Traduzioni

Emiliano Ventura, Intervista a Sotirios Pastakas

Sotirios Pastakas, foto di ©Dino Ignani

La poesia è la più aristocratica delle arti».
Intervista a Sotirios Pastakas

di Emiliano Ventura

 

Sotirios Pastakas è uno dei maggiori poeti greci, la sua opera è tradotta in molte lingue (quindici) ed è apprezzata in varie nazioni e continenti; la sua raccolta Trilogia (Food Line) è stata tradotta negli USA nel 2015. Nello stesso anno gli è stato assegnato il premio Annibale Ruccello. La sua opera poetica viene edita in Italia dal coraggioso Multimedia Edizioni (Salerno 2016); Corpo a corpo è un’antologia che raccoglie le varie parti delle sue raccolte da L’esperienza del respiro (1986) all’Incipiente Alzhaimer 2017. Per le prestigiose edizioni dei Quaderni del Bardo (Lecce, 2018), esce la raccolta Jorge; mentre Monte Egaleo, forse la più saccheggiata, è del 2009. Pastakas è anche psichiatra, attività che ha svolto per decenni e che inevitabilmente si riflette sulla sua opera. Nello svolgere un lavoro critico sulla sua poesia ha avuto la cortesia di farmi leggere alcuni suoi racconti editi e tradotti anche in italiano. Queste prose appartengono alla raccolta, Il Dott Ψ e I suoi pazienti, pubblicato nel 2015, da “Melani” editore, Atene. Più che racconti sarebbe meglio definirli “piccoli poemi in prosa” (come le prose di Baudelaire), è come se fosse rimasto fedele al dettame del poeta francese “sii sempre poeta anche in prosa”. Questa breve intervista è debitrice alla sua poesia ma anche ai piccoli poemi che ci ha donato.

1.D) Cosa si prova ad usare la stessa lingua di Omero, Esiodo, Eschilo, soprattutto ad essere capiti usando quella stessa lingua? (non è proprio così ma semplifico per rendere l’idea). Come se io potessi usare il latino, la nostalgia del latino, ed essere compreso da tutti senza sembrare nostalgico, elitario o pazzo. Il greco è una lingua senza nostalgia?

1.R) Il greco è una stratificazione di linguaggi molto ricca, di secoli, e mi sento fortunato ad usare le parole che creano assonanze, allitterazioni e doppi, se non quadrupli, sensi di interpretazioni a posteriori. Una lingua malleabile e ricca, capace di offrire nuove metafore. Omero, Esiodo ci hanno fornito le maggiori metafore… il mare pieno di vino, la notte che ha generato i figli dei sogni… Non parliamo più la stessa lingua ma ci è familiare per via delle metafore… essendo queste poche di numero, è una provocazione reale per noi Greci cercarne di nuove, anzi quell’unica che ci permetta di vedere il mondo di nuovo giovane e sano. La nostalgia si scaccia proprio con la ricerca della nuova metafora che darà la carica all’orologio fermo dell’epoca moderna… Eschilo aspetta di essere scritto daccapo…

2.D) Oltre ad essere poeta sei autore di alcune prose, tra queste volevo chiederti di tornare su Allen Ginsberg, il mio Babbo Natale. Qui racconti del tuo viaggio in autostop a Spoleto per ascoltare Allen Ginsberg, nel ‘75. Un evento che non ti piacque perché suonava un aerofono e non ti fecero fumare. Mentre lo avresti apprezzato, anni dopo, nel ’79 al festival di Castelporziano, quando calmò i tafferugli del pubblico con la recitazione delle sue poesie, l’Om e l’accompagnamento musicale. Volevo chiederti una testimonianza su quell’evento del ’79, il secondo momento traumatico per la poesia italiana, il primo è l’omicidio Pasolini. Dopo questi fatti la poesia italiana si chiude nell’autoreferenzialità, è divenuta ancor più elitaria perdendo la capacità, o volontà, di essere popolare.

