Intervista doppia a Francesca Marica e Viviana Fiorentino (seconda parte)

Francesca Marica e Viviana Fiorentino si sono incontrate poeticamente nel corso del 2019 e dal vivo a novembre 2019, in una presentazione pubblica a più voci da cui è nata quest’intervista doppia che è proposta oggi ed è stata proposta ieri pomeriggio sul nostro blog. Da Concordanze e approssimazioni di F. Marica (Il leggio 2019) abbiamo proposto alcuni testi (qui) e da In giardino di Viviana Fiorentino (Controluna edizioni 2019) abbiamo pubblicato una nota di lettura (qui).

Alessandra Trevisan: In che modo la vostra poetica si esprime attraverso i titoli delle vostre raccolte?

Viviana Fiorentino: Sono nata a Palermo, ho vissuto e studiato nel nord Italia e successivamente in diversi paesi europei. Dopo tanto girovagare sono giunta in Irlanda, paese nel quale al momento vivo. Il viaggiare, e tutte le esperienze che ne sono derivate, hanno profondamente inciso la mia persona e, quindi, la mia scrittura. Molto di ciò che scrivo è centrato sul viaggio e ciò che il viaggio implica e sottende nella composizione dell’identità e di una casa (immaginaria o vera che sia). Queste due parole sono il nocciolo di due percorsi (intrecciati, sovrapposti eppure distinti) che ho dovuto intraprendere in una vita di spostamenti e di cambiamenti di lingua. E In Giardino è stato uno dei luoghi fondamentali per ricercare cosa fossero casa e identità.
Un giardino non soltanto linguistico e di ricerca poetica, ma anche un giardino reale, visto che questa raccolta l’ho scritta al mio arrivo in Irlanda. E su quest’isola la maggior parte delle case sono delle abitazioni con uno spazio sul davanti, che di solito diventa un giardino, o per lo meno uno spazio verde. Ho imparato così a prendermi cura di questo spazio, a creare un giardino. E questo giardino è diventato molto: una dimensione interiore e collettiva insieme, perché il giardino si pone in uno spazio di transito tra l’esterno e l’interno. L’interno, che può essere proprio la casa, materiale, dove si abita, e l’esterno, che è tutto ciò che ci arriva, tutto ciò che percepiamo come “fuori”, come altro. Il luogo di transito ha, di nuovo, una dimensione materiale, reale, perché, per esempio, se arriva il postino o qualcuno da fuori, attraversa il giardino che ho curato, predisposto, per poi entrare nella mia casa, metaforica anche, il punto dal quale ricevo informazioni dall’esterno per mezzo di qualsiasi visitatore.
La maturazione di un luogo di transito, del lìmine, e del percorso e del viaggio per raggiungerlo, sono simbolizzati dal giardino con le sue piante mai scelte a caso, con le sue disposizioni e le sue geometrie. La formazione è avvenuta anche grazie alle varie letture degli ultimi anni: il giardino diventa perciò anche il luogo di scritture e di poeti, degli autori che ricerco. Il giardino è allora una forma di dialogo con un passato che veicola anche il mio passato personale, perché ovviamente quando si compie una qualsiasi transizione (non è necessario cambiare casa o spostarsi) si compie un viaggio – ognuno di noi lo compie, ogni qualvolta guarda indietro a esplorare quello che si è fatto e vissuto. Del resto la poesia ci parla del passato di ognuno di noi, poiché ha il potere dell’universale.
Vita Sackville West, parlando del giardino che curava, scrive (riporto a memoria): è nelle piccole cose, nelle gioie minute di un giardino, che ricorreggiamo la tragedia. Virginia Woolf scriverà che «a light here required a shadow there», al quale l’amica Vita rispondeva «dark is greater than light to those who can see it», come i gufi, gli animali notturni che possono vedere nel buio e che diventano simbolo della poesia: in effetti, la poesia ha questo potere, ovvero lo scrittore si pone nel buio per lasciare il lettore nella luce. In giardino ho provato a ritrovare uno spazio nel quale buio e luce possono stare insieme; le tragedie che viviamo, la Storia con la quale arriviamo prima o poi a una resa dei conti. La poesia è anche, in questo senso, un atto di responsabilità, di presa di posizione, di giudizio. Richiede, come il giardino reale, una forma di disciplina. Così la parola poetica nasce da un atto di attenzione e di perfezionamento; Cristina Campo la chiama liturgia. In fondo, la bellezza della parola è un gesto, una liturgia contro la paura.

Alessandra Trevisan: Qual è il vostro rapporto con il tempo in poesia? E L’io poetico in che modo si pone quando scrive?

Viviana Fiorentino: Il tempo trova diverse declinazioni nelle sezioni della raccolta. La prima sezione è un dialogo con il tempo della Storia. La seconda è, invece, più intima: l’io lirico trova il tempo del racconto, è una sezione quasi “narrativa”. Nella terza, quello stesso io lirico che ha compiuto il percorso “narrativo” della seconda sezione torna di nuovo alle tragedie del mondo. In particolare, questa terza sezione è dedicata alla Siria.
Il tempo, in poesia, è stato per me determinato dalla lettura di due poeti: Ingeborg Bachmann e Paul Celan. Sono entrati in dialogo nella mia poesia attraverso quei simboli che il giardino possiede: uno dei più forti è quello di alcune piante che sono della famiglia delle rosacee, nella mia poesia sono il mandorlo e il susino, e che sono presenti sia nella poesia della Bachmann che in quella di Celan. La mandorla, come molti frutti delle rosacee, è fatta da un seme interno poi chiuso da un guscio legnoso. La parola poetica è come questo seme interno, una parola sigillata che aspetta di essere aperta, di venire fuori, ma finché rimane sigillata, rimane muta nel tempo. La mandorla aveva anche altri significati per Celan. Infatti, la mandorla, in tedesco Mandeln, contiene la parola Man, uomo, essere uomo. Ovvero, la poesia nel segno dell’umano. Allo stesso tempo, Mandelstamm che è una figura ricorrente per Celan, non soltanto come poeta Manderlstamm, ma soprattutto per l’origine del nome Mandelstamm: della stirpe, della schiatta del mandorlo e quindi dell’essere umano. Lo stesso frutto ha un seme che contiene il Zyklon B, ovvero la sostanza che veniva distillava e usata come gas nelle docce di Aushwitz. Una catena di simboli e significati che legano non soltanto l’individuo e la collettività, ma anche oblio e memoria, in un dialogo circolare. La poesia, diceva Celan, ci libera dal tempo, e ci regala il tempo, poiché apriamo il frutto e liberiamo (restituiamo) il tempo. Rispondeva la Bachmann che, invece, questo tempo ci intrappola, ci imbozzola.
Nella seconda sezione invece, quella più narrativa, sono stata più influenzata dai poeti di aria anglosassone. In particolare, attraverso Williams, che ho recepito attraverso la Campo, ho riscoperto l’importanza simbolica delle parole e delle forme naturali: nel fiore è il nostro segno e cioè lo svelamento di certe identità misteriose della natura, come per esempio la corolla che richiama la fiamma, la bocca e quindi la parola. E poi, di lingua inglese, sebbene non di area anglosassone, la scrittrice canadese Anne Michaels attraverso la quale ho imparato il ritmo narrativo nella poesia. Nella seconda sezione, l’individualità rappresenta una forma di emersione dal tempo: non possiamo direttamente rappresentare il passato ma possiamo scoprirci emersione da quel passato. Per cui, per esempio, non posso raccontare con esattezza le mie memorie ma posso riportare con la mia persona vivente, con il mio presente, quello che le mie memorie sono diventate. È un po’ come quando vediamo una roccia: essa è un insieme di sedimentazioni avvenute in millenni. Quando osserviamo una roccia non vediamo la sabbia e il mare nel quale quei granelli si sono composti e assemblati. Vediamo, piuttosto, la roccia compatta, solida: eppure, quella roccia ci parla ancora del suo passato, se noi la sappiamo interrogare; se noi poniamo la giusta attenzione a quella roccia, riusciremo a vedere il passato intercorso. Anche una roccia muta può parlarci e dirci tanto.

Alessandra Trevisan: Altri temi riguardano il rapporto fra partenza-distacco: come si dipana nella vostra poesia?

Viviana Fiorentino: Ne ho un po’ già parlato, a proposito della prima domanda, poiché il giardino come luogo di transizione è strettamente legato ai temi della partenza e del distacco. Aggiungo qui solo alcune precisazioni.
Narrativa e poesia sono indagini del mistero della vita. Si schiudono in esse simboli e metafore universali attraverso narrazioni biografiche individuali e relazionali.
Lo scrittore esige dunque uno sguardo doppio: conosciamo la bellezza come l’istante nel suo avverarsi, ma ne parliamo (nella poesia o in altre forme letterarie) a un passo d’addio da essa. La narrazione e la poesia sono come una casa salvata sull’orlo del precipizio del tempo, della voragine dell’oblio e della dimenticanza.
La poesia è nata nel distacco. Bruno Snell scrive che la società Greca è la prima formazione nel mondo occidentale di una coscienza del sé e di una personalità che si autocontrolla. Anne Carson ravvisa il passaggio nella nascita dell’alfabeto greco, quando i lirici hanno portato sulla pagina la scienza del dolore di ogni separazione, sia quella tra una sillaba e un’altra, sia quella tra un sé e un altro sé, sia tra l’amante e l’amato. Il ponte che attraversa lo spazio aperto dalla separazione è l’immaginazione, e quindi la letteratura, sia essa poesia o narrativa. Coscienza del sé implica riconoscimento e distacco da un altro sé: nella seconda sezione, in particolare, desiderio e amore sono il far morire una parte di sé, il riconoscimento che la mancanza dell’altro è la propria mancanza.

Viviana Fiorentino nasce a Palermo. Dopo gli studi in Toscana, viaggia per l’Europa e si trasferisce in Irlanda, paese dove attualmente vive e dove insegna letteratura italiana. Dal 2018, partecipa a numerosi festival di letteratura italiani e irlandesi, viene invitata a poetry readings in Irlanda e Italia (solo alcuni esempi recenti: Hillsborough Festival of Literature and Ideas 2019, WomenXBorders 2019/20 presso Irish Writers Centre a Dublino, LabeLLit e Poetry M’app). Nel 2018 vince premi di poesia o viene segnalata (tra i quali, Arcipelago Itaca; Bologna in Lettere). Sue poesie compaiono su blog letterari (come Poetarum Silva, Carteggi Letterari, Unarosadipiu), su riviste internazionali di letteratura e poesia (Brumaria e FourXFour Poetry Journal); suoi racconti e traduzioni sul blog Nazione Indiana. Una sua silloge è pubblicata da Arcipelago Itaca nel 2018. Nel 2019 pubblica la raccolta di poesie In giardino per Controluna Edizioni e il suo primo romanzo, Tra mostri ci si ama, per Transeuropa Edizioni, che viene presentato al Belfast Book Festival. Nell’autunno 2019, una sua silloge poetica è pubblicata nell’Antologia ‘Writing Home: the New Irish poets’, per Dedalus Press.
Nel gennaio 2020, ottiene un grant dal Ministero della Cultura Nord Irlandese per scrivere una raccolta di poesie sulla migrazione e una sovvenzione per il Progetto “Home” (Terra Nova Productions) grazie al quale alcune sue poesie sono in esposizione presso l’EastSide Arts Centre di Belfast. Co-fonda, insieme alle poete Maria McManus, Nandi Jola e Csilla Toldy, i progetti di poesia attivista “Sky, you are too big” e “Letters with wings”, quest’ultimo supportato da PEN International, Amnesty International, The Irish Writers’ Union, Poetry Ireland. Fa parte della redazione di Carteggi Letterari e scrive periodicamente per la rivista TerreLibere sui temi della politica delle migrazioni del Regno Unito.

© Viviana Fiorentino e A. Trevisan

La prima parte dell’intervista qui.

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