Traduzioni

Ingeborg Bachmann, Réclame

Ingeborg Bachmann, Réclame [1956]

Ma dove andiamo
senza pensieri sii senza pensieri
quando si fa buio e freddo
sii senza pensieri
ma
con musica
cosa dobbiamo fare
lietamente e con musica
e pensare
lietamente
al cospetto di una fine
con musica
e dove portiamo
al meglio 
le nostre domande e il fremito di tutti gli anni
nella lavanderia di sogni senza pensieri sii senza pensieri
ma cosa accade
al meglio 
quando silenzio di tomba

sopraggiunge

 

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Fabio Strinati, Periodo di transizione (rec. di M. Zanarella)

Fabio Strinati, Periodo di transizione / Perioadă de tranziţie. Testo bilingue. Traduzione in rumeno di Daniel Dragomirescu, Bibliotheca Universalis 2017

Esiste un momento nella vita in cui ci si trova in una sorta di limbo necessario per giungere a un nuovo cambiamento. Questo può succedere anche per la scrittura ed è il caso di Fabio Strinati, poeta marchigiano che ha recentemente dato alle stampe il libro Periodo di transizione, in edizione bilingue italiano/rumeno per «Bibliotheca Universalis».
Ci sono dei passaggi creativi che bisogna saper affrontare, mettendosi alla prova. La transizione indica, infatti, il passaggio da una situazione a un’altra in senso dinamico, quando è in atto un’evoluzione. Possiamo dire che la poesia di Strinati sin dalle prime pagine si manifesta in movimento. C’è un flusso espressivo che indica l’urgenza di liberarsi da uno stato di angoscia. È affidandosi alla bellezza della poesia che il poeta tenta di raggiungere un equilibrio. Il lavoro interiore da compiere è arduo, ma Strinati è consapevole che la forza delle parole supera ogni ostacolo.
Fare chiarezza nel disordine emotivo non è facile: tutto deve avvenire in modo graduale. Si parte dal “groviglio” per iniziare un percorso di riflessione, conoscenza e rivelazione. Il vuoto intorno attanaglia, ed il vento scompare. L’elemento che rappresenta la libertà viene evocato, ma fa fatica e «finisce e straripa». Si sente «privo di se stesso» l’autore, vive una depressione che lo annienta nell’anima come nella mente. Si susseguono tormenti, «l’anima invecchia tra gli alberi» e tutto si fa incerto, provvisorio.
Viene naturale pensare al filone dei poeti maledetti e in particolare a Baudelaire, considerato il dandy dell’angoscia. Il male di vivere che accomuna gli autori francesi è qui la parte buia di Strinati. Anche lui vive una condizione di inadeguatezza e insoddisfazione e si lascia cadere in «nevrotici abbandoni». Il lessico scelto ci fa intuire quanto sia essenziale soffermarsi con attenzione sulle immagini: un buco nero, l’imbuto scuro, i campi spenti. Il nero inghiotte, modifica e trasforma. «Ho l’anima che cerca», scrive Strinati, e il suo andare dentro e oltre le cose è proprio per trovare un lieve approdo di luce. Alla fine il poeta si rende conto che la vita è preziosa ed è la natura stessa a nutrire questo pensiero di speranza. È giusto affrontare le proprie inquietudini, completare un’indagine interiore scendendo in profondità, facendo riaffiorare fragilità, paure, debolezze. La poesia per Strinati assume un valore terapeutico: allevia, alleggerisce. Tutte le ferite del tempo sono meno dolorose, se non si è soli. Il poeta sa di poter contare sulle parole. Ed i versi di questa raccolta sono potenti, spiazzanti, taglienti, hanno l’effetto di un boomerang che, quando ritorna, lascia il segno. Il lettore ha materiale a sufficienza per capire l’importanza del sapersi ascoltare.

