andrea accardi

Editi e inediti di Andrea Castrovinci Zenna (con nota di lettura)

Dire il trauma: la poesia di Andrea Castrovinci e di Fabio Michieli a confronto

Nella poesia di Andrea Castrovinci Zenna (qui proposta attraverso una lunga selezione, che partendo dall’opera edita Il nome di mia madre, Ensemble 2018, si allarga a includere testi inediti, alcuni pensati come ampliamento del libro precedente, il cui prosieguo ideale è già stato pubblicato su Poetarum un anno fa) si ha come l’impressione di un fuori tempo, di un essere al di qua e oltre il contemporaneo, l’attuale. Il lessico, la sintassi, la metrica, i continui rimandi più o meno espliciti a una tradizione per lo più primonovecentesca dovrebbero conferire al tutto un aspetto di manierismo attardato, e invece non è questo il caso. Si sente piuttosto la necessità (e dunque la dolorosa naturalezza) di una scrittura nata come risarcimento, elaborazione del lutto, riparazione di un trauma che rischia di paralizzare la parola. Accade così che tornino in gioco con vitalità alcuni modelli ben riconoscibili del passato, tantissimo Pascoli, il D’Annunzio di Consolazione (e dei Pastori), ma anche Montale (“non ha capito mai che cosa/ volere, solo cosa non volere”, p. 9), i versi di Caproni per la madre Annina (“Canterò flebilmente/ doveroso del piangere il mio seme”, p. 9), il Leopardi del vago e dell’indefinito (nel bellissimo testo sulle lucciole, pp. 27-28) e di A Silvia (“così sconto,/ nell’odoroso maggio,/ il vuoto dell’ultimo tuo viaggio”, p. 29), e di certo molti altri. Proprio nella metafora del viaggio finale si sente assai forte la voce di Gozzano, per quel suo narrare musicalmente lo sconcerto di fronte alla morte con accenti che ripiombano nel quotidiano, cercando un riparo anche ironico tra le piccole cose (e questa poesia è piena, come si leggerà, di rivalutazioni, per usare il titolo di un breve componimento). Va da sé che un autore non è dato mai dalla sommatoria degli altri autori che lo hanno influenzato, ma qui proprio l’immagine della madre Ilia, docente di Lettere “dal latino/ nome” (p. 33), sembra diventare la ragione profonda di uno stile tanto coinvolgente quanto inattuale, tanto unitario quanto citazionista. Si veda in particolare il testo Maturità 2017 (pp. 35-36), l’attesa della traccia, il gioco dei pronostici, il tutto condotto con gozzaniana levità: “Secondo te chi esce quest’anno?/ tra le linde stoviglie/ mondate dalla cameriera, era/ sempre acceso chiacchiericcio!/ Persino a cena se ne discuteva,/ persino alla sera con tuo marito,/ seppure illetterato./ Gozzano entrerà presto/ nel canone, vedrai!”. La letteratura condivisa, i poeti chiamati a raccolta creano dunque il lembo simbolico capace di coprire un’orribile scopertura del reale: la madre insegnante e lettrice di poeti avalla questa operazione, la rende vivida, è la figura centrale che legittima tutte le altre. Sarà da vedere se lo stesso linguaggio possa reggersi da sé all’interno di nuovi progetti, senza lo stesso centro che si irradia, anche stilisticamente. Vediamo invece subito un autore che come Castrovinci si è confrontato con la simbolizzazione della perdita, con la resa linguistica di un lutto che appariva all’inizio indicibile: Fabio Michieli ha da poco pubblicato, a undici anni di distanza, una nuova edizione del suo Dire (L’arcolaio, 2008 e 2019) preziosamente ampliata da una sezione conclusiva (Circostanze) che è in gran parte un’elegia del padre scomparso. Fin dal titolo così essenziale, minimale, che incardina l’opera su un’apparente tautologia, ci veniva annunciata già nel 2008 la tensione, il pathos di una scrittura che è la continua ricerca di un compromesso tra le parole e il vuoto, tra la voce e la sparizione. Lo dichiarava il primissimo testo epigrammatico (“volevo un libro chiaro per noi due:/ una pagina bianca – quasi pura”, p. 19, citerò naturalmente dall’edizione 2019), lo ribadiva la ripresa e riattualizzazione del mito di  Orfeo ed Euridice (“ma tu continua a non temere il salto/ che mi inselva oltre il limite concesso”, p. 42). Il “bianco” all’inizio della nuova sezione non ha invece più nulla di quella speranza sentimentale, al contrario “ciò che la lingua non sa dire/ è bianco di dolore” (p. 65). Se prima si temevano quasi le parole come foriere della perdita (si veda la citazione da Mallarmé a p. 50, e si pensi a una sorta di idealismo incupito dal senso di colpa: “quanto di me è lasciato al caso mostro”, con polisemia dell’ultimo termine…), adesso è la perdita che chiede parole per essere detta. Impressiona dunque constatare come il libro dopo tanti anni si sia per così dire completato a partire da un evento personale e traumatico (e poi da un altro evento altrettanto personale ma gioioso). Come in Castrovinci, anche per Michieli il dialogo con gli autori della tradizione è fitto e udibile (l’editore Gianfranco Fabbri ci ricorda nella premessa di avere inserito l’opera nella sua prima veste all’interno della collana “I codici del ‘900”). Direi che qui la soglia di influenza si sposta in avanti, in un Novecento inoltrato, e nemmeno questa scrittura sembra volere sfuggire alla testualità del debito, rispetto ad esempio a Luzi (“quell’imminenza dei miei quarant’anni”, p. 67) o al Montale di Satura (“e vorrei incontrarti a ogni passo quando/ scendo la scala”, p. 74). Dal respiro narrativo, gozzaniano e pascoliano, della poesia di Castrovinci si passa a forme più brevi, comunque terse, con qualche fulminante correlativo-oggettivo (“desto si espande il lamento dei cani”, p. 69). Ciò che non cambia in entrambi gli autori è la ricerca della ricomposizione formale di uno strappo insensato (si veda questa chiosa struggente: “Chiudevo gli occhi alla carezza lieve/ di vampa rossa nel camino: mamma?…/ Riaprivo gli occhi, languiva una fiamma/ mutata in brace e in un presagio greve…”, Il nome…, p. 30). Per dirla con un grande titolo di Mario Benedetti, si tenta qui di rendere tersa la morte, perché se è vero che “piange la parola che riesce a dire” (Benedetti, Tutte le poesie, Garzanti 2017, p. 267), è anche vero che la parola che riesce a dire prima o dopo smette di piangere.

@ Andrea Accardi

 

Testi da Il nome di mia madre (Edizioni Ensemble 2018)

 

Una premessa sola

Quanto da lei
appresi in gioia di poesia
ridire non potrei
e nulla ora rimane in allegria.

