Presentazioni, inedito di Andrea S. Castrovinci Zenna

Tu non hai udito Veronica svelta
con passo leggero ma alacre
da stanza a stanza aliare
quasi senza rumore,
fiore che sboccia alla sera; né sai
le dita solerti aiutare
e madre e sorella in cucina,
le stesse che suonano il piano
e avvivano vani e saloni
nel vuoto di te che rimane.
Non sai come canti gioiosa al mattino
né quanto ogni giorno di più mi innamori.

Ma pure vorrei vi incontraste…
E questo mio inganno lo tesso con cura.
Non serve anche a questo la letteratura?

***

Il primo di maggio, creatura
leggera, ma indomita, forte,
del cuore ti ho aperto le porte
nell’incubo strenuo serrate;
ché dopo le tante parole
costrette da sguardi che al sole
cadente chiedevano tregua,
– incredulo d’ansia e paura –
un bacio tremante sul mare
tremante di luce lunare
ti diedi; nei lievi rossori
dei baci sentivo la fiamma
sopita destarsi veemente.
Disteso alle braccia tue bianche
lenivo le stanche mie cure;
tremavo alla sera nell’aria cullante.

Aperte le porte del cuore
provai un desiderio di morte:
ossimoro, lucido gemito
insieme sentire il candore
del nuovo e l’antico bagliore
possente che tutto ti involve

***

L’intorno lucendo candito
di fior d’amareno gioioso
sciamato dalle api operose
ronzava d’un queto romore:
nei petali gialli ogni fiore
gioiva riaperto e stupito.

Entravi, creatura, leggera,
come entra la lucciola a sera,
che è rara così che non vera
ti pare: la guardi bambino,
ti chiedi cos’è quel puntino
di luce che sboccia, che vola:
che fiore è mai quello che senza
rumore nel cuor della sera
si libra, si posa, risvola,
s’accende, si spegne, si allegra?
quel fiore che vibra che sboccia
pur senza rumore di sera?
Così, primavera, sicura
urlavi nel petto silente
adorala, adorala quella creatura!

***

Da allora le ho aperto il cancello,
mostrato quel poco di bello
di casa, ch’è tutto ricordo
vanente di un bene perduto:
le rose fiorite al confine,
le dolci mattine svegliate
tra passeri tinnuli al canto,
le roride foglie dell’acero
e molto del molto mio pianto.
Ha visto anche il brutto, le neglie:
mansarde strapiene di macero
ciarpame, di polvere e trame
di assenza e di malinconia,
oggetti di cartoleria
frammisti agli oggetti del mare:
astucci, acquerelli, tubetti
di tempere asciutte, zainetti
degli anni Novanta, e secchielli,
palette, ombrelloni, cappelli…
Quaderni e poesie dei bambini,
pastelli di cera… Materni
ricordi da vivere un giorno
se ad essi potrai sopravvivere…
E tele di ragni sui muri
ovunque avventuri lo sguardo…

Ma pure era maggio, tremendo,
e ingenuo, piangendo, le ho tutto mostrato.

***

Sì schiusa la porta di casa,
di casa in campagna, che è invasa
ancora di troppo passato,
mostrato il salone disfatto,
i pendoli, i tavoli rosi
dai tarli, le sedie invecchiate,
i tavolinetti su ruote
per televisori gettati
da tanti anni or sono,
gli scarti del tempo invidioso,
le gote di un sacro rossore
s’accesero e un bacio di sale
mi desti; dicevi ma smetti
di farti del male, cordoglio
non serve, ma serve baciarti
con tanta, con tanta dolcezza:
tu segui, tu taci, carezza
con mano di bimbo il mio seno
e taci; di baci, sereno,
ridesta la vita dal tetro
dolore; non tedio tua madre
vorrebbe, ma gioia sul volto
vederti. Dall’ampio salone
confuso tra scale oscillanti
al lieve tuo passo delle anche,
ti schiusi, dolcezza, la porta
di camera mїa: nel letto
un giorno permesso di maggio
sei entrata; nel letto mi hai accolto,
purissima, nuda speranza
che in gaudio, che in pianto risolsi
che ancora risolvo se miro,
se tacito miro il tuo volto
intriso di lacrime buone.