© Michela Zanarella (altro…)

Pablo López-Carballo, La precisione dell’indifferenza

Pablo López-Carballo, La precisione dell’indifferenza, traduzione di Lorenzo Mari, Carteggi Letterari, 2016

di Francesco Caserta

 

La sensazione che emerge dalle pagine del libro di Pablo López-Carballo (León, 1983) è quella di essere trasportati in un’altra dimensione in cui il passato e il presente si mescolano in un attimo eterno, rarefatto al punto che si ha quasi la sensazione di galleggiarci dentro circondati da macerie e resti; vestigia di un passato pieno di errori. Errori che sono del singolo ma, molto più spesso, della collettività. L’io poetico si fa noi allorquando si elencano le colpe in Tirar del hilo, in un tentativo di autoindulgenza che si concretizza nella consolante prospettiva di condivisione delle responsabilità. È un delitto senza colpevoli ma abbondante di moventi quello che viene perpetrato ai danni della natura (Casi logramos controlar y dominar agua y fuego,/ destruimos naturaleza por ignota/ y lo creado se dio por contenido) e del prossimo (seguimos matándonos, muy pocos contuvieron las ganas) in uno scenario a tratti desolante in cui non sembra esserci luce in fondo al tunnel. Eppure a ben vedere, tra la trama e l’ordito dei versi di López-Carballo ci sono speranze, certezze e moniti per un futuro da ricostruire partendo da quelle rovine. Quando tutto crolla non esistono più limiti, significanti e significati si confondono e si mescolano e per questo mirar no es suficiente, debemos devanar/ con la ciencia del no tener. Accettare il fatto che manchino punti di riferimento è il primo passo per creare un ordine nuovo, per configurare uno spazio partendo dal nebbioso caleidoscopio di un paesaggio in rovina armati di sano scetticismo: Refuta/los hallazgos siempre/es un mundo nuevo.  

*

 

El blanco glacial puede ser madera
y las termitas se agolpan
en hilaturas inesperadas
y suelto el papel. Enjuicio
las veces que aclimataste
el escenario con piedras
arena y otras cuestiones
qué importa peinando
sin luz, cortando la madera
inmóvil el serrín el viento
moviendo los focos
las torres
caídas da pena dejarlo.
Exhalar en blanco
deja restos de otros árboles
junto al serrín que deja el viento.

Il bianco glaciale può essere legno
e le termiti si ammassano
in filature inattese
e io spargo la carta. Processo
le volte che hai acclimatato
lo scenario con pietre
sabbia e altre questioni
cosa importa pettinando
senza luce, tagliando il legno
immobile la segatura il vento
muovendo i fuochi
le torri
cadute rattrista lasciarlo.
Esalare in bianco
lascia resti di altri alberi
insieme alla segatura che lascia il vento. (altro…)

David Costantine, La biografia

David Costantine, La biografia, traduzione di Nicola Manuppelli, Nutrimenti 2017; € 17,00

 

Katrin sposta un piccolo tavolo in legno di pino sotto la finestra, apre il taccuino, prende la penna e fissa lo sguardo oltre il villaggio e il fiume, verso la strada che si sta facendo silenziosa. Dopo un po’, si concentra e inizia a scrivere.

Eric muore, muore piano, muore dolcemente, muore a casa, nella bella casa che divide con sua moglie Katrin. La seconda moglie, una studiosa, una biografa.

Katrin è impeccabile anche il giorno del funerale, invita tutti quelli che Eric avrebbe voluto ci fossero. Gli amici più cari come Daniel, il grande amore giovane che è Monique, la sua ex-moglie (che non verrà), il figlio di Eric, suo fratello. Katrin è dolce e gentile con tutti, fino alla fine, fino a quando tutti andranno via. Poi arriva il silenzio, il sole che cala, la casa vuota, un dolore che è anche fisico e un altro dolore più grande che si insinua piano piano fino a esplodere. Un dolore che è mancanza, assenza: che è non poter più condividere, che è un racconto mancato. Una parola non detta a tempo, un pezzo di formaggio, un libro non letto, una passeggiata non fatta.

