, senza sigillo,
entravo nell’arido.
Non fosse cresciuta
la semina dell’osservazione
dovrei uccidere luna e colomba
che sempre m’ingannano
e fanno il nido sul mio albero del sonno
che per questo rinsecchisce.
Spesso una parola s’imprime a fuoco
da sé nella sua corteccia,
e allora mando quel cieco
messaggio, che inutilmente si rigira
aggredendo il tuo sonno
mentre nel disco della luna
è in salvo la risposta. (altro…)

proSabato: Yves Bonnefoy, La comunità dei traduttori

[…] E il compito del traduttore? Ebbene, se questo non è un semplice storico, se non vuole soltanto farci sapere quali erano nella Divina Commedia il nome e i maneggi degli interlocutori di Dante all’inferno o al purgatorio, se vuole tradurre la poesia come tale, anche a lui occorre riconoscere che il primo oggetto della sua attenzione non devono essere gli intrichi semantici della materia testuale, ma quel ritmo, quella musica dei versi, quell’entusiasmo della materia sonora che hanno permesso al poeta di trasgredire nella frase il piano in cui la parola è innanzitutto concetto. E per essere così attento, che gli abbisogna se non lasciarsi prendere egli stesso, ingenuamente, immediatamente, da quella musica, perché essa susciti in lui – lui, che ridirà il senso – lo stesso stato poetico, lo stesso «stato cantante» che pervade l’autore della poesia? Che sappia ascoltare così, rispondere così, reagire così: e poi una musica, ormai la sua, nascerà in lui, stavolta dal grembo della sua lingua, s’impadronirà delle parole della traduzione che progetta, e un sentiero si aprirà, verso l’esperienza della Presenza, verso il sapere della vita, che quella musica delle parole era la sola a rendere possibile. Dopodiché poco importa che i nuovi ritmi siano differenti per via della prosodia dei timbri, della ritmica propria dell’opera originale: poiché l’essenziale è che un vero rapporto si sia stabilito nel traduttore divenuto poeta con la materia sonora, e ben vani mi sembrano i tentativi che si sforzano di imitare in francese la metrica di Keats o quella di Yeats. Certo la forma dell’opera è parte della sua intuizione d’insieme, e bisogna viverne il senso. Ma le rese di piedi con piedi e rime con rime reprimono sgradevolmente la spontaneità del traduttore; e in ogni caso nessuna lingua è capace in materia di prosodia di passare per le vie di un’altra. Quel che occorre è che l’accesso alla musica dei versi susciti uno stato per la grazia del quale la coscienza del traduttore approfondendosi, semplificandosi, faccia sì che il dire della poesia gli divenga chiaro, evidente, e si proponga pertanto, si proponga nuovamente, come del vissuto in potenza: un vissuto, se il traduttore lo fa suo, che certamente non sarà, negli anni che seguiranno, un ostacolo per il suo lavoro! Perché è con le parole che sappiamo impiegare nella nostra vita che scriviamo meglio le poesie. E traduciamo bene solo se possiamo partecipare pienamente a quanto cerchiamo di tradurre. (altro…)

I poeti della domenica #174: Ingeborg Bachmann, Hôtel de la Paix e Esilio

Hôtel de la Paix

Dalle pareti crolla senza far rumore il peso di rose,
e dalla trama del tappeto spuntano fondo e fine.
Si spezza al lume il cuore di luce.
Buio. Passi.
Davanti alla morte si è chiuso a scatto il catenaccio.

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci) (altro…)

I poeti della domenica #173: Ingeborg Bachmann, Girotondo e Nella bufera delle rose

Girotondo

Girotondo — cessa talvolta l‘amore
nell’estinguersi degli occhi,
e noi vediamo dentro
gli occhi suoi propri spenti.

Fumo freddo dal cratere
ci alita sulle ciglia;
solo una volta il vuoto orrendo
trattenne il respiro.

Gli occhi morti abbiamo
visto e mai dimentichiamo.
Più a lungo di ogni cosa dura l’amore
e mai ci riconosce.