***

E sono due mesi trascorsi
e adesso, sapessi, è un po’ strano
ma dolce trovare il divano,
le sedie, i mobili antichi
disposti con ordine nuovo,
con l’ordine dato da te:
la luce ristagna di aprichi
bagliori nel vecchio salone;
odorano i piatti in cucina
di uovo per qualche dolcetto;
l’estate è tornata, cedrina
si spande ai balconi per l’aria
e quasi ritorno bambino:
s’imbiancano di gelsomino
ancora le nostre ringhiere
e frullano due macroglosse
nell’ora in cui poggio il bicchiere
stupito: due nuvole rosse
si adagiano dentro l’azzurro
castani due soli mi invitano
e schiuse due labbra di rosa
per baci ch’io colgo commosso…
Si acquieta la sua lontananza?
Mi struggi mia gioia, mia ingenua speranza.

***

Con passo discreto sei entrata,
con passo di chi sa di entrare
nel mondo convulso da un male
trascorso che c’era, che c’è;
persino in città, dove piove
dal bianco di tutte le stanze
rimpianto e rimorso: distanze
acroniche prive di un dove…
In ordine gelido tutto:
le bianche pareti riempite
di quadri né nuovi né antichi,
ma vecchi; ceramiche, specchi,
divani tessuti di vuoti
perpetui, di argenti ossidati
bluastri e ramati tra nove
due cinque e ottocento;
vetrine affollate di cose
avite, di dubbia presenza,
tangibili segni di assenza
durevoli come le rose
nei vasi in ceramica bianca.
Tra tutto quel bianco si stanca
la vista, vorrebbe dormire…

Ma a un tratto, sorpresa, risuona
spandendosi dolce nel vano
di tutto il salone, lontano
l’accordo di musica e voce:
Veronica suona, veloce
adagia le dita sul piano:
nel bianco la bella persona
riluce; si inumida il ciglio;
più bianco di un giglio rimango
mirandola. Muto la lingua
io piango. Oh madre, che strazio
che tu non ci sia, né che spazio
né tempo ti portino qui:
vedresti commosso tuo figlio…

***

Al tenue fruscio delle foglie
ti ho aperto, mia gioia, le soglie
di casa, del cuore disfatto;
al verde trillare dei grilli
ridenti al crepuscolo e a sera
risponde una voce di vento
nel buio dall’aria serena:
sussurra che il nostro è un passaggio,
un viaggio brevissimo e scuro
il più delle volte; ma spero
– mi siano compagni quei rossi
allegri ragnetti da muro –
se sei primavera ritorna
com’essi alla mite stagione,
più d’essi ritornami, tornami in ogni stagione.

***

E sono trascorsi tre mesi
e versi le scrivo e regali
le dono e se avessi due ali
da te insieme a lei volerei
per farvi conoscere bene
perduto e presente mio bene…

Quest’oggi di nulla mi pento:
sa cose che tu non sapesti,
mi è come carezza di vento
negli attimi indocili e pesti;
e dir che la stimo mi è forse
più dire che un sole risorse
in me fin dal dodici maggio
trascorso, cruento, in cui via
sputando del sangue passasti
al loculo bianco in cui stai,
dal quale non vedi, non sai
se in musica dolce al passaggio
ritrovi Veronica, bella,
nel giro di un anno, del vuoto.

Non so che altro dirvi, mie care.
Non so come andrà, ma sussurro
speriamo al crepuscolo azzurro.

E questa, Ilїuccia, è Veronica,
eufonica e lieve. E quella
che giovane, bella e di neve
in foto tu vedi, è mia madre, Veruccia.

 

Andrea S. Castrovinci Zenna, nato a Palermo il 23/1/1988, è docente di Italiano e Latino nei licei. Il nome di mia madre è la sua prima raccolta poetica edita da Edizioni Ensemble nel dicembre 2017.

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