Katrin è stata la compagna di vita di Eric negli ultimi vent’anni, anni molto belli, anni felici. Katrin ricostruisce le vite per mestiere, vite particolari, personaggi che avrebbero potuto essere e non sono stati, eccentrici, originali ma mai sfiorati dal vero talento, oppure – peggio ancora – con un talento non riconosciuto, oppure minimo, annullato da un talento più grande: un poeta geniale che viveva nella stessa epoca, un musicista più bravo. Katrin decide di ricostruire il pezzo di vita di Eric venuto molto prima di lei, il pezzo che non le è stato raccontato, tenterà così di colmare una distanza attraverso la conoscenza. Forse sarà una battaglia, forse non servirà a lenire il dolore ma è l’unica cosa che Katrin è in grado di fare.

Si metterà a scrivere, parlerà con Daniel degli anni degli studi, e gli anni di Parigi ovvero quelli di Monique. Monique un grande amore di gioventù, rimasto intatto forse perché finito presto ma che è stato fuoco nel poco che è durato. Monique e Daniel e un vecchio baule colmo di lettere aperte e non aperte, di cartoline e francobolli saranno la guida di Katrin.

David Constantine è un bravissimo romanziere (ed è pure fine traduttore) e ha scritto una storia molto intima con la giusta delicatezza, quasi mai eccede, in alcuni può ricordare la sobrietà di McEwan soprattutto attraverso l’acume dei personaggi che hanno sempre il giusto pensiero, la giusta intuizione, sanno scegliere il tempo dell’abbraccio e quello per andarsene. Persone illuminate dotate di grande intelligenza e di umanità, come accade nei romanzi di McEwan, anche per questo di Costantine ci si domanda se gente così disposta alla comprensione ad accostarsi al dolore dell’altro esista sul serio; ma è solo un pensiero che accompagna una lettura molto godibile. Per tutto il tempo staremo dalla parte di Katrin, vogliamo che riesca anche se non capiamo fino in fondo a fare cosa. Il dolore non passa, nemmeno così, ma forse lo si comprende. Katrin per ogni anno all’indietro che percorre scopre qualcosa di più sull’amore che prova, saprà alla fine – forse – ancora di più di aver amato la persona giusta.

Un romanzo che è una storia d’amore ma che è anche un metodo di lavoro, mentre leggiamo non possiamo non pensare al lavoro degli storici, dei biografi, di chi ricostruisce le vite passate per farcele conoscere e farci conoscere, così, attraverso il passato, qualcosa di noi.

*

© Gianni Montieri

 

 