I versi – sarò un po’ pedante –
saran quasi sempre consueti,
di sillabe e accenti usuali,
per fingerli alteri alle insidie
del tempo, da illuderli eterei
così da raggiungerla:
son versi a un’insegnante
da un deficiente scritti
da uno che in fondo non sapeva cosa
fare: non ha capito mai che cosa
volere, solo cosa non volere;
al quale (senza dirlo e n’è pentito)
forse solo piaceva chiacchierare
con lei di versi e di letteratura…

Canterò flebilmente
doveroso del piangere il mio seme
per lei che offriva lieta
l’impegno quotidiano
per rendere completa
– lettura parafrasi e spiegazione –
a scuola come a casa l’amorosa
trasmissione del senso e della vita,
tra parola e parola.
Nella disperazione
del figlio ingrato in vita, e che ora geme,
adesso che rimane,
che resta oltreché il nome,
quel nome ch’era come
una carezza di vento sul viso,
un’aperta lezione in cui trovare
effimero un sorriso? (altro…)

Ci sono cose da imparare da Montieri: poesia, umorismo e motto di spirito

 

Le cose imperfette, il terzo libro di Gianni Montieri (LiberAria Editrice 2019), è innanzitutto un libro dove si sente trascorrere il tempo. La prima sezione, Lettere aperte al fronte sudamericano, può ricordare un canzoniere d’amore, ma un amor de lonh, in cui l’amata è distante, molto, per l’appunto in Sudamerica. E allora la quotidianità più o meno indaffarata è anche disseminata di segnali, interferenze, rivelazioni improvvise che accendono il presente o trasfigurano periferie milanesi: «ti scorgo riflessa/ appena sopra il cartellone Calzedonia» (p. 13); «Per il tuo odore/ basta un asciugamano, una tazza» (p. 15); «bidoni da riciclo colmi/ di cartoni da pizza e sciocchezze/ nel Sudamerica di Affori» (p. 16). Il senso di una narrazione diffusa fa dunque tutt’uno con il tempo dell’attesa che si va colmando: «noi sopra le poltrone/ tutto sarà dove deve stare, a casa» (p. 33). La sezione centrale, Le persone rimaste, fa invece i conti con la perdita, con la “paura della morte” (p. 48): traspare la cronaca cruenta (che già si era palesata nella sezione precedente, con la tragedia dei morti in mare), le storie di Cucchi e Mastrogiovanni, Giugliano in fiamme, ma anche lutti più privati, e la salvaguardia della memoria («“LuigiUltimo” salvato con nome», p. 69). C’è spazio pure qui per gli affetti presenti, per le abitudini tenaci, ma il tutto proiettato su uno sfondo caduco, e impreziosito dal senso dell’inevitabile, come si legge nel bellissimo testo che chiude questa parte: «Mi interessa il futuro/ sapere come diventeranno/ le sedie, le poltrone/ con cosa le sostituiremo/ se ci invecchieremo sopra/ […] tireremo indietro il piede/ e voltandoci vedremo punti/ grigioazzurri ognuno mancanza/ ognuno cosa perduta» (p. 79). Nella terza e ultima sezione, che rappresenta forse il capolavoro del libro, il tempo viene infine scandito dalla crescita e poi dal ritirarsi della marea a Venezia.

Fin qui sto parlando del Montieri poeta, ma in molti sappiamo che esiste anche una sua scrittura assidua e proficua sui social, e in particolare su Facebook, dove fa mostra di una verve godibilissima, romantica e surreale, come una Napoli immersa tra nebbie nordiche. Non lo dico solo perché alcuni di questi testi hanno già circolato, perfettamente a loro agio, su quello spazio virtuale, ma soprattutto per il percorso inverso di un certo linguaggio, di una certa creatività da un contesto extra-letterario verso le poesie e infine dentro il libro. Dunque, quello che Montieri propone su Facebook, spesso e volentieri, sono riuscitissime e fulminanti battute. Una in particolare, di un anno fa, in piena emergenza per l’acqua alta, recitava così: «Oggi pomeriggio, tra Ca’ Foscari e San Barnaba, un francese mi domanda dove si trovi “Calle della Madonna”. In piena ribellione napoletana ho risposto: “Si è pe jastemmà, so tutte Calli della Madonna, frate”» (post del 29 ottobre 2018). Questa battuta, ricomposta e riformulata, riappare in un testo del libro: «Capita di incrociare un uomo/ in cuffia da piscina, giubbotto/ costume da bagno e stivaloni;/ un francese con l’acqua alle ginocchia/ mi domanda dove sia calle della Madonna/ gli rispondo in napoletano/ che lo sono tutte, poi ci salutiamo» (p. 87). Evidentemente Montieri nella battuta su Facebook giocava al gioco di una falsa logica, fingendo di travisare la domanda del francese, e in realtà sfottendo bonariamente l’ostinazione dei turisti, che pure con l’acqua alle ginocchia continuano a cercare una qualche “Calle della Madonna”, quando invece qualunque calle in quel momento sarebbe buona per imprecare. Nel riutilizzo poetico della battuta, tolta la coloritura dialettale, si attenua l’ironia nei confronti del turista, acquista invece forza il sentimento trepido di un malessere comune. Va infatti da sé che una poesia, diversamente da una battuta, non voglia suscitare il riso, ma può condividerne, come abbiamo visto, la tecnica, per così dire addolcita negli effetti. Era stato Freud a dirci in modo sistematico che quei brevi e piacevoli testi che chiamiamo barzellette (o motto di spirito, o Witz), se analizzati con intelligenza e serietà, rivelano sempre una qualche forma di ribellione nei confronti della società e del mondo (Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905, e famoso su tutti il motto del salmone con maionese: proprio a partire da quel saggio freudiano, che in definitiva parlava da cima a fondo di letteratura, pur se nelle forme brevi e sottovalutate dei motti, Francesco Orlando ha fatto la sua illuminante proposta di una teoria per l’appunto freudiana della letteratura, vista quest’ultima come difficile equilibrio tra un’istanza di repressione e un’altra di represso). Anche il semplice gioco di parole fine a sé stesso denota ad esempio una certa insofferenza verso la razionalità adulta e il buon uso acquisito del linguaggio. Ne consegue insomma che Facebook, così come tutti i nostri discorsi quotidiani, è pieno zeppo di letterarietà, di poesia potenziale – a condizione di intendere per letteratura non solo i discorsi istituzionalizzati, ma un certo uso del linguaggio figurale. Mi sembra che Montieri senta con evidenza questa vicinanza, non solo nell’assunzione, dentro la sua poesia, di una discorsività colloquiale e quotidiana, ma anche nella ripresa della tecnica tipica dei motti di spirito, che dietro una facciata di falsa logica, di cattivo sillogismo, e al limite di assurdo, colpiscono in realtà bersagli più grandi e importanti. Come per il turista nelle calli allagate, e il finto malinteso nella risposta, si attenua e distende il carattere fulminante del Witz, ma non cambia la tecnica, quella cioè di affermare qualcosa di reattivo dietro una facciata di travisamento. È un trucco che troviamo nella letteratura del comico e dell’assurdo, per lo più teatrale e romanzesca, più raramente nei poeti, Montieri sembra invece farne un uso particolarmente naturale e brillante. Prendiamo ad esempio e per intero un altro testo (p. 67):

Qualcuno mi ha detto “Non aver paura
di essere lirico”. Mi sono fatto coraggio
e ho cercato nell’armadio qualcosa
da mettermi dei colori e dei tessuti
che mi accostassero al lirico, la cosa
di cui non dovrei aver paura.
E chi ne ha? Ma posseggo solo jeans
pullover grigi, neri e blu, camicie
di cotone organico. E se mi sposto
in libreria trovo penne Muji, tutto
in me è troppo contemporaneo
dovrei fare un settenario oppure
un novenario ma dopo della t-shirt
verde presa a Berlino che ne faccio? (altro…)

Stanze che imprigionano: su una figura ossessivo-generazionale in De Lisi, Gallo, Mazziotta

 

