Traduzioni

Giovanna Iorio, La neve è altrove

Giovanna Iorio,  La neve è altrove, Fara Editore 2017

 

A tre cose ho pensato la prima volta che ho avuto tra le mani La neve è altrove di Giovanna Iorio. A tre cose.
La prima era che quasi bastava averlo lì, posato sulle dita, oggetto già bello nel suo scuro color carta da zucchero e nella sua forma alta e stretta da mappa stradale, nelle fotografie che si intuivano da una cadenza di colore nero dei fogli. Ho pensato che era dolce dover prendersi cura, da quella sera, di un libro che manteneva la promessa troppo spesso trascurata di essere bello nella sua fattura, premuroso nella sua offerta, e tanto vario da incantare. Perché La neve è altrove è una scatola dei giochi: è assieme breve raccolta (o poemetto, se si vogliono ignorare i suoi stacchi) e sua traduzione in sei lingue  (in inglese da Charlie Hann, in spagnolo da Zingonia Zingone, in polacco da Anna Jolanta Lagoda, in francese da Grazia Calanna, in tedesco da Anna Maria Curci e in russo da Anna Tumatova); è catalogo di fiocchi di neve – dalle fotografie di Alexey Klijatov – con prefazione poetica (di Marco Sonzogni) e postfazione matematica (di Stefano Iannone). Sfogliarlo dà l’impressione di un libro che si basta, appena prima che la mente del lettore proceda e lo continui e lo riverberi come si fa per ogni libro che ha un suo profondo valore. (altro…)

I poeti della domenica #144: Adam Zagajewski, I miei maestri

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I miei maestri non sono infallibili.
Non sono come Goethe che solo quando
in lontananza piangono i vulcani
non riesce a prender sonno, né Orazio
che scrive nella lingua degli dèi
e dei chierichetti. I miei maestri
mi chiedono consiglio. Avvolti
da morbidi cappotti gettati in fretta
sopra i sogni, all’alba, mentre un vento
freddo interroga gli uccelli, i miei
maestri parlano sussurrando.
Sento che la loro voce trema.

© Adam Zagajewski, da Dalla vita degli oggetti, poesie 1983-2005, a cura di Krystyna Jaworska, Adelphi 2012.

I poeti della domenica #143: Adam Zagajewski, La sconfitta

Adam Zagajewski, photo by Krzysztof Dubiel for the Polish Book Institute

Adam Zagajewski, photo by Krzysztof Dubiel for the Polish Book Institute

Davvero sappiamo vivere solo dopo la sconfitta,
le amicizie si fanno più profonde,
l’amore solleva attento il capo.
Perfino le cose diventano pure.
I rondoni danzano nell’aria,
a loro agio nell’abisso.
Tremano le foglie dei pioppi,
solo il vento è immoto.
Le sagome cupe dei nemici si stagliano
sullo sfondo chiaro della speranza. Cresce
il coraggio. Loro, diciamo parlando di loro, noi, di noi,
tu, di me. Il tè amaro ha il sapore
di profezie bibliche. Purché
non ci sorprenda la vittoria.

© Adam Zagajewski, da Dalla vita degli oggetti, poesie 1983-2005, a cura di Krystyna Jaworska, Adelphi 2012.

