Editi e inediti di Andrea Castrovinci Zenna (con nota di lettura)

Dire il trauma: la poesia di Andrea Castrovinci e di Fabio Michieli a confronto

Nella poesia di Andrea Castrovinci Zenna (qui proposta attraverso una lunga selezione, che partendo dall’opera edita Il nome di mia madre, Ensemble 2018, si allarga a includere testi inediti, alcuni pensati come ampliamento del libro precedente, il cui prosieguo ideale è già stato pubblicato su Poetarum un anno fa) si ha come l’impressione di un fuori tempo, di un essere al di qua e oltre il contemporaneo, l’attuale. Il lessico, la sintassi, la metrica, i continui rimandi più o meno espliciti a una tradizione per lo più primonovecentesca dovrebbero conferire al tutto un aspetto di manierismo attardato, e invece non è questo il caso. Si sente piuttosto la necessità (e dunque la dolorosa naturalezza) di una scrittura nata come risarcimento, elaborazione del lutto, riparazione di un trauma che rischia di paralizzare la parola. Accade così che tornino in gioco con vitalità alcuni modelli ben riconoscibili del passato, tantissimo Pascoli, il D’Annunzio di Consolazione (e dei Pastori), ma anche Montale (“non ha capito mai che cosa/ volere, solo cosa non volere”, p. 9), i versi di Caproni per la madre Annina (“Canterò flebilmente/ doveroso del piangere il mio seme”, p. 9), il Leopardi del vago e dell’indefinito (nel bellissimo testo sulle lucciole, pp. 27-28) e di A Silvia (“così sconto,/ nell’odoroso maggio,/ il vuoto dell’ultimo tuo viaggio”, p. 29), e di certo molti altri. Proprio nella metafora del viaggio finale si sente assai forte la voce di Gozzano, per quel suo narrare musicalmente lo sconcerto di fronte alla morte con accenti che ripiombano nel quotidiano, cercando un riparo anche ironico tra le piccole cose (e questa poesia è piena, come si leggerà, di rivalutazioni, per usare il titolo di un breve componimento). Va da sé che un autore non è dato mai dalla sommatoria degli altri autori che lo hanno influenzato, ma qui proprio l’immagine della madre Ilia, docente di Lettere “dal latino/ nome” (p. 33), sembra diventare la ragione profonda di uno stile tanto coinvolgente quanto inattuale, tanto unitario quanto citazionista. Si veda in particolare il testo Maturità 2017 (pp. 35-36), l’attesa della traccia, il gioco dei pronostici, il tutto condotto con gozzaniana levità: “Secondo te chi esce quest’anno?/ tra le linde stoviglie/ mondate dalla cameriera, era/ sempre acceso chiacchiericcio!/ Persino a cena se ne discuteva,/ persino alla sera con tuo marito,/ seppure illetterato./ Gozzano entrerà presto/ nel canone, vedrai!”. La letteratura condivisa, i poeti chiamati a raccolta creano dunque il lembo simbolico capace di coprire un’orribile scopertura del reale: la madre insegnante e lettrice di poeti avalla questa operazione, la rende vivida, è la figura centrale che legittima tutte le altre. Sarà da vedere se lo stesso linguaggio possa reggersi da sé all’interno di nuovi progetti, senza lo stesso centro che si irradia, anche stilisticamente. Vediamo invece subito un autore che come Castrovinci si è confrontato con la simbolizzazione della perdita, con la resa linguistica di un lutto che appariva all’inizio indicibile: Fabio Michieli ha da poco pubblicato, a undici anni di distanza, una nuova edizione del suo Dire (L’arcolaio, 2008 e 2019) preziosamente ampliata da una sezione conclusiva (Circostanze) che è in gran parte un’elegia del padre scomparso. Fin dal titolo così essenziale, minimale, che incardina l’opera su un’apparente tautologia, ci veniva annunciata già nel 2008 la tensione, il pathos di una scrittura che è la continua ricerca di un compromesso tra le parole e il vuoto, tra la voce e la sparizione. Lo dichiarava il primissimo testo epigrammatico (“volevo un libro chiaro per noi due:/ una pagina bianca – quasi pura”, p. 19, citerò naturalmente dall’edizione 2019), lo ribadiva la ripresa e riattualizzazione del mito di  Orfeo ed Euridice (“ma tu continua a non temere il salto/ che mi inselva oltre il limite concesso”, p. 42). Il “bianco” all’inizio della nuova sezione non ha invece più nulla di quella speranza sentimentale, al contrario “ciò che la lingua non sa dire/ è bianco di dolore” (p. 65). Se prima si temevano quasi le parole come foriere della perdita (si veda la citazione da Mallarmé a p. 50, e si pensi a una sorta di idealismo incupito dal senso di colpa: “quanto di me è lasciato al caso mostro”, con polisemia dell’ultimo termine…), adesso è la perdita che chiede parole per essere detta. Impressiona dunque constatare come il libro dopo tanti anni si sia per così dire completato a partire da un evento personale e traumatico (e poi da un altro evento altrettanto personale ma gioioso). Come in Castrovinci, anche per Michieli il dialogo con gli autori della tradizione è fitto e udibile (l’editore Gianfranco Fabbri ci ricorda nella premessa di avere inserito l’opera nella sua prima veste all’interno della collana “I codici del ‘900”). Direi che qui la soglia di influenza si sposta in avanti, in un Novecento inoltrato, e nemmeno questa scrittura sembra volere sfuggire alla testualità del debito, rispetto ad esempio a Luzi (“quell’imminenza dei miei quarant’anni”, p. 67) o al Montale di Satura (“e vorrei incontrarti a ogni passo quando/ scendo la scala”, p. 74). Dal respiro narrativo, gozzaniano e pascoliano, della poesia di Castrovinci si passa a forme più brevi, comunque terse, con qualche fulminante correlativo-oggettivo (“desto si espande il lamento dei cani”, p. 69). Ciò che non cambia in entrambi gli autori è la ricerca della ricomposizione formale di uno strappo insensato (si vedano queste chiose struggenti: “Chiudevo gli occhi alla carezza lieve/ di vampa rossa nel camino: mamma?…/ Riaprivo gli occhi, languiva una fiamma/ mutata in brace e in un presagio greve…”, Il nome…, p. 30; “il primo è dono o resistenza,/ è vita che slontana la livella/ è tu che chiedevi “farò i settanta?””, Dire, p. 66). Per dirla con un grande titolo di Mario Benedetti, si tenta qui di rendere tersa la morte, perché se è vero che “piange la parola che riesce a dire” (Benedetti, Tutte le poesie, Garzanti 2017, p. 267), è anche vero che la parola che riesce a dire prima o dopo smette di piangere.