2.R) «In our sleep, which cannot forget falls drop by drop upon the heart until, in our own despair, against our will, comes wisdom through the awful grace of god». [Nel nostro sonno, che non può dimenticare, goccia a goccia cadente sul cuore finché, nella nostra stessa disperazione, contro la nostra volontà, arriva la saggezza, come una terribile grazia di Dio]. Parole di Robert Kennedy per la morte di Martin Luther King, sono i versi 179/183 tratti dall’Agamennone di Eschilo, il poeta più amato da Kennedy. La cultura Italiana non ha potuto piangere Pasolini. Un processo di lutto necessario per andare avanti, ci sono state reazioni sentimentali vuote di senso, di fatto nulle. Se Pasolini fosse stato pianto veramente a suo tempo avremmo avuto un’altra cultura, un’altra poesia, forse, in Italia. La negazione del lutto ha creato tutta questa poesia da pettegolezzo condominiale, caro alla Commedia all’italiana, ma non alla poesia alta di Sereni, Saba, Penna. La rimozione poi del Festival di Castelporziano ha creato mostri di rappacificazione. Poeti italiani, anziché aprirsi al mondo si sono rintanati nella piccola Italia di Arbasino. Dimenticando il giorno dopo Yevtushenko, Tomas Gorpas, Gregory Corso, Amelia Rosselli, cito apposta nomi a caso dei partecipanti, per far capire che Castelporziano e stato un momento magico per il pianeta terra e non solo per l’Italietta di Fantozzi. Io partecipo a vari festival poetici in Italia e fuori, quello che non mi convince, nei poeti italiani, è il modo di recitare i propri versi: leggono tutti inspirando la voce, lì dove dovrebbero aspirare, mi fanno pena veramente, per dirne una… Come si fa, caro mio, a porsi di fronte a un pubblico popolare recitando da improvvisato Memè Perlini?

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Ivan Hristov, Il discorso continuo (di Luca Benassi)

Ivan Hristov. Il discorso continuo.

Traduzione di Laura Corraducci

Il libro più noto di Ivan Hristov è Poesia americane del 2013, dal quale sono tratti i testi qui pubblicati (tranne Acacia e Zaffiro, che sono tratti da Dizionario dell’amore). Poesie americane è un titolo che rimanda a un’appartenenza geografica, spostando l’attenzione dalla penisola balcanica, alla quale il bulgaro Hristov appartiene, al grande continente oltreoceano, che il poeta ha frequentato lungamente per motivi personali.
Del resto, questa scrittura ricorda certe movenze della poesia statunitense, attraverso la tendenza a raccontare con piccoli quadretti che si offrono in pennellate e brevi scoppi di colori. In questo senso la poesia di Hristov va avanti per fotogrammi, istantanee di vita, offrendo una geografia scarna, fatta di interni di appartamento, un soggiorno, la luce di un tramonto, un lago: «E restammo seduti/ Nel mezzo/ Del tramonto/ Sul lago/ In silenzio.» Si tratta di poesia brevi, verticali, dove il linguaggio è asciutto e diretto, e dove emergono la trasparenza del dettato, il tono disarmante e privo di astuzie linguistiche e di retorica. È una poesia quasi senza aggettivi, assoluta, che per certi aspetti ricorda lo statunitense Carver: il tono è discorsivo, quasi un piccolo racconto dialogato negli spazi immensi e assoluti dell’America. Si tratta di ‘discorso continuo’ che cerca di costruire un flusso – spesso un flusso di ricordi – e richiama un’altra grande esperienza poetica d’oltre oceano, la beat generation, i cui poeti sono citati dal nostro autore: «E stavamo seduti/ Da qualche parte/ Nel nostro piccolo/ Paese/ Nel nostro piccolo vicinato/ Nel nostro piccolo appartamento/ Restavamo seduti in silenzio/ Bevendo/ E poi/ Parlammo/ Parlammo/ Di Allen Ginsberg/ E Charles Bukowski/ E di Jack Kerouac/ E William Borroughs/ E parlammo/ degli anni ‘60/ dei nostri amori/ delle nostre Americhe».
Gli Stati Uniti di Hristov si mostrano come uno spazio mentale, nel quale si addensano le nostre paure, sogni, le speranze compiute e quelle infrante; è un’America nella quale ritrovarsi e poter cogliere gli stereotipi che ci appartengono, affondando le radici nell’immaginario, come nel testo dedicato all’attentato alle torri gemelle, rivissuto cinque anni dopo, attraverso un ricordo che si fa presente.
In questa poesia, tuttavia, non mancano i tentativi del poeta di cercare la sua terra, i riferimenti di bellezza che sappiano orientare e stupire come nel testo Un rosa bulgara. Qui il poeta cerca ‘qualcosa’ di bulgaro Fra Andy Warhol/ E Yoko Ono, fra i simboli accesi dell’America, fra i ready made delle gallerie d’arte che non sembrano offrire bellezza, e la grandezza dei musei di scienze. La bellezza è una rosa, simbolo della Bulgaria ed espressione di sinuosa femminilità e semplice gioia, che sboccia fra le vie tutte acciaio e cemento d’America.
Hristov tenta di avvicinare i lembi dei continenti, fa sussultare la terra, fa incontrare mondi. Nella poesia Bernie il poeta racconta un dialogo sulle differenze fra cattolicesimo e protestantesimo. Anche qui emerge il tentativo di creare una connessione fra i due continenti (anche se la Bulgaria è un paese a maggioranza ortodossa), ricordando l’epoca socialista nella quale l’assenza di Dio era imposta dalla politica.
Nelle poesie di Hristov c’è quasi sempre un dialogo o il racconto di un dialogo. C’è un Tu che si fa noi, si racconta di noi che parlammo, bevemmo, oppure rimanemmo seduti davanti al silenzio di un lago. Questa poesia è un’esperienza collettiva, un piccolo diario d’incontri da appuntare nel cuore e nella memoria per «sollevare il dolore,/ riconciliare le contraddizioni,/ donare la vita eterna a coloro/ che la posseggono.»
Poesie americane è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 2013, in versione bilingue bulgaro inglese. La traduzione dall’inglese dei testi qui pubblicati è di Laura Corraducci.