Richard Brautigan, L’autostoppista della Galilea

Richard Brautigan, fonte LitKicks.com

Richard Brautigan, fonte LitKicks.com

L’autostoppista della Galilea, di Richard Brautigan

Introduzione e versione italiana delle poesie di Martino Baldi

*

Charles Baudelaire scorrazza per la Galilea  alla guida di una Ford degli anni Venti. Lungo la strada tira su un autostoppista. Si chiama Gesù. Una roba che comincia così non ha bisogno di troppe presentazioni. E infatti L’autostoppista della Galilea è un testo che parla da solo e io mi limiterò a qualche aneddoto per contestualizzarlo. Indicato solitamente nella bibliografia di Brautigan come il suo secondo libro di poesie, in verità non è un libro vero e proprio, ma appena una breve suite di nove brevissimi testi. Né si può dire propriamente che sia il secondo, visto che il cosiddetto primo libro, The Return of the Rivers, di fatto fu ancor meno libro; si trattava infatti della semplice stampa di una singola poesia pubblicata da Leslie Woolf Hedley, il proprietario della Inferno Press (sì, il nome era meraviglioso), come favore personale: cento copie con le copertine e le etichette piegate e incollate a mano dallo stesso Richard con l’aiuto di sua moglie Virginia e di Ron Loewinsohn (l’amico poeta a cui poi dedicherà Pesca alla trota in America).

Lo stesso Leslie Woolf Hedley nel frattempo, a fine 1957, aveva pubblicato anche la plaquette Four new poets, in cui riuniva quattro poesie di Brautigan, insieme a testi di altri tre giovanissimi poeti: Martin Hoberman, Carl Larsen, and James M. Singer. Carl Larsen, a sua volta, aveva pubblicato nell’estate precedente  due poesie di Brautigan sulla rivista Existaria, a Journal of Existant Hysteria. Insomma, era la San Francisco degli anni Cinquanta ed era un gran bel bordello. Per i poeti, un paradiso. È da quel clima comunitario che nasce la pubblicazione dell’Autostoppista.

Andò così: il poeta Jack Spicer (il secondo dedicatario di Pesca alla trota) nella primavera del 1957 iniziò a organizzare in una stanzetta del terzo piano della Biblioteca Pubblica di San Francisco (poi si spostò nei locali del San Francisco State University Poetry Center) un laboratorio di poesia. Era una cosa piuttosto informale. Il workshop ospitava settimanalmente poeti, artisti e studiosi dell’area di San Francisco, e occasionalmente anche qualche ospite della East Coast. Il 9 giugno del 1957 i poeti che vi partecipavano tennero un reading, intitolato Poetry as Magic, e Jack Spicer nei giorni successivi si dovette lasciar sfuggire in compagnia di alcuni dei poeti partecipanti qualcosa del tipo: “Però, cazzo, quanto sarebbe bello pubblicare i testi dei poeti del laboratorio!”. Tra quei poeti c’era Joe Dunn, che doveva essere un tipo piuttosto pratico per essere un poeta e poche settimane dopo si iscrisse a una scuola serale di quattro settimane per imparare a maneggiare una macchina per la stampa (no, non era così facile all’epoca) e cominciò  a lavorare per la litografia della Compagnia degli Autobus di San Francisco. Stampava biglietti, volantini, programmi, orari, ecc. Ora, non è ben chiaro se Joe abbia chiesto il permesso a qualcuno, ma nella litografia della compagnia degli autobus, verosimilmente di notte e durante i fine settimana, Joe Dunn – che nel frattempo aveva fondato la White Rabbit Press – già  a novembre mandava in stampa i primi libretti di poesia e a nell’arco di un anno ne aveva pubblicati già dieci: il primo era di Steve Jonas, il secondo di Jack Spicer, il sesto – nel maggio del 1958 – era L’autostoppista della Galilea di Richard Brautigan.

(altro…)

Mladen Blažević, Poesie

foto di Mirjam Gostinčar

foto di Mirjam Gostinčar

Mladen Blažević, Poesie
Traduzione di Michele Obit

*

Akomodacije, refrakcije, kabrioleti

kad sjedim pred staklom pogled mi odluta u zelenilo
što se nalazi u lijevom kutu
zbog nakošenog vrata
i nošenja torbe u desnoj ruci

ali nekad se slova što vise
i suše se
razlete u roju oko mene
i zabiju u kičmu
kao čavli

tad stavim naočale da ih povežem u riječi

i dogodi se nešto na subatomskoj razini
što ne razumijem
izgubi se u naprezanju očnog živca
ili trzaju širenja zjenica

možda da je više svjetlosti
da živim u kući bez krova
više je svjetlosti u kući bez krova

kad se prozorima odnesu škure
i ne trebaju sklopke
i osigurači
danju je dan
noću je noć

samo stvari
razbacane po kući
nekad su bile žive

ne mogu ih pokopati pod zajedničkim imenom

.