@ Andrea Accardi

 

Testi da Il nome di mia madre (Edizioni Ensemble 2018)

 

Una premessa sola

Quanto da lei
appresi in gioia di poesia
ridire non potrei
e nulla ora rimane in allegria.

I versi – sarò un po’ pedante –
saran quasi sempre consueti,
di sillabe e accenti usuali,
per fingerli alteri alle insidie
del tempo, da illuderli eterei
così da raggiungerla:
son versi a un’insegnante
da un deficiente scritti
da uno che in fondo non sapeva cosa
fare: non ha capito mai che cosa
volere, solo cosa non volere;
al quale (senza dirlo e n’è pentito)
forse solo piaceva chiacchierare
con lei di versi e di letteratura…

Canterò flebilmente
doveroso del piangere il mio seme
per lei che offriva lieta
l’impegno quotidiano
per rendere completa
– lettura parafrasi e spiegazione –
a scuola come a casa l’amorosa
trasmissione del senso e della vita,
tra parola e parola.
Nella disperazione
del figlio ingrato in vita, e che ora geme,
adesso che rimane,
che resta oltreché il nome,
quel nome ch’era come
una carezza di vento sul viso,
un’aperta lezione in cui trovare
effimero un sorriso?

***

Oh madre stanca, che ingiallisci tutta,
lascia il secondo o quello che non vuoi,
mangia con calma; aspetta, aspetta: la frutta
è già sbucciata, ecco, quel che puoi…

Pasqua è nell’aria, e tu sei in ospedale!
E dire e che a Natale stavi bene!
E su, su, fatti forza. Questa estate
– lo dicevi a Seriate,
ricordi? sulla strada
statale per la Valle Serїana,
ove l’inverno posava la neve
gentile su le cose
e sparivano chiese,
campanili vanivano, le luci
brillando come appese nel silenzio
del nulla un lieve palpito parevano
e un sussurro di nebbia dir: riposa –
ci rifaremo. Dai, purché le pene
a lungo andare un lene
sollievo risultino, purché possa
tornare alla rugiada
che taciturna imperla mattutine
le rose del confine:
quanto basta lontano
per star forte poggiata alla mia mano.

***

Chiudevano te sola
nella bara, privata di parola
di conforto per me, per le tue ciglia.

Giungeva per l’estrema
unzione un servo di Dio, recitando
l’Ave Maria, forse prima poesia
nota, per cui tremarono
di pianto gli occhi miei.