 

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

(altro…)

Ostri ritmi #11: David Bandelj

.

Pred mejo

Zobam
. enovito
.        formulo
.   dobrobiti

.skozi
.        večerne
luči
.   jo je
.        videti

čutiti
.   v
.     mrzlem
.       zraku

tisoči
.    so
umrli

s telesom
.   in
brez
. njega

zato
.    da
z
.  vrha
.   Kapele

gledam
.        mejo

.     ki je ni

nad Novo Gorico, 29.11.2007

 

Davanti al confine

Pilucco
.un’armoniosa
.               formula
.  di benessere

attraverso
.              la luce
della sera
.           lo si
.               intravede

lo si sente
.      nella
.      fredda
.        aria

migliaia
.   sono
.   morti

col corpo
.   e
senza
. di esso

così
.   che
dalla
.      cima
.      della Cappella

guardo
.         un confine

.      che non c’è

a Nova Gorica, 29.11.2007

*

Gledanje čez polja

.Trikrat
se je
.    veliki
.   črni
.      bik

obrnil

preden je
.    stopil
.  v babilonski
.       rov

šival sem
.  hlače
in
.  gledal
njegove
.    poslednje
.   korake
.           v
.    temo

zarjovel
.           je

in se
.      izgubil
ne vem
.           ali je še
možno

.     mirno posedati
.          v senci

brez občutka

.   krivde

 

Guardare oltre il prato

Per tre volte
si è
.   il grande
. toro
.    nero

girato

prima di
.  entrare
.nel tunnel
di Babilonia

io cucivo
. calzoni
e
. guardavo
i suoi
.     ultimi
.   passi
.      nel
.    buio

lanciò
.        un urlo

e
. sparì

non so
.          se ancora
si può

.   sedere tranquilli
.        all’ombra

senza un senso

.     di colpa 

*

Obiskovalka

Ponavljala
.   je vedno
.       iste
.      besede

ko je
.  sedla
.        k
pregledu

niti
.  se
. mi ni
.  zdelo
potrebno
. da bi
.  jih
povzemal

.  na koncu
.    je
. s stola

padel prah

morda
.       del
.  nje

 

Una visitatrice

Ripeteva
. sempre
.le stesse
.  parole

quando
. sedeva
.      per
il controllo

non
.  mi
. pareva
.         poi
necessario
. che io
. le
riprendessi

. alla fine
.   dalla
. sedia

cadde della polvere

forse
.     parte
di lei

 

*

 

Stran iz dnevnika

Danes bi
.    lahko bil

navaden 4. december

pa ni

. ker je Umberto Eco
.    v Ljubljani

(prejema častni doktorat)

.lahko bi ga
.   šel poslušat

pa grem
.    raje
.      v stolnico

. in niti
.   tam

ni miru

.kanonik ki
.    obhaja

nosi debel
. prstan z
.    ametistom

ko odhajam neizpolnjen

.      je
.     Ljubljana
.  v lučkah
.in vrvežu

nič se
.  med sabo
.    ne sklada

morda je

. svet izbral
.    napačno
.       pot

 

Pagina di diario

Oggi potrebbe
.    forse essere

un normale 4 dicembre

ma non lo è

. perché Umberto Eco
.   è a Ljubljana

(ritira un dottorato honoris causa)

potrei andarlo
.    ad ascoltare

ma preferisco
.     andare
.       in cattedrale

e pure
.        lì

non c’è pace

. il canonico che
.da la comunione

porta un grosso
.       anello con
.          un’ametista

quando me ne vado incompleto

.  Ljubljana
.    è
.  tra luci
e trambusto

niente si
.    intona
.     col resto

forse il mondo

.        ha scelto
.             la via
.          sbagliata


Fonte: David Bandelj, Odhod [Partenza], Mladika, Ljubljana 2012

© Traduzione a cura di Amalia Stulin

DAVID BANDELJ

Classe 1978, David Bandelj nasce a Gorica-Gorizia, sul lato italiano del confine. Si laurea in Letterature comparate alla Filosofska fakulteta a Ljubljana, porta a termine un dottorato di ricerca e si dedica successivamente all’insegnamento alle scuole medie, lavorando sempre a cavallo di Gorizia e Nova Gorica. Ha lavorato come ricercatore universitario e si è dedicato all’ambito musicale, insegnando pianoforte e dirigendo diversi cori. Collabora come columnist e critico letterario a importanti testate, quali «Novi glas» e «Primorski dnevnik» (quotidiano in lingua slovena di Trieste), più altri periodici.
Inizia a pubblicare nel 2000 e da allora sono apparse quattro raccolte poetiche, l’ultima delle quali, Odhod (Partenza), risale al 2012.
Come sottolinea il commento di Meta Kušar in coda a questa raccolta, il linguaggio di Bandelj si allontana da quell’ermetismo diffuso nella poesia di sperimentazione slovena. Al contrario, egli sceglie una lingua semplice, fluida a tal punto da abbandonare la punteggiatura, ma opta per una comunicazione più strutturata sul piano visivo. Le liriche sono graficamente sgranate, come a rimandare ai grani di un rosario, elemento che ben rappresenta il contesto profondamente cristiano in cui il poeta nasce, viene educato e tutt’ora vive. Un altro importante aspetto della poesia di Bandelj, riflesso inevitabile dell’ambiente socio-culturale in cui è nato, è quello della riflessione sul confine, sugli sconfinamenti, le “partenze” appunto. Il poeta sa che sebbene i confini della politica non esistano, le partenze, siano esse fisiche o “spirituali”, sono necessarie perché portano a un movimento continuo, a quella dinamicità che è l’unica condizione per essere davvero vivi.

© Amalia Stulin

Tom Drury, La fine dei vandalismi

Tom Drury, La fine dei vandalismi, trad. G. Pannofino, NN editore 2017; € 19,00, ebook € 8,99

*

Bisognerà domandarsi seriamente perché ci piacciano i romanzi nei quali non accade praticamente nulla. Romanzi, cioè, che raccontano piccole storie, eventi che si susseguono mai troppo diversi l’uno dall’altro nelle vite dei protagonisti. Il nulla, perciò, non è letterale ma situazionale. Bisognerà domandarci perché ci appassioniamo così tanto a un dialogo fatto di frasi smozzicate, che avviene davanti a una birra, perché dovrebbero piacerci due tizi che vivono in una contea di quattro case che parlano di vacche, o perché dovrebbe farci antipatia o simpatia (a seconda dei momenti) una vecchia capace d’ironia e di precario modo di rapportarsi ai figli, oppure come mai dovremmo restare lì impalati con il libro in mano, facendo avanti e indietro su una frase detta da uno che sta per chiudere il negozio,  per fallimento, perché quel fallimento ci pare sopportabile, perché ci ricorda i nostri. Domandarci, inoltre, perché non potremmo fare a meno delle grandi città, delle nostre metropolitane, e allo stesso tempo ci piacciono quei due che se ne vanno a pescare al lago, un lago che quasi sicuramente d’inverno ghiaccerà.

Chi legge le mie recensioni sa che un certo tipo di narrativa nordamericana è da me particolarmente amata. La narrativa della staticità, dei lunghi silenzi, dei tormenti vissuti sottotraccia, delle vecchie cucine, della puzza di vacche e cavalli, la narrativa che attraversa gran parte del territorio degli Usa, la parte centrale principalmente, e quindi il Midwest (di cui parleremo più avanti), della Holt di Haruf, dei romanzi di John Williams, dell’Ohio di Sherwood Anderson, fino ad arrivare alle frontiere di McCarthy, al Texas, all’Arizona. Sento miei certi luoghi, riconosco subito l’atteggiamento dei personaggi. Ho capito che certe case di legno e pietra, certi fienili, alcune strette di mano, le manifestazioni di antipatia o di solidarietà sono per me una sorta di riparo. Datemi un luogo in cui non vivrei mai e mettetelo un romanzo. Datemi le sigarette che non ho mai fumato, datemi l’ubriacone che non sono mai stato. Fatemi leggere di donne e uomini disperati, fategli trovare conforto. Fatemi commuovere davanti a una nevicata o un timido bacio. Portatemi, infine, a mietere il grano in una novella di Carson McCullers.

