#Festlet 2018 #3: Un libro, l’universo e tutto quanto

 

Francesco Abate e Michela Murgia

 

Preso il microfono, Michela Murgia racconta l’inizio di un’amicizia che ha saltato tutti i convenevoli; perplessa dall’interesse di Francesco Abate nei suoi confronti, ne ha chiesto ragione davanti a una pizza, e lui ha risposto: ho avuto un trapianto, ho imparato a non avere tempo, ti voglio bene adesso.
Abate racconta: “tutto quello che ci avevano detto sul trapianto e la rianimazione non corrispondeva alla realtà, quindi abbiamo deciso di creare un’associazione per chi aveva vissuto lo stesso linguaggio della malattia. Un’associazione che prevedesse gite, perché chi si sradica per curarsi spesso perde il contatto con i suoi luoghi”.
È da questo sfondo che nasce Torpedone trapiantati (Einaudi), un intreccio di storie tra persone legate dalla notizia della malattia cronica, della possibile fine. Forse nient’altro le lega, oltre a questo on the road che dà sollievo al perenne rattoppo, tra karaoke e attacchi di fame da cortisone. Michela Murgia ne chiarisce lo stile: «Abate ha un registro che riesce a far contemporaneamente piangere e ridere, nella stessa frase; a me la gente che piange non ride mai». Molto di quello che Abate dice ci turba, per quanto affermi: «il mio scopo è di farvi ridere altri dieci anni». Racconta che con Severino Cesari, l’uomo che l’ha voluto in Einaudi e che era in dialisi, hanno fatto editing con i cellulari riservati all’ospedale accanto ai fogli. Immagino quella scrivania, il cortocircuito di vita, speranza, paura e narrazione. Racconta le richieste di liberatoria ai parenti della donna che gli ha donato il fegato, tentennante all’idea di invadere un dolore ma bisognoso di inserire il nome di Cinzia nel romanzo. Penso al cortocircuito ancora più vasto di chi, morendo, sopravvive in un libro e in un corpo altrui.
Proviamo una specie di urgenza, mentre lacrimiamo tra sconosciuti. Quanto sarebbe fastidioso se vi dicessi che ci siamo commossi, e retorico. Somiglia più alla vicinanza a un filo elettrico nudo, perché la letteratura si lega non solo alla vita, ma anche alla minaccia della mortalità – come se, dicendo questo, io non stessi dicendo la stessa cosa.
Al contrario Matt Haig, che ci parla di un uomo che invecchia lentamente (Come fermare il tempo, edizioni e/o). Possiamo pensare, entrando nel suo laboratorio, a come raccontare i progressi della scienza nei cinquecento anni in cui è ambientato il romanzo, i cambiamenti della società; ma io, tutta persa in questa riflessione sulla collisione tra letteratura e vita, non riesco a smettere di fare una giravolta di pensiero. Una biografia sulla non mortalità: cosa mette in moto? Ascolto le parole di Haig: solitudine e legami sono le due parole perno. Un lungo affresco storico marciato dalle suole di un unico personaggio è spunto per una riflessione: “vorrei avere l’immortalità a patto di essere accompagnato dagli altri”. La storia di una lunga identità diventa il mosaico di identità diverse accumulate per disperdere le tracce del proprio segreto, fino a quella paradossale di docente di storia, narratore di eventi che si finge di non aver vissuto.
L’ultimo cortocircuito tra letteratura e vita di questa passata giornata di Festlet è la presentazione di La corsara (Neri Pozza), ritratto di Natalia Ginzburg per la penna di Sandra Petrignani. Ha gesti svegli, la Petrignani. Cambia gli occhiali, cerca l’agenda, prepara il microfono. Ha gesti svegli che somigliano alla sua scrittura, scorrevole ma estremamente precisa. A proposito di La corsara Masolino D’Amico, che la intervista, parla di esplorazione, e di una documentazione basata non solo sui documenti ma sul corpo fisico che va a guardare i luoghi. Petrignani racconta della curiosità per la vita di chi scrive, e della rifrazione che ha la vita altrui con la propria. Non posso non pensare a La scrittrice abita qui.
Il libro ha delle venature di autobiografia. Come nell’incontro con Natalia Ginzburg, raccontato all’inizio, che è la ferita di un manoscritto rifiutato, inizio tellurico di un rapporto fatto di intensa stima reciproca. Natalia Ginzburg è sincera e a volte brusca, ha sentimenti acuti e una professionalità severa, a volte si appisola durante le conversazioni. Il luogo più importante del libro, sostiene D’Amico, è la strada che la Ginzburg ha percorso a partire dalla sua famiglia, la ricerca, il suo essere, dice Petrignani, “sola in un mondo di adulti mondani”. Impossibile non citare Lessico famigliare, con un altro cortocircuito di letteratura e vita, o meglio tra letteratura e storia. Perché non si può prescindere dal fatto che ritrarre Natalia Ginzburg vuol dire fare uno spaccato ben più ampio, dalle cospirazioni antifasciste alle realtà editoriali che hanno segnato il nostro Paese. Sfilano le cene con Morante, Garboli, Pasolini. Si parla di Pavese, che Leone Ginzburg non giudicò mai per la scelta di ripararsi dalla bufera della Storia.
L’incontro si accende quando si parla di Leone Ginzburg, come se facesse monade. Si racconta dell’uomo, della tenerezza. Cito a memoria, sbagliando: quando lei aveva dubbi sul suo innamoramento (“mi pettino e mi spettino”), lui rispondeva «rispetto troppo i tuoi sentimenti, figuriamoci quelli non nati». O le sue ultime indicazioni prima di morire: scrivere perché è il suo destino, lavorare perché non c’è più lui a farlo, essere utile agli altri.

© Giovanna Amato

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