Traduzioni

Ostri ritmi #17: Alojz Gradnik

Questo mese Ostri Ritmi fa un salto all’indietro, abbandonando per un po’ i lidi della poesia più contemporanea di cui ultimamente ci occupiamo: questa la ragione per la quale la nota di lettura è anticipata. Alojz Gradnik, infatti, nasce nel 1882 a Medana, nella Goriška Brda, regione storica a cavallo tra Slovenia e Italia (dove è conosciuta come Collio), rinomata ancora oggi per la sua tradizione vitivinicola. Il padre è sloveno triestino, la madre invece è friulana. Frequenta il liceo a Gorizia, poi si iscrive all’università a Vienna per studiare legge, mentre si mantiene come insegnante privato. Muove i primi passi nei tribunali tra Gorizia e Cormons, poi in Istria come assistente del giudice. Durante la Prima guerra mondiale viene arrestato e dopo il rilascio sembra decidere di evitare il più possibile le zone di guerra: allo scoppio del conflitto tra Italia e Impero austro-ungarico lascia Gorizia e si ritira verso l’interno, arrivando a Ljubljana dopo l’occupazione italiana della Primorska nel 1920. Qui lavora come esperto giuridico al Ministero degli esteri, per poi continuare a esercitare la professione a Beograd e poi Zagreb. Nel 1941 viene sollevato dal suo incarico dal regime degli Ustaša, torna a Ljubljana e nel ’46 si ritira a vita privata, dedicandosi interamente alla produzione letteraria, che non rappresenta però una scoperta della tarda età.
La prima raccolta di liriche esce già nel 1916, all’età di 24 anni, e da quel momento in poi esce più di una dozzina di pubblicazioni, di cui alcune curate da terzi. Eros Tanatos (1962), che abbiamo scelto per questa occasione, rappresenta un’opera tarda, che testimonia la maturità del poeta pochi anni prima della sua scomparsa, avvenuta nel ’67. Il titolo è programmatico: “amore e morte” sono chiaramente gli oggetti della riflessione. Soprattutto la morte, descritta talvolta attraverso suggestioni gotiche e immagini macabre che echeggiano certi versi di Baudelaire, la fa da padrona, in bilico tra il memento mori e la celebrazione dell’eros più scabroso. Ma l’amore c’è e non è per forza l’amore distruttivo che porta alla morte; come leggiamo nell’ultima poesia, V zaščitju [Al riparo], sembra piuttosto un attimo di pace, uno scudo contro la morte.

 

© nota a cura di Amalia Stulin

Splendi e bruci

Splendi e bruci e nella tua luce d’oro
palpita tutta la mia anima esausta.
Oh tu, mio sole, fino al fondo del cuore
spingimi, sfiniscimi fino alla morte.

Mi permei tutto il tuo splendore
e quando chiudo gli occhi per l’ultima volta,
sii per me il lume che in eterno
mi rischiara calmo le profondità della tomba.
.
.

Žariš in žgeš

Žariš in žgeš in tvoji zlati luči
vsa trudna duša moja trepeta.
O sonce moje ti, do dna srca
izpali me, do smrti me izmuči.

Naj tvoja vsa me prepoji svetloba
in ko zaprem posledjikrat oči,
mi bodi lučka, ki za večne dni
zasije mirno mi v globine groba.

*** (altro…)

I poeti della domenica #258: Samuel Beckett, Alba

beckett 2

Alba

prima che giunga il giorno sarai qui
con Dante e il Logos e tutti i cieli e i misteri
e la luna maculata
al di là della candida superficie di musica
che qui enuncerai prima del giorno

grave soave cantabile seta
chìnati sull’oscuro firmamento di areche
effondi sui bambù fiore di fumo filari di salici

chi mai se anche ti chini con dita di pietà
a sottoscrivere la polvere
non vorrà aggiungere alla tua elargizione
il cui splendore sarà un foglio dinanzi a me
un resoconto della stessa emesso da oltre la tempesta di emblemi
così che non ci sarà sole né disvelamento
né alcuna schiera
soltanto io e quindi il foglio
e massa inerte

[traduzione di Gabriele Frasca]

 

