anticipazioni

Anteprima: Viviana Scarinci, Annina tragicomica

Viviana Scarinci, Annina tragicomica. Prefazione di Anna Maria Curci, Formebrevi Edizioni
Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922 Pagine: 90; € 11.

La tragicommedia è un tipo di componimento nel quale a vicende gravi e dolorose proprie della tragedia fanno da contrasto a spunti e procedimenti propri della commedia. Tale mescolanza genera spesso dei risultati sorprendenti sia dal punto di vista narrativo che da quello linguistico. Si inquadra in questa modalità Annina tragicomica, terzo libro di poesia di Viviana Scarinci, autrice tanto poliedrica quanto anticonvenzionale. Nella poesia contenuta in questo suo ultimo libro, Scarinci vede una sorta di rivendicazione sui generis “la poesia può rivendicare il diritto di ognuno ad ascoltare parole diverse da quelle che si aspetta”. In questa tragicommedia che si situa tra prosa e poesia, Anna è l’altra da sé, in ogni caso un’identità femminile “in febbrile attesa di tutte le parole che non sono state ancora pensate” per definirla. “Parole che vengono dal basso, dall’esperienza che di primo acchito è sempre muta, piuttosto che dall’alto, di uno scopo o da un sapere che sa già il fatto suo perché codificato in modo ineludibile» scrive Scarinci nella postfazione. Come afferma Anna Maria Curci nell’introduzione a questo libro: «Annina si oppone alla rinuncia e al soffocamento, alla menzogna travestita con gale e merletti, al trafugare, per distruggerli, i reperti. Sta, imperterrita eppure consapevole del rischio fatale, “molto vicino al bordo”, fruga, un po’ Antigone e pur sempre Anna (sorella Anna?) tra “queste alture brulle” e intanto pensa “dovrebbe cercare tra il cocciopesto, i destinatari di questa maledizione”. