andrea accardi

Sei poesie di Gaetano de Virgilio

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Rischio

Ci è mancato poco che rompessimo
il lampadario dei cieli o i trofei sui ripiani.
Tu che tiravi ad un gioco d’elastico,
io che mi cercavo in un furore da citrullo.
Se avessi crossato la palla poco più in alto
avrei rovesciato al volo,
………………………scassando tutto quello che c’era,
i piatti non lavati dell’altra sera,
la caraffa biancoblu comprata a Praga.
Il genio fu restare immobili,
come due fiammelle di zolfo,
………………………come due micce bagnate inadatte ad esplodere,
tu civetta mezza ubriaca, io mangiatore di fuoco.

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Il grasso del crudo

Il mio sguardo inchioda la salumiera
che sfila il grasso dal crudo.
Prego lo faccia bene, con cura,
poi fisso le onde che la sua mano muove
costeggiando il pezzo di carne col coltello.
Ha una disinvoltura che disinibisce,
spero capisca da sé che da lei dipende
la serenità di un altro pranzo a casa;
perché mio padre non tedierà mia madre
– che lo guarderà mentre sveste l’insaccato
dalla carta lucida -, non la seccherà ripetendole
che la noia del grasso in salumeria,
va chiesta a Serena,
e non a Patrizia, la sorella, perché
Patrizia non è precisa.

 

Tutti quei viaggi

Le notti più alte comprendono
le piste di ghiaccio degli occhi dei francesi,
di quando venni a trovarti chiedendo
un passaggio a quei signori di Alessandria.
Ero molto simile ad una sposa bambina
che balla il valzer delle rane.

D’altra parte è invece il parco grande
dove inventarono le regole del calcio,
e la frammentarietà di quei vuoti
di quei volti di cartone, di quel periodo tutto,
che quando cerco di decifrarlo dopo anni non ci riesco:
i panini con le croquettes scadute,
le insalate, il cibo che mi faceva male.

Solo gli aerei del ritorno hanno il loro valore,
le valigie sul nastro trasportatore,
how do you want me, dico dandomi del tu,
sentendomi come Larbaud,
io che sarei rimasto ore a guardare
le macchie di umido sul soffitto,
le arance morire al sole.

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Nella pancia dell’attesa

Il rumore metallico della macchinetta del caffè
nella sala d’attesa riempie la stanza.
Più tardi ci sarà il tonfo di una lattina
che compie una giravolta intera e cade,
prima di sgasarsi nel contenitore di plastica.
Il badaboing dell’alluminio riempito
mi riporta alle funzioni ornamentali del tuo malumore
giochi di fisica, equazioni da terza liceo.
O a tutte le urla spese nei campetti
per i terzini che non riprendevano posizione.
Come chi ritrae le dita dal manico bollente,
era una questione di secondi
capire che pensavo a delle gambe, a dei corpi,
a dei gesti compresi nei gesti,
a dei versi da buttare giù subito, appena a casa.

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Tu, senza fatica

Ero distratto oppure avevo le palpebre
tremanti, difficili da disincagliare, ma era chiaro che
tenevi nelle mani sei chili di farfalle pesanti
e mi chiedevi se potevo darti un aiuto
mentre io pregavo che non ti distraessi
e quasi gridandomelo dicesti
che sono il bruco nato da un buco ubriaco,
un narciso, una litigata del mare.
Poi gonfiavi le tue guance con l’aria,
mettevi gli occhi al centro e tutt’intorno
i passanti divenivano strabici
mentre noi non avevamo nessuna idea
dell’est, degli steroidi, di noi,
di come si acquistasse il mobilio nelle case nuove,
ed era per questo che tenevi in bilico
senza alcuna fatica diecimila lampadine elettriche,
illuminando anche le macchine in lontananza.

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Hotel a due stelle

Anche i pini di Villa Borghese
avevano una loro coerenza.
Pressoché inutile era guardarli
con gli occhi gonfi di sonno.
Ma perché non siamo tornati subito a casa, Marina?
Albergare da anni i sogni
in un motel da quattro soldi
era una fatica da giganti.
Bere birra calda perché si arrivava
tardi ai buffet, questa era la nostra
avanguardia. Eppure avrei dovuto
tentare che so
di infilare
un ago in un pagliaio
o il dito
nella bocca del tuo sbadiglio
per vedere fino a che punto.

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Gaetano de Virgilio è nato a Molfetta (Ba) il 30 marzo 1993. Dopo essersi diplomato nella propria città, si laurea in Cultura letteraria dell’età moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Bari. Frequenta attualmente il corso di Laurea Magistrale in Letterature moderne, comparate e postcoloniali presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora attivamente con il Centro di Poesia Contemporanea della stessa città. Lavora saltuariamente in pub, bar e sale ricevimenti come cameriere.
Appassionato di poesia, letteratura e lingue straniere è redattore e collaboratore di alcuni blog letterari come l’Orinatoio e Viaggio nello Scriptorium.

 

Paolo Polvani, Il mondo come un clamoroso errore

IL CROLLO

Il tema della recita è il cordoglio. In una nuvola
d’incenso il vescovo canta. L’ora del crollo:
dodici e ventidue. La città riscopre
l’ululato delle sirene, il tufo
dei poveri. È una mattina giovane.
La sorpresa è il tonfo che germoglia
e i morti che d’improvviso hanno fame,
sussurrano parole indecifrabili.

I fotografi sbatacchiano ai piedi dell’altare.
I flash rincorrono. Le ruspe
arrugginiscono in silenzio.
Un’afasia nel brivido
delle navate, un balbettio sommesso,
ma chi è che farfuglia, perché
non stanno zitti i morti? vogliono parlare
ma non c’è tempo, si sono udite le promesse,
le minacce a tutti quelli che.