#Festlet #2: Istruzioni per raccontare il mondo

«Navi alte e solenni facevano rotta nelle otto direzioni del mare accompagnate da un aspro addio di sirene navali». Così Leopoldo Barechal, raccontando Buenos Aires in Adán Buenosayres. E così sul cartellone che campeggia all’ingresso della Tenda dei Libri di Piazza Sordello, dove Adrián N. Bravi, Héctor Febres, Cecilia Graña e Emanuele Leonardi sono gli esperti che presentano una biblioteca aperta ed esposta, una fonda libreria a cassetti bianchi che custodisce guide e romanzi, fumetti e libri di storiografia sulla capitale argentina. La formula è svelta e calorosa: i libri sono in libera consultazione, il pubblico va dagli esperti, ne discute, si lascia consigliare e suggestionare. Li seguo anch’io: mi siedo accanto a Leonardi, che ora sta parlando di Borges e della tigre albina incontrata nello zoo di città, e aspetto il mio turno.
Gli chiedo: ha un consiglio per me, per noi? Lui prende Cortázar, Storie di cronopios e di  famas, e inizia a leggere l’incipit del Manuale di istruzioni. Dovresti sentirlo in lingua originale, però, mi dice. La questione della lingua sarebbe tornata per tutta la giornata.
Federico Taddia, ad esempio, presenta quest’anno un ciclo di incontri di autori su autori dove il criterio è l’aver riletto un libro. Non sarà il primo – con Donatella Pietrantonio – l’ultimo incontro cui andrò, tanto è vario il programma e tanto mi ha colpita l’edizione precedente, dove il criterio era raccontare del libro letto a diciassette anni. Donatella Di Pietrantonio parla di Trilogia della città di K., di Agota Kristof. Un libro va riletto, dice, quando la prima lettura non ci trova pronti, quando ne restiamo impermeabili, ma intuiamo la grandezza di quello che abbiamo tra le mani. Nel suo caso, con un bambino piccolo, l’incipit con la separazione di una madre e i suoi gemelli ha creato uno scarto: ma da subito sa che sarà solo questione di tempo per rincontrare quel libro. Così è, quando scopre come la Kristof sia andata via dall’Ungheria e si sia impadronita di una lingua straniera per scrivere, anche spiando sui quaderni del figlio decenne per controllare la scorrevolezza e correttezza della sintassi e del lessico. Conquista parallela, dice Donatella Di Pietrantonio, alle sue: l’italiano nato sul dialetto da bambina e, più tardi, la scoperta di uno stile semplice e piano dopo tanta ipotassi. C’è stata anche una terza lettura, racconta l’autrice, questa volta in francese: «Volevo provare la sua stessa difficoltà nella lingua straniera, volevo immaginare quali parole potesse aver cercato sul dizionario». (altro…)

I poeti della domenica #189: Hermann Hesse, Fuga di giovinezza

Giaime Pintor, Nota alla sua traduzione delle poesie di H. Hesse

Fuga di giovinezza

La stanca estate china il capo,
specchia nell’acqua il biondo volto.
Io vado stanco e impolverato
nel viale d’ombra folto.

Soffia tra i pioppi una leggera
brezza. Ho alle spalle il cielo rosso,
di fronte l’ansia della sera
– e il tramonto – e la morte.

E vado stanco e impolverato
e dietro a me resta esitante
la giovinezza, china il capo
e non vuol più seguirmi avanti.

(traduzione di Giaime Pintor)

Jugendflucht

Der müde Sommer senkt das Haupt
und schaut sein falbes Bild im See.
Ich wandle müde und bestaubt
im Schatten der Allee.

Durch Pappeln geht ein zager Wind,
Der Himmel hinter mir ist rot,
und vor mir Abendängste sind
– und Dämmerung – und Tod.

Ich wandle müde und bestaubt,
und hinter mir bleibt zögernd stehn
die Jugend, zeigt das schöne Haupt
und will nicht fürder mit mir gehn.

I poeti della domenica #177 : Ezra Pound, Canto XLV

XLV, “Contro l’usura”

Con usura

Con usura nessuno ha una solida casa
di pietra squadrata e liscia
per istoriarne la facciata,
con usura
non v’è chiesa con affreschi di paradiso
harpes et luz
e l’Annunciazione dell’Angelo
con le aureole sbalzate,
con usura
nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine
non si dipinge per tenersi arte
in casa, ma per vendere e vendere
presto e con profitto, peccato contro natura,
il tuo pane sarà staccio vieto
arido come carta,
senza segala né farina di grano duro,
usura appesantisce il tratto,
falsa i confini, con usura
nessuno trova residenza amena.
Si priva lo scalpellino della pietra,
il tessitore del telaio
CON USURA
la lana non giunge al mercato
e le pecore non rendono
peggio della peste è l’usura, spunta
l’ago in mano alle fanciulle
e confonde chi fila. Pietro Lombardo

non si fe’ con usura
Duccio non si fe’ con usura
né Piero della Francesca o Zuan Bellini
né fu «La Calunnia» dipinta con usura.
L’Angelico non si fe’ con usura, né Ambrogio de Praedis,
Nessuna chiesa di pietra viva firmata: Adamo me fecit.
Con usura non sorsero
Saint Trophine e Saint Hilaire,
Usura arrugginisce il cesello
arrugginisce arte ed artigiano
tarla la tela nel telaio, nessuno
apprende l ‘arte d’intessere oro nell’ordito;
l’azzurro s’incancrena con usura; non si ricama
in cremisi, smeraldo non trova il suo Memling
Usura soffoca il figlio nel ventre
arresta il giovane drudo,
cede il letto a vecchi decrepiti,
si frappone tra giovani sposi
                              CONTRO NATURA
Ad Eleusi han portato puttane
Carogne crapulano
ospiti d’usura.