© Luca Benassi

 

4.5 on the Richter Scale

Per Vladimir Levchev

E stavamo seduti
da qualche parte
nel nostro piccolo
paese
nel nostro piccolo vicinato
nel nostro piccolo appartamento.
Restavamo seduti in silenzio
bevendo
e poi
parlammo
parlammo
di Allen Ginsberg
e Charles Bukowski
e di Jack Kerouac
e William Borroughs
e parlammo
degli anni ‘60
dei nostri amori
delle nostre Americhe
ed improvvisamente
la terra sotto di noi
sussultò
perché avevamo
riavvicinato troppo
i continenti
Vlado
e per questo Dio
ci punì.

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Nino Muzzi: La sera del poeta (Trakl)

La sera del poeta

C’è un’ora, quella della sera, che contiene per Trakl il momento in cui il mondo appare più vero, pur nella sua crudezza e malinconia.
Trakl, al pari di Hölderlin e di Rilke, ha avuto la ventura di passare sotto l’analisi critica di Heidegger, il quale vi ha trovato quel che vi ha cercato: la lingua (die Sprache, intesa come “la parlata” di un popolo o di una etnia). Con questa impostazione filosofica e filologica ogni poeta incorso appunto nella ventura heideggeriana, si fa oggettivamente portavoce di qualcosa di più grande di lui, di cui lui diventa il tramite inconsapevole.

Una biografia non produce poesia

Rivelare al lettore che un poeta, nato da famiglia agiata e numerosa, si sia invaghito della sorella fino all’incesto, che abbia fatto uso di droghe e sia morto suicida di un’overdose, distendendo il tutto su un tratto di Storia civile (per esempio sul periodo che include la Grande Guerra), non riesce a spiegare quasi niente della sua produzione poetica. La biografia del Nostro purtroppo è stata chiamata troppo spesso in causa per spiegare i moti del suo animo e le sue scelte poetiche, come d’altronde le sue esperienze di guerra sono state prese per cause del suicidio che invece era stato da tempo maturato e annunciato.
D’altronde ogni strada intrapresa dai critici al fine di un’esegesi risolutiva della poesia di Trakl si è conclusa con le parole di Rilke: «Wer mag er gewesen sein?» (Chi mai potrà essere stato?).
Una disamina completa delle varie posizioni critiche su Trakl venne poi intrapresa per il centenario della nascita del poeta da Fausto Cercignani in un convegno organizzato nel 1987 alla Statale di Milano. Cercignani, comunque, dopo aver esposto tutte le posizioni altrui, tentava una sua propria interpretazione evocando la figura di Elis, il fanciullo cantato da Trakl. Sarebbe stata questa l’immagine che ci avrebbe permesso di penetrare nel mondo di Trakl, che era quasi programmaticamente precluso al lettore.
Noi pensiamo di penetrarvi evocando l’immagine della sera.

