proSabato: Pier Paolo Pasolini, Dopocena nostalgico

In occasione dell’anniversario della scomparsa di Pier Paolo Pasolini, mancato il 2 novembre del 1975, proponiamo una sua prosa degli anni quaranta, tra quelle da lui pubblicate allora in riviste e quotidiani.

UNA SERA, nella solita curva di San Floreano, mi si presentò un gioco di rapporti − tra un mio coetaneo in piena e fragrante giovinezza e il mondo serale del suo borgo − così maturi che non potei non sentire dentro di me l’obbligo, proprio l’obbligo perentorio, di coglierli ed esprimerli, oh non come poetico cronista, ma come spirito interiore e nascosto di quel ragazzo e di quel mondo, come intenditore trasformato nell’oggetto della propria passione.
Il ragazzo sedeva su un mucchio di ghiaia al margine della strada e accanto, con i raggi luccicanti, era distesa la bicicletta; l’aria verdecupa riverberava intorno a lui, dentro il fosso, lungo i recinti, nelle chiome degli alberi, i chiarori gialli e troppo lucidi del vespro piovoso e appena rasserenato. Sulla svolta in cima al palo, luccicava, già ben rilevata contro il verde e il viola della vegetazione e dei muri anche contro il giallo serale, una lampadina gialla, lacrima prematura e tenera della notte. Ora, il mucchio di ghiaia, il giovane, la bicicletta, il palo della luce, le case patinate dal vespro, si trovavano già fra loro in un rapporto felice, erano toccati da una grazia non rara ma certo emozionante, che poteva servire a una prima penetrazione nel significato umano di quella scena, in quell’abisso di sensazioni e sentimenti dove quella scena poteva trovare un equivalente inimitabile, essere assimilata con la golosità innocente di chi vi partecipa come inconscio protagonista.
Ma i rapporti dei colori e delle forme (la fisionomia della luce, la dolcezza composita del palo e dei recinti, l’evocatività delle forme umili e familiari) non erano, di quella materia umana, di quel ragazzo voglio dire, che un scorza leggera, un accessorio fin troppo elegante; potevano essere intesi da quel cuore con estrema confusione e rarefazione, come dati intanto puramente naturali e poi secondari.
In lui urgeva un altro sentimento: l’attesa dei compagni ancora cena. E a questa prima inquietudine, che lo teneva un po’ fuori dal corso normale della vita e inquinava l’agio dovuto alla vacanza serale, poteva mescolarsi la sensazione di indossare un abito se non propriamente festivo, certo pulito nella sua elegante rozzezza feriale, e di emanare un caldo odore di sapone dalle membra scottate in un giorno di lavoro sotto il sole e quindi ardenti di animazione placata. Sentiva in sé la forza negletta espandersi dalle due forme e dal suo atteggiamento come incuria un po’ ironica e provocante o come disposizione a una virile allegria.
Inoltre, una volta che i compagni a cui era legato da un’amicizia convenzionale e solida, fossero usciti di casa lavati e cambiati come lui c’erano i dubbi inquietanti sul modo di trascorrere la serata; forse aveva già predisposto il suo piano, dato l’abbigliamento curato e la bicicletta pronta al suo fianco. Ma si sarebbe trovato d’accordo con i compagni? Intanto nelle case vicine in cui brillavano umide le lampade dalle finestre aperte, risuonavano i rumori delle cene, e, al di là dell’ombra dei sottoportici, nelle corti invase dalla stanca luce, si intravedevano le ragazze camminare svelte dalla porta della cucina a quella della stalla o agli scalini del ballatoio…
Chi può mai immaginare quali difficoltà o quali tenere facilitazioni incontrasse la fantasia del ragazzo nel seguire con occhio esercitato dalla più tormentata delle curiosità il rosso di quelle gonne o il battito di quegli zoccoli? Certo erano pensieri che egli disprezzava al loro lato di pura eccitazione e ossessiva attenzione e quindi trasformava dal linguaggio comune, collettivo, e senza scandalo, se non virile e assolvibile, dei suoi compagni e degli anziani.
Ecco dunque le cose concrete, rituali e impoetiche che egli assumeva nei giri impacciati del suo «linguaggio mentale» e affondava negli indistinti e precipitosi batticuori; ma quale poeticità non avrebbe pervaso quel suo discorso interiore, pieno di fratture e di salti, minato di inspiegabilità, eppure corrente nella sua levigatezza convenzionale, con improvvisi toni da fanciullo felice, se fosse stato possibile trascriverlo per intero e con capillare verismo su una pagina stenografata con la velocità di un pensiero mai rivolto a se stesso e librato in un volo apparentemente semplice e invece tanto rischioso? Cosa c’è di più poetico di questo «pensare» di un giovane contadino che senza fuggire, pur nel silenzio interiore, alle formule dell’idioma, si getta verso gli spazi del pensabile, illudendosi di aderire ai pretesti di una serata e rischiando invece di perdersi nelle invenzioni di un linguaggio aderente alle proprie aspirazioni sentimentali e ai propri vizi emotivi? Ed è proprio questa la parte di sé (della sua carne) che egli non conosce, benché sia tanto radicata nella materia profonda, indistinta, attiva e puramente vitale del suo ambiente; è questa corporeità dei sentimenti, questa polpa della vita giovanile che egli ignora e di cui sente il peso umiliante, ipoteca di ignoranza, e quindi approssimazione, assenza, scontento.
Non c’è mai stato un povero felice. Ma nessuna invidia è più acuta di quella nutrita per un povero che sembri felice. Ed ecco l’obbligo che mi imponeva con insistenza quella sera a San Floreano (e quante altre volte) di esprimere per il mio coetaneo invidiato e imperfetto i sentimenti più segreti, esaltati, nostalgici, quelli che lo legano con un’accoratezza che non so dire a una sua ora abitudinaria, a un suo gesto spiegato da migliaia di gesti presupposti dal suo ambiente. E c’era poi intorno a lui la cornice perfetta del paesaggio imbevuto dall’umida lucentezza serale; non potevo non tenerne conto, se questo rappresentava quasi il corpo della mia ispirazione, la chiusura dell’episodio e infine la durata poetica cioè necessaria del mio contatto appena più consistente di un brivido.

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In «Il Mattino del Popolo», 13 ottobre 1948; edizione consultata in originale.

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