Alessandro Brusa, L’essenza stessa

Alessandro Brusa, L’essenza stessa
L’Erudita 2019

 

Si prova, magari per un tragitto lungo quanto la propria vita, a chiudere cerchi. Sono tentativi a volte goffi, a volte apparentemente coronati dal successo. A ben guardare, tuttavia, quei cerchi non si chiudono. Il raggio di quei cerchi si estende, fino a comprenderne altri; cambia, nel frattempo, il colore dominante. La ricerca continua, la prospettiva si è modificata e la luce ha cambiato angolazione. Tragitto e tempo hanno affinato le percezioni, reso palpabili e, ancor più precisamente, odorabili, distanze e prossimità tra il sé e l’altro, tra l’io manifesto alla coscienza e il “compagno segreto” in ombra, in attesa.
Tra le ultime pagine del romanzo L’essenza stessa di Alessandro Brusa, questa constatazione, che i cerchi non si chiudono mai, ne illumina le vicende narrate, i tragitti percorsi dai due amici Luca e Jacopo, protagonisti della storia e antagonisti, allo stesso tempo, di molte pieghe e curve della loro esistenza.
Come in una tragedia greca, l’arco che si estende, dal prologo all’epilogo, va dall’alba al tramonto, dall’ennesima alba senza sole e con troppa luce («Alzo lo sguardo e ora il cielo è bianco. Prima no, prima forse non c’era neppure, mentre adesso se ne sta lì, attaccato a quello che resta della notte come latte rappreso. C’è troppa luce e troppo forte a quest’ora e non riesco a pensare», p. 9), a un tramonto anch’esso eccessivo, ma per troppo sole («Ed è un tramonto con troppo sole quello che si apre ora ai miei occhi, mentre l’aereo si alza in volo e strappa il primo strato di nuvole», p. 262).
A differenza del modello classico, tuttavia, non condensa in una giornata trame e sviluppi, ma abbraccia anni, ricordi, tensioni lasciate in sospeso, verità non confessate, e non confessate neppure all’amico degli anni di scuola, all’amico con il quale la comprensione reciproca sembrava poter superare qualsiasi distanza, Jacopo per Luca, Luca per Jacopo.
Dal prologo all’epilogo si delinea un tragitto per tappe e per città i cui nomi, fatta eccezione per Londra, iniziano con la lettera B: Bologna, Bucarest, Berlino. Treni, stazioni, aerei e aeroporti sono sfondo e colonna sonora: travel, “viaggiare” in inglese, ha la stessa radice di “travaglio”, come fa notare anche un personaggio del più recente romanzo di Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste.
Di viaggio come travaglio, come fatica di una ricerca, come scoperta non scevra da sofferenza, narrano vicende, testimoniano personaggi in questo romanzo. In questa luce vanno lette le due citazioni in epigrafe, una musicale, che introduce all’ampia colonna sonora che risuona tra le pagine, l’altra letteraria, onirica e metaletteraria: sono, rispettivamente, un passaggio dalla canzone di Franco Battiato E ti vengo a cercare e una citazione da Hypnerotomachia Ulixis di Sonia Caporossi, «Dovevo essere il Marito, il Padre, il Tutore dell’ordine sacerdotale, il Re. Ma io sono innanzitutto il Viaggiatore di ogni infantile girotondo: tutti su per mare, tutti giù per terra.»
Di amici e partner, di fratelli e sorelle per parentela o per “affinità elettive”, di legami soffocanti, soffocati e spezzati, oppure soltanto sognati, ma soprattutto di padri e figli si accendono le relazioni che in L’essenza stessa sono descritte, pensate, percorse con memoria dolorosa o vagheggiate con timorosa titubanza.
Padri e figli si attraggono e si respingono nel romanzo di Alessandro Brusa. Sono forze generazionali, come in Padri e figli di Turgenev; sono, allo stesso tempo, forze caratteriali contrapposte per scelte, per indolenze e per arrendevolezze varie. Che cosa succede, poi, ai figli che diventano padri e che restano, ciononostante e inevitabilmente, figli?
Padri e figli sono, non solo nella costellazione letteraria dei personaggi, ma, innanzitutto, nelle relazioni sociali, ruoli. Di un’acuta disamina dei ruoli nelle relazioni si sostanziano le pagine del romanzo: analisi acuta e partecipata, senz’altro non a freddo, a tratti perfino febbrile, tra denuncia di abbandoni e possibilità di nuove interpretazioni, di attribuzioni non scontate. È lì, in quella disamina acuta e talvolta febbrile, che si apre la strada, allora, «prospettiva nuova» tessuta dal tempo, che è «amico sottile», verso la formazione completa (“Che cos’è veramente un uomo?”, è la domanda di fondo, impalcatura della trama e motore della narrazione), verso la piena consapevolezza che compensa e risarcisce una «esistenza monca» (p. 258) e, oltre i ruoli, ma attraverso una coscienza dei ruoli, esperita e percorsa nei tempi e nei luoghi, in culture e sottoculture diverse, verso «l’essenza stessa».