Questo nulla che ci appassiona è semplicemente il tutto in cui non abbiamo mai vissuto, lo spazio dentro il quale non ci siamo mai potuti muovere. Non pensavo di essere pronto per un altro romanzo di questo tipo ma poi è arrivato Tom Drury con La fine dei vandalismi e tutto è ricominciato da capo. (altro…)

I poeti della domenica #171: Peter Härtling, Tentativo di parlare con mio figlio

Peter Härtling in occasione di una lettura di poesie di Hölderlin a Nürtingen. Foto di Jüptner

 

Tentativo di parlare con mio figlio

Volevo raccontarti,
figlio mio,
nella rabbia
per la tua apparente
indifferenza,
per l‘estraneità
tra di noi,
di cui ti riempi la bocca,
volevo raccontarti,
ad esempio,
della mia guerra,
della mia fame,
della mia povertà,
di come sono stato strapazzato,
di come non sapessi più che fare,
volevo
rimproverarti
la tua ignoranza,
la tua pace,
la tua sazietà,
il tuo benessere,
che sono
anche i miei,
e mentre stavo
già lì
a parlare,
a tempestarti di colpi
di ricordo,
compresi che
null’altro ti stavo insegnando
se non odio e paura,
invidia e ottusità,
viltà e assassinio.
Il mio ricordo non è
Il tuo.
Come spiegarti
l‘incomprensibile?
Così parliamo
di cose
che conosciamo. (altro…)

Mohsin Hamid, Exit West

Mohsin Hamid, Exit West, trad. di N. Gobetti, Einaudi 2017; € 17,50, ebook € 9,99

 

Non si può scrivere di Exit West, il recente romanzo di Moshin Hamid, senza fare un ragionamento sulla bellezza delle parole e del suono che fanno, ancor prima del significato,  ancor prima che queste siano ricondotte alla trama.

Per parlare di questo romanzo bisogna immaginare l’inizio di qualcosa. La bellezza particolare del primo giorno di scuola delle elementari e poi l’uscita di scuola dopo il primo giorno. La bellezza di un campo nuovo dove si potrà coltivare. La bellezza del luogo in cui si potrà costruire una nuova casa, la propria. Il giardino in cui si potrà piantare un melograno e poi aspettarne i frutti (come dice il poeta Tomada, che questa particolare bellezza la chiama patria). La bellezza che sentono uomini e donne quando si trovano per la prima volta davanti al Giudizio Universale di Michelangelo. La bellezza che si avverte quando si parte per il primo viaggio, e quella che ti investe la prima volta che puoi far ritorno.

Un amico poeta, Stefano Pini, in uno scambio sui social in cui commentavamo una frase di Exit West, ha scritto: “E la persistente sensazione di leggere una favola bella come il soffitto di una cattedrale”. Di questa bellezza sto parlando, di quella particolare bellezza che Stefano coglie con quella frase, di una particolare bellezza che arriva dal futuro, perché è da lì, da quel posto così indeterminato, che Hamid scrive questa storia.

I telefoni erano posati fra loro a schermo in giù, come le rivoltelle di due fuorilegge a colloquio.

