Sonia Gentili: I filosofi. Nota di lettura

Sonia Gentili, I filosofi, Castelvecchi 2019, euro 16

Ciò che vide Paolo non possono vederlo né Ammonio né Origene, poiché per vedere serve una spina nella carne.

C’è molto di più di un coltissimo peplum ne I filosofi di Sonia Gentili, Castelvecchi 2019. C’è una prosa che ha lo stesso sortilegio sfrenato della poesia: si parla del fuoco con un linguaggio di fiamma, e l’insieme è vivido, arroventato e vero.
Siamo ad Alessandria, per quanto successivamente ci sposteremo altrove alla ricerca di una testimonianza e di una sparizione. Siamo ad Alessandria e Origene, cristiano, sta lavorando con le sue parole per confutare le parole dell’antico compagno, il pagano Celso. Il loro maestro Ammonio (di questa deroga alla fantasia l’autrice ci avverte) spinge Celso a difendersi pubblicamente, per ridare l’agone alla filosofia. Ma lui si sottrae. È come se dietro al suo indugiare sfilino tutte le parole chiave di questa vertiginosa narrazione: la verità, la filosofia, la follia, l’arringa e la visione, nel loro modo di accogliersi, scontrarsi e escludersi, e perfino di convivere lì dove è più inaspettato. E intanto il personaggio si muove nel «naufragio del mondo antico», tra processi e uccisioni, mercati dove il rosa dell’alba brilla sui «pesci rapiti al mare notturno».

«(…) Siamo condannati alla nostalgia per ciò ch’è stato fin dal momento in cui veniamo al mondo. Persino i vostri principi di ragione, quelli che credete immanenti al nostro futuro di uomini – giustizia, leggi, verità – sono fantasmi di remoti, originari affetti… i regni di Saturno… questo predica la ragione, Anicio: goderne vuol dire anzitutto non contentarsi delle proprie formule, rinunciare a ogni formula, se è necessario… vuol dire soffrire, impazzire di dolore pur di continuare a tenere gli occhi aperti.»
«Le vie della ragione conducono dunque alla follia?» chiese Anicio in tono sarcastico. E concluse, con ironica rassegnazione: «Finirai col predicare Cristo. Rileggi Eraclito: “Il destino dell’uomo è nel carattere”… Tu hai il carattere d’un convertito.»
Soddisfatto di sé, il procuratore scrutò la nuvolaglia di pece attendendo che Celso producesse obiezioni degne dell’argomento sollevato. Invece questi si limitò a dire: «Ci sono cose che non si scelgono, Anicio. La follia ci appartiene poiché appartiene all’uomo. Non ci appartiene, invece, il suo culto: questo si può scegliere. Della follia non abbiamo mai fatto una bandiera.»

I filosofi è un libro sfacciatamente bello, con la raffinatezza della sua lingua e delle sue sequenze ma anche la capacità di allentare la lenza con descrizioni frequenti ma lunghe lo spazio di una sorsata, con le loro parole di rasoio e le immagini incredibilmente intense. Particolare cura hanno i dialoghi: l’attenzione per il parlato è massima, in un mondo dove si provano per gli uomini e per le idee vette di grande dolcezza. Il parlare è gentile, pacato, tagliente di intelletto oppure sconsolato di sentimento. Ogni personaggio ha il suo lessico e il suo idioletto. Qualcuno sembra divagare – sono i due titani del libro, ciascuno con il suo daimon canide o felino a seguirlo a casa; oppure è Ammonio, che a volte ragiona per immagini nelle sue passeggiate; o lo straniero, con quella misteriosa ebbrezza che continuamente si impossessa di lui.

I due scribi continuavano ad ascoltare in silenzio, ma avevano rialzato lo sguardo. Lo tenevano ben fisso sullo straniero. Si scambiavano di tanto in tanto sguardi scandalizzati, stupefatti, persino divertiti.
Chaim volse a loro occhi supplici, come implorando la liberazione da una pena insopportabile: «Il popolo di Sion non riconoscerà il suo Salvatore» mormorò. Le sue parole erano sussurrate e brevi come gocce d’acqua lasciate cadere su carboni incandescenti. «Egli si aggirerà tra noi misconosciuto, umiliato, respinto… Egli si aggirerà tra noi… È forse già tra noi…» Negli occhi arrossati dal pianto brillò un’allegria volgare e, come se stesse proferendo la peggiore delle ingiurie, lo straniero gridò con tutta la potenza della sua voce: «Adonai! Adonai! Adonai!» Poi spiegò ai due increduli copisti: «C’è chi dice che tre volte ci si debba rivolgere al divino… Tre volte, tre persone… come tre volte presso i gentili si evoca Ecate nei trivi…»

La scrittura si accende, nell’attimo in cui la voragine si apre. La vertigine di qualcosa d’altro afferra. Per chi ne è colto può essere il dondolio di un momento o la bussola sul sentiero, ma accade, poiché deve accadere. Poiché per vedere serve una spina nella carne.

© Giovanna Amato

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