Il vescovo è nella bocca del canto, in una nuvola
d’incenso. Il sindaco ha la fascia.

Di fuori le rondini schiamazzano.
L’autunno è troppo acerbo per partire.
Dal campanile partono i rintocchi.
Il sangue raggrumato. Le foto sui giornali. Tutti
dicono amen.

Ma che hanno ancora da parlare, hanno
le loro bare, il cordoglio,
ma perché
i morti non se ne stanno zitti?

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LA FILA

Il fondo della fila si allontana, come la giovinezza.
Qualcuno ride e sfoggia una dentiera scintillante,
un altro mostra gengive indurite ma ancora vive. Invece uno
ha il figlio morto, anzi precipitato dalle impalcature secondo
la definizione del giornale. Un altro ha la moglie
con l’alzheimer e la lega quando viene qui
per la pensione. Amico attento, a quest’ora
si svegliano i colombi e te la fanno in testa.
Rispetto? che senso ha questa parola?
Intanto uno esce col suo bel gruzzolo in tasca e pensa
che quel desiderio di parmigiano anche per questo mese
resta nell’elenco. E uno gli fa: l’a
strousc tutt ch’i m’nenn, in dialetto, allegro,
li spenderai con le ragazze, tutti. Ma quello è intento
a stringerli dentro la tasca, fatica a sorridere.
Eppure nessuno appare triste, sembrano scolari,
con quei giacconi troppo grandi e i pantaloni
spaiati dell’abito del matrimonio.


IL TUO SORRISO È UNA BANDIERA

A Laura, postina a Parma

Che ne sa il granducato di Parma
del tuo accento di barese tosta,
che ne sanno i pervicaci ciclisti del campo di fave
di tuo padre ferroviere, che ne sanno dei carciofi
acquattati dentro un mite novembre,
che ne sanno i teatri e le piazze delle perfidie,
degli sguardi biechi di Montrone e Canneto,

e le finestre ariose, i tetti rossi
sospettano la grazia agreste di un filare di vigna?

Il tuo sorriso è una bandiera. Vedrai,
un giorno ti regalano una mucca, un campo
di girasoli, un ciliegeto, per il tuo giubbotto giallo,
per le raccomandate, per il tuo sguardo di bambina
buona, per la tua voce di postina saggia, vedrai.

Un giorno torni a casa col trattore, con la falciatrice,
torni a casa con l’ape, il motocarro, vestita
del tuo sorriso, del bianco polveroso della Panda,
con la borsa vuota e la fatica della posta consegnata.

Vedrai, Laura, un giorno lo sguardo di Parma si riempirà di gratitudine.
Tu, Laura, sei una compagna con gli occhi umidi e le poesie
sul comodino, i romanzi della Feltrinelli,
sei una compagna con la sciarpa e la voce buona.
Che ne sa il granducato del tuo sorriso, eppure tutto
ne risplende.


A PINO CHE SE NE VA

Così sei morto. Sul pavimento il cacciavite
aspetta le tue mani sporche di grasso e i colpi di tosse
del motore.

È nella stanza accanto, dice qualcuno.

Se fosse vero ci daresti un segno: una pinza
che cade, uno sportello che si chiude, una valvola
col minimo rotolio che l’accompagna.
Un colpo sulla scocca.

Ma tu sei morto e tutti ti voltano le spalle, anche i tuoi figli
non ti riconoscono, non riconoscono il tuo silenzio.

Tu continui a guardarli rigirando un sorriso
stranito tra le mani, impacciato
davanti a tanta incomprensione.

La vita ti ha condotto fin qui e adesso
non sta bene che continuiamo a parlarti

sei sceso senza domandare
sei sceso con la faccia buona
quasi chiedendo scusa

e non c’è niente da ridere
niente da ridere.

PURCHÉ VINCA LA GIUVE

Che il mondo vada a scatafascio, le guerre inaspriscano il pianeta,
i barconi facciano naufragio, i migranti a picco, i padri accoltellino
nel sonno, s’impennino i femminicidi, l’acqua scarseggi e tutta
sia di pochi, la crisi spiazzi, che l’ultima goccia di petrolio schizzi,
tutto questo per te non fa una piega, purché si vada avanti
con la liga, purché si faccia il coro, purché la curva ostenti
lo striscione, purché si salti sugli spalti, purché
il gregge veneri il pastore, purché viva la Giuve, purché risplenda
quella fede antica, la divinità più amica, purché viva la fica,
che il mondo scarti, scivoli, cada a precipizio, la bomba
faccia un’ecatombe, a Gaza i razzi squarcino i bambini, il paese
deragli, affoghi alluvionato, ma non si tocchi il campionato, purché
viva la Giuve, resti alto il vessillo del credo che anestetizza,
favorisce il sonno, confonde il senno, ottunde, vaneggia, mistifica, purché
viva la fica. Il mondo crolli, si sfracelli, ma che la curva
urli, il delirio deliri, il fanatismo scrosci e rimpiazzi
i residui sprazzi di lucidità, tutto finisca, si esaurisca il mondo, purché vinca la Giuve.

Il mondo come un clamoroso errore di Paolo Polvani è una raccolta di poesie che mette insieme una serie di ritratti e di piccole storie sul destino di alcuni marginali. Nel loro drammatico o ironico arrabattarsi, sempre descritto con penna lieve, carezzevole, animata da commossa partecipazione, i protagonisti di questi versi descrivono un mondo brulicante di vita e un destino che per quanto già scritto non si arrende alla parola fine.