Alba

before morning you shall be here
and Dante and the Logos and all strata and mysteries
and the branded moon
beyond the white plane of music
that you shall establish here before morning

grave suave singing silk
stoop to the black firmament of areca
rai on the bamboos flower of smoke alley of willow

who thought you stoop with fingers of compassion
to endorse the dust
shall not add to your bounty
whose beauty shall be a sheet before me
a statement of itself drawn across the tempestt of emblems
so that there is no sun and no unveilling
and no host
only I and then the sheet
and bulk dead

 

© Samuel Beckett, Ossa d’eco (“Echo’s bones”), da Le poesie, a cura di Gabriele Frasca, Einaudi, 1999

I poeti della domenica #257: Samuel Beckett, da “filastroccate”

 

silenzio così che ciò che fu
prima non sarà mai più
dal bisbiglio lacerato
d’una parola senza passato
per avere troppo detto non potendone più
giurando di non tacere più

[traduzione di Gabriele Frasca]

 

silence tel que ce qui fut
avant jamais ne sera plus
par le murmure déchiré
d’une parole sans passé
d’avoir trop dit n’en pouvant plus
jurant de ne se taire plus

 

© Samuel Beckett, filascroccate (“mirlitonnades”), da Le poesie, a cura di Gabriele Frasca, Einaudi, 1999

Daniel Salguero Díaz, “Libro de los regresos”. Nota e scelta a cura di D. Campanari

daniel diazLibro de los regresos
di Daniel Salguero Díaz

 

 

«Dobbiamo vivere questo tempo senza fretta», dice il poeta. E aggiunge: «come due estranei/ che hanno abitato in una casa estranea.» È la distanza più vicina delle pareti di una stessa abitazione a raccontarsi in questi versi dello spagnolo Daniel Salguero Díaz. La poesia, ancora una volta, è malinconia nel tempo delle persone perse eppure presenti da qualche parte che non siamo noi. Più avanti, Díaz usa la parola “diluire” – che diventa diluirci – per dire di un amore liquido che sa fondersi col resto della casa: corridoi, porte e finestre. Tutto «in questa luce che a volte/ lo riempie.»
È netto il ricordo anche nell’altra poesia qui proposta in cui ri-torna Ulisse nei versi di un poeta – il mito che non smette di essere raccontato perché è mito, appunto, immortale. «Parliamo ora di tornare indietro e reinventare/ la nostra memoria», come a dire che se solo si potesse ricominciare la vita daccapo si farebbe ciò che non è stato fatto, «Parliamo alla fine di ritornare.»

© Daniele Campanari

Due poesie da Libro de los regresos, La isla de siltolá
(traduzione di Gloriana Orlando)

 

1.

Hemos de habitar este tiempo sin prisa, como dos extraños
que moraran en una casa extraña y fuesen dejando
pequeños rastros de su vida en las estanterías y cajones.
Una fotografía de la infancia, un disco de vinilo de Billie
Hollyday, un libro de Cortázar, el primer reloj regalado…
Descubrir cada día cosas nuevas en los estantes y leer al
otro ser en los objetos, en los recuerdos, en las miradas
esparcidas por la casa. Hemos de diluirnos en estos ríos de
pasillos, puertas y ventanas, en esta luz que lo llena a veces
todo, y otras veces todo lo apaga en soñolientos atardeceres…
ser la noche y los niños que imaginan estrellas
en el techo de la habitación dormida… Ser la humedad
entrelazada que los amantes han dejado en las sábanas,
y también el amanecer de lejanas calles que despiertan
con su eco de desayunos rápidos en la cocina. Hemos de
habitar este espacio, este instante… esta casa que nos irá
habitando poco a poco, para que al fin podamos habitarnos
nosotros mismos. (altro…)

Due poesie di Mila Lambovska (tradotte da Emilia Mirazchiyska)

Violoncello capriccioso domenica

Conto le cornacchie
sto impaludendo
fa’ le cose giuste
un gargarismo
mi arrotondo
come lo senti, così pronuncialo
eludiamo responsabilità
esprimendo i sentimenti con attenzione
desideriamo
a volte crolliamo
in silenzio scaviamo cavità
sempre più fonde sempre più addentro
per evitare l’incontro
pronuncialo anche se di fuoco
giugno è quasi luglio
passa al semaforo rosso

.

Капризно виолончело неделя

броя гаргите
блатясвам
прави правилните неща
правя си гаргара
навивам се на кравай
кажи го както го чувстваш
презастраховаме се
с умело изразяване на чувствата
копеем
понякога се срутваме
мълчаливо дълбаем коруби
все по-надълбоко все по-навътре
за да избегнем срещата
говори даже да е нажежено
юни е почти юли
мини на червено

.

Gettati tra le nuvole

sfreghiamo ció che resta della cera dal silenzio addensato
parole della mia e della sua lingua baciano l’aria
lasciando illese le tele dei ragni
Sbalorditi dalla tempesta
i denti spezzati di case crollate
e un cimitero di rottami dall’altro lato della strada
volano sopra ali di farfalla
Le mia grida svegliano
la vecchia sorda al primo piano
la sento strascicare le ciabatte consumate
mandare al diavolo i ratti
dello scantinato
e pregare il buon dio
di prenderla ormai
Veniamo velocemente
spronati dai tuoni

.

Захвърлени в облаците

чегъртаме нагара от натрупаното мълчание
думи на моя и неговия език целуват въздуха
без да разкъсват паяжините
Зашеметени от бурята
изкъртените зъби на порутените къщи
и автоморгата от другата страна на улицата
летят на крилете на пеперудите
Крясъците ми събуждат
глухата бабичка от първия етаж
чувам я как тътри протритите си чехли
как проклетисва плъховете
от сутерена
как се провиква към добрия бог
да я взема вече
Свършваме бързо
пришпорвани от гръмотевиците

.

© Traduzione dal bulgaro di Emilia Mirazchiyska

© Mila Lambovska, in L’anno di Giorgia, Scalino editore, 2016

I poeti della domenica #254: Cees Nooteboom, Pomeriggio

Pomeriggio 

A volte non ci vuole poi molto.
Un pomeriggio di ore levigate
che non si adattano l’una all’altra,
e lui spezzato da se stesso,
seduto su diverse sedie
e dappertutto un’anima o un corpo.

In una parte della stanza è notte
da un’altra parte passato, vacanza e guerra.
Sul soffitto il mare sfiora la luminosa spiaggia,
e non c’è mano a guidare tutto questo,
né maestro di stalla né computer
solo lo stesso stesso, lui,
qualcuno, lo smembrato,
l’uomo non unificato,
in dialogo con se stesso, sognando e pensando,
presente, invisibile.

Uno che se ne sarebbe poi andato a mangiare e a dormire.
Uno con un orologio e le scarpe.
Uno che se n’è andato.
Uno che avrebbe dovuto andarsene.

Uno che è rimasto ancora un po’.

Cees Nooteboom, da Luce ovunque. 2012-1964. Traduzione di Fulvio Ferrari, Einaudi, Torino 2016, p. 169

Middag

Soms niet zoveel nodig.
Een middag van gepolijste uren
die niet bijg elkaar passen,
en hijzelf door zichzelf verbroken,
zittend in verschillende stoelen
met overal wel een ziel of een lichaam.

In een deel van de kamer is het nacht.
Ergens anders verleden, vakantie en oorlog.
Op het plafond raakt de zee aan het lichtende strand,
en geen hand die dit alles bestuurt,
geen stalmeester, geen computer,
alleen maar dezelfde de zelfde, hij,
iemand, de uit elkaargenomen,
niet verenigde man,
in gesprek met zichzelf, dromend en denkend,
aanwezig, onzichtbaar.

Iemand die later zou gaan eten en slapen.
Iemand met een horloge en schoenen.
Iemand die wegging.
Iemand die weg zou gaan.

Iemand die nog wat bleef.

Cees Nooteboom, da Open als een schelp, dicht als een steen (Aperto come un guscio, chiuso come una pietra), 1978

I poeti della domenica #253: Fernando Pessoa, Di nuovo ti rivedo

… Di nuovo ti rivedo,
città della mia infanzia spaventosamente perduta…
Città triste e allegra, eccomi tornato a sognare!
Io? Ma sono lo stesso che qui è vissuto, che qui è tornato,
e che qui è tornato a tornare, e a ritornare,
e di nuovo a ritornare?
O siamo, tutti gli Io che qui sono stato o sono stati,
una serie di grani-enti legati da un filo-memoria,
una serie di sogni di me di qualcuno fuori di me?