Proverò in questo intervento a mettere in rapporto tre libri più o meno recenti di poesia, La stanza vuota di Noemi De Lisi (d’ora in poi Lsv, Ladolfi 2017), Appartamenti o stanze di Carmen Gallo (Aos, Edizioni d’if 2016), Posti a sedere di Luciano Mazziotta (Pas, Valigie rosse 2019), che sembrano in qualche modo richiamarsi tra di loro, agitarsi a vicenda, condividere una problematicità. Intanto (non è questo il punto, ma vale la pena di dirlo) si tratta di tre pubblicazioni eccellenti, che testimoniano uno stato di salute dell’attuale poesia italiana. I tre autori appartengono inoltre alla stessa generazione (praticamente coetanei Gallo e Mazziotta, 1983 e 1984, appena più giovane De Lisi, 1988), e sono tutti e tre meridionali (palermitani De Lisi e Mazziotta, napoletana Gallo). Cercheremo più avanti di capire se questi aspetti contingenti si colleghino a ragioni di sostanza propriamente letteraria. Diciamo subito invece, che è poi la costante che impone l’accostamento, che queste tre opere, di tendenza poematica, si fondano sulla stessa macrofigura ossessiva, propongono cioè, unicamente o quasi, interni, spazi chiusi, locali ermetici, appartamenti… o stanze dove qualcosa avviene, ma non sappiamo definire bene cosa. Non dico che sia una prerogativa assoluta della generazione a cui appartengono i tre poeti (basterebbe guardare a quella immediatamente precedente, e a un’opera come Storie del pavimento, Tic Edizioni 2018, di Gherardo Bortolotti, classe 1972), ma sembra comunque rappresentarne una peculiarità, e infatti questi autori non esauriscono la casistica tra i nati negli anni ottanta (pensiamo ancora una volta a Suite Etnapolis di Antonio Lanza, la cui straordinaria tenuta strutturale deve molto alla forza e coerenza dell’unità di luogo, e dove il termine suite, oltre al significato musicale, richiama anche quello, appunto, di stanza). In linea molto ipotetica, per una generazione cresciuta in mezzo al progressivo dissolvimento, perlomeno virtuale, dello spazio, è facile immaginare una qualche nostalgia di luoghi chiusi, privati, al limite protetti. Ma il punto è che gli spazi in questione hanno davvero poco di rassicurante, risultano piuttosto inquieti, inospitali, troppo vasti o troppo stretti (“Abitavamo una casa troppo grande”, Lsv, p. 13; “Le persone intorno ai tavoli/ sono andate ad abitare/ uno spazio chiuso, laterale”, Aos, p. 15; “la testa sul muro che sbatte/ che apre una faglia nel mezzo”, Pas, p. 20), in ogni caso si respira male (“Mia madre dormiva con affanno”, Lsv, p. 11; “Tutti sentono la mancanza dell’aria”, Aos, p. 17; “aria vera è dopo i vetri ma dentro/ c’è un polmone che scoppia”, Pas, p. 19), si soffre senza poterne uscire. Di fatto sembrano diventare zone di drammatica conflittualità, in cui si addensano contenuti psichici irrisolti. Tutte e tre le opere si dispiegano lungo una sorta di andirivieni pronominale che attesta una frantumazione e dispersione dell’io, e che produce una complicazione o totale accantonamento di un lirismo tradizionale. Proverò adesso ad analizzarle singolarmente, per poi tentare nel finale una qualche sintesi significativa. (altro…)

Testi da “Omonimia” di Jacopo Ramonda (con nota di lettura)

Omologazione o universalità?

Omonimia, l’ultimo libro di Jacopo Ramonda (Interlinea 2019), si presenta (e possiamo intendere il verbo proprio alla sua forma riflessiva, visto che mi riferisco alla quarta di copertina e alla nota al testo) come una raccolta di prose poetiche che affrontano “il tema dell’identità e dell’omologazione nella società contemporanea”. In due sezioni, Nomi e Omonimia, la silloge, leggiamo sempre nella nota, “propone quindi una sorta di piccolo viaggio”, “dal tentativo, talvolta disperato, di difendere un’identità o ciò che resta di essa, alla resa, alla sconfitta, alla totale omologazione, rappresentata dall’immagine dell’omonimia, che significativamente dà titolo all’intero libro”. Perché ho iniziato a parlare di quest’opera citandone il paratesto piuttosto che il testo vero e proprio? Direi per manifestare un piccolo disagio rispetto a quando, come in questo caso, la sovrastruttura (e in parte la struttura stessa) e poi i discorsi che si fanno intorno a un libro finiscono per fargli torto, semplificandolo, appiattendolo, inchiodandolo a un messaggio in fondo moralistico. Il fatto è che la prosa di Ramonda ha una potenza rara, capace di creare frammenti che in poche righe condensano il senso di esistenze intere, e non solo quindi quella di un singolo personaggio, ma l’esistenza di tutti noi (un “de te fabula narratur” in frantumi, che si ripete di prosa in prosa per spiragli e accensioni). E non c’è nulla di moralistico nella resa dei testi, tranne forse, non per caso, nei frammenti che accennano ai social network (#80, p. 109; #494, p. 95). Altrove, Ramonda riesce invece a dare a quelle individualità forza e valore veritativo, in una maniera dimessa e fredda, che fa però risaltare per contrasto l’intelligenza che illumina aspetti di singole vite, se pure prese in una rete apparente di omonimia/anonimato. Al posto di omologazione, parlerei allora del suo contrario positivo, e cioè universalità, proprio per questo rischiaramento continuo che ci fa dire: ma sì, anche io mi impressiono quando cammino sopra le grate! (#1321, p. 121), ma sì, anche io soffro spesso, o mi rifugio, in una nostalgia senza un perché (#594, p. 69), e così via. In direzione quindi opposta a un messaggio pessimista sui tempi, che non rende onore alla complessità di questa scrittura nel suo svolgersi. Una scrittura che ci parla forse più della nostra possibilità di riconoscerci nell’altro piuttosto che del rischio di perderci nell’uniforme, perfino dentro i frangenti virtuali di Facebook. Volevo insomma segnalare questa frequente contraddizione, che non riguarda solo il libro di Ramonda, tra ideologia e poesia, per dire che la scrittura di valore scalpita e va da un’altra parte rispetto a ogni spinta didascalica, come i testi qui proposti dovrebbero bastare a dimostrare.

@Andrea Accardi

 

Dalla sezione Nomi

Nicolò (#1)

Nicolò si è finalmente deciso a cambiare la disposizione dei mobili in salotto, immutata dai tempi in cui sua madre era ancora viva e autosufficiente. Con la nuova sistemazione, la stanza gli sembra più grande e addirittura più luminosa. A un primo sguardo non sembra trattarsi semplicemente di una versione rimaneggiata della quotidianità, ma – come per effetto di un’illusione ottica – di un’altra stanza, del tutto nuova. Inoltre la novità non gli procura quello spiacevole effetto di disorientamento provato pochi giorni fa, svegliandosi nel letto di sempre; ma che aveva spostato da un lato all’altro della sua camera prima di andare a dormire, per poi riportarlo nella posizione originaria già la sera dopo, appena rientrato dall’ufficio.
Nicolò osserva il salotto, godendosi il senso di rinnovamento; fino a quando nota i segni dei piedini dei mobili rimasti sulla moquette e i leggeri aloni lasciati dai quadri sulla carta da parati. Coordinate del passato, probabilmente indelebili; una mappa sbiadita che documenta la geografia originaria del salotto, prima della deriva dei suoi continenti. (altro…)

“Un cervo! Ma dove? Ma che!” da “Suite Etnapolis” di Antonio Lanza (con nota di lettura)