 

N.B. Usura: una tassa prelevata sul potere d’acquisto senza riguardo alla produttività, e sovente senza riguardo persino alla possibilità di produrre. (Onde il fallimento della Banca dei Medici.)

 

Canto XLV
With Usura
 
With usura hath no man a house of good stone
each block cut smooth and well fitting
that design might cover their face,
with usura
hath no man a painted paradise on his church wall
harpes et luz
or where virgin receiveth message
and halo projects from incision,
with usura
seeth no man Gonzaga his heirs and his concubines
no picture is made to endure nor to live with
but it is made to sell and sell quickly
with usura, sin against nature,
is thy bread ever more of stale rags
is thy bread dry as paper,
with no mountain wheat, no strong flour
with usura the line grows thick
with usura is no clear demarcation
and no man can find site for his dwelling.
Stonecutter is kept from his tone
weaver is kept from his loom
WITH USURA
wool comes not to market
sheep bringeth no gain with usura
Usura is a murrain, usura
blunteth the needle in the maid’s hand
and stoppeth the spinner’s cunning. Pietro Lombardo
came not by usura
Duccio came not by usura
nor Pier della Francesca; Zuan Bellin’ not by usura
nor was ‘La Calunnia’ painted.
Came not by usura Angelico; came not Ambrogio Praedis,
Came no church of cut stone signed: Adamo me fecit.
Not by usura St. Trophime
Not by usura Saint Hilaire,
Usura rusteth the chisel
It rusteth the craft and the craftsman
It gnaweth the thread in the loom
None learneth to weave gold in her pattern;
Azure hath a canker by usura; cramoisi is unbroidered
Emerald findeth no Memling
Usura slayeth the child in the womb
It stayeth the young man’s courting
It hath brought palsey to bed, lyeth
between the young bride and her bridegroom
                               CONTRA NATURAM
They have brought whores for Eleusis
Corpses are set to banquet
at behest of usura.
N.B. Usury: A charge for the use of purchasing power, levied without regard to production; often without regard to the possibilities of production. (Hence the failure of the Medici bank.)

 

Ezra Pound, I Cantos, a cura di Mary de Rachewiltz, Mondadori (“I Meridiani”, 1985 [2011 l’edizione ultima]), pp. 444-447

Christine Lavant, Poesie scelte da Thomas Bernhard

Christine Lavant, Poesie scelte da Thomas Bernhard.
Traduzione di Anna Ruchat, Effigie edizioni, 2016