La sera senza simbologie

La sera ci richiama alla mente il famoso sonetto del Foscolo che ne esplicita – forse fin troppo – i significati simbolici. Noi non pensiamo però che la sera di Trakl si debba interpretare su quella falsariga. Pensiamo piuttosto che il poeta ci abbia regalato delle stupende atmosfere serali che non sono affatto scevre da un carattere naturalistico né da un’aura di reminiscenza personale:

Passeggiata attraverso un’estate morente
accanto a manne di grano ingiallito. Sotto la volta imbiancata,
dove la rondine entra ed esce sfrecciando, bevemmo vino generoso.

Forse non si è riflettuto abbastanza su quanto sia importante certo paesaggio per un occhio austriaco. Basta scorrere le pagine di Musil per capire in che modo quell’occhio legga il paesaggio, al di là della famosa frase dell’autore de L’uomo senza qualità per cui “La montagna d’inverno e il mare in piena estate sono le due grandi prove dell’anima”. Quella particolare lettura di quel certo paesaggio, che in fin dei conti va inteso come terra dei padri, sbocca sempre in una visione filosofica, mentre, al contrario, la visione del filosofo non saprà mai ripercorrere quella lettura partendo dalle sue categorie di pensiero. Per questo la visione heideggeriana rimane esterna alle ragioni poetiche di Trakl. Il poeta parte da un sentimento di esilio che gli nasce dalla visione di un determinato paesaggio urbano, e quindi si definisce “esule”, mentre Heidegger parte dal concetto di “esule” e lo applica a Trakl.
Sentiamo il poeta:

Voi grandi città
costruite di pietra
nella pianura! Così muto segue
il senza-patria
con fronte bassa il vento,
gli alberi spogli sulla collina.

Il poeta risale quindi sempre dall’immagine al concetto:

– Il bosco che disseccato si allarga –
con ombre intorno, come siepi di rovi.
La selvaggina esce tremante dai covi,
mentre un torrente silenzioso sgorga
e fra le vecchie pietre segue felci
e brilla argenteo fra intrecci di foglie.
Tosto il suono in buie gole si coglie –
forse già brillano in cielo le luci.

È chiaro che qui il percorso è quello di cui parlavamo sopra: le siepi, il torrente, le felci, le foglie e tutti gli altri elementi naturalistici -che fanno anche pensare ad un Trakl impressionista- nell’ora della sera vanno trasformandosi in qualcosa di astratto e concettuale, in qualcosa che perde fisicità e diventa sentimento e idea al contempo. Quindi niente di definitorio a priori che poi si vada sciogliendo in immagini poetiche: questo percorso non è di Trakl. (altro…)

I poeti della domenica #394: Antonio Colinas, La Prueba

Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019

 

La Prueba

Mira: a punto estás de penetrar en el bosque. Vas a dejar la casa blanca de la cima,
tan plácida, tan llena de música y sosiego,
y ahí te espera el bosque impenetrable.

Irremediablemente deberás cruzarlo:
el bosque que desciende por ladera escabrosa, el bosque en que no hay nadie
y el bosque en el que puede haber de todo,
el bosque de humedades venenosas,
morada de lo negro,
y de una luz que enturbia la mirada.

Entra en él con cuidado y sal sin prisas,
mas nunca se te ocurra abandonar la senda
que desciende y desciende y desciende.
Mira mucho hacia arriba y no te olvides
de que este tiempo nuestro va pasando
como la hoz por el trigo.
Allá arriba, en las ramas,
no hay luces que te ciegan, si es de día.
Y si fuese de noche,
la negrura más honda la siembran faros ciertos. Todo lo que está arriba guía siempre.

Mira: te espera el bosque impenetrable. Recuerda que la senda que lo cruza
– la senda como río que te lleva -,
debe ser dulce cauce y no boa untuosa que repta y extravía en la maraña.
Que te guíe la música que dejas
– la música que es número y medida – y que más alta música te saque
al fin, tras dura prueba, a mar de luz.

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I poeti della domenica #393: Antonio Colinas, Para olvidar el odio

Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019

 

Para olvidar el odio (11 de marzo de 2004)

Acaso lo más duro y lo más cruel
no sea el abrir violentamente lo negro en lo blanco:
en la armonía el caos,
en ojos inocentes un cuchillo de ira,
en los labios más tiernos de juventud
la muerte.
Acaso lo más duro sea el odio:
ese odio que establece diferencias,
ese odio que se mama en pecho de odio,
ese odio que se enseña y que se aprende,
que enarbola banderas como pústulas
y que niega brutalmente el amor.