Accomodamenti, rifrazioni, cabriolet

quando siedo di fronte al vetro lo sguardo si smarrisce nel verde
che sta nell’angolo a sinistra
per via del collo inclinato
e del portare la borsa con la destra

a volte però le lettere che penzolano
e si asciugano
svolazzano via in sciame attorno a me
e si ficcano nella colonna vertebrale
come chiodi

allora mi metto gli occhiali e le unisco in parole

e accade qualcosa a livello subatomico
che non comprendo
si perde nello sforzo del nervo oculare
o nel sussulto della dilatazione delle pupille

magari ci sarebbe più luce
se vivessi in una casa senza tetto
in una casa senza tetto c’è più luce

quando si tolgono le persiane alle finestre
non c’è bisogno di frizione
di valvole
di giorno è giorno
di notte è notte

solo gli oggetti
sparpagliati per la casa
un tempo sono stati vivi

non posso seppellirli sotto un nome comune

*

knjiga Djeca kapetana Granta Julesa Vernea
progutala me s cipelama
dok sam bio dječak
hodao sam po šumovitom tropskom otoku Tristan de Cuhna
igrao se s crnim, dlakavim praščićima
velikih, obješenih ušiju

Verne nije spominjao naseljene
nisu mu trebali za daljnju plovidbu
a moreplovcima u njegovu romanu
trebale su samo svježe namirnice

trideset godina kasnije
listanje starih časopisa
slika male ljudske zajednice
lažan smiješak pred fotoaparatom
odaje zajednički gen
nemiješan generacijama
odavno ne naseljavaju svježe osuđenike
s doživotnom robijom

magla skriva blato
šuma je posječena za brvnare i ogrijev
teška je klima
hladne struje Antarktike
ne daju na more

National geographic Studeni, 1986.
naslovnica i nekoliko strana

zašto sam ga uzeo u ruke

.

il libro I figli del capitano Grant di Jules Verne
mi ha inghiottito con le scarpe
quando ero ancora bambino
camminavo per i boschi dell’isola tropicale Tristan da Cuhna
giocavo con i maiali pelosi neri
dalle grandi orecchie pendenti

Verne non aveva citato i coloni
non ne aveva bisogno per la traversata successiva
nel suo romanzo i marinai
volevano solo alimenti freschi

trent’anni più tardi
la spulciatura dei vecchi giornali
la foto di una piccola comunità di uomini
il sorriso falso davanti alla macchina fotografica
svela un gene comune
non mescolato per più generazioni
da tanto tempo non ci abitano nuovi condannati
al carcere a vita

la nebbia cela il fango
il bosco viene abbattuto per mobili e legna da ardere
il clima è pesante
le fredde correnti dell’Antartico
non permettono il mare

National geographic, novembre1986.
la copertina e alcune pagine

perché l’ho preso in mano (altro…)