Paolo Polvani è nato nel 1951 a Barletta, dove vive. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Nuvole balene (Antico mercato saraceno, 1998); La via del pane (Oceano, 1999); Alfabeto delle pietre (La fenice, 1999); Trasporti urbani, (Altrimedia, 2006); Compagni di viaggio (Fonema, 2009); Gli anni delle donne, (Edizioni del Calatino, 2012); Un inventario della luce (Helicon 2013); Cucine abitabili (ME editori, 2014); Una fame chiara (Terra d’ulivi, 2014); Il mondo come un clamoroso errore (Pietre Vive Editore, 2017). È inoltre presente in molte antologie. È tra i fondatori e redattori della rivista on line Versante ripido.

 

Elena Zuccaccia, Ordine e Mutilazione


SINTAGMA

uno spavento a due teste
io e te
basta una sbavatura e
io è te
diluita e sparsa chissà dove tra la
…………………………………………..pelle
assorbita come sudore
ma io diversa da te
……………………io separata da te
se vuoi possiamo unirci
sovrapporci
………….combinarci
nelle infinite possibilità grammaticali
…………– io con te io tra di te io sopra sotto dietro davanti
…………………………………………… di a da in con su per tra fra tutte ma non quella con la e
succhiarci via tutti i liquidi
………….prosciugarci
e però poi, asciutti, staccarci – io da te,
,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,fino a che non ci sarà da succhiare di nuovo

 

L’ARTISTA

gli usuali aggettivi di possesso
con te io non li conosco
potrei al massimo azzardarmi ad
infilarmi nel plurale
confondendomi nel mucchio tra il
resto
allora potrei anche provare a dire
nostro
e accaparrarmi quanto di te rimane
:
brandelli di fegato
non certo di prima scelta
non opzionati da chi ha preferito tenersi
parti meno usurate
– il cuore, ad esempio, tra le più ambite
appare intatto
rivendibile come nuovo
mai usato

..
****

il letto è un mare
e l’amore nuotare
dentro e fuori dall’acqua
senza cadere

il divano è il trespolo
di un uccellino
buono per farci l’amore
da solo, come un
ragazzino

 

SÅSOM I EN SPEGEL

di vedere questo
corpo nudo non
ne posso più crepare
immagino almeno
lo potessi cuocere
per dire
la carne mi piace
alla brace
certo di te bianca così
come tacchino
più che Canova
che si può fare
(potrei)
imbracarti di spago
a mo’ di involtini
mangiarti a bocconcini
fare nell’olio la
scarpetta col
pane sciapo

per sempre digerire

..

Note di copertina
Ordine e Mutilazione. Sorta di teatrino in versi dei sentimenti e della crudeltà, la caratteristica più rilevante dell’opera di Elena Zuccaccia è il particolare uso della punteggiatura, teso a riprodurre l’immaginario fortemente metamorfico della raccolta, che dà vita a una versificazione vermiforme, spesso singhiozzante, tesa a descrivere il piccolo dramma per stanze chiuse o semichiuse, i cui protagonisti (due? tre?) non fanno che incontrarsi o ferirsi, respingersi o cercarsi, in un rapporto amoroso tanto più guasto quanto più necessario alla loro maturazione.

ELENA ZUCCACCIA (1988) è nata a Perugia e lì vive studia e scrive poesie. Collabora con il progetto Umbria Poesia. Ordine e Mutilazione è la sua prima raccolta.

Il suo blog: comebavadilumaca.wordpress.com

La scrittura e il mondo: Teorie letterarie del Novecento – di Stefano Brugnolo, Davide Colussi, Sergio Zatti, Emanuele Zinato

La scrittura e il mondo (Carocci editore, 2016), pur cercando da una parte l’esaustività tipica del manuale, non rinuncia a esercitare una posizione critica nei confronti delle teorie descritte, senza nascondere riserve, problematicità, preferenze. Questa seconda attitudine, meno manualistica e più saggistica, si fonda su un’idea centrale, condivisa dai quattro autori e condensata nel titolo: la scrittura letteraria non può fare a meno di rimandare in qualche modo all’esterno, alla realtà, per l’appunto al mondo.
Va da sé che una tale convinzione rifiuta le cime più evanescenti di un certo formalismo, ma non si pensi nemmeno che il rapporto tra testi e realtà venga qui articolato secondo il criterio di un semplice e ingenuo rispecchiamento (come fanno in fondo, nelle loro varie declinazioni, i cosiddetti studies, per i quali la letteratura non è che riproposizione dei rapporti di forza che dominano il mondo). Viene piuttosto sostenuta una visione ambivalente dell’opera letteraria, fatta di conformismo e anticonformismo, adeguamento e reattività. Non è ad esempio un caso che in età industriale la letteratura abbia preferito l’immagine di oggetti ormai inutilizzabili, vera e propria robaccia, scarti della modernità, ribadendone così l’inattualità ma celebrandone al tempo stesso una qualche sovversiva sopravvivenza e valore residuale. Nel brano che riportiamo si impone allora il confronto, proprio sul tema dell’oggetto, con altri linguaggi attuali e dilaganti, che nella volontà di simbolizzare tutto approdano invece a una sorta di acquiescenza estetica.
Se dunque la letteratura, e l’arte in generale, ci mostra anche il rovescio del mondo, le sue contro-verità, va proprio per questo considerata come un insostituibile strumento conoscitivo, di “scuotimento” delle nostre certezze. Ma il bello della faccenda è che la conoscenza in questione non è mai separata da una qualche esperienza di piacere, il piacere di leggere i testi e immergerci in essi, accordando loro una complicità che può anche andare contro le nostre stesse convinzioni quotidiane. Il continuo rinvio alla dimensione immediata ed empirica della lettura, punto di partenza per ogni attività interpretativa, potrebbe riconciliare finalmente il senso della critica con quello del lettore comune.