Chiudevano le porte
della cappella, vedevo la sorte
che tutti ci assimiglia.

Fermo, finalmente, senza tremori:
una serenità senza rumori
che quelli del giardino,
bianco d’inverno, lieto nei colori
della dimenticanza.

Chiudevo gli occhi alla carezza lieve
di vampa rossa nel camino: mamma?…
Riaprivo gli occhi, languiva una fiamma
mutata in brace e in un presagio greve…

***

Spesso mi capita pensare a te,
illuso, come viva. Un’evenienza,
una sciocchezza, un disaccordo al luogo
di lavoro e dico: chiamo mia madre;
è un attimo, un momento
ingenuo di rossore. Poi la notte
nei sogni mi tormento,
negli incubi continui,
di te viva, di te all’ascolto pronta
e la parola di conforto, assente,
più non giunge: sei muta
persino nella notte…

Spessissimo, ogni giorno,
vago per la cara Valle Seriana:
che sia Vertova, Gorno,
per qualche giro in moto;
qui ti piaceva, l’aria
è salubre, eterni
i monti, i boschi verdi,
limpido il Serio: un vano desiderio
di mollare per sempre l’estenuante
Sicilia e dirti resta!
talvolta, in altra vita, in altra plaga
di mondo mi sovviene…

Ma il vero è che speranze d’altre vite
son finite, che qui è solo mancanza
ogni fottuta sera in solitudine;
neppure il tuo sussurro
di voce in ospedale odo se ascolto;
è asfittico sfacelo di dolore
mentre il cielo, coglione,
sorride d’infinito azzurro.

***

Son stanco, madre, sai? L’endecasillabo
di terzo accento e sesto non lo vuole
più nessuno? Non so
che trovino in coloro che i concorsi
di poesia vincono: forse son tutti
semplicemente bravi,
compositori di anastrofi ardite,
di metafore, iperbati, sineddoche;
Forse, anche, da un male
così scarno e comune
il pubblico ormai è immune,
la morte d’una madre, sai che storia!
Ci vogliono poesie per la memoria
di eventi contingenti,
che ne so, migrazioni,
esplosioni, notizie da Tiggì?
E le rime? Non paiono più offrire
un balenìo di senso?
Mi sento fuori tempo,
pare non piacciano più: astrusità
si leggono tra i blog,
tra i siti dei concorsi…
E s’uno vaga in rimembranze acerbe
e d’assonanze involontarie intesse
trame di suono in abbandono amaro…
Bu.
Ma tu, (ai morti scrivo e d’illusioni
appicco fuochi su cui io stesso soffio!)
so che apprezzi: vedi, non vorrei, spesso,
apparire complesso;
per dir di te alla gente,
per te, madre paziente, comporrei
dei versi sottovoce, cauti, semplici;
anche se so che questa
colloquialità mesta
è nota, noiosa, crepuscolare…
E allora mi ri-invento! – Dico, – Provo
e riprovo e ricerco e limo un polline
di suono che si spanda, luminoso,
tra ricordi e rimorsi.
Nessuno apprezza e resto
al fondo di un bicchiere
vuoto.

Eh sì, son io a sbagliare,
ma sai mai cosa accada tra le mail
senza speranza inviate agli editori:
un giorno forse, decaduti noi
le case e i lutti e tutto quanto abbiamo
provato o avuto mai,
pur spenti infin si dica
che il figlio deficiente ringraziò
pur se in ritardo, mamma.

 

Inediti pensati per ampliare la raccolta Il nome di mia madre

 

Lei scialba di candore
tra pollinosa nuvola al cancello
la vidi, nell’ombrello
giallo della mimosa florescente;
sembrava ritornata adolescente
nel suo niveo pallore.

Andri, tu come stai?

Era una voce tremula,
vomica, nauseata, come in pena,
come voce che tema
se stessa inascoltata.
Era la mїa voce come in pianto,
flebile acuta, di chi piange guai.

Sto male, mamma, sai?
tu non ci sei e in quanto
alla mia vita… no, non l’amo mai.

Ecco una lacrima solcava il viso
esangue, e non accenno di sorriso.

E con lei, tutto bene?

No. Il suo lene riso
da tempo non scintilla più per me.
Non ho se non il vuoto ovunque guardi
e l’ho lasciata andare… adesso è tardi…

Non siete insieme? Che cosa è accaduto?
Era di poche pretese, una buona
parola, una carezza…
Come hai potuto?