Foto di Antonio Lanza

Per il modo di costruire la successione delle immagini, di spostare da una parte all’altra un ipotetico sguardo sul mondo, nel grande libro di Antonio Lanza Suite Etnapolis (Interlinea 2019, su Poetarum Silva qui) è possibile ravvisare qualcosa di simile a una logica, a una sintassi cinematografiche. Quando la variazione della luce ci dà il senso del trascorrere del tempo (“cucine/ domenicali in cui il cielo/ entra a allungarsi sul tavolo”, p. 10; “raggela in risposta la luce/ sui palazzi di via Etnea”, p. 14); o le descrizioni si agganciano a ricordi di pittura (“e il sole adopera il rosso/ delle divise per farne ondeggianti/ papaveri in una quadro impressionista”, p. 89); o ancora certe immagini si presentano alla stregua di piccoli inganni ottici (“per un diffuso/ black-out i negozi/ si oscurano come lastre”, p. 12; “coppie che passeggiano capovolte/ dentro i laghetti artificiali”, p. 16). C’è poi la visione dall’alto di un io lirico sopraelevato che intervalla e chiude ogni sezione, come qui: “Dalla terrazza da cui solo mi sporgo,/ il paesaggio sembra quasi bucolico:/ bimbi sull’altalena; altri con le manine/ sulle sponde di protezione/ che vengono giù dagli scivoli/ disponibili ai ricordi che di qui/ forse a struggerli/ per sempre torneranno” (p. 16), dove l’istante presente sembra già sfumare nella dissolvenza di un flashback. Nel finale dell’opera si fa poi cinema letteralmente, quando all’apparire di un cervo che sconvolge la vita dell’ipermercato, un videomaker prova a documentare l’evento straordinario, non senza qualche comprensibile svarione: “Al diciottesimo secondo qualcosa/ va storto, l’inquadratura salta, va/ per cieli, poi si ferma sul niente/ dell’erba, voci concitate, bestemmie:/ è fuggito di là, è scappato via,/ dice l’operatore prima/ che il video si chiuda” (p. 87). Questo cervo letterale e allegorico è la potentissima trovata con cui Lanza chiude o quasi il suo poema, dopo averne intelligentemente suggerito l’imminenza per via di indizi testuali più o meno secondari: in un logo commerciale (“Tanti hanno/ buste con la scritta HEVEL/ e vi campeggia fiero un cervo/ ferito”, p. 15), in una metafora (“Tornano forti le zampe cerbiatte che prima cedevano/ e sdrucciolavano”, p. 24), in un manifesto pubblicitario (“e un cervo dalle sei punte/ l’occhio pieno e selvaggio/ fiereggia più avanti/ dal cartellone di un circo”, p. 55). La scelta antologica che segue è tutta sul cervo, sullo stupore dei clienti e dipendenti di Etnapolis, sul non trovare le parole pur dicendone tantissime di fronte alla visione incongrua e selvatica. Se infatti fino a quel momento Etnapolis ci sembrava un universo chiuso di ritmi e costrizioni, ecco che il cervo capovolge la prospettiva, apre possibilità di senso inedite e vertiginose, ci dice insomma che nulla è dato una volta e per tutte. Sbaglieremmo a inchiodarlo a un solo significato precostituito, a una speranza univoca: ognuno in quel cervo può metterci ciò che vuole, macchina polisemica e inesauribile. Vale piuttosto la pena di chiedersi in che rapporto stiano l’imprigionamento e la libertà dentro e fuori questo poema, se può esserci cervo senza una qualche Etnapolis, se si dà Etnapolis senza un cervo che ce la renda vivibile, umana, perfino bella.

@andreaaccardi

 

DALLA SEZIONE “VENERDI’”

………………………………………….Ma nell’ultima
luce s’invola fra tutte una voce:
si aggira un cervo nei giardini!
Un cervo! Ma dove? Ma che! Un… cosa?
Ma, signori, scherziamo? Ma dove,
che dici? Sicuro, l’ho visto: di là
dal laghetto, dietro il cipresso:
brucava. Aveva una leggera
maculatura bianca sulle cosce…
… ma ti pare che uno può avere
allucinazioni così nitide?
… ma, io dico, se a quella distanza non…
Aveste visto come ha corso poi,
ma furbo, dietro la linea degli alberi,
in direzione del cinema, mobile,
caldo, muscoli, occhi. Altri hanno
visto, qualcuno col cellulare… L’ultima luce,
ve lo dico io, genera vapori,
incontrollabili visioni
collettive: a uno pare
di vedere, un altro supinamente
conferma, ed è fatta. Io non so
cosa c’entra un cervo a Etnapolis,
ma un cervo, giuro, è quello che ho visto.

(altro…)

PoEstate Silva: Giorgia La Placa, quattro testi inediti

Luctatio 

Certo, qui il caldo,
ma tu non ricordi Milano che africava nella stanza
e ti dava pugni sulla testa — sine adversario nulla luctatio est (Cic.).
Un nemico ogni giorno diverso.
Era avere cagionevolezza mentre sillabavi
o sbavavi-

 

سبعة

* Sette
“Troverò Horo e lo massacrerò”,
dice Seth.
E invece io سبعة
+
non […] che in lettere scadute e materie vecchie.
Fatica a uscire pigra.
Rauche lettere in fila che fingo di padroneggiare
ammutiscono e abbrutiscono.

 

Teatrino

È quella frecciata la stangata lo sguardo quadro l’ammonimento
.                                  – l’abbrutimento l’imbruttimento a sopracciglio elevato –
il dente che ballotta la risatina la mancanza di punteggiatura
il giretto in mezzo ai corridoi l’ascensore e poi sorvolare e lasciarmi intendere.
E voi che mi dite sempre di non fare teatrino.

 

Zalatwìc

Ho imparato a sistemare le travi per le impalcature,
a scavare alle sei mentre
Venere si sistema la piega morbida della gonna.
Il turista giapponese non ha cura di niente e
butta la birra sul reperto.
Vedi quel lacerto lì in mezzo?
Poi tutto scompare nel buio di un nespolo.

 

“Sono state le correnti”. Su “Un nome in meno” di Vincenzo Frungillo

Frungillo ci ha già mostrato in passato come la terra talvolta si rivolta ed esplode, soprattutto se caricata di segreti criminali e velenosi da parte degli uomini. Lo ha fatto ad esempio in un progetto poetico tutto napoletano, La disarmata (CFR 2014), con un contributo di sei titoli, poi parzialmente confluiti tra Le pause della serie evolutiva (Oèdipus 2016), che fra le altre cose toccavano il tema dei rifiuti tossici e del tumore. Nel primo di quei testi, Il lago Patria, un pescatore di frodo, ironicamente chiamato Pietro, otteneva una pesca miracolosa con la complicità degli scarichi. Si potrebbe dunque dire che l’impulso a una narrazione che ha molte delle caratteristiche del giallo Frungillo lo debba anche a queste storie recenti della sua terra di origine, dove segreti criminosamente seppelliti si sono poi manifestati in forme terribili, costringendo all’indagine, allo scavo e al racconto. Nel suo primo romanzo, Un nome in meno (Ensemble 2019), affiora un tipo di reperto che non consiste in un portato dell’inquinamento, ma che testimonia ancora una volta una reazione della terra (non sembri strano parlare di un’etica materialista per questo autore, che ha dedicato a Lucrezio alcuni fra i suoi versi più belli) all’orrore che le è stato somministrato: il ritrovamento in questione è quello di una vertebra umana, e al lettore risulta da subito evidente che non si tratta di una pacifica sorpresa archeologica. A trovarla durante una delle sue immersioni è l’adolescente Sofia, figlia di Pietro (che qui non fa il pescatore, ma è comunque imbarcato). Ci troviamo nella zona dei Campi Flegrei, vasta area storicamente in subbuglio vulcanico, e sembra quasi trasparire la figura di Plinio il Vecchio (già trattata da Frungillo sempre nelle Pause della serie evolutiva), un corpo che scompare (“gli fu testimone Plinio il giovane,/ su una tavoletta di cera annotò la sparizione”) inoltrandosi nel disastro. Il corpo spinto al limite è un’altra immagine centrale nella riflessione poetica di Frungillo: i fisici dopati delle campionesse di nuoto dell’ex- Repubblica Democratica Tedesca (Ogni cinque bracciate, Le Lettere 2009); la ricerca del piacere portata all’estremo nulla del desiderio tra i lacci del bondage (Il cane di Pavlov, Edizioni D’If 2013). Anche al centro di un importante saggio critico sulla poesia recente (Il luogo delle forze, Carteggi letterari 2017), Frungillo pone l’idea del corpo esemplare come grande rimosso del contemporaneo, e del “corpo nero” come negazione essenziale di un senso condiviso. Un nome in meno nasce dunque all’incrocio tra le due figure ossessive dell’autore: affiora dalla terra (dal mare) che reagisce respingendolo (“Sono state le correnti di Cuma”, p. 178) il resto di un corpo, la mancanza di un corpo, e con essa il dovere di cercarlo. (altro…)

Testi da “Container!” (Ensemble 2019) di Edoardo Piazza – con nota di lettura

 

 

LA PARTENZA DEI CONTAINER

Parte dal porto lontano
il carico
che sfida il vento,
nasce nell’aurora di un altro emisfero,
adagio scuote la stiva chiara,
imballato per restare intero,
sensibile
per non partire invano,
muoversi a stento.
Parla il linguaggio univoco del commercio
senza interpretazioni particolari,
gergo globalizzato del fare umano,
legno e tiranti all’ombra
del mare aperto.
D’oro la rotta porta,
guida il vascello,
ponti fra terre emerse,
le stelle in cielo.
Arriva che il buio domina
il sole nel suo calare,
giorni a mangiare bussole
e navigazione,
braccia si muovono
e muscoli
per scaricare.

 

UN BENE

Nell’atmosfera della paura,
nella quintessenza delle colonne agghiaccianti
ci sono ancore in vita e volenti,
esistono tropici dove salvarsi
sotto le botte di frette impotenti.

 

I RICCI ALLO SCOGLIO

Meccaniche improvvisate,
potere alla fantasia,
atomi di cellule sbagliate
tagliate dalla cortesia.
Cuori liberi
di fresca crosta scura
dominano la paura,
masticano la beltà.
Cocci improvvisati di bottiglia
dove si riuniscono i pensieri,
stanno i desideri.
Dare sfogo agli angeli
sorvolando la poltiglia,
scendere le scale
sotto il colle dei misteri.
Compiere i mestieri,
l’arte a volontà,
masticare in simboli
questa libertà.
Fare come i ricci
con la mareggiata,
sempre stretti e cinti
forti d’animo allo scoglio,
non lasciarla mai con tradimenti d’occasione,
ché la moda è vigile,
sempre può tentarti,
toglierti le qualità
con l’ispirazione.
Gustano gelati i tuoi poeti in lontananza
ché la loro lingua s’è fermata alla stazione,
punti evanescenti son rimasti i loro scritti
come le palline che si fanno sul maglione.

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Di mano in mano. Due ipertesti per Valerio Magrelli

 

CUCITORI DI CANTI

ἐν νεαροῖς ὕμνοις ῥάψαντες ἀοιδήν
avendo cucito il canto in nuovi inni
ESIODO

Fin dalle sue origini la poesia ha avuto a che fare con taglio e cucito. Si dice infatti che i poeti del mondo antico, i cosiddetti rapsodi, fossero dei cucitori di canti che, passandosi di mano in mano le storie degli eroi mitici, tessevano l’ordito e la trama dei primi componimenti in versi.
Non sembrerà un caso, nella terza edizione del festival letterario 38° Parallelo. Tra libri e cantine ispirata al tema dei rammendi, che si voglia dedicare una giornata alla poesia, ospitando uno dei maggiori poeti italiani contemporanei, Valerio Magrelli, che ha fatto dell’arte della tessitura un motivo conduttore della sua opera.
Per inaugurare questo momento e rendere omaggio all’ospite, i Centri italiani di Poesia Contemporanea di Bologna e di Catania hanno preso spunto da La lettura è crudele di Magrelli e hanno composto due ipertesti, che sono sorti da due poesie dell’autore.
Ogni verso di quelle due poesie magrelliane, che sono Qui sto senza paesaggio e È la spola dei versi,[1] ha dato vita a un nuovo testo, come se ognuno di quei versi fosse un link da cui è possibile accedere a originali, inedite poesie.
Il Centro di Catania s’è misurato con Qui sto senza paesaggio, quello di Bologna con È la spola dei versi.
La silloge viene introdotta dalla voce dello stesso Valerio Magrelli, in una conversazione sui radicali cambiamenti del suo poetare, sul suo rapporto coi rammendi e sulla possibilità che la bellezza rammendi il mondo.
Sono doverosi e sentiti i ringraziamenti a Valerio Magrelli, ai Centri di Poesia Contemporanea e all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani.

Marco Marino

[Matrice 1]

Qui sto senza paesaggio,
pere, mele, stagioni, cielo, niente,
soltanto suppellettili, una campagna
fatta ad artificio. Ma già da piccolo
per gioco stendevo una coperta
nella stanza, sopra mucchi di carta,
ed era un panorama,
una salma di monti.
Di tutto ciò qualcosa resta,
adesso, che scrivo a letto,
che io faccio la terra.

Valerio Magrelli

 

Qui sto senza paesaggio,
la notte dopo la notte
dormita sulle ginocchia oh roccia
sempre un incavo la bocca dove fresia
ora ricopro…………………….. il passaggio di un uomo.
Ora sto senza.

Un paesaggio di sale
ossida
il governo del mio viso.

Claudia Fiorella Santonocito

 

per gioco stendevo una coperta

per gioco stendevo una coperta
in tuo apparire, per distinzione
del corpo. ora ti lasci accadere
senza paura che a occhi chiusi
gli occhi non ci siano più. aspettiamo
la voce, l’oscura, indisponibile
tessitura, sempre altosparente

Pietro Cagni

 

ed era un panorama,

E il cane, ti ricordi? Ora è la prima
anima del Creato,
morde le piante a Dio. Ma al gran raduno
dei cani no: vista la luce in cima
all’erta, mezzo dubbio gli è passato
e non ci stava più, puntava, era come uno
che non sa chi lo chiama;
al guinzaglio dei Troni, all’improvviso
si è girato a guardare:
………………………………………….ed era un panorama
d’anime, il mondo, un viso senza odore.

Gianluca Fùrnari

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Poesie di Roberto Crinò, Le coincidenze significative. Canti di Anomalie e Resilienza

La fenice

E Ciàula riemerse,
guidato dalla chiarìa lunare
tornò in superficie,
appena fuori dal tunnel,
posò a terra il pesante carico.

E Ciaùla corse,
nella campagna d’argento,
finalmente consapevole,
si portò il fardello delle ferite,
ma non si voltò più indietro.

……………..Dice che partì per l’America,
……………..feroce come un leone,
……………..rinato come la fenice.

……………..Dice che si mise su un treno,
……………..quello che solo la notte,
……………..attraversa i sogni umani.

E Ciaùla sorrise,
il pensiero rivolto oltre,
carico di tutti i sospiri
e le sconfitte dei suoi antenati,
celebrò la vita.

E Ciaùla pianse,
per tutta la gioia fin lì ignota,
scrutò il grande placido astro
e gli prestò giuramento solenne,
sarebbe stata sempre sua guida,
scintilla, lanterna, nuovo inizio… la Luna!

In quell’oceano di luminoso silenzio,
non aveva più paura del buio,
perché non se lo portava più dentro.
E Ciaùla, se ne andò,
via!

 

Il grande leviatano

Lettere dall’Inferno,
in encausto forgiate,
stanotte ho ricevuto.

Fiamme e lingue,
use al dileggio
del civile pensiero.

Schiere d’incatenati,
giannizzeri del servo
encomio cortigiano.

…………….La mia anima è
…………….una terra senza pace,
…………….il mio corpo è
…………….una terra desolata.

Negli abissi oscuri
dimora l’antica bestia,
il grande mostro.

E vedo scorrere
correnti d’anime perdute,
fiero pasto della belva.

Ingorde fauci,
rosseggianti d’odio,
contro il libero pensiero.

La mia anima è
una terra senza pace,
il mio corpo è
una terra desolata.