¿Hasta cuándo en el mundo la dualidad más cruel,
la ausencia de armonía?
Nuestra patria es el mundo
y, en él, nuestros pulmones
inspiran armonía y espiran honda paz,
inspiran honda paz y espiran armonía.
Por eso, hoy sabemos ya muy bien
que, como primavera temprana,
como ojo inocente, como labio muy tierno,
nunca cesa esperanza de germinar: lo hace
con mayor rapidez que las mareas de sangre.

Este jueves de marzo no llovía
lluvia de odio:
llovían manos mansas,
que a todo y hacia todos se tendían,
suavemente,
como marea de música,
sólo para sanar, para sanarnos.

Por nada cambiaremos esa lluvia de manos bondadosas.
Son las manos de un fuego que es amor,
un fuego que no quema.
Son esas manos que siempre se entregan
y que nunca reniegan de palabras, ideas, sentimientos.
Marea del amor, más poderosa
que el odio que se mama y que se escupe,
que la sangre violada.

Muchacha muerta que en la fotografía
levantas dulcemente tu rostro hacia el cielo,
muchacho muerto que pones tu oído en la tierra
como para escuchar sólo música:
estáis, en realidad, durmiendo, durmiendo, durmiendo.
No turbéis más su sueño.
No turbéis más sus sueños.

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Fabio Dainotti, Selected Poems

 

Fabio Dainotti, Selected Poems, Gradiva Publications 2015

Torno volentieri a scorrere le pagine di Selected Poems di Fabio Dainotti (Gradiva Publications, 2015), nell’originale in italiano e nella traduzione in inglese di Rosaria Zizzo.
Composto di diciannove testi di diversa lunghezza, tratti da raccolte che partono addirittura dal Diario poetico del 1965 e si concludono con tre inediti, Selected Poems di Fabio Dainotti è un libro che ebbi modo di leggere e di presentare a Roma qualche anno fa e ne ripercorro i testi partendo dalla quartina di versi della poesia Sera che, ci informa l’autore, è scritta In memoria di nonna Anna Maria.
Sera (dall’omonima raccolta del 1997) racchiude la bellezza e la sapienza compositiva che caratterizza la scrittura di Fabio Dainotti. In quattro endecasillabi essa concentra un universo di letture, con le quali è evidente, senza essere sfacciata, una lunga e quotidiana dimestichezza.
Sono letture di peso, che abbracciano la poesia di tutti i tempi e, in particolare, tutti i secoli della poesia in lingua italiana, a partire da Dante, poeta di cui Dainotti è profondo conoscitore. Tuttavia, questo peso non schiaccia, non affievolisce la originale combinazione di potere evocativo delle immagini e di precisione nella tessitura musicale:

Fitti si richiamavano gli uccelli,
il sole impensieriva dietro gli alberi.
Il vento ti levava dalle braccia
la stanchezza di un giorno: era la sera.

Potere evocativo e precisione del tessuto sonoro sono entrambi restituiti in maniera convincente dalla versione in lingua inglese di Rosaria Zizzo:

In flocks birds recalled each other,
behind the trees the sun grew pensive.
The wind took away from your arms
the strain of a day: it was evening.

È dedicato a Thomas Mann, invece, un altro componimento che dà conto di cifra e consistenza della raccolta e che, come il titolo di un’opera dell’autore tedesco, porta il nome di Cane e padrone. Qui gli endecasillabi si mescolano a settenari e ad altre misure; tutte concorrono a marcare la distanza tra il poeta «nel mezzanino triste”, in volontaria segregazione, osservato dal suo cane che proietta, interrogandosi, l’altro sé dell’io lirico, e la vita fuori, che «celebra/ i suoi fasti in questa/ foresta innaturale». (altro…)

PoEstate Silva: Кristin Dimitrova, Tre poesie tradotte da Emilia Mirazchiyska

 

LA VITA È

treni persi,
colpo di fulmine,
restituire il guadagnato,
guadagnare il restituito,
finire canzoni cantate,
dare il tono alle nuove,
costruire isole
segrete al futuro,
lavorare al presente,
perdere il perduto.

ЖИВОТЪТ Е

изпуснати влакове,
любов от пръв поглед,
връщане на спечеленото,
печелене на повърнатото,
допяване на изпети песни,
даване на тон за нови,
строежи на тайни
острови в бъдещето,
работа в настоящето,
губене на загубеното.