@ Andrea Accardi

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scrittura-e-mondo

13.5. Barthes e Eco

La critica culturale rappresenta oggi l’accesso privilegiato a quei fenomeni introdotti dalla modernità che si manifestano soprattutto attraverso un dispiegamento sterminato di oggetti tanto materiali che simbolici (fumetto, TV, video, cartoons, musica pop ecc.). Ha aperto il campo Roland Barthes con un saggio del 1957, Mythologies (in italiano col titolo Miti d’oggi), in cui il semiologo francese cominciò ad analizzare i fenomeni della cultura di massa alla stregua di figure del mito. Per Barthes il mito è un sistema di comunicazione, un modo di significare, una forma. Può essere mito tutto ciò che subisce le leggi di un discorso e come tale viene investito di un uso sociale. Tutte le forme della scrittura, ma anche la fotografia, il cinema, il reportage, lo sport, gli spettacoli, la pubblicità, possono servire da supporto alla parola mitica. La nostra società massificata e consumistica è il territorio privilegiato delle significazioni mitiche, dove il mito sceglie i propri oggetti per lo più dagli scaffali dei supermarket o dalla scatola della TV. L’enfasi del suo interesse ermeneutico è su dettagli a prima vista insignificanti della vita quotidiana, piccoli eventi mediatici tratti dalla cronaca e dallo spettacolo (La crociera del Sangue blu, Il viso della Garbo, Strip-tease, La nuova Citroën, La «Guide bleu») dove l’aspetto ‘mitico’ non consiste nelle singole cose in sé ma nel modo in cui vengono comunicate (meglio quindi la designazione originale di mythologies rispetto alla traduzione italiana con mito). Anzi è proprio questa nozione rinnovata di mito come sistema semiologico secondo a farsi strumento capace di prendere un segno qualsiasi, anche dozzinale, e di elevarlo al rango di presenza numinosa, pronta a trasformarsi in icona, ad ammantarsi di un’aura sacrale. Barthes legge nelle rappresentazioni collettive della contemporaneità un sistema di segni tenuto insieme da una operazione mistificatoria, quella che trasforma la cultura piccolo-borghese in una finta natura universale.
Sulla scia di Barthes, Umberto Eco ha costruito in Diario minimo (1961) una «mitologia» italiana. Eco ha in comune con Barthes, oltre che l’acutezza dell’osservazione e il feroce sarcasmo, la varietà degli oggetti di riflessione e la predilezione per la mescolanza dei livelli semiotici di alto e basso. Nel famoso saggio Fenomenologia di Mike Bongiorno lo sguardo critico si posa sugli effetti sociologici prodotti dalla televisione nell’Italia del boom economico. Ne viene fuori un ritratto impietoso e brutale del presentatore televisivo Mike Bongiorno che vuole dimostrare come la TV non offra, come ideale in cui immedesimarsi, il superman ma l’everyman. Mike Bongiorno è il caso più vistoso di tale riduzione: idolatrato da milioni di spettatori, egli deve il suo successo al fatto che in ogni atto e parola del personaggio creato dalla telecamera traspare una mediocrità assoluta (questa è l’unica virtù che egli possiede in grado eccellente). Lo spettatore vede glorificato, e insignito dell’autorità che solo la potenza mediatica può conferire, il ritratto dei propri limiti e gli decreta per questo un successo duraturo nella storia della TV italiana. (altro…)

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #30

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio Ventinove – Oltre la vita e la morte]
And now, an ending. Where there was once one, there are now two. Or were there always two? What is a reflection? A chance to see two? When there are chances for reflections, there can always be two – or more. Only when we are everywhere will there be just one. It has been a pleasure speaking to you.

E ora, un finale. Dove c’era una volta uno, adesso ci sono due. O ci sono sempre stati due? Cos’è un riflesso? Un’occasione per vedere due? Quando ci sono occasioni per riflettere, lì può esserci sempre due – o più. Solo quando siamo ovunque ci sarà solo uno. È stato un piacere parlare con voi. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
 …
Tutto era cominciato parlando di ambiguità, doppiezza, cime gemelle: there were always two, anche dove sembrava uno. Quando si riflette fino in fondo (e si affonda nel proprio riflesso), non c’è immagine fissa che resti salda. Ogni cosa si accompagna al suo contrario, il bene col male, la vita con la morte. Solo dopo che accettiamo la nostra molteplicità, il nostro essere everywhere, capaci di dolcezze e nefandezze, vivi e lucenti dentro un cupo consumarci, solo a quel punto possiamo sentirci inalterati nel gioco dei riflessi. Con la sorpresa finale, Twin Peaks finiva (per ora) qui. Pur nella violenza e nell’incubo, quello che rimane di vitale in fondo alla storia è il nostro diritto di contraddirci, sbandare, cercarci senza trovarci se non nel lampo incerto di un “sono qui”.
 …
@Andrea Accardi

 

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #23

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio Ventidue – Schiavi e padroni]
A death mask. Is there a reason for a death mask? It is barely a physical resemblance – in death, the muscles so relaxed, the face so without the animating spark. A death mask is almost an intrusion on a beautiful memory. And yet, who could throw away the casting of a loved one? Who would not want to study it longingly, as the distance freight train blows its mournful tone?