In una poesia di Kavafis

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Desiderio significa stare sotto le stelle. Sotto il cielo, in attesa. È la condizione madre di Kavafis, poeta notturno, del desiderio e delle ombre: ombre che convoca, chiama a sé e fa sue. Perché le vuole accanto, perché gli facciano compagnia.
Intimità, piacere, illusione, silenzio, ombra: tutte parole che sono in lui, e che noi conosciamo, riconosciamo benissimo.
Le sue prime esperienze omoerotiche avvengono probabilmente a Costantinopoli, Istanbul, intorno al 1885. Lui è sui vent’anni ed è al seguito della madre e dei fratelli in fuga dalla rivolta scoppiata in quegli anni in Egitto. Si muove tra bettole, taverne, casini, luoghi che poi continuerà a vivere ad Alessandria, con dentro tutte le figure destinate a rimanere immortalate nella sua poesia.
L’anima di Kavafis è (è sempre stata) assolutamente pagana (Auden d’altronde avverte in uno dei suoi Shorts che: «Qualunque sia la fede che professano / tutti i poeti, in quanto tali, sono politeisti»). Un pagano, sì, un poeta antico con la sua “religione carnale”, come rilevò giustamente Vittorio Sereni, ma è anche una persona stregata dal rito (si pensi anche soltanto alla poesia intitolata In chiesa), ed è soprattutto dominato dall’idea di un piacere fuggito via, per sempre, nel sempre. Con l’andare degli anni e della nostalgia non potrà che fare di sé un asceta, un mistico senza Dio, inchiodato alla solitudine.
La sua diversità è entro questo termini: l’audacia e la libertà esercitate nel rapimento amoroso, «furtivamente», si risolvono in qualcosa di antico e statico come una divinità, che sublima la realtà nell’estasi, nell’uscita da sé, per edificare un ricordo, per risvegliare “un’ombra fuggitiva di piacere” e darle luce in poesia. Il vissuto è effimero e sfuggente, sappiamo, mentre un ricordo è scolpito, come una statua. Ci vengono in soccorso ancora le parole di Sereni: «la sua poesia vive tutta» – come in un quadro di De Chirico – «tra statue che si sono mosse».
Tutto questo è avvolto da un senso arcaico, originario (e perciò sempre contemporaneo) della perdita, della giovinezza perduta, del tempo andato: «trascorre nel sangue il desiderio antico» scrive Kavafis.
Così nasce e si muove in lui l’idea del Piacere, di questo speciale piacere fuggito. Pensiamolo come contemporaneo di D’Annunzio… Come non somiglia all’altisonante retorica d’annunziana, la sua poesia, che si proietta invece in un’idea di cinema, di movimento, piena com’è di personaggi, caratteri, dettagli. Come si fanno moderni e visivi i suoi versi…
Nella via è il titolo di una delle sue poesie più semplici. Porta in sé il nucleo, per così dire, di altre, bellissime poesie “dal cuore cinematografico”, come A rimanere o S’informava della qualità.
Ecco il testo:

Quel suo volto carino, un poco smunto;
gli occhi castani un po’ cerchiati;
venticinque anni e ne dimostra venti;
con un che dell’artista nel vestire
– il colore della cravatta, la forma del colletto forse –
cammina senza scopo nella via,
ipnotizzato ancora dal piacere illegittimo,
dal piacere illegittimo provato, così intenso.

(traduzione di Nicola Crocetti)

Eccoci di fronte a “dettagli parlanti”. Sono colori, forme, apparenze, che si legano a un animo svagato, a una camminata senza scopo, ovvero alle caratteristiche ricorrenti nei ragazzi dipinti da Kavafis. Il piacere è personificato, ha un ruolo, agisce, ipnotizza. È «il Reggimento del Piacere», che passa «con musica e bandiere», scriverà in una prosa verso la fine dell’Ottocento.
Evocazione, percezione: ogni aspetto della vita, come ogni incontro, è miracoloso per Kavafis. Tutta l’intensità dell’attimo prende corpo nella fuggevolezza dello sguardo, perché è lì che s’incide il piacere, in eterno. La bellezza è inafferrabile e continua a essere «una gioia senza fine», perché è stata fonte di piacere carnale, ma anche spirituale.
Lo spirito è intelligenza, e ti comanda di «cedere, cedere sempre ai Desideri», di legittimare ciò che invece è illegittimo agli occhi di una società chiusa e incapace di affermare la libertà.
Cedere, e scriverne, così che tornino ad accendersi le candele al secondo piano di via Lepsius 10, l’appartamento che Kavafis abitò ad Alessandria tra il 1907 e il 1933. E come è stato per lui può essere per noi, oggi, fermi nelle nostre case – come scrisse Ceronetti – «ad aspettare che tornino, i fantasmi che abbiamo incoronato».