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Poesia e struttura – A proposito di un pregiudizio crociano

C’è un’idea famosa di Benedetto Croce a proposito della Commedia dantesca (cioè la convinzione che si tratti in gran parte di struttura inerte alternata a momenti di altissima e non meglio definita poesia) che ha prodotto non solo una comoda diffidenza verso una lettura completa e orizzontale del poema (e contribuendo quindi alla sua parcellizzazione a scuola e quel che è peggio all’università), ma anche la reazione uguale e contraria dello scagliarsi contro quel pregiudizio ereditato senza far però davvero i conti direttamente con le parole e le pagine di Croce. Provo a farlo in questo intervento, chiarendo subito che per me la lettura ideale di Dante dovrebbe essere quella lineare, e non per completezza di erudizione, ma perché l’unica in grado di trattare il libro per quello che è: il racconto in versi di un incredibile viaggio. Va da sé che alcune parti risultino più riuscite e memorabili di altre, ma questo è da imputare alla fisiologia di qualunque opera letteraria, soprattutto se vasta come la Commedia. Al contrario, proprio la forza e la coesione di una cornice sono in grado di dare luce e risalto a zone del poema apparentemente marginali (e luce e risalto ulteriori a quei frangenti di poesia che tutti ammirano indipendentemente dal resto). Prima ancora della struttura, Croce sembrerebbe poi mal sopportare le sovrastrutture accumulatesi successivamente, perlomeno quelle che oltrepassano la soglia di esegesi da lui consentita: i discorsi di quei dantisti, insomma, che si attardano a “discorrere del «domicilio coatto» di Virgilio, e dell’«alpinismo» di Dante, e simili”, mentre potrebbero “leggere Dante proprio come tutti i lettori ingenui lo leggono e hanno ragione di leggerlo, poco badando all’altro mondo, pochissimo alle partizioni morali, nient’affatto alle allegorie, e molto godendo delle rappresentazioni poetiche, in cui tutta la sua multiforme passione si condensa, si purifica e si esprime” (Benedetto Croce, La poesia di Dante, Laterza, 1921, seconda edizione, pp. 69-70; d’ora in avanti soltanto: LpdD). Il filosofo qui semplifica, non è affatto inutile porsi delle domande, approfondire, interpretare (e uno studioso, pur partendo preferibilmente da un approccio spontaneo, dopo dovrà pur fare qualcosa in più del lettore ingenuo). Al tempo stesso, però, evidenzia in effetti un eccesso di funzionamento della macchina esegetica, che ha prodotto talvolta il paradosso di una critica dantesca più esoterica del poema stesso. Ma allora come spiegarsi il suo sottovalutare il primo canto, che per Croce darebbe “qualche impressione di stento: con quel «mezzo del cammin» della vita, in cui ci si ritrova in una selva che non è selva, e si vede un colle che non è un colle, e si mira un sole che non è il sole, e s’incontrano tre fiere, che sono e non sono fiere” (LpdD, p. 73)? Sembra sfuggirgli che la selva e le fiere ci appaiono terribili anche per le loro risonanze fisiche e letterali, prima ancora che morali e allegoriche, e che l’inizio del poema non risulta quindi affatto stentato, ma potentemente affascinante. Insomma, Croce contesta ai dantisti di restare impelagati nell’allegoria, e poi lui stesso come lettore vede solo allegoria, e non l’altra faccia. Vedremo come incorra in un equivoco simile anche rispetto alla struttura dell’opera.

Nel capitolo intitolato La struttura della «Commedia» e la poesia, Croce esordisce svalutando l’organizzazione stratificata alla luce del “sentimento delle cose mondane” che Dante manifesta per tutto il poema, laddove a suo dire una rappresentazione dei regni ultraterreni “avrebbe richiesto un assoluto predominio del sentire del trascendente su quello dell’immanente, una disposizione qual’è propria dei mistici ed asceti, aborrente dal mondo, aspra e feroce, o estasiata e beata” (LpdD, p. 53). È curioso come un’opera venga commentata evocando ciò che poteva essere e non è stata, e quindi in definitiva tutt’altra cosa, e che al più grande poeta cristiano di ogni tempo si contesti di non essere stato precisamente un mistico, ma qualcuno per cui “l’altro mondo non si sovrapponeva nella sua commossa fantasia al mondo, sì invece apparteneva con esso a un sol mondo, al mondo del suo interessamento spirituale”, mentre avrebbe dovuto proporci, chissà come e con quali risultati, “lo scolorarsi di tutte le cose umane, il disinteresse che si stabilisce verso di esse, l’indifferenza per la particolarità degli affetti e delle azioni” (LpdD, p. 54). Insomma, Croce non ha dubbi: Dante per lui ci racconta “proprio come non si può (almeno poeticamente) andare nell’altro mondo, il quale esige che si svestano tutte le passioni umane e si guardino le cose con altr’occhio, con l’occhio di chi si è risvegliato da un affannoso e brutto sogno e si ritrova nella vera e radiosa realtà” (LpdD, p. 55). E invece come sappiamo il poeta indugia a raccontare tutta la passione umana delle anime, il loro rimpianto del mondo, la loro incomprensione della morte, ed è lì la sua forza, non certo la sua debolezza. Manca allora del tutto e incredibilmente in Croce il sentimento dell’ambivalenza: la poesia di Dante non risuona infatti attaccata alla vita terrena nonostante parli dei regni ultraterreni, ma proprio per quello, e il pathos dell’aldilà non è separabile da un’accorata compassione per il nostro aldiquà. Ignorare questo significa in definitiva non capire il gioco serissimo a cui la Commedia ci invita a giocare. (altro…)