Torno a proporre oggi, a 102 anni dalla nascita di Christine Lavant, dopo averlo fatto nella rubrica “Dai margini”, qui, e due anni fa, nella ricorrenza del centenario, qui, la sua poesia, autentica, dirompente e diretta, inusuale e carica dell’energia dell’interrogazione incessante. Nella collana “le Meteore”, la casa editrice Effigie ha pubblicato, nella traduzione di Anna Ruchat, le ottantuno poesie di Lavant che Bernhard scelse trent’anni fa, per la precisione nella primavera del 1987, per il suo editore tedesco. Il progetto di Bernhard, coltivato da lungo tempo, era quello di restituire alla conoscenza la poesia di colei che aveva individuato come voce potentissima.
Nel saggio che chiude questa edizione italiana delle poesie di Lavant, Porta via l’ombra del mio angelo, Anna Ruchat riporta le parole di Thomas Bernhard alla redattrice tedesca in uno scritto del 13 aprile 1987: «La nostra poetessa è tra le più interessanti e merita di essere conosciuta nel mondo intero. La Carinzia che rende malinconici, privi di spirito, lontani dal mondo ed estranei a esso, è stata fatale per le due sorelle nella poesia, Bachmann e Lavant […].» Ma «è da questa Carinzia terribile e priva di spirito che le due poetesse sono nate.»
Il riconoscimento della grandezza non è mai adesione acritica e il curatore della raccolta non rinuncia all’espressione del sé, all’acume tagliente del Thomas Bernhard che conosciamo: «Per quanto riguarda la Lavant, tra l’uno e l’altro dei suoi vertici assoluti, […] c’è anche una gran quantità di kitsch e spazzatura […] Il buon Dio mi perdoni se l’ho cacciato via il più possibile dai quattro libri. Tanto lui non smette di far danni, anche nella mia antologia.» Nel presentare l’antologia, Bernhard dichiarava che Lavant era stata «distrutta e tradita dalla propria fede cristiano-cattolica». Le tracce della frequentazione delle Scritture si imprime riconoscibilissima eppure trasfigurata dalla creazione poetica, in una lingua tedesca che acquista nuovo vigore e nuova verità proprio dal suo viaggio nella tensione interrogativa di Lavant.
Le chiavi di lettura sono sparse e talvolta scisse intenzionalmente; non di rado esse vanno cercate e riunite, come nella seconda tra le poesie qui proposte, nella quale si assiste alla separazione di “Schwert”, spada, e “Lilie”, giglio. Riunite insieme da chi legge e cerca indizi, si compone la parola “Schwertlilie”, il termine tedesco per “iris”, simbolo di costanza e fedeltà, spezzate, tradite, da un Dio che Lavant insieme accusa e invoca. E questa coesistenza di accusa e invocazione, di rabbia e di «speranza sfaccettata», è semenza della sua poesia, che sorprende e continua a dare frutti. Ancora oggi.

© Anna Maria Curci

Mentre io, turbata, scrivo,
nel disco della luna piena brilla
la parola che osservo
da quando la colomba mi ha deriso
perché dallo specchio dell’acqua
senza nome, senza sigillo,
entravo nell’arido.
Non fosse cresciuta
la semina dell’osservazione
dovrei uccidere luna e colomba
che sempre m’ingannano
e fanno il nido sul mio albero del sonno
che per questo rinsecchisce.
Spesso una parola s’imprime a fuoco
da sé nella sua corteccia,
e allora mando quel cieco
messaggio, che inutilmente si rigira
aggredendo il tuo sonno
mentre nel disco della luna
è in salvo la risposta. (altro…)

proSabato: Yves Bonnefoy, La comunità dei traduttori

[…] E il compito del traduttore? Ebbene, se questo non è un semplice storico, se non vuole soltanto farci sapere quali erano nella Divina Commedia il nome e i maneggi degli interlocutori di Dante all’inferno o al purgatorio, se vuole tradurre la poesia come tale, anche a lui occorre riconoscere che il primo oggetto della sua attenzione non devono essere gli intrichi semantici della materia testuale, ma quel ritmo, quella musica dei versi, quell’entusiasmo della materia sonora che hanno permesso al poeta di trasgredire nella frase il piano in cui la parola è innanzitutto concetto. E per essere così attento, che gli abbisogna se non lasciarsi prendere egli stesso, ingenuamente, immediatamente, da quella musica, perché essa susciti in lui – lui, che ridirà il senso – lo stesso stato poetico, lo stesso «stato cantante» che pervade l’autore della poesia? Che sappia ascoltare così, rispondere così, reagire così: e poi una musica, ormai la sua, nascerà in lui, stavolta dal grembo della sua lingua, s’impadronirà delle parole della traduzione che progetta, e un sentiero si aprirà, verso l’esperienza della Presenza, verso il sapere della vita, che quella musica delle parole era la sola a rendere possibile. Dopodiché poco importa che i nuovi ritmi siano differenti per via della prosodia dei timbri, della ritmica propria dell’opera originale: poiché l’essenziale è che un vero rapporto si sia stabilito nel traduttore divenuto poeta con la materia sonora, e ben vani mi sembrano i tentativi che si sforzano di imitare in francese la metrica di Keats o quella di Yeats. Certo la forma dell’opera è parte della sua intuizione d’insieme, e bisogna viverne il senso. Ma le rese di piedi con piedi e rime con rime reprimono sgradevolmente la spontaneità del traduttore; e in ogni caso nessuna lingua è capace in materia di prosodia di passare per le vie di un’altra. Quel che occorre è che l’accesso alla musica dei versi susciti uno stato per la grazia del quale la coscienza del traduttore approfondendosi, semplificandosi, faccia sì che il dire della poesia gli divenga chiaro, evidente, e si proponga pertanto, si proponga nuovamente, come del vissuto in potenza: un vissuto, se il traduttore lo fa suo, che certamente non sarà, negli anni che seguiranno, un ostacolo per il suo lavoro! Perché è con le parole che sappiamo impiegare nella nostra vita che scriviamo meglio le poesie. E traduciamo bene solo se possiamo partecipare pienamente a quanto cerchiamo di tradurre. (altro…)