 

CON L’OCCHIO ARMATO

La bussola che mi hai regalato
funziona.
Ora so
dove è Sud
dove è Est
dove è su
dove è giù.
Dove non pensi a me
da dove non arrivi.
È normale che tu abbia la tua vita.
È normale che io dia un occhio alla bussola.

С ВЪОРЪЖЕНО ОКО

Компасът, който ти ми подари,
работи.
Сега вече знам
къде е юг,
къде е изток,
къде е горе,
къде е долу.
Къде не мислиш за мен,
откъде не идваш.
Нормално е да си имаш свой живот.
Нормално е да поглеждам компаса.

 

DALLA FINESTRA DI UN CANTO

Questo non è solo un canto, non è solo una bocca.
Questo è un foro da cui irrompe il mondo eterno,
l’alito del caos onesto dove le intenzioni
permangono nella loro scintilla d’origine. Tutte le sorti
sono ugualmente forti. Tutti i sensi
sono ugualmente svegli, non storti, non quieti,
il senso esiste per sè, il tempo non è ancora nato.
Questa è un’apertura da cui irrompono
i canti più antichi con le loro ali di pipistrello,
una breve finestra che dà su quello
.              che forse eravamo
.              e che potremmo ridiventare.
Finestre. Si aprono, si chiudono.
La paura della corrente riassicura.
Hai paura del buio?
Con te – no.

ПРЕЗ ПРОЗОРЕЦА НА ЕДНА ПЕСЕН

Това не е просто пеене, не е просто уста.
Това е дупка, през която нахлува вечният свят,
дъхът на честния хаос, сред който намеренията
са в изначалната си искра. Всички съдби
са еднакво силни. Всички сетива
са еднакво будни, неизкривени, непомирени,
смисълът съществува сам за себе си, времето
още не се е родило.
Това е зев, през който нахлуват
най-древните песни с кожените си криле,
кратък прозорец към онова,
.               което може би сме били
.               и което бихме могли да бъдем.
Прозорци. Отварят се, затварят се.
Страхът от течение презастрахова.
Страхуваш ли се от тъмното?
С теб – не.

 

Traduzione dal bulgaro di Emilia Mirazchiyska

I poeti della domenica #386: Hugo Loetscher, C’era una volta il mondo

C’era una volta il mondo

Là dove un satellite si disintegra
Due costellazioni più avanti
E subito a sinistra –
Questo nel caso
Che voi mi
Cerchiate.

Hugo Loetscher
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Es war einmal die Welt

Wo ein Satellit verglüht
Zwei Sternbilder weiter
Und gleich links –
Dies ist für den Fall
Dass ihr mich
Sucht.

 

Hugo Loetscher, da: Es war einmal die Welt. Gedichte, Diogenes Verlag, Zürich 2004

I poeti della domenica #385: Hugo Loetscher, Abbraccio

Abbraccio

Mentre le mie dita ti scompigliano i capelli
altrove esplode un’autobomba
schizzano schegge di vetro
saltano in aria corpi di bambini,

e mentre affondo il viso sotto il tuo braccio
sbatte la porta di una cella,
si spegne l’urlo di un torturato
nei nostri gemiti.

Scambiamo baci
sotto un cielo stellato
che missili mortali
striano di luce:

come rifugio i nostri corpi
abbraccio, tana –
oh se il mio bacio nella tua bocca
fosse per altri pane.

Hugo Loetscher
(traduzione di Annarosa Zweifel Azzone)

 

Umarmung

Wenn meine Finger dir dein Haar durchwühlen,
kracht irgendwo die Autobombe
es splittern Scheiben,
und die Kinder schleudern durch die Luft

und wie mein Kopf auf deiner Achsel ruht,
fällt eine Tür ins Kerkerschloß,
ein Folterschrei erstirbt
in unserem Stöhnen.

Wir tauschen Küsse
unter dem gestirnten Himmel,
durch den Raketen
tödlich ihre Leuchtspur ziehen:

als Zuflucht unsere Körper
Umarmung, Unterschlupf –
ach würd mein Kuss in deinem Mund
für andere Brot.