Una maschera della morte. C’è una ragione per una maschera della morte? è appena una somiglianza fisica – nella morte, i muscoli così rilassati, la faccia così totalmente disanimata. Una maschera della morte è quasi un’intrusione nella bellezza della memoria. E tuttavia, chi potrebbe buttare via il calco di una persona amata? Chi non vorrebbe studiarlo con rimpianto, mentre un treno merci lontano soffia il suo triste fischio? (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Una maschera della morte, come quella che Windom Earle fa trovare nel letto a Cooper, con i tratti di Caroline, una maschera del genere ha solo una vaga physical resemblance con la persona raffigurata, è un’imitazione della vita che non può ingannarci, un vilipendio al ricordo. Ma la maggioranza dei nostri ricordi non sono a loro volta death masks, rilassati, impoveriti, disanimati? Sempre diversi da quello che è successo, migliori o peggiori, comunque ingannevoli, utili solo a rintuzzare il rimpianto, che al variare del ricordo resta sempre lo stesso: noi non siamo più lì, in quel momento, in quel posto. Le maschere della morte che continuamente produciamo dentro di noi ci liberano dal tempo, non siamo più nel passato, che ormai è fuggito, non proprio nel presente, affollato com’è di falsi simulacri. E per raffigurare il non-tempo, per rendere questa non-idea, pensiamo a un non-luogo, a una stazione desolata, a un passaggio di treni come parti di noi e della nostra vita che si staccano e ci abbandonano. O pensiamo di non vedere la scena, di sentire solo quel fischio lontano, e l’aria che anche dopo continua a tremare.
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@Andrea Accardi

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #17

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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cooper

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[Episodio Sedici – Legge arbitraria]
So now the sadness comes. The revelation. There is a depression after an answer is given. It was almost fun not knowing. Yes, now we know. At least we know what we sought in the beginning. But there is still the question, why? And this question will go on and on until the final answer comes. Then the knowing is so full there is no room for questions.

Così adesso arriva la tristezza. La rivelazione. C’è un crollo dopo che si riceve una risposta. Era quasi meglio non sapere. Sì, ora sappiamo. Almeno sappiamo quello che cercavamo all’inizio. Ma resta la domanda, perché? E questa domanda continuerà fino alla risposta finale. Allora la conoscenza sarà così piena da non lasciare spazio alle domande. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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A quest’altezza della storia, i protagonisti scoprono la verità sull’omicidio di Laura. Agli spettatori è già nota da un paio di puntate, e questo ha prodotto anche momenti di ironia tragica, che non è altro che il contrasto tra un punto di vista assoluto (il nostro) e uno parziale (quello dei personaggi). La scoperta sarà straziante e investirà drammaticamente tutti, compreso naturalmente l’agente Cooper. Dopo la risposta there is a depression, che non è però soltanto il crollo emotivo successivo alla rivelazione (a qualunque rivelazione, sembra dire Margaret), ma anche un crollo narrativo, l’improvviso allentarsi della tensione che si riprenderà solo dopo molte puntate. L’obiettivo che muoveva le azioni dei personaggi e teneva allacciate le diverse sottotrame è venuto meno, e subentrerà uno strano caos. Sopra quel caos resta sospesa a question, che non trova risposta nel guazzabuglio delle cose umane. Bisognerà attendere the final answer, che riempirà tutto lo spazio disponibile, colmando in anticipo ogni possibile domanda. Il ceppo, insomma, sta guardando al di là della fiamma.
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@Andrea Accardi
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Su “Il soccombente” di Thomas Bernhard: un esempio mortifero di desiderio mimetico

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Wertheimer era un uomo “da vicolo cieco”, il narratore lo sa perché lo conosceva bene, insieme da ragazzi avevano studiato pianoforte al Mozarteum di Salisburgo. Con loro c’era un allievo destinato a diventare uno dei più grandi pianisti del secolo, e il massimo esecutore di Bach e delle sue Variazioni Goldberg: Glenn Gould. Al tempo del racconto, Gould è appena morto per un ictus, Wertheimer si è invece suicidato, non reggendo più il fallimento della propria vita. Ma di quale fallimento si parla? Il soccombente di Thomas Bernhard (1983, considerato qui nell’edizione Adelphi, traduzione di Renata Colorni) è un lungo monologo sul dramma dell’invidia, su quel vicolo cieco che può diventare l’idealizzazione del rivale; per dirla con René Girard, che sembra quasi l’ispiratore occulto di questo romanzo, il soccombente Wertheimer è colui che nel desiderio mimetico annienta se stesso per inseguire l’essere dell’altro, la sua apparente pienezza.
Ma Bernhard complica il modello triangolare girardiano soggetto-mediatore-oggetto (in questo caso, Wertheimer-Gould-Bach) aggiungendo un quarto elemento, più defilato, che è il narratore stesso, in definitiva salvato dal fatto di essere lo spettatore della tragedia di Wertheimer, e per questo in grado di tirarsi fuori in tempo dagli abissi della rivalità mimetica. Anche lui come l’amico, di fronte al genio impareggiabile di Gould, abbandona il pianoforte, pur essendo a sua volta un virtuoso. L’impossibilità di essere i migliori, ma soltanto degli ottimi musicisti, ha reso per entrambi impraticabile la passione per la musica. Questo non sarebbe accaduto se Gould fosse stato per loro un modello lontano, nel tempo o nello spazio, un riferimento elevatissimo senza agganci con la loro vita reale, e cioè, in termini girardiani, un benefico mediatore esterno (Wertheimer desidera suonare Bach secondo il desiderio di Gould). Proprio la vicinanza e l’amicizia che li legava fa invece sì che la mediazione sia interna, mortifera, e il terzo elemento del desiderio triangolare, cioè la musica, perda di fatto ogni reale importanza (Wertheimer desidera la genialità di Gould):

Del resto [Wertheimer ] suonava mille volte meglio della maggior parte dei nostri virtuosi del pianoforte che si esibiscono in pubblico, ma alla fine la prospettiva di diventare nel migliore dei casi un virtuoso del pianoforte come ce ne sono molti altri in Europa non riuscì più a soddisfarlo, e allora smise di suonare e si immerse nelle scienze dello spirito. Io stesso, di questo son convinto, suonavo ancora meglio di Wertheimer, eppure non sarei mai riuscito a suonare così bene come Glenn, e per questo motivo (lo stesso motivo, dunque, di Wertheimer!) ho abbandonato il pianoforte dall’oggi al domani.