I poeti della domenica #174: Ingeborg Bachmann, Hôtel de la Paix e Esilio

Hôtel de la Paix

Dalle pareti crolla senza far rumore il peso di rose,
e dalla trama del tappeto spuntano fondo e fine.
Si spezza al lume il cuore di luce.
Buio. Passi.
Davanti alla morte si è chiuso a scatto il catenaccio.

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci) (altro…)

I poeti della domenica #173: Ingeborg Bachmann, Girotondo e Nella bufera delle rose

Girotondo

Girotondo — cessa talvolta l‘amore
nell’estinguersi degli occhi,
e noi vediamo dentro
gli occhi suoi propri spenti.

Fumo freddo dal cratere
ci alita sulle ciglia;
solo una volta il vuoto orrendo
trattenne il respiro.

Gli occhi morti abbiamo
visto e mai dimentichiamo.
Più a lungo di ogni cosa dura l’amore
e mai ci riconosce.

 

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

(altro…)

Ostri ritmi #11: David Bandelj

.

Pred mejo

Zobam
. enovito
.        formulo
.   dobrobiti

.skozi
.        večerne
luči
.   jo je
.        videti

čutiti
.   v
.     mrzlem
.       zraku

tisoči
.    so
umrli

s telesom
.   in
brez
. njega

zato
.    da
z
.  vrha
.   Kapele

gledam
.        mejo

.     ki je ni

nad Novo Gorico, 29.11.2007

 

Davanti al confine

Pilucco
.un’armoniosa
.               formula
.  di benessere

attraverso
.              la luce
della sera
.           lo si
.               intravede

lo si sente
.      nella
.      fredda
.        aria

migliaia
.   sono
.   morti

col corpo
.   e
senza
. di esso

così
.   che
dalla
.      cima
.      della Cappella

guardo
.         un confine

.      che non c’è

a Nova Gorica, 29.11.2007

*

Gledanje čez polja

.Trikrat
se je
.    veliki
.   črni
.      bik

obrnil

preden je
.    stopil
.  v babilonski
.       rov

šival sem
.  hlače
in
.  gledal
njegove
.    poslednje
.   korake
.           v
.    temo

zarjovel
.           je

in se
.      izgubil
ne vem
.           ali je še
možno

.     mirno posedati
.          v senci

brez občutka

.   krivde

 

Guardare oltre il prato

Per tre volte
si è
.   il grande
. toro
.    nero

girato

prima di
.  entrare
.nel tunnel
di Babilonia

io cucivo
. calzoni
e
. guardavo
i suoi
.     ultimi
.   passi
.      nel
.    buio

lanciò
.        un urlo

e
. sparì

non so
.          se ancora
si può

.   sedere tranquilli
.        all’ombra

senza un senso

.     di colpa 

*

Obiskovalka

Ponavljala
.   je vedno
.       iste
.      besede

ko je
.  sedla
.        k
pregledu

niti
.  se
. mi ni
.  zdelo
potrebno
. da bi
.  jih
povzemal

.  na koncu
.    je
. s stola

padel prah

morda
.       del
.  nje

 