Questa frase la leggiamo nelle prime pagine, da qualche parte in un paese arabo, paese che non viene mai nominato – perché il punto non è un luogo, sono i luoghi, perché il futuro arriverà da ogni parte – Saeed e Nadia, che si sono conosciuti a un corso, si incontrano per un primo appuntamento. Si scrutano, si parlano, si raccontano, si piacciono da subito probabilmente, pur essendo molto diversi. Saeed è religioso, Nadia no. Saeed vive con in suoi, Nadia vive sola (situazione difficile da sostenere in quel luogo). Nadia gira coperta da capo a piedi affinché nessuno le rompa le scatole. Impareranno a guardarsi negli occhi, con i telefoni in mano che saranno il ponte con il mondo. Impareranno a toccarsi, e a proteggersi prima ancora di amarsi. Nadi non esiterà mai nel dire quello che sente, Saeed qualche volta lo farà. Nessuno mentirà mai all’altro. La situazione in città sta cambiando, arrivano i miliziani, cominciano i combattimenti e i bombardamenti, cominciano le prese dei quartieri. Ci sarà il coprifuoco, chiuderanno gli uffici. I due ragazzi non sapranno come fare per vedersi. La madre di Saeed muore; Nadia accetta di andare a vivere a casa sua, insieme al padre. Gira voce che esistono delle porte, porte che se si ha il coraggio e la fortuna di attraversarle portano altrove.

(altro…)

John L. Stanizzi, Poesie

John Stanizzi, Poesie*
Traduzione di Angela D’Ambra

Foto di © J.L. Stanizzi

 

BRIEF RETURN

They arrive where they intended
and it is good, the greens and yellows
and shadowy blacks, the brown bones
of branch and stem and trunk.
And when they arrive, famished,
they consume the landscape
and sip water from the pond.
And when it is time to depart
they will depart so quietly
that it won’t be until later
that the silence will seem to whisper
They are no longer here.

RITORNO BREVE

Arrivano dove intendevano
ed è bene, i verdi e i gialli
e i neri ombrosi, le ossa brune
di ramo e stelo e tronco.
E quando arrivano, affamati,
consumano il paesaggio
e bevono sorsate d’acqua dallo stagno.
E quando sarà tempo di partire
talmente piano partiranno
che solo molto dopo
il silenzio parrà sussurrare
Non sono più qui.

*

Foto di © J.L. Stanizzi

 

FAWN

A depilated dog would not look well.
Dress up! Dress up and dance at Carnival!
“The Pink Dog”, Elizabeth Bishop

In the carnival of lights and shadows at dawn,
a small bony dog stands in the road,
Elizabeth’s dog, watching me curiously
from the center line, so I slow for her,
and then I see the dabs of softened white.
Her right ear twitches a wary cautious twitch,
and she lopes into the woods, leaving me with
a sense of joy at seeing this tiny fawn.
But just as I am about to leave, I hear
her squawk, and see her just behind the scrub
at the side of the road, where she is watching me,
her wise and fearful eyes too big for her.
What are you doing, I say, and where is your mother?
She hears my voice, and steps back to the road;
looking me straight in the eyes, she bleats a question,
but before I can respond, another car
comes speeding by and off she runs for good,
before I even have the chance to say
that I would lie down near her in the woods
while she slept, sheltered on a nest of leaves,
and when her mother returned, then I would go,
having kept her safe from the likes of me.

 

CERBIATTA

Un cane senza pelo non ha un bell’aspetto.
Mascherati! Mascherati e balla al Carnevale!
“Cane rosa”, Elizabeth Bishop

All’alba, nel carnevale d’ombre e luci,
una cagnolina tutt’ossa se ne sta sulla strada,
il cane di Elizabeth, e m’osserva curiosa
dalla linea spartitraffico, così rallento per lei,
ed è allora che vedo i tocchi di tenue bianco.
L’orecchio destro le freme d’un fremito cauto, circospetto,
e balza via nel bosco, lasciandomi con
un senso di gioia per la visione di quest’esile cerbiatta.
Ma proprio quando sto per ripartire, odo
il suo verso roco, e la vedo proprio dietro la fratta
che costeggia la strada, da dove mi osserva,
gli occhi savi e timorosi troppo grandi per lei.
Che fai qui, le chiedo, e dove è tua madre?
Al suono della mia voce, si muove verso la strada;
guardandomi dritto negli occhi, bela una domanda,
ma prima che io riesca a rispondere, un’altra auto
sfreccia rapida e lei fugge per sempre,
prima ancora che io abbia modo di dire
che vorrei sdraiarmi nel bosco accanto a lei
mentre dorme su un nido di foglie, al riparo,
e che, al ritorno di sua madre, me ne andrei,
dopo averla protetta dai miei simili.