Una volta ancora ti rivedo,
col cuore più lontano e l’anima meno mia.

Una volta ancora ti rivedo –  Lisbona e Tago, e tutto -,
viandante inutile di te e di me,
straniero qui come dappertutto,
casuale nella vita come nell’animo,
fantasma errante in sale di ricordi,
al rumore dei topi e delle tavole che scricchiolano
nel castello maledetto del dover vivere…

Fernando Pessoa, da Poesie di Álvaro de Campos
(traduzione di Antonio Tabucchi)

Questi versi sono riportati in esergo da Ermanno Rea nel suo romanzo Napoli Ferrovia.

Outra vez te revejo,
Cidade da minha infância pavorosamente perdida…
Cidade triste e alegre, outra vez sonho aqui…
Eu? Mas sou eu o mesmo que aqui vivi, e aqui voltei,
E aqui tornei a voltar, e a voltar.
E aqui de novo tornei a voltar?
Ou somos todos os Eu que estive aqui ou estiveram,
Uma série de contas-entes ligados por um fio-memória,
Uma série de sonhos de mim de alguém de fora de mim?

Outra vez te revejo,
Com o coração mais longínquo, a alma menos minha.

Outra vez te revejo – Lisboa e Tejo e tudo -,
Transeunte inútil de ti e de mim,
Estrangeiro aqui como em toda a parte,
Casual na vida como na alma,
Fantasma a errar em salas de recordações,
Ao ruído dos ratos e das tábuas que rangem
No castelo maldito de ter que viver.

Dalla biografia di Rudi Dutschke

 

Cinquanta anni fa, l’11 aprile 1968, l’attentato a Rudi Dutschke, leader del Movimento Studentesco Socialista (SDS, letteralmente “lega socialista tedesca degli studenti”), una settimana dopo l’assassinio di Martin Luther King, avvenne a un mese di distanza dagli scontri di Valle Giulia a Roma e un mese prima del maggio parigino. Le manifestazioni degli studenti in Germania e in altre città europee contro il ferimento di “Rudi il rosso” indicarono il mandante, chi aveva mosso la mano dell’attentatore Josef Bachmann, nella campagna di diffamazione a mezzo stampa orchestrata dalla casa editrice Springer. Rudi Dutschke sopravvisse all’attentato, ma morì nel 1979 per cause che a quell’attentato risalivano. Di seguito riporto, nella mia traduzione, le pagine relative all’11 aprile 1968, tratte dalla biografia di Rudi Dutschke scritta dalla moglie di lui, Gretchen. (Anna Maria Curci)