 

Hugo Loetscher, da: Es war einmal die Welt, Diogenes Verlag, Zürich 2004
Edizione di riferimento: Cento anni di poesia nella Svizzera tedesca, a cura di Annarosa Zweifel Azzone, Crocetti 2013, pp. 170-171

Ostri ritmi #25: Matjaž Pikalo

 

Rojstvo vesolja

Galaksije se zbirajo v jate, Zemlja
je žejna, čaka na zadnje dni, na
dež, ki prihaja. Vesolje se še zmeraj
trese, in čeprav so od velikega poka,
praeksplozije prostora samega, minile
še milijarde let, slišimi pojemajoči
odmev stvaritve. Pika sem, natakarski
učenec, nekdo mi je dal ime, da bi se
pošalil z mano. Zdaj poznam vpliv
gama žarkov na rast mesečkov. Ne
sovražim sveta, v katerem bivam, čeprav
včasih mislim, da bi zaslužil kazen.
Moja radovednost je enaka natančnemu
opazovanju gibanja zvezd, ki ga je v
službi kitajske cesarske vlade izkazal
Yang Wei Te. Sem edina priča novi,
strahoviti eksploziji, ki je povsem
raznesla mogočno zvezdo.

.

La nascita del cosmo

Le galassie si riuniscono in banchi, la Terra
è assetata, aspetta gli ultimi giorni, la
pioggia che sta arrivando. Il cosmo
sta ancora tremando e seppur dal grande scoppio,
la pre-esplosione dello spazio stesso, sono
passati già miliardi di anni, sento l’eco
morente della creazione. Sono un punto,
un’apprendista servitore, qualcuno mi ha dato un nome
per prendersi gioco di me. Ora conosco l’influsso
dei raggi gamma sulla crescita della calendula. Non
odio il mondo in cui abito, benché
a volte pensi che meriti una punizione.
La mia curiosità è uguale alla precisa
osservazione del movimento delle stelle, che
Yang Wei Te ha dimostrato al servizio
del potere imperiale cinese. Sono l’unico testimone della nuova,
mostruosa esplosione che ha completamente
distrutto l’immane stella.

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Robert Adamson, Tre poesie nella traduzione di Angela D’Ambra

Robert Adamson nel 2010, foto di Juno Gemes

 

Robert Adamson, Three Poems

Tre poesie nella traduzione di Angela D’Ambra

 

da Mulberry Leaves [Foglie di gelso]

Reaching Light

Where was we left from?
We say the journey’s up, but maybe

memory sinks deeper.
Our journey so far

has been quiet, the only
incident being that rock dislodged

as he spun around on his heel.
What was that stuff – brimstone?

The first slice of sunlight glanced off
a slab of dark marble that turned to glow.

is back moved ahead of me –
his curls, shoulders,

that neck. What new bone was he inventing
in his shuffling head, what chance

that a doorway would appear and then a house?
The dark supported me, comfortably

behind me, a cradle woven from
demon hair. As I rose

and climbed toward day, his turning head,
those eyes – strips of memory,

silver tides, moons rising over the
rim of the world –

brought back the day we were married,
standing in fine rain, then escaping  from family,

sex by a rolling surf in a high wind, velvet
heavens and the stars omens:

calendars, clocks, zodiacs –
straight, bent signs.

Raggiungere la Luce

Da dove è che partimmo?
Il viaggio, si dice, è verso l’alto, ma forse

la memoria più a fondo s’inabissa.
Il nostro viaggio finora

è andato liscio, unico
contrattempo quella roccia franata

quando lui di scatto si voltò.
Cos’era quella roba – zolfo?

Il primo spicchio di sole rimbalzò
su una lastra di marmo scuro che s’accese.

La schiena di lui si muoveva avanti a me –
i suoi riccioli, le spalle,

quel collo. Quale nuova trovata escogitava
in quella testa irrequieta, che occasione

che una soglia apparisse e poi una casa?
Dietro di me, confortante, il buio

mi sosteneva, una culla ordita con
crini di diavolo. Allorché m’alzai

per la scalata al giorno, la sua testa si volse,
quegli occhi – strisce di memoria,

maree d’argento, lune crescenti
oltre il ciglio del mondo –

mi riportarono il giorno delle nozze,
noi in piedi nella pioggia sottile, poi via dalla famiglia,

sesso nel risucchio dell’onda, vento forte, cieli
di velluto e i presagi di stelle:

calendari, orologi, zodiaci –
segni contorti, diretti.