Ho male al cuore: lo strazio è infinito:
dimmi, è un dolore che non muore mai?
Ma mi leggi? Mi pensi? Cosa fai?
Sai che vorrei venire lì con te?
Lo so, viene chi muore…
Ma piacere non ho nelle mie ore.
E bevo. Raramente, al mondo, piango,
solitamente taccio.
Ribevo e piango solo
e piangendo e bevendo mi disfaccio
e gemo e tremo e piango:
rimango, inerte, solo.

A quelle mie parole
sbiancò il velo del sole.

Micia che dice, come sta?

Si annoia, è triste, sempre là,
sonnecchia sul divano.

Un miagolio lontano
come in affanno, piano,
forse si udì in risposta a quel richiamo.

La gialla nube marzolina sparve.
Il prato emise un grido
a un tratto si contrasse
abbrividì nel bianco.

***

È gelo ovunque vada, che nelle ossa
s’insinua e fa tremare:
per contrappasso il tremolio del mare
che non vedrai mai più dalla tua fossa
per punizione a mia condotta e boria
in cuore giunge, per vanificare
ogni memoria d’infanzia illusoria.

Qui più non si ode che il crepitio roco,
sonnolento fra sbiscianti di fuoco
faville nel camino.
E pare il mare, è invece brace: tace
il bambino che non sarò più mai
che più tu non saprai, che chiede “pace”:
non chiede alla sua mamma «facciam pace»,
non c’è la mamma, è morta.

Così chiudo la porta
del suo perdono e sento che la vita
è breve alito di vento, un’udita
o risopita parola nel vento
d’una memoria antica.

Restano i sogni. Lì, sì, nel lettone
a pochi anni, ritrovo me che arsi
di febbre e la mia dolce madre sparsi
sul cuscino i capelli neri e folti
su me vegliare per tutti i risvolti
di subitanei moti nel malore.

Due giorni fa mi risvegliai bambino,
dicendo mamma! tra il tepore lieve
delle lenzuola… Greve
al gelo e al giorno fino
a mezzogiorno riveder la neve…

***

Forse tu stanca, alla ringhiera china,
stanca come chi chieda «E se domani…»
guardavi inerte in te la tua rovina
urlata nel giallore delle mani?

E ti chiedevo da lontano «Come
oggi ti senti?» «Un po’ meglio». Per nome
chiamandoti: «Ilia, quando esci?» «Non so
ancora, dicon di aspettare un po’,

vediamo come va la situazione».
E scorsero così le settimane,
le poche settimane del tuo aprile:

in te sbisciava atrissima una bile
ignota a me, che ti parlavo di vane
sciocchezzuole, chiamandoti per nome…

 

Altri inediti

 

La giovinezza, questa cosa erosa
da weekend rigettati lungo vie
popolose da togliere il respiro,
o da ingerire un altro sorso ancora
d’illusa adolescenza.
E son trent’anni. Trenta,
e resti l’immaturo dei tuoi venti;
trenta, e vagheggi un nuovo amore, fresco
come le roselline del confine,
ma il confine sei tu
e non puoi, non puoi più
ottenerne di rose così acerbe.
E allora guardi mentre in tumultuoso
formicolare in strada
si avvicendino “gli altri”;
alla rugiada pianta
guardi, aperte le braccia
come fluisca silenziosa, via
la vita, tracannata goccia a goccia,
in un languor d’indifferenza spenta,
priva di battiti nel cuore arreso.
Non hai la voglia di afferrare un giorno,
mordere un’ora, strappare minuti:
lasci fluisca silenzioso il tempo,
l’inganno, labile. Sono trent’anni
e come tu abbia reso tanto rapido
l’avvicendarsi in corsa
di anni incolori ancora chiedi: a nuvole,
all’azzurro, al sospiro
malato di chi dice d’una musa
il nome, vuoto di un sembiante vero.

***

Rimpianto postumo

Quando sarai, immobile e stecchita
e della vita nella fredda bara
rimpiangerai la chiara luce, tutta
dai vermi rosa e brutta,
sfatta le guance e nera di mascara
tetro le ciglia, piangerai le foto
urlate al mondo indifferente e ossate
le dita frugheranno
tra i fetidi vapori del tuo azoto,
tra i vermi multisquame,
non già l’abbraccio dolce di un legame,
ma il ricordo remoto di beltà,
ma il click del tuo livore,
la vanità e il suo vuoto,
– sento scricchiarle all’astio che ti assale –
per non averti fatta né immortale
né vana eternamente.

 

2 comments

  1. L’ha ripubblicato su asSaggi criticie ha commentato:

    Andrea Accardi nel parlare della poesia di Castrovinci, e del suo modo di affrontare, rielaborare il sentimento dell’assenza, fa alcune considerazioni anche su #Dire

    "Mi piace"

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