L’11 aprile 1968, giovedì santo, una settimana dopo l’assassinio di Martin Luther King negli Stati Uniti, Rudi Dutschke fu steso a terra, in mezzo alla strada e sotto gli occhi di tutti, dai colpi sparati da Josef Bachmann, un fanatico hitleriano aizzato dalla campagna di stampa del gruppo editoriale Springer. Con una certa sconsideratezza, Rudi aveva creduto di essere invulnerabile.
Malgrado fosse stato colpito al cervello e al volto, Rudi ebbe modo, in seguito, di serbare ricordi del tentato omicidio di cui era stato vittima: «Nell’aprile del 1968, aspettare sul Ku’damm rappresentava per me un certo rischio. Ma la furia della campagna diffamatoria era scemata già a marzo, e soprattutto dovevo uscire per andare a prendere qualcosa per Ho, nostro figlio allora neonato. Naturalmente in una situazione del genere ci si guarda intorno più volte, senza dare nell’occhio in misura significativa. Dopo 10-15 minuti che stavo seduto sul sellino della bicicletta qualcosa attirò la mia attenzione, un uomo era sceso da un auto che si era appena piazzata nella parte centrale del Ku’damm, quella destinata al parcheggio, di fronte all’ingresso della sede dell’SDS*; l’uomo si allontanava sempre di più dalla sua auto, restava nella striscia centrale, si avvicinava a me, senza che io capissi, che comprendessi che questa persona voleva mettere le mani proprio su di me, per uccidermi, per tentare di farlo. Dopo un tempo che durò da quattro a cinque minuti ci trovammo uno di fronte all’altro, tra di noi c’era soltanto la strada. Dopo che fu passata l’ultima ondata di automobili, attraversò la strada, mi passò accanto a una certa distanza con fare rilassato e dal marciapiede si rivolse direttamente a me, chiedendomi: “Lei è Rudi Dutschke?”, io dissi: “Sì”; cominciarono gli spari, io mi butto automaticamente su di lui, cominciano ad aprirsi gli spazi vuoti nel cervello sui minuti e sulle ore successivi, con brevi intervalli di istanti […]». – «Comunque, come mi fu confermato in seguito, il mio ultimo grido quell’11 aprile 1968 sopraggiunse, quando avevo già percorso circa 70 metri con le pallottole nella testa, sulla panchina davanti alla porta dell’SDS; nessuno, comprensibilmente, mi fece  più entrare: “Mamma, mamma”, dalla mia bocca non uscirono più altre parole.»**
Di presentimenti ne avevo avuti a sufficienza.
Era pomeriggio, stavo chiacchierando con Cano, amministratore del condominio dai Gollwitzer, dove all’epoca alloggiavamo in via provvisoria. Rudi era andato in bicicletta in città per comprare gocce per il naso per il piccolo Hosea, che aveva il raffreddore. Invece di cercare una farmacia lì vicino, si era recato in quella che si trovava accanto alla sede dell’SDS. Lì infatti voleva prendere del materiale su Praga per Stefan Aust. Quando arrivò, la farmacia era chiusa per la pausa pranzo e Rudi dovette aspettare.
Nel frattempo si presentò a casa nostra Stefan Aust. Voleva passare a prendere un articolo di Rudi sulla situazione nell’Unione Sovietica, destinato a “Konkret”. Come al solito, Rudi non lo aveva preparato per tempo. All’improvviso sentii un dolore lancinante all’addome. Faceva così male, che dovetti interrompere bruscamente la conversazione con Cano e Stefan. Poco dopo arrivò una telefonata. Uno sconosciuto mi chiedeva se Rudi era a casa. Non sospettando niente, dissi di no. Quello mormorò che qualcuno era stato steso a terra da colpi di pistola davanti alla sede dell’SDS sul Kurfürstendamm, che poteva trattarsi di Rudi. Mi spaventai. L’uomo disse: «No, no, mi dispiace, non sapevo che Lei non sapesse nulla. Forse non si trattava affatto di Rudi. Volevo soltanto sapere se lui era lì.» Riattaccò. Disperata afferrai il mio bambino, come se Hosea avesse potuto scongiurare lo spavento.

(da: Wir hatten ein barbarisches schönes Leben. Rudi Dutschke. Eine Biographie von Gretchen Dutschke, Kiepenheuer & Witsch, Köln 1996, pp. 197-198; traduzione di Anna Maria Curci).

 

* SDS è il Sozialistischer Deutscher Studentenbund, la lega socialista tedesca degli studenti.
** Rudi Dutschke al redattore della rivista “stern” Claus Lutterbeck, in un’intervista del 4 settembre 1977.

Glen Sorestad, poesie tradotte da Angela D’Ambra

 

Poesie da Acqua e roccia – traduzione di Angela D’Ambra

Interludio: Poesie di Glen Sorestad

 

Primo mattino

anticipazione
ci accelera sull’acqua.

Fervore fanciullesco scisso
tra mondano e mistero,

gli scenari così familiari, pure rinnovati
ogni anno proprio come primavera.

Gli occhi confermano di nuovo
quelle immagini depositate

nella memoria del cuore,
cercano d’abbracciare tutto

ancora e ancora, come se
cose così fossero davvero

troppo preziose per durare –
forse il conoscere, sì,

sempre il conoscere
questo è vero.

First Morning

anticipation
speeding us across the water.

Boyish eagerness torn
between mundane and mystery,

the sights so familiar, yet renewed
each year like spring itself.

The eyes confirm anew
those images lodged

in the heart’s memory,
seek to encompass everything

again and again, as if
such things must surely be

too precious to last –
perhaps the knowing, yes,

always the knowing
this is true.