Alla luce di questa doppia rinuncia, suonano dunque illusorie e autoconsolatorie le parole del narratore, che si confronta con l’esperienza dell’amico suicida:

Inoltre, a differenza di Wertheimer che assai volentieri sarebbe stato Glenn Gould, che avrebbe voluto essere Glenn Gould, io ho sempre voluto essere soltanto me stesso, Wertheimer invece è sempre stato uno di quelli che continuamente e per tutta la vita e riducendosi in uno stato di perenne disperazione vogliono essere qualcun altro, qualcuno che devono credere per forza più favorito dalla sorte di loro, pensai. […] Wertheimer non era capace di vedere se stesso come un essere unico al mondo, mentre in effetti è così che ciascuno di noi può e deve concedersi di vedere se stesso se non vuole cadere in balia della disperazione, ogni essere umano, comunque sia fatto, è un essere unico al mondo, io stesso me lo dico di continuo e con questo son salvo.

La sensazione è invece, come detto, che a salvare il narratore sia stato proprio Wertheimer, o meglio il suo esempio di soggetto che desidera mimeticamente scorgendo nel mediatore un paradiso inaccessibile, e condannando se stesso all’inferno. Ma il desiderio mimetico si fonda su due travisamenti opposti e complementari. Da una parte c’è l’idea che la nostra infelicità possa essere perfetta, totale, assoluta, e invece ha tante pause, e si regge sulla nostra inconsapevole collaborazione:

Wertheimer insomma si era innamorato, o addirittura era rimasto ammaliato dal proprio fallimento, pensai, e in questo fallimento si era incaponito fino alla fine.

Wertheimer aveva paura di perdere la propria infelicità e per questo, per nessun altro motivo, si è tolto la vita, pensai.

Anche Wertheimer, come qualsiasi altro essere umano, non era ininterrottamente infelice, non era, come lui pensava, sempre e totalmente posseduto dalla propria infelicità.

E come non può esistere l’infelicità perfetta, tanto più illusoria è la felicità perfetta che attribuiamo agli altri. Gould è in fondo raffigurato nel libro come l’astrazione di un uomo divenuto tutt’uno col suo pianoforte, con la sua musica: ci è data insomma di lui quella stessa immagine idealizzata che ossessiona Wertheimer, un’immagine falsa, inumana. Penso a quella poesia di Wislawa Szymborska, che contemplando l’armonia interna di una cipolla ricorda che “a noi resta negata/ l’idiozia della perfezione”. E così, tutte le volte che crediamo di vedere la perfezione negli altri, in realtà stiamo guardando il dentro di una cipolla.

@Andrea Accardi

A Charles – inedito di Cristiano Poletti

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(foto di Cristiano Poletti)

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Quello che sorprende nella poesia di Cristiano Poletti alla prima lettura (o al primo ascolto, com’è stato per me in questo caso) è il suo porsi al di sopra di un tempo letterario strettamente attuale, per tornare coraggiosamente a una scrittura assoluta, senza ironie, una purezza antica ma nuova, nel solco aperto e ancora scavato, tra gli altri, da Milo De Angelis. La forza evocativa di questo testo è data mi pare dalla perfetta corrispondenza tra contenuto e forma: in gioco c’è la memoria, il ritorno a una persona che del testo è anche dedicataria, e la sintassi sembra ricreare perfettamente il percorso del ricordo. Questo avviene per associazioni, secondo una traiettoria metonimica, di contiguo in contiguo, e la musica delle parole fa lo stesso: ti amò-Ti amò, in silenzio-il silenzio, lettere-Mandate lettere, pronta poi a ricominciare circolarmente dalla fine all’inizio di un tornò-tornato. Non si tratta però di una pura musicalità incurante dei significati: in questi versi soffia davvero “il vento di un pensiero” e le parole sono mandate “al loro indirizzo”, come nel modo in cui il Tempo viene tematizzato in una serie di costanti che tra l’altro passano dalla sconfitta delle cose (“polvere”) alla vittoria del ricordo (“nella pendola ferma che tiene”). La musica non paga se non ha una qualche ricaduta, se pure indiretta, obliqua e misteriosa, sul senso. (Andrea Accardi)

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Dalla luce, dal tempo
sei qui
tornato
nella fiamma
di chi ti ama e ti amò. Ti amò
la polvere dove sono,
dove s’inseguono e rivivono
la quercia e il vento di un pensiero
stretti nel rettangolo del giardino.
Torni e hai con te il mattino,
il nuovo inizio di una casa, questa
sullo sfondo, e dentro
sei nella pendola ferma che tiene,
ha trattenuto in silenzio il silenzio
delle mani, l’umiltà delle vene.
Tu canti adesso
una canzone di puro mattino.
Il catalogo delle finestre sulla notte
tanto aperto si è chiuso.
Istante della voce, voce del sempre, lettere.
Mandate lettere al loro indirizzo.
Lì chiara l’anima tornò.

