Paolo Steffan, In deserto. Nota di lettura

Paolo Steffan, In deserto. Prefazione di Flavio Ermini, Osimo, Arcipelago itaca, 2018, pp. 80, € 13,00

È tutta piena, concentrata e vibrante pur volgendo la propria piega al “limite” − indicato da Flavio Ermini nella sua prefazione − la parola di Paolo Steffan nella raccolta In deserto, pubblicata da Arcipelago itaca (2018). Ogni affondo e riaffondo coglie la misura e riaccoglie, (da) dentro, la lingua poetica della tradizione a risalire, fino a immergere nella parola delle sacre scritture, nel latino, nell’inglese (per inserti) e poi, ancora indietro, nel mito. Paolo Steffan rivolge l’orecchio a Zanzotto, ma c’è anche in lui la nostra tradizione più antica, da Pascoli fino a Petrarca.
E il suo poetare costruito, meditato, non si rivela per opposizione ad un presente ma, forse, per assenza di un presente in cui riconoscersi; per questa ragione l’autore sceglie di lavorare anche dentro il proprio dialetto, che non risulta soltanto un intimo ritorno all’origine o un facile rimando e neppure un ancoraggio diretto al passato: si tratta invece di un’autentica assimilazione che ‘fa corpo’, di una lingua che scandisce il quotidiano di quella terra di provenienza i cui ritmi di lavoro, la cui natura e la comunità di appartenenza si connota soprattutto grazie alla lingua che parla; è una lingua di produzione, di sistema, che manovra il commercio ma anche la responsabilità individuale, e per questo motivo risulta utile all’autore.
Se questo può essere vero per ogni dialetto è specificamente culturale la singola realtà di Steffan così com’è simmetrica ma non congruente la sua sinistra Piave (nella provincia di Treviso) dalla Pieve di Soligo zanzottiana. L’autore non è in debito e non è epigono: stacca il maestro trovando la propria misura e soprattutto misurando la propria memoria linguistica dentro a versi in cui − appunto − il dialetto emerge piano eppure diretto (“rùspego”, infatti, significa “ruvido”):

2.

Borgo, nel tuo malfermo sdrucciolente
esistere, l’impura verità
del pezzo ti conferma

C’è nella rigida pace
nata dal sangue, un lento infertilirti
e la Volontà viva mi trasmetti

C’è nella tua durezza, nel profilo
scabro rùspego di Alpi
rimbombanti, il tuo grigio
.                        a rinfrancarmi, a parlarmi per verde
.                        che persiste che innalza che pronunzia

.                        «Nel globale deserto, nel disgiunto
.                        riede quel punto: che poggia sull’erto»

La sezione Mare nostrum proposta qui è dedicata ai morti in mare, ai migranti che cercano un’altra vita; Steffan richiama in un’eco le deportazioni naziste, poi le vicende dei braccianti uccisi nel sud Italia, e i muri che si costruiscono in varie parti del mondo. La sua è una dimensione che tende alla poesia civile (che probabilmente non vuole dirsi tale):

Barbarie

Sotto le frange di tante barbarie è l’odio a partorire
gravido di nuovo odio

Sotto campane che suonano a morto
Rombo di moto ed è cranio divelto
«Mamma» – poi tace, ogni puerile voce

Sotto la chiave della volta-Europa è ancora colpa…
è ancora brace nei lager…

Pasolini l’hanno ucciso gli italiani

Da altri punti, invece, il testo cerca nel lessico ma anche nei temi la pregnanza del naturale, con tutte le contraddizioni dell’intervento umano:

Sguardo a nord

Tutto ricerco tutto rincorro
→ non l’eufonia di un distico.

Euforico e rorido di frutteti
il colle si fa epifanico.

Poi ← una rabbia petrosa
.          m’impetra s’impetra
.          una rabbia petrosa
.          e rubbish rubbish rubbish
.          (ma con charme…)*

.          * E il fu terrazzamento si piazza
.          in pole position ‒ per una nuova escalation ‒
.          con qualche sbancamento.

Paolo Steffan rimodella la funzione d’impegno di una poesia che riesce a non tenere ma a rilasciare le proprie intuizioni semanticamente, dal punto di vista del verso e del concepimento; una poesia stratificata che assume in sé le necessità di combinare, mischiare e rendere leggibili le trame di un oggi desertificato dal punto di vista del “ricordo” e della trasmissione al futuro, e perciò votato all’oblio..

© Alessandra Trevisan 

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