Diceria dei nomi: Onomastica e vergogna nella poesia di Bufalino

Il clown Grock

C’è nell’Amaro miele un nodo essenziale, che si potrebbe definire così: rapporto tra nomi propri e tempo, tra onomastica e memoria. In questa poesia sembra avvenire un continuo scontro con l’entropia, col disordine dell’esistenza, con il lutto e la perdita, e lo stesso titolo allude a quella combinazione paradossale di sopravvivenza e nulla che è per ognuno il proprio passato («Come ci brucia in quest’ora le labbra/ l’amaro miele della giovinezza», L’amaro miele, d’ora in avanti Lam, p. 83). Se l’ansia nominatrice è quantitativamente evidente, occorre vedere in che modo questi nomi vengono ritagliati da un punto di vista poetico, sempre in rapporto al vissuto soggettivo di un io lirico in gran parte coincidente con l’autore reale. Va da sé che a prevalere nell’ottica indicata saranno nomi di persona e soprattutto di luoghi.
Con gli antroponimi, per lo più femminili, la sensazione è che il gesto del nominare finisca per peggiorare la situazione e accrescere l’entropia. Sono nomi di donne e amici perduti e non ritrovati, e la stessa rievocazione poetica non sembra dare un sollievo sufficiente: «Dove sono gli amici di ieri,/ Saro Monaco, Pino Grande […] Chissà dove sono sepolti,/ in fondo al mare, in un mucchio di neve…» (Agli amici mortiLam, p. 21); «Meglio bruciare al varco d’Appennino/ le larve di speranza che trascino,/ i nomi delle donne che ricordo» (Foglio di viaggio, Lam, p. 49); «io così povero/ da non potere neanche me donare,/ che cosa farne del tuo ricordo,/ dei colori di te che si scancellano?» (A Sesta Ronzon, dovunque si trovi, Lam, p. 63); «Addio, Gessica, addio, viso perduto» (Serenata a Gessica, Lam, p. 97). In mancanza di un vero riscatto emotivo, ciò che segue sarà l’oscillazione onomastica, la reticenza, il vuoto del nome: «No, non ti chiami Erminia, né Claudia, né Rosa» (Versi per uno spettro, Lam, p. 115); «io non so camminare/ che a braccio d’un fantasma, oppure solo» (Appuntamento presso un bunker abbandonato, Lam, p. 111); «Te ne vai, ti riprende/ il gioco della vita,/ rientri nell’assenza/ da cui sorgesti impetuosa,/ ridiventi un fantasma, notte, cenere, nulla…» (A una donna del Nord, Lam, p. 123). La scelta di un lessico spettrale esprime il fallimento del soggetto rispetto alla propria esperienza, l’impossibilità di fare ordine, di simbolizzarla: la nostalgia delle persone produce quindi, alla fine, la nostalgia dei nomi.
I toponimi invece, con il loro aggancio a un referente immobile, sembrano opporsi meglio al caos dei ricordi. Per quanto il discorso lirico continui a essere prevalentemente disforico, occupato dall’idea della violenza, della fine e della perdita, i nomi di luogo, frequenti e spesso contenuti nei titoli (Costa dell’Ibla, Giorno a Capo Soprano, Intermittenza in via Rosolino Pilo, Dintorni di Camarina, Ballo a Cava d’aliga, Venezia), creano nell’arco dell’opera un fitto e familiare sistema toponomastico, anche se talvolta, come nel caso degli odonimi, non perfettamente rintracciabile. L’impressione è che questi nomi non ci siano dati soltanto per un maggiore effetto di realismo geografico, quanto per tentare una difficile ricomposizione del Tempo attraverso lo Spazio; in una poesia che pure resta così sconsolata, è in prossimità di luoghi nominati che l’io sembra comunque trovare una dimensione che lo contenga. Nella Sosta, un disperato taedium vitae si inscrive antifrasticamente nel quadro di un idillio urbano: «Con un gelato davanti/ e la morte dentro la mente,/ seduto a un bar di Piazza Marina,/ guardo due mosche amarsi sulla mia mano» (Lam, p. 62). Dentro la sezione Rimanenze troviamo le bellissime Notes, che passano quasi inosservate a partire dal titolo minimalista, e invece riescono a trascinare l’interrogazione metafisica all’interno di spazi conosciuti: «Alla stazione d’Acireale/ in un cerchio di tetri cavalli/ l’ultimo vetturino della terra»; «Sul traghetto di Messina/ come due carabinieri/ un angelo e un demonio/ m’hanno preso sottobraccio» (Lam, p. 173). È poi nell’ungarettiana Al fiume che pare avvenire lo scatto linguistico più importante, quello che permette al poeta di nominare, collocare e simbolizzare perfino la propria scomparsa: «Ippari vecchio, fiume di vento,/ voglio un’estate venirti a trovare […] Ippari vecchio, fiume ferito,/ fammi sentire la tua voce ancora […] Ippari vecchio, zingaro fiume,/ dove tu muori voglio anch’io morire» (Lam, p. 55). Ma basta davvero questo a considerare utopicamente vinta la partita col Tempo?
Provo adesso a complicare la riflessione su Bufalino accostandogli un altro autore, peraltro lettura assidua e modello profondo dello scrittore siciliano: Marcel Proust. La sezione finale del primo volume della Recherche, Du côté de chez Swann, ha un titolo toponomastico: Noms de pays: le nom. In quelle pagine il narratore immagina luoghi non ancora visitati a partire dalle suggestioni del loro simbolismo fonetico:1
 «… Bayeux si haute dans sa noble dentelle rougeâtre et dont le faîte était illuminé par le vieil or de sa dernière sillabe; Vitré dont l’accent aigu losangeait de bois noir le vitrage ancien; le doux Lamballe qui, dans son blanc, va du jaune coquille d’œuf au gris perle; Coutances, cathédrale normande, que sa diphtongue finale, grasse et jaunissante couronne par une tour de beurre».2 Già nel volume successivo, À l’ombre des jeunes filles en fleur, alcune fantasticherie del protagonista saranno deluse dalla realtà (ad esempio, la cattedrale di Balbec non è sfiorata dalle onde del mare, ma dai binari del tram). Ma è soprattutto nel quarto libro, Sodome et Gomorrhe, che il tenue fonosimbolismo si infrange contro il rigore dell’etimologia: sarà Brichot, intellettuale sorbonardo frequentatore del salotto di Mme Verdurin, a scompaginare la Normandia che il narratore aveva immaginato sulla falsariga dei suoni, sostituendo al mistero la filologia. Non potendo più rinviare a un disegno generale armonico e ordinato, per il quale si è ormai persa ogni stabile garanzia metafisica, i nomi diventano quindi la conferma e il riflesso di un universo interiore e analogico. Questa riduzione del mondo all’io si mostra particolarmente percepibile nella poesia di Bufalino, che costruisce una toponomastica non solo reale, ma anche emotiva, un principio di restaurazione dell’ordine sconvolto dal Tempo. Anche per il narratore della Recherche il recupero del passato sarà spesso un recupero di luoghi, a partire da quelli dell’infanzia, Combray, Martainville, finché il Tempo non possa dirsi ritrovato nell’impresa complessiva della scrittura, nel trionfo del libro. Avviene lo stesso nell’Amaro miele, che di trionfale, fin dal titolo, ha così poco?
Prendiamo allora il titolo, esplicitamente proustiano, di un singolo testo, una folgorazione ben localizzata: “Intermittenza in via Rosolino Pilo”. Accantonando ogni eventuale patriottismo e lasciandosi prendere a sua volta dal simbolismo fonetico, il lettore percepirà una certa declinazione comica, un abbassamento di tono rispetto al sublime delle intermittences du cœur (il nome falso alterato col tipico suffisso diminutivo, una vaga risonanza triviale nel cognome). C’è insomma un indebolimento di quell’energia conoscitiva che in Proust permetteva la pienezza della reminiscenza. In un’altra poesia, Venezia, lo scacco è reso evidente: «Nefanda dolcezza d’ottobre/ sulla Giudecca, è una foglia secca/ anche il tuo viso, e piogge che non rammento» (Lam, p. 116). Il passato dei nomi può così diventare una tabula rasa: «Mai più andirivieni con gli amici/ da mezzanotte alle due,/ baci e superbi amori/ millantati all’orecchio;/ altri compagni mi dovrò cercare,/ scapoli anziani e malandrini di caffè,/ per una paese pieno di mura/ con un quaderno bianco partirò» (Saldo alla pensione “Beauséjour”, Lam, p. 110). Di fronte a questo capovolgimento, tornano in mente le parole che Contini indirizzava al Montale degli Ossi, ravvisando ancora in quella poesia un descrittivismo spesso ingiustificato, un andare a tentoni fra le cose nominate senza suscitare una vera apertura di senso: «la rarità dei ritorni, la difficoltà del rivivere la storia, l’angoscia dell’avvertire insuperabile quella distanza (un Proust, dunque, alla rovescia)».3 Ma in Montale, fin dalla prima raccolta, e come Contini specifica poco dopo, già emerge dal folto degli oggetti il momento privilegiato di conoscenza e liberazione, quella che diventerà l’occasione salvifica, non meno potente del ricordo proustiano o dell’epifania joyciana. La mia sensazione è che anche Bufalino spinga in quella direzione, ritraendosi però con largo anticipo; che il sistema toponomastico da lui scrupolosamente costruito ad argine dell’entropia rimanga in fondo inerte, avvolto da una sorta di pessimismo formale.
La chiave di questa sfiducia potrebbe trovarsi in un altro antroponimo, il più importante della raccolta, il nome dello stesso autore: Gesualdo. L’etimo è ancora incerto, germanico o cristiano, e però il lettore comune non può non sentire tutta la valenza di questa seconda possibilità.4 Lo stesso Bufalino gioca a sfruttarne le risonanze religiose, costruendo, per dirla con Rosa Maria Monastra, «un’imitatio Christi non propriamente ortodossa», un’«assimilazione della propria sofferenza a quella di Gesù, con un’ambigua intonazione tra rassegnazione, vanto e protesta».5 Questa farsesca e addolorata imitazione del nome si ripete più volte nella raccolta: «io magro Cristo ragazzo» (Gli amici in armi, Lam, p. 30); «O madre che conti i miei chiodi,/ che sola vertigine e centro,/ i colpi grandiosi riodi/ dei miei calcagni nel ventre,/ solleva lo scialle feroce/ e fatti guardare la faccia;/ ch’io senta sotto la croce/ l’ululato delle tue braccia» (Didascalie per una visita medica, Lam, p. 12); «mio scabro Cristo chiodato, mio re,/ in un angolo, matto come me» (Allegoria, Lam, p. 65); «Dunque è vano, Signore, somigliarti/ nel nome, nella sorte, nella morte» (Altri versi scritti sul muro, Lam, p. 26). Ma molto prima di Bufalino altri poeti avevano già mescolato rassegnazione e vanto, vergogna e compiacimento, rappresentando la propria soggettività «in modo ironico o masochisticamente lamentoso».6 Il capostipite di questa poesia «sur le mode mineur», per usare proprio un suo verso, è quello stesso Verlaine che Bufalino avrebbe letto e commentato, con particolare attenzione alla raccolta Fêtes galantes, di un ventennio successiva alla data rivoluzionaria del 1848.7 Alcuni poeti avevano cioè introiettato la critica che il nuovo spirito borghese razionale e produttivo rivolgeva alla loro arte tacciandola di inutilità, ma al tempo stesso non rinunciavano a esibire quella stessa inutilità: proprio come le maschere delle feste verlainiane (Arlecchino, Pulcinella, Colombina, Pierrot…), che continuano con i loro giochi aristocraticamente frivoli anche nell’epoca della funzionalità e dell’utile. Non è stato affatto raro d’altronde che dalla metà dell’Ottocento in poi «il buffone, il saltimbanco e il clown» divenissero «le immagini iperboliche e volontariamente deformanti che agli artisti piacque dare di sé stessi e della condizione dell’arte»,8 deprezzata dal nuovo assetto sociale e per questo rivendicata con un orgoglio ambiguo come le maschere che il poeta assume. Questa formazione di compromesso fatta di narcisismo e travestimento si caricherà della componente autodenigratoria ogniqualvolta il travestimento in questione risulti insufficiente (e al limite assente, lasciando posto alla sola vergogna, come in Italia tra gli autori del movimento crepuscolare). Possiamo quindi considerare L’Amaro miele come il frutto tardivo, anche per motivi editoriali ormai noti, di una stagione cominciata nella metà del secolo precedente, ma anche la sintesi definitiva di quella stessa stagione, riassunta nell’interferenza dell’imitatio nominis: una poesia che realizza quasi due millenni dopo, e laicamente, la stessa combinazione di umiltà e protagonismo, gloria e mortificazione, con l’aggravante decisiva che il sacrificio adesso non è più necessario e non salva nessuno.
Dunque il narcisismo, il parlare di sé per alcuni autori è diventato una colpa da espiare in qualche modo, e Bufalino è appunto un autore di questo tipo. Senso di vergogna, perdita di sicurezza del soggetto lirico, così diverso da quello montaliano o dall’io narrante della Recherche, fanno dell’Amaro miele un discorso continuamente segnato dal sospetto dell’autoimpostura: «…fisso a guardare nell’orto/ un albero di ciliegio teatralmente morire…/ Queste parole scritte senza crederci/ e tuttavia piangendo» (Dedica, dopo molti anni, Lam, p. 3); «Ma è sempre un altro, è sempre un altro/ che si lamenta in vece mia,/ e l’angoscia si fa più scaltra/ più volontaria la pazzia» (Preghiera di mezzogiorno, Lam, p. 9); «e noi stanchi d’amarci e pieni di parole/ come chi recita la prima volta» (Congedi, Lam, p. 20) «[…] la mia vita […] era teatro d’un maniaco dramma/ che declamavo dinanzi a nessuno:/ Io ripeteva a perdifiato un’eco,/ Io era scritto su tutti gli specchi» (Brindisi al faro, Lam, p. 89). Questo gioco continuo con la propria identità, gli sfoghi per interposta persona, lo sfalsamento dei piani del reale non sembrano quindi nascere, come nei romanzi e nella stessa Diceria dell’untore, da uno sperimentalismo che si configura come «artificio combinatorio, parodia d’altri generi (poemetto, teatro, melodramma, ecc.), scrittura al quadrato»,9 quanto piuttosto da un sentimento di inadeguatezza che, pur convivendo con il godimento della confessione, la rende inattendibile. Non c’è euforia della finzione, ma un ambiguo malcontento e noia di sé simili a quelli del clown Grock dell’aneddoto, per l’appunto ripreso da Bufalino,10 o anche dello stanco puparo, che finisce per alienarsi nel suo stesso personaggio («ʻChe fa, non l’avevate capito?/ Sono io, Guerrino il Meschinoʼ», Congedo del vecchio puparo, Lam, p. 136). Questa poesia in tono minore, che mostra il dolore a condizione di smentirlo, ci ricorda nelle sue punte patetiche la declinazione tragica del pagliaccio, che nel suo essere vittima innocente costituisce già “il doppio emblematico del Cristo oltraggiato”.11 Ecco che allora nell’Amaro miele perfino il sistema onomastico non può che assumere i tratti vacillanti della diceria, se tutto è immagine degradata della Passione, parodia del Nome, discorso fatto “senza crederci e tuttavia piangendo”.