*

SNAKES

It’s August and I haven’t touched the kayak
since early June when I couldn’t leave it alone;
the school year over, summer had begun,
the river up and stocked, the days becoming
warmer and longer. The process of unwinding
was now my job, and every day I worked
to get it right, drifting on the copper
colored river that slowed and grew more shallow
every day. But soon my focus changed,
and I moved on to chores around the house:
unclog the gutter, clean the cellar out,
re-cement the crumbling steps in front.
And before too long the goldenrod appeared
and Sweet Joe Pye was roughing up the wetland.

When I finally flipped the kayak to wash it out,
there you were, the wriggling two of you,
moving in every direction away at once,
nothing like the evil symbolism,
temptation manifest, that we were taught.
You were more like lovers I’d disturbed,
who couldn’t vanish fast enough into
the shade of the weltered bittersweet that grew
up and through the ash tree by the pond,
and so I stood in the wake of your hasty departure
as you rippled off, less like Caril and Charles,
Fred and Rosemary, or even Bonnie and Clyde,
and more like Lancelot and Guinevere,
or Adam and Eve running away from fear
before something happened they could not change.

SERPENTI

È agosto e non ho toccato il kayak
dai primi di giugno, quando lo usavo sempre;
l’anno scolastico era alla fine, l’estate agli inizi,
il fiume in piena e ripopolato, i giorni
più caldi e più lunghi. Il mio lavoro ora era
l’iter di sdipanamento, che ogni giorno m’impegnavo
a fare bene, alla deriva sul fiume
colore del rame, ogni giorno
più lento e meno fondo. Presto l’interesse mutò,
e passai a lavori di cura della casa:
distasare la grondaia, ripulire la cantina,
ricementare i gradini sgretolati all’ingresso.
Non ci volle molto che la verga d’oro apparve
e la canapa acquatica¹ prese a scarmigliare la palude.

Quando infine capovolsi il kayak per ripulirlo,
eccovi là, voi due, a contorcervi,
guizzando all’istante in ogni direzione,
con niente del maligno simbolismo,
tentazione manifesta, su cui siamo stati edotti.
Sembravate più due amanti disturbati,
non abbastanza svelti da svanire dentro
l’ombra dell’intricato celastro cresciuto
in alto lungo il frassino vicino allo stagno,
così me ne stetti lì, nella scia della vostra rapida partenza
mentre a onde ve la filavate, non come Caril e Charles,
Fred e Rosemary, o anche Bonnie e Clyde,
ma piuttosto come Ginevra e Lancillotto,
o Adamo ed Eva in fuga dal terrore
prima che accadesse l’evento per loro immutabile.

¹A Roma: erba di santa Bibiana

*

Foto di ©  J.L. Stanizzi

 

FRONT

Disastrous drought they’re calling it,
nothing more than a trace of rain in two months,
but yesterday’s rumor of showers crackled
over radios and televisions,
and in anticipation, the ordering of things began:
gather up the stray tools, put the tractor away,
tell the geraniums that soon, soon it will be all right,
and go to bed with one ear open, listening
for the sympathetic whisper of rain in the trees,
and the silent sigh of the landscape
and everything hidden there.

Now the pacific hiss of morning rain,
sun held down under clouds and fog,
and the rooms of the house soften with dusky shadows.
May it rain all day long and never brighten,
not even for a moment.
And may the plants lift their faces,
streaked with dusty rain water,
and like children running around the yard,
catch the drops in their open, smiling mouths.

SISTEMA FRONTALE

Rovinosa siccità la chiamano,
niente più d’una parvenza di pioggia in due mesi,
ma ieri la notizia di rovesci crepitava
alla radio e in televisione,
e nell’aspettativa, si iniziano a sistemare le cose:
raccogli gli attrezzi spersi, rientra il trattore,
di’ ai gerani che presto, presto tutto si risolverà,
e vai a letto con un orecchio aperto, ascoltando
il sussurro simpatetico di pioggia negli alberi,
e il silente sospiro del paesaggio
e di tutto ciò che vi si cela.