Nosferatu – di Andrea Accardi

Quando Stoker nel 1897 pubblicò il suo romanzo, nasceva un personaggio capace di lanciare una sfida impressionante a un’intera epoca: Dracula era desiderio sconfinatamente egoista, incurante dei principi sociali, e anche di quelli biologici e fisici, il contrario insomma di un ordine ritagliato secondo leggi di realtà, unica condizione per il progresso umano. Venticinque anni dopo, nel solco dell’espressionismo tedesco, Murnau avrebbe dato al vampiro di Stoker un aspetto molto più spaventoso e ripugnante, laddove nel libro manteneva ancora una qualche traccia di nobiltà, da conte. Per ragioni di diritti, il nome fu cambiato in Nosferatu (dal rumeno, “non morto”). Herzog nel 1979 riprese il film di Murnau, fedelmente ma con una profonda differenza: da un desiderio come orrenda sovversione sembrava quasi di essere passati a un desiderio percepito come condanna, incapacità di rientrare negli argini della realtà, di accettarne i limiti. Che è forse poi la piega che ha preso il mondo, se è vero che Herzog concederà a Nosferatu una vittoria per interposta persona, col ritorno di Harker, ormai contagiato, nel castello del conte. Grazie anche a Klaus Kinski, che ne fu l’interprete, Nosferatu diventò davvero e per la prima volta l’infelice protagonista della storia, commovente se pure orripilante, perso nel sempre di un incontentabile desiderio. Con queste poesie tento di prolungare proprio quella traiettoria. Dopo un testo introduttivo, comincia una sorta di dialogo a due voci: un personaggio che attende, uno che arriva; uno che chiede finalmente dei limiti, l’altro che nutre ancora l’irrazionale speranza di annullarli. Non è più l’orrore il problema, e quindi ho scelto un’immagine priva di qualunque eccesso gotico: per rappresentare questo vampiro moderno, malinconico e fiducioso, mi è sembrata adatta una bellissima foto di David Bowie.

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david bowie

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Abbiamo fili di ragno sopra la testa
iridati e sottili
il corpo scuro dell’insetto in controluce
immobile e apparentemente preso
nella sua stessa rete.

Guarda dove l’ordito è più fitto
dove si perde il conto dei fili
non basta un colpo con il dito
a separare il muro dal soffitto.

Il ragno d’altronde non sa
che aspetto ha la sua rete
dal basso.

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I.
Io che m’illudevo di tenere tutto insieme
che le mie braccia arrivassero oltre questo
fuggi fuggi e chiudessero in tempo
ogni tipo di porta
ecco che invece mi ritrovo in mezzo
alle cose che finiscono
a questo continuo perdere pezzi
e precipitare, recidere
decidere
svegliarsi in viaggio con la schiena a pezzi
vedere paesaggi sognati da altri

(Albumi d’alba, riflessi, screzi.
La trasparenza dei Carpazi)

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Resto immerso nel rumore del sangue
caldo crepitio di globuli, sibilo
che unisce, difendo la casa
con barricate d’ossa, mi aggrappo
a ogni cosa con i denti
ma lascio solo un’orma ridicola
due fori ciechi.
Da piccolo guardavo la luce cambiare
tra le persiane, era uno strappo
di tempo che nessuno ricuce.
Nel buio ora sento i topi brulicare
sobbalzare, divorare tutto.
Bisogna dare ali
a questi topi.

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II.
Mi tormentano immagini, fanno
male dietro gli occhi i ricordi
come questo che si accanisce adesso
strisce di sole sul bucato steso
un balcone sopra l’altro, il solito
latrato lontano, ovunque lo stesso
le stanze dell’infanzia degli altri
la dolcezza di un garage, poi la salita
una mano che saluta, l’altra che parte
lo sventolio feroce di alberi e case
fino a quando un’intera città
scompare dalle carte.
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Rivedo l’immagine del mio corpo
nei diversi punti della rete
-in cima a scalinate, dietro porte
a vetri, sul fondo di paesi che
diventano spiagge- ma sempre come
in movimento e in controluce
la vedo che fugge, scivola, affonda
nella sua stessa presenza, incavo
pulsante, vuota intermittenza
macchia tremolante sullo sfondo.
E invece la cornice che da sempre
mi circonda prende ora il sopravvento
e ogni esistenza che ho solo accennato
ritorna insopportabile e vivida
fulminata da odori estivi
fissata in colori di ceramica
in una bugia di smalto.
Il tempo che prosegue senza di me
è tempo reciso in cui non invecchio:
per questo sparisco allo specchio.

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III.
Costeggiavamo campetti accesi
-il lampo del vedere un tiro fuori-
poi la strada si alzava all’improvviso
sulla distesa di paesi avvolti
dal fumo. Le carte non ci parlano
dei posti che lasciamo, non dicono
che le cose si vendicano
del nostro oltrepassarle, che tutto
esiste e avviene anche senza
farne parte. Ci sono sale
d’aspetto senza riviste, luci
dietro finestre, mani che spostano
sedie e non possiamo farci niente
nelle città immense la gente vive
senza perdersi, guarda la pioggia
sui palazzi di fronte, apre negozi
di oggettistica, si affaccia lo stesso
fiduciosa dai balconi sui fiumi
di sapone che scorrono in basso.
Nei centri piccoli vicino
alle stazioni saluti, gesti
abituali, sapere cosa fare
il caffè da prendere.
Ma di queste abitudini non so
dire nulla, anzi è lì che sprofondo
ogni volta, nelle vite degli altri
trasandate e inspiegabili
nel loro mattutino ripetere il caso
sbattere in alto come un sogno appeso.

.

La notte porta draghi di fosfeni
e un buio senza fondo dietro
presagi di cime, potessi uscire
da questo buio, giocare al gioco
del tempo, scegliere e rinunciare
come fai tu vivendo. Ma queste
infinite voglie, nascoste teste
d’aglio, avvelenano la stanza
e tutto il resto, il mio amore non sceglie
manca il bersaglio, nulla gli sembra
abbastanza.