(altro…)

Poesie di Ekaterina Grigorova (tradotte da E. Mirazchiyska e A. Alessandrini)

Пощенска картичка

Тук всичко е традиция – след трийсет и колко години
всичко в този зимен курорт е запазило нивото си.
Наблюдавам един мъж. Навремето го наричаха женчо.
Беше най-хубавото момче от класа ни –
един напет мъжчо, не женчо.
И сега, тъкмо по обед, какъвто е навикът на
изисканите дежавю-та,
сред лятната градина на ресторанта с
отсрещните върхове,
виждам познатия мъжчо да приема същата
безобидна шега от няколко ухилени мъжлета:
„женски мъж“, „женски мъж“.

И какво ако е така? – стискам химикалката и разсеяно се извръщам –
защото да се говори за половете ми е неприятно.

Cartolina postale

Qui tutto sembra una specie di tradizione, dopo trent’anni tutto
in questo luogo di villeggiatura è rimasto all’altezza.
Sto osservando un uomo che una volta chiamavano femminuccia.
Era il ragazzino più bello della classe,
un bel maschietto, altro che femminuccia.
E adesso, l’ora di pranzo, secondo l’abitudine
dei déjà vu sofisticati,
nel giardino estivo del ristorante
con belvedere sulle cime di fronte
vedo lo stesso maschietto da trent’anni mio compagno di classe
che accetta la stessa beffa dai compagni burloni:
“femminuccia”, “donnetta”.

Li ignoro, stringo la penna tra le dita
e guardo altrove come se fossi distratta:
parlare di generi infastidisce.

.

След клането

Когато стигнахме видях,
че сградата, предназначена за хотел,
е с три етажа по-висока от
манастирчето Свети Панталеймон.
Някаква родственица на попа ни отвори.
Бяха заклали прасе,
вътре някъде пълнеха суджуци –
жената димеше от бързане, не спираше да говори:
Преди нас други туристи домъкнали кученце.
То скимтяло, спъвало се в краката ѝ,
и толкова досадно ѝ било зъзненето му.
Къдрите ѝ сега висяха неутешимо
като оголени саби..

Al macello

Quando siamo arrivati ho visto
che l’albergo era di tre piani
più alto del piccolo convento San Pantaleimon.
Una parente del padre ci ha aperto la porta.
Da poco avevano squartato un maiale,
da qualche parte dentro riempivano salcicce,
la donna era affaccendata, non smetteva di parlare:
altri turisti avevano portato un cagnolino
uggiolava e si arrampicava sulle sue gambe
le infastidiva il suo tremare di freddo.
I suoi riccioli appendevano inconsolati
come spade fuori dalle guaine.

.
© Testi di Ekaterina Grigorova
© Traduzione di Emilia Mirazchiyska e Alessio Alessandrini

 

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Mario Quintana, Poesie tradotte da Emilio Capaccio

Mário Quintana (Alegrete, 30 luglio 1906 – Porto Alegre, 5 maggio 1994) è stato un poeta, scrittore, giornalista, traduttore; uno tra i più amati artisti brasiliani. Soprannominato “il poeta delle cose semplici” per la capacità di fare della sua poesia una continua confessione autobiografica, traendo ispirazione dalle piccole cose quotidiane, pubblica i suoi primi versi, su una rivista di Porto Alegre, già all’età di tredici anni. Tra le sue raccolte più significative si ricordano: O Aprendiz de Feiticeiro (1950), Espelho Mágico (1951), Caderno H (1973), Apontamentos de História Sobrenatural (1976), A Vaca e o Hipogrifo (1977), Esconderijos do Tempo (1980), Baú de Espantos ((1986), Preparativos de Viagem (1987), A Cor do Invisível (1989), Velório sem Defunto (1990).

Come traduttore si devono a lui le pubblicazioni in lingua portoghese di oltre centotrenta opere, tra le quali: Parole e Sangue di Giovanni Papini, Alla ricerca del Tempo Perduto di Marcel Proust, Mrs. Dalloway di Virginia Woolf, Lord Jim di Joseph Conrad.