Ora il sibilo pacifico di pioggia mattutina,
il sole sotto una cappa di nubi e nebbia,
e le stanze della casa soffuse d’ombre scure.
Piova l’intero giorno senza una schiarita, mai,
neppure per un istante.
E le piante sollevino il loro volto,
striato di polverosa acqua piovana,
e come bambini che corrono per il cortile,
catturino le gocce nelle bocche aperte, sorridenti.

*

THE LANGUAGE OF TREES

If the trees speak in the forest
and no one is there
is the language of trees audible,
or do the words drip from the leaves
down the rough lengths of their bodies
and seep into the round,
the roots,
and is that language then
as simple as holding hands in the dark,
never speaking a single word?

LA LINGUA DEGLI ALBERI

Se, nella foresta, gli alberi parlano
e non c’è nessuno,
è la lingua degli alberi udibile,
oppure le parole stillano dalle foglie
giù lungo le ruvide lunghezze dei loro corpi
e s’infiltrano tutt’intorno,
le radici,
ed è, allora, quella lingua
così semplice come tenersi per mano al buio,
senza dire neppure una parola?

______________

John L. Stanizzi è l’autore della plaquette Windows. Sue raccolte complete sono Ecstasy Among Ghosts, Sleepwalking, Dance Against the Wall  pubblicate da Antrim House Books, After the Bell e Hallelujah Time! Pubblicate da Big Table Publishing Company. Le sue poesie sono apparse su Prairie Schooner, il New York Quarterly, Tar River Poetry, Rattle, Passagges North, The Spoon River Quarterly, Poet Lore, The Connecticut River Review, Freshwater, Boston Literary Review, e molti altri periodici. John ha dato letture in molti luoghi dell’intero Connecticut, tra cui The Sunken Garden Poetry Festival, RJ Julia Booksellers, e l’Arts Cafe Mystic, e la sua opera è stata pubblicizzata su The Writer’s Almanac di Garrison Keillor Almanacco. Al momento è professore a contratto di inglese presso il Manchester Community College. John è attualmente al lavoro su Alleluia Time! -Volume II, il seguito del recente Hallelujah Time!. Vive con Carol, sua moglie, a Coventry, Connecticut.

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*La prima poesia è tratta dalla raccolta di J. STANIZZI, Ecstasy among Ghosts, Antrim House, Tariffville, CT, USA, 2007 © – John Stanizzi. La silloge consta di un proemio e tre sezioni, ognuna delle quali introdotta da un frammento poetico in corsivo: I. you will face; II. quietly now; III. the sun closet around our sorrow. La prima sezione comprende 8 testi; la seconda 11; la terza 24. Le altre poesie sono tratte dalla raccolta di John L. Stanizzi, Dance against the Wall, Antrim House, Simsbury, CT, 2012. Tutti I diritti sono di proprietà dell’autore. La raccolta si articola in 4 sezioni: I. THE ROAD HOME (11 poesie); II. MOWING THE APPLES (15 poesie); III. AFTER ELLIS ISLAND (11 poesie); IV. MORE THAN ENOUGH (9 POESIE).

Ostri ritmi #9: Maja Vidmar

Prigodnica

Popoldan je postalo jasno,
da ji bo odrezal nogi.
V smehu in vznemirjeno,
z nožem – samo zanjo – topim.
Skozi krilo, nogavice najprej –
desno.
Ne več v smehu, a vznemirjeno –
levo.
Ona hroma, on četveronožec
mrtvih nog.
Pa kaj, saj se še zdaj
smehljava.

Poesia d’occasione

Di pomeriggio fu chiaro
che le taglierà le gambe.
Ridendo nervosamente,
con un coltello – solo per lei – smussato.
Attraverso la gonna, anzitutto i calzini –
destra.
Senza più sorridere, ma nervosamente –
sinistra.
Lei storpia, lui con quattro
gambe morte.
Ma dai, pur adesso sta ancora
sorridendo.

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