Cristiano Poletti

 

Ostri ritmi #7: Mojca Pelcar-Šarf

mojca-pelcar-sarf

Razočaranja

Ni res, ne morem verjeti
vestem tem zloglasnim,
da spet bo tako kot pred dvajsetimi leti.
Ne, ni res, ne morem verjeti…

Demonstracije na ulicah
so kakor divje besede gluhonemcev.

Sami ne čujemo
svoje besede

In to je naš obup.

…..Delusioni

Non è vero, non posso credere
a queste voci maligne,
che di nuovo sarà così come vent’anni or sono.
No, non è vero, non posso crederci…

I comizi nelle vie
sono come parole bestiali di sordomuti.

Non sentiamo
le nostre stesse parole

Ed è questa la nostra disperazione.


*** (altro…)

Claude Royet – Journoud, Le nature indivisibili

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Claude Royet – Journoud, Le nature indivisibili, trad. Domenico Brancale, Effigie 2016, € 12,00

*

 

Sezione La storia in serie

*

affinché ciò resista

 

lei accoglie l’indistinto

 

non avrei mai voluto

si fanno i conti nel buio
un calore senza fine

tavolo era la parola
——
un nodo racchiude il fuori
altri raggiungono il tavolo per morire

——

il silenzio è una forma

——

aria che definisce impercettibile
nessuna separazione
l’area dell’animale

——

verticalità della fame
madre più vicina

——
una manciata di blu nell’angolo

——

è nella stanza che respira

 

a dirla tutta
l’aria lascia una macchia rossa

un po’ di febbre nell’intersezione
la fine dell’evento

s’impossessa di colui che è solo
——

il punto che designa il margine
la prossimità dell’acqua
——

scrivevo la parola paura

——

senza staccare lo sguardo dal tuo nome

——

(altro…)

Una frase lunga un libro #87: Charles Wright, Italia

Una frase lunga un libro #87: Charles Wright, Italia, a cura di Moira Egan e Damiano Abeni, Donzelli 2016; € 18,50

*

Non una parola s’è mai dissolta in gloria, non una.
Continuiamo a mandarle in alto, comunque,
così come il sole piove giù.

Not one word has ever melted in glory not one.
We keep on sending them up, however,
As the suns rains down.

*

Ci sono libri che vengono da molto lontano, un lontano costruito negli anni e sugli anni; libri che sono la somma di altri libri, di parole pensate e scritte nell’arco di decenni; libri che raccontano molte storie, che ne ricordano altre; libri che accompagnano, che costruiscono un mondo  dopo averne osservato un altro. Libri fatti di viaggi e residenze, libri di suoni e desinenze, libri che hanno un passo classico e un occhio moderno. Libri che portano il nome di un luogo e che quel luogo reinventano. Uno di questi libri è lo straordinario volume di poesia Italia di Charles Wright, curato nell’edizione italiana da Moira Egan e Damiano Abeni, ma costruito dai traduttori insieme al poeta americano, libro che Wright sognava di realizzare da molti anni, sogno che comprendiamo bene dopo aver finito di leggere il libro. Poesie queste che sono uscite dagli anni sessanta in avanti, in vari volumi, negli Stati Uniti (si rimanda alla nota bibliografica in coda all’edizione italiana) e che ora stanno magnificamente insieme sia per i lettori nordamericani sia per quelli italiani. Nell’ultima parte di Italia Egan e Abeni spiegano le gioie e la fatica di queste traduzioni e poi accennano alle difficoltà di trovare un editore che desse loro casa; sono dovuti passare, infatti, circa sei anni dalla fine del lavoro dei curatori prima che i versi italiani di Wright venissero accolti da un editore italiano. Vista l’indiscutibile bellezza e l’importanza del volume mi sento di ringraziare Donzelli editore, del cui catalogo ricordiamo altri formidabili raccolte di autori nordamericani, come Simic, Gallagher, Strand.