@ Andrea Accardi

Va detto che il caso più estremo e provocatorio di simbolismo fonetico, da cui forse dipende questo passaggio della Recherche, è proprio, non per caso, di un simbolista, il Rimbaud delle Voyelles.
Marcel Proust, Du côté de chez Swann, Paris, Gallimard 2012, p. 526 [ʻBayeux, così alta nei suoi nobili merletti rossastri, la vetta illuminata dall’oro vecchio dell’ultima sillaba; Vitré, di cui l’accento acuto tagliava a losanghe di legno nero la vetrata antica; la dolce Lamballe, che nel suo bianco va dal giallo guscio d’uovo al grigio perla; Coutances, cattedrale normanna, che il suo dittongo finale, grasso e biondeggiante, incorona come una torre di burroʼ, trad. di Natalia Ginzburg].
Gianfranco Contini, Una lunga fedeltà, Torino, Einaudi 1974, p. 11.
Prevalente in Alda Rossebastiano e Elena Papa, I nomi di persona in Italia. Dizionario storico ed etimologico, Torino, Utet 2015, s.v. Gesualdo, accanto comunque all’ipotesi germanica.
Monastra, Bufalino e il linguaggio biblico-cristiano: tra pietà ed empietà, “Rivista di Studi italiani”, XIX (2001), 2, pp. 107-118.
Guido Mazzoni, Sulla poesia moderna, Bologna, Il Mulino 2005, p. 187.
Per il commento di Bufalino, vedere Bufalino, Saldi d’autunno, Milano, Bompiani 1990.
Jean Starobinski, Ritratto dell’artista da saltimbanco, Torino, Bollati Boringhieri 2002, p. 38.
9 Zago, Sulla poesia di Gesualdo Bufalino, in Aa. Vv., Studi d’italianistica per Paolo Mario Sipala, “Siculorum Gymnasium” (2002), 1-2, p. 514.
10 «ʻMi guarisca, dottore, sono infeliceʼ, ʻVada al circo a vedere Grockʼ, ʻNon posso, Grock sono ioʼ… Alas, poor Grock! Ahi, poor Grock! Ahi, povero Gesualdo!», in Bufalino, Argo il cieco, in Opere 1981-88, cit., p. 296.
11 Starobinski, Ritratto dell’artista…, cit., p. 125.