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Schiller, La passeggiata (trad. di Nino Muzzi)

La passeggiata

Ti saluto, monte dalla cima rosseggiante!
Ti saluto, sole che amabile lo rischiari!
Anche te saluto, animato campo, e voi, tigli fruscianti,
e il coro gioioso, che si culla fra i vostri rami,
e anche te, placido azzurro, che infinito ti effondi
intorno all’oscura montagna, sul bosco verdeggiante,
e intorno a me, che, alfin fuggito dalla prigione della stanza
e dall’angustia dei discorsi, presso di te lieto si salva.
La corrente balsamica della tua aria m’inonda di refrigerio
e l’energia della luce ristora la sete del mio sguardo.
Sul prato fiorito risplendono accesi colori cangianti,
ma la fervente gara si scioglie infine in bellezza.
Libero il prato mi accoglie con un ampio tappeto disteso;
attraverso il suo verde cordiale serpeggia un sentiero campestre.
Intorno mi ronza operosa l’ape e con volo insicuro
librandosi va la farfalla sopra il trifoglio rossastro.
Mi coglie rovente il dardo del sole, tace il ponente,
solo un canto d’allodola trilla nell’aria serena.
Ma ora bisbiglia vicino il cespuglio: reclinano a terra le chiome
gli ontani e ondeggia nel vento l’erba argentata;
mi avvolge una notte di ambrosia; nel fresco fragrante
un tetto sfarzoso di faggi ombrosi mi copre.
Nel segreto del bosco scompare d’un tratto il paesaggio
e un serpeggiante viottolo mi porta su in alto.
Sol di soppiatto penetra flebile luce tra sbarre
di rami e attraverso vi occhieggia l’azzurro ridente.
Ma ecco si squarcia il velame. Aprendosi il bosco
mi ridà l’inatteso splendore abbagliante del giorno.
Immensa si stende ai miei occhi la lontananza
e un’azzurra montagna conclude il mondo in sfumato.
Ai piedi del monte che a un tratto di sotto strapiomba
scorre del verde torrente lo specchio che scivola via.
Vedo l’etere incommensurabile, sotto e sopra di me,
guardo lassù con vertigine, guardo laggiù con tremore.
Ma fra quelle altezze eterne ed eterne profondità
una scala a ringhiera conduce, sicuro, laggiù il viandante.
Mi passano accanto ridenti le rive ubertose
e la splendida valle è lode allo zelo gioioso.
Le linee -vedi!- che tagliano le proprietà del villano
Cerere le ha tracciate sulla trapunta del campo.
Scrittura di Legge divina che mantiene l’uomo in vita
dacché dal mondo ferrigno fuggendo l’Amore svanì!
Ma in più libere spire attraversa i campi ordinati,
ora ingoiata dal bosco, ora salendo sui monti,
una linea luminosa, una strada che annoda le terre;
sulla corrente placata le zattere scivolan via.
Spesso risuona il rumore dei focolari dai campi
abitati e l’eco risveglia il canto del solitario capraio.
Vivaci villaggi costeggiano la corrente, spariscono altri
fra i cespugli, giù franano altri dai dorsi del monte,
l’uomo convive ancora in accordo con la campagna,
i campi attorniano calmi il suo rustico tetto;
mansueta la vite rampolla alla finestra più bassa,
con l’abbraccio di un ramo cinge l’albero la capanna.
Felice gente dei campi! Non ridesta alla libertà,
condividi ancora contenta con la terra la ferrea legge.
Il calmo ciclo dei raccolti pone un limite ai tuoi desideri,
come l’opra tua giornaliera, si svolge così la tua vita!
Ma cosa mi ruba ad un tratto questa dolce visione? Un altro
spirito si espande veloce sulla più estranea campagna.
Si scosta scontroso quello che appena ancor vi si univa,
amandola, e il simile è solo quel che si allinea al simile.
Vedo formarsi dei ceti, le stirpi orgogliose dei pioppi
sfilano in pompa ordinata, altolocata e splendente.
La regola diventa tutto, tutto scelta e significato;
questo corteo di valletti mi sta presentando il Signore.
Lo annunciano da lontano le cupole altere lucenti,
dal suo zoccolo roccioso si leva la città turrita.
Ricacciati i fauni del bosco nella natura selvaggia,
la devozione ridona più alta vita alla pietra.
L’uomo si stringe più all’uomo. Ha meno spazio dintorno,
si ridesta più animato, si rovescia più svelto in lui il mondo. (altro…)