Da:

 

Omaggio a Ezra Pound

Oltre San Sebastiano, oltre
Ognissanti e San Trovaso, lungo
Le Zattere e a sinistra
al di là del ponte scalinato fino a dove
—discosta sulla destra, seminascosta—
la Dogana Vecchia brucia al sole primaverile:
è così che ci si arriva.

Questa è la strada in cui abita Pound,
un vicolo cieco
di anfratti catarrosi e pietra sbrecciata,
al cui imbocco le acque
si radunano, i gabbiani stridono;
qui dentro—muto, immoto—lui aspetta,
cernendo gli affetti freddi del sangue.

*

Past San Sebastiano, past
The Ogni Santi and San Trovaso, down
The Zattere and left
Across the tiered bridge to where
– Off to the right, half-hidden –
The Old Dogana burns in the spring sun:
This is how you arrive.

This is the street where Pound lives,
A cul-de-sac
Of rheumy corners and cracked stone,
At whose approach the waters
Assemble, the gulls cry out;
in here – unspeaking, unturned – he waits,
Sifting the cold affections of the blood.

(altro…)

proSabato: Herta Müller, La lingua ladra

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Non mi fido della lingua. So bene, per esperienza personale, che essa, per farsi precisa, deve prendere sempre qualcosa che non le appartiene. Non so perché le immagini evocate dalla lingua siano così ladre, perché la similitudine più riuscita si appropri, con il furto, di qualità che non le spettano. La sorpresa nasce solo con l’invenzione e abbiamo continue prove che la vicinanza alla realtà inizia solo con la sorpresa inventata. Solo quando una percezione deruba l’altra, quando un oggetto si impossessa del materiale di un altro, per poi utilizzarlo – solo quando ciò che nel reale si esclude è diventato plausibile nella frase, la frase si può imporsi alla realtà come realtà autonoma, come realtà in un certo modo fattasi parola, ma valida in quanto parola.

Herta Müller
(dalla prima delle lezioni tenute a Zurigo nel 2007; traduzione di Anna Maria Curci)

Coriandoli a Natale #15: Georg Trakl, Nascita

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Nascita

Montagne: nero, silenzio e neve.
Rossa dal bosco scende la caccia;
Oh, che sguardi muscosi hanno le bestie.

Silenzio della madre; sotto pini neri
S’aprono le mani addormentate
Quando incolore appare la fredda luna.

Oh, la nascita dell’uomo. Notturna fruscia
Acqua azzurra al piede delle rocce;
Tra i sospiri guarda l’angelo caduto la sua immagine,

Si desta un lividore in stanza sorda.
Due lune,
Lucono gli occhi alla vecchia di pietra.

Ahi, il grido della partoriente. Con ala nera
Sfiora la notte le tempie del fanciullo,
Neve che cade piano dalla nube porpora.

Georg Trakl
Trad. di Enrico De Angelis in: G.T., Poesie. A cura di Grazia Pulvirenti, Marsilio 1999, p. 257

. (altro…)

Coriandoli a Natale #11: Heinz Czechowski, Natale

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NATALE,
e pioggia
lungo

l’intera
Via Senese:
già al mattino

ero ospite
del piccolo bar
per bere

e telefonare.
«Tu
non hai più una patria»,

disse asciutta
e io
provai

a procurarmi
dietro il muro
che sudava sangue

un kalashnikov.

.

NATALE,
und Regen,
die ganze

Via Senese
hinunter:
Morgens schon

war ich zu Gast
in der kleinen Bar,
um zu trinken

und zu telefonieren.
»Du
hast keine Heimat mehr«,

sagte sie kühl,
und ich
versuchte

hinter der Mauer,
die Blut schwitzte,
eine Kalaschnikow

zu erwerben.

.

Heinz Czechowski, dal ciclo Inferno, in: H.C., Il tempo è immobile. Poesie scelte. Cura e traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio editore 2012