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IV.
Dopo pranzo la città ci respinge
abbassa le serrande, si mostra
fatta di spigoli e anche, spaventosa
e bianca. Poi tutto affonda in un’acqua
un po’ mossa, le luci si accendono
prima del buio come candele
in una chiesa a mezzogiorno, cani
vigilano dietro i cancelli
e i padroni restano in casa
a guardare programmi di cucina
o il meteo della settimana.
Ma quando un cane abbaia
c’è sempre qualcuno che si allontana.
.

In una casa si rimane anche dopo
i crolli dal soffitto, in mezzo alle ombre
appese dei coperchi, o a guardare
fuori uno scempio di oleandri
e il modo in cui la luce di sera
sviene come un paziente
anemico sul letto. Niente
perdona la vecchiaia delle case
nessun esorcismo, nessuna croce
nemmeno una mano di vernice
ma ovunque fantasmi di finestre
ferite, e scosse di anchilosauro
uscito dal solco. È tutta finta
infantile permanenza
questa geologia del rimorso
desiderio andato fuori asse
che vuole tornare in ogni stanza
come se niente fosse.

L’eterno è un fondo di giacenza.
Senza morte non c’è speranza.

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V.
Capitava di lasciare posti e persone
e guardare indietro fino a vederli
svanire, di pensare l’impossibile
di una casa in assenza di me
che l’abitavo, di vedere gli altri
già dissolti
nell’ultima parte di ogni cosa.
Anche adesso che avanzo verso di te
per ogni metro di spazio sperperato
registro il punto esatto della perdita
del mio non essere più lì
mentre l’aria si riempie di una musica
d’archi, suonata per cosa, da chi

(Sto arrivando.
Ecco il castello, il sortilegio.
La pietà del tuo contagio)

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Qui nulla finisce e nulla comincia
davvero, e allora mi porti una pietra
da metterci sopra, un coperchio
di nuvole addensate nel nero
il pensiero che tutto va perso
ma illeso, in qualche stanza lontana
in un condominio straniero

(Ti aspetto come si aspetta
l’inatteso, con cieca speranza
e un dolore sospeso)

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Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #14

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

bob

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[Episodio Tredici – Demoni]
Sometimes we want to hide from ourselves – we do not want to be us – it is too difficult to be us. It is at these times that we turn to drugs or alcohol or behavior to help us forget that we are ourselves. This of course is only a temporary solution to a problem which is going to keep returning, and sometimes these temporary solutions are worse for us than the original problem. Yes, it is a dilemma. Is there an answer? Of course there is; as a wise person said with a smile: “The answer is within the question.”

Qualche volta ci vogliamo nascondere da noi stessi – non vogliamo essere noi – è troppo difficile essere noi. Sono i momenti in cui ricorriamo a droghe o alcol o comportamenti che ci aiutino a dimenticare che siamo noi stessi. Questa è certo soltanto una soluzione temporanea a un problema che tornerà a presentarsi, e a volte queste soluzioni temporanee sono peggiori per noi del problema originale. Sì, è un dilemma. C’è una risposta? Certo che c’è: come una persona saggia ha detto con un sorriso: “La risposta è dentro la domanda.” (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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La cosa più difficile è accettare quello che siamo? Forse sì, se è vero che di continuo proviamo a essere altri, con espedienti di ogni tipo, a volte solo recitando. Queste forme nuove che assumiamo possono confonderci ancora più del male di partenza, perché aggiungono un disagio che non è nemmeno il nostro, un dolore freddo e inabitabile, irriconoscibile. Ma provare a essere altri presuppone che si sappia cosa si è davvero, ed è quello the original problem, il vero dilemma: l’illusione di essere ourselves, e invece non essere mai esattamente, mai soltanto noi stessi. Nell’episodio in cui si comincia a parlare di demoni malvagi, dello spaventoso e repellente Bob che disturba fin dall’inizio sogni e visioni dei protagonisti, Margaret sembra dire: il demone è nell’uomo come la risposta nella domanda. Le nostre domande sono già indirizzate dalla risposta, i nostri errori dal guaio che arriverà; i nostri demoni dagli angeli che siamo e non volevamo essere.
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@Andrea Accardi

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #8

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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twin peaks

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[Episodio sette – L’ultima sera]
A drunken man walks in a way that is quite impossible for a sober man to imitate, and vice versa. An evil man has a way, no matter how clever to the trained eye, his way will show itself. Am I being too secretive? No. One can never answer questions at the wrong moment. Life, like music, has a rhythm. This particular song will end with three sharp notes, like deathly drumbeats.

Un uomo ubriaco cammina in un modo quasi impossibile da imitare per uno sobrio, e viceversa. Un uomo cattivo, per quanto intelligente anche di fronte a un occhio esperto, ha un atteggiamento che lo tradirà. Sono troppo elusiva? No. Non è possibile rispondere alle domande al momento sbagliato. La vita, come la musica, ha un ritmo. Questa canzone in particolare finirà con tre note acute, come tamburi della morte (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Siamo alla fine della prima stagione, l’episodio ha un titolo conclusivo, ma in realtà nulla si conclude, il mistero resta aperto, anzi tanti misteri insieme, cresciuti intorno a quello principale, la morte di Laura. La Signora Ceppo però, per una volta, ci dice che non si sfugge alla verità, che tutto alla fine si rivela per quello che è: a drunken man non passerà mai per sobrio, la cattiveria di un uomo lo tradirà sempre (si parla del colpevole?). Proprio quando si dichiara secretive, Margaret risulta invece sorprendentemente assertiva, difende un partito preso di comprensione del mondo. La vita, come la musica, ha un ritmo, e un ritmo è quasi sempre costante, prevedibile. Questa parte di storia in particolare si conclude drammaticamente con three sharp notes, tre colpi acuti, sparati, bussati alla porta di un mistero che prima o poi dovrà aprirsi.
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@ Andrea Accardi
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