Traduzioni di Emilio Capaccio

 

NO SILÊNCIO TERRÍVEL DO COSMOS

No silêncio terrível do Cosmos
Hà de ficar uma última lâmpada acesa
Mas tão baça
Tão pobre
Que eu procurarei, às cegas, por entre os papéis revoltos,
Pelo fundo dos armários,
Pelo assoalho, onde estarão fugindo imundas ratazanas,
O pequeno crucifixo de prata
— O pequenino, o milagroso crucifixo de prata que tu me deste um dia
Preso a uma fita preta.
E por ele os meus lábios convulsos chorarão
Viciosos do divino contato da prata fria …
Da prata clara, silenciosa, divinamente fria — morta!
E então a derradeira luz se apagarà de todo …

(O Aprendiz de Feiticeiro, 1950)

NEL SILENZIO TERRIBILE DEL COSMO

Nel silenzio terribile del Cosmo
Deve restare un’ultima lampada accesa.
Ma così tenue,
Così povera
Che cercherò, alla cieca, fra le carte sparse,
Sul fondo degli armadi,
Per la soffitta, dove staranno fuggendo immonde pantegane,
Il piccolo crocifisso d’argento
— Il piccolissimo, il miracoloso crocifisso d’argento
Che mi hai dato un giorno
Attaccato a un nastrino nero.
E per lui le mie labbra convulse piangeranno
Viziate dal divino contatto dell’argento freddo …
Dell’argento chiaro, silenzioso, divinamente freddo — morto!
E allora l’ultima luce si spegnerà del tutto …

 

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Manuel Cohen, A mezza selva #4: Salvatore Ritrovato

A mezza selva#4: Salvatore Ritrovato
La strana pace sentimentale della poesia

di Manuel Cohen

 

Il gruppo di diciannove testi raccolti in questo volume, di cui uno tratto da Come chi non torna (2008), undici da L’angolo ospitale (2013) e gli ultimi sette inediti, ottimamente tradotti in spagnolo da Emilio Coco, Eva María Perdigon, Laura Nieves e Caterina Mulé (qui rivisti da Gianni Darconza e Mario Meléndez) sembrano indirizzati a un pubblico più ampio, e concepiti come una piccola antologia portatile: una piccola mappa, una bussola per frammenti di autobiografia letteraria o, sia pure, un piccolo libro da viaggio, o più, un petit livre de chevet. Uno di quei libri di poesia che possono agire molto e profondamente nel lettore che potrà incontrare lungo la via. Salvatore Ritrovato, nato in Puglia nel 1967, è uno dei poeti migliori, più intelligenti, colti, significativi e meno appariscenti, meno apparenti o a la page, della sua generazione. Non mi dilungherò in questa breve nota a elencare la forza della sua ben strutturata formulazione retorica, affidata spesso a un verso base endecasillabico vieppiù mosso e dilatato in un contenuto prosimetro, oppure a strategiche soluzioni sonore affidate a sapienti e calibrate rime interne, o a clausole fulminanti in rima e semirima. Con più chiarezza, dirò che per quel che mi è dato di conoscere dal mio particolare osservatorio sulla poesia italiana contemporanea, posso affermare senza ombra di dubbio che Ritrovato sia l’autore ‘più sentimentale’, e ricorro all’uso di questo aggettivo con il rischio di essere facilmente frainteso. Poeta di squisito taglio esistenziale, si distingue da tanta poesia italiana per un naturale, e tuttavia ricco di risonanze di cultura classica, tono elegiaco: non a caso il critico Massimo Raffaeli, presentando la raccolta Come chi non torna, annota: «Il segno di Ritrovato ha carattere lirico-elegiaco, un tono mite e tuttavia passibile di improvvise escursioni (laddove premono gli spasmi del ricordo, tradotti in abrasive percezioni del presente) che sommuovono la regolarità del proprio ritmo.» Il dato sentimentale, in un contesto di generale aridità, cinismo e disincanto che sembra da qualche decennio indurre all’inazione o raggelare vaste esperienze e aree della poesia italiana contemporanea, si presenta nel nostro autore quale dirompente (e morbido) elemento di natura e di cultura: un elemento che, nella apparente mitezza, si fa strumento di decodifica dell’esistente e dell’esperienza del mondo, e si fa, suo malgrado, arma affilata di rifiuto delle logiche e delle mode. (altro…)