Variazioni bianche #2: Balena

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

«E mentre tutto il resto, o nave o animale, che entra nell’abisso spaventoso della bocca di questo mostro (la balena), è senz’altro perduto e inghiottito, il gozzo marino vi si rifugia con grande sicurezza e vi dorme.» Montaigne, Apologia di Raymond Sebond.
Questo è forse il più dolce delle decine e decine di esergo in capo a Moby Dick. Invece io delle balene originariamente so poco, prima che Melville ne faccia un fuoco d’ellisse del mio immaginario. Dico balena per non dire capodoglio, come sarebbe giusto e vero nel caso di Moby Dick. Lo dico per eccesso di generalizzazione. Lo dico perché Melville titola: Moby Dick, or The Whale.
Uno dei primi ricordi coscienti è quel Pinocchio frainteso, che invece di finire in bocca a uno squalo va in cerca di suo padre in fondo a una balena. Il secondo è Giona. “Tutto può entrare, niente può uscire”, vaticina sconsolato Geppetto contro ogni velleità di fuga. Il ricordo più vivido però è di una ragazza che spiavo per i suoi occhi scuri. «Qual è il tuo animale preferito?», chiesi tanto per parlare. E lei parlò della balena. Mi chiesi cosa volesse dire, come potesse lei. Avevo l’idea talmente errata da essere blasfema che la balena fosse un animale goffo.
Non so se la sua sacralità, assieme ctonia e marittima e celeste, sia venuta prima o durante aver letto Moby Dick. Ma dopo di lui si innesta la certezza che la balena provenga da un prima che è precedente agli dèi.
Questo angelo zitto, l’enorme mammifero dell’acqua, è protagonista anche di una fotografia meravigliosa che mi è capitata sotto gli occhi non più tardi di un paio di mesi fa: una barca, ripresa dall’alto, e sotto il pelo dell’acqua la sagoma scura e inconfondibile dalle pinne caudali orizzontali. La sagoma è dieci, quindici volte la barca, e io non sono brava con le stime. C’è una pace in quella fotografia, proprio perché un solo movimento di quel colosso e accadrebbe una devastazione.
Queste scivolose divinità hanno anche un canto. Si trova online, ascoltarlo è mirabile. Non so che suono faccia il rombo di un pianeta che gira su se stesso, ma un giorno ho dovuto misurare la pressione alla mia migliore amica e lo sfigmomanometro mi ha restituito il suo cuore. Il fischio della balena possiede un mistero simile.
La mia lista di cose da fare prima di morire prevede avvistare il loro soffio da una barca. Saremo tutti turisti all’avvistamento, ma con una certa coscienza interiore, e avremo letto tutti Moby Dick. Avremo un certo senso del glorioso.
Mi immagino malvestita e sporca di salsedine mentre saluto con il berretto in mano l’immergersi di una coda, in uno spruzzo bianco.

© Giovanna Amato

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