Una visitatrice

Ripeteva
. sempre
.le stesse
.  parole

quando
. sedeva
.      per
il controllo

non
.  mi
. pareva
.         poi
necessario
. che io
. le
riprendessi

. alla fine
.   dalla
. sedia

cadde della polvere

forse
.     parte
di lei

 

*

 

Stran iz dnevnika

Danes bi
.    lahko bil

navaden 4. december

pa ni

. ker je Umberto Eco
.    v Ljubljani

(prejema častni doktorat)

.lahko bi ga
.   šel poslušat

pa grem
.    raje
.      v stolnico

. in niti
.   tam

ni miru

.kanonik ki
.    obhaja

nosi debel
. prstan z
.    ametistom

ko odhajam neizpolnjen

.      je
.     Ljubljana
.  v lučkah
.in vrvežu

nič se
.  med sabo
.    ne sklada

morda je

. svet izbral
.    napačno
.       pot

 

Pagina di diario

Oggi potrebbe
.    forse essere

un normale 4 dicembre

ma non lo è

. perché Umberto Eco
.   è a Ljubljana

(ritira un dottorato honoris causa)

potrei andarlo
.    ad ascoltare

ma preferisco
.     andare
.       in cattedrale

e pure
.        lì

non c’è pace

. il canonico che
.da la comunione

porta un grosso
.       anello con
.          un’ametista

quando me ne vado incompleto

.  Ljubljana
.    è
.  tra luci
e trambusto

niente si
.    intona
.     col resto

forse il mondo

.        ha scelto
.             la via
.          sbagliata


Fonte: David Bandelj, Odhod [Partenza], Mladika, Ljubljana 2012

© Traduzione a cura di Amalia Stulin

DAVID BANDELJ

Classe 1978, David Bandelj nasce a Gorica-Gorizia, sul lato italiano del confine. Si laurea in Letterature comparate alla Filosofska fakulteta a Ljubljana, porta a termine un dottorato di ricerca e si dedica successivamente all’insegnamento alle scuole medie, lavorando sempre a cavallo di Gorizia e Nova Gorica. Ha lavorato come ricercatore universitario e si è dedicato all’ambito musicale, insegnando pianoforte e dirigendo diversi cori. Collabora come columnist e critico letterario a importanti testate, quali «Novi glas» e «Primorski dnevnik» (quotidiano in lingua slovena di Trieste), più altri periodici.
Inizia a pubblicare nel 2000 e da allora sono apparse quattro raccolte poetiche, l’ultima delle quali, Odhod (Partenza), risale al 2012.
Come sottolinea il commento di Meta Kušar in coda a questa raccolta, il linguaggio di Bandelj si allontana da quell’ermetismo diffuso nella poesia di sperimentazione slovena. Al contrario, egli sceglie una lingua semplice, fluida a tal punto da abbandonare la punteggiatura, ma opta per una comunicazione più strutturata sul piano visivo. Le liriche sono graficamente sgranate, come a rimandare ai grani di un rosario, elemento che ben rappresenta il contesto profondamente cristiano in cui il poeta nasce, viene educato e tutt’ora vive. Un altro importante aspetto della poesia di Bandelj, riflesso inevitabile dell’ambiente socio-culturale in cui è nato, è quello della riflessione sul confine, sugli sconfinamenti, le “partenze” appunto. Il poeta sa che sebbene i confini della politica non esistano, le partenze, siano esse fisiche o “spirituali”, sono necessarie perché portano a un movimento continuo, a quella dinamicità che è l’unica condizione per essere davvero vivi.

© Amalia Stulin