@AnnaMariaCurci

 

All’uscita va lui a prendere i cappotti al guardaroba e torna indossando un cappotto nero e lungo che gli arriva quasi ai piedi. E sembriamo due corvi neri mentre ci incamminiamo attraverso Potsdamer Platz. Appena giriamo su Eberstraße ci si ritaglia addosso un vento freddo ed un colpo d’occhio desolante. La strada è deserta, forse per il vento, forse perché è una di quelle sere di novembre che cancellano gli sguardi e ti inseguono per la città finché non ti rinchiudi in casa. Camminiamo fianco a fianco stretti ognuno nel proprio cappotto in un silenzio incerto e fatto di sorpresa. Dopo un centinaio di metri sulla sinistra ricompare il parco e la temperatura si abbassa ulteriormente. Il respiro di Magnus è denso e si condensa per rimanergli attaccato come il fumo di una vecchia locomotiva. E Magnus è un po’ così ora, con quel suo passo spedito e sicuro. Non mi sono ancora abituato alla temperatura che sulla destra ci si apre la grande distesa dei monoliti scuri ed ordinati del memoriale dell’olocausto: una distesa di grossi blocchi squadrati di diverse altezze disposte in lunghe file a segnare tra di loro corridoi altrettanto lunghi; a volte all’altezza della strada, a volte invece pericolosamente più bassi ad incuneare lo sguardo tra pareti ripide formate dalle pietre più alte. Alla mia sinistra c’è il parco e alla mia destra questa distesa assurda che sembra l’esatta copia pietrificata degli alberi del Tiergarten. Ma queste pietre erano ordinate, sono categoriche, non sono il segno dell’impreciso crescere della natura, ma la sigla di una follia rigorosa.
Ho il fiato bloccato in gola e rigido come una scaglia di ghiaccio e Magnus si volta verso di me. Vieni mi dice, seguimi, poi, senza aspettarmi attraversa la strada di corsa. Mi lancio dietro di lui e quando arrivo sul marciapiede opposto mi blocco mentre Magnus si lancia con la stessa velocità in mezzo ai monoliti. Pochi attimi e scompare alla vista. Mi lancio dietro di lui che l’ho già perso e mi fermo solo quando il poco fiato che avevo appena recuperato mi si blocca in gola e a quel punto mi guardo intorno, nelle quattro direzioni che questo sistema di corridoi perpendicolari l’uno all’altro mi consente di vedere. E mi rendo conto che, se non mi trovo proprio al centro di questa distesa enorme, non sono comunque neppure in grado di stabilire quale lato sia il più vicino. Mi guardo intorno ancora un po’, poi mi appoggio ad una delle pietre mentre il respiro lentamente riprende un passo più gentile.
«Io so chi sei».
È la voce di Magnus, dietro di me. Mi volto e me lo trovo davanti agli occhi, a mezzo passo di distanza. (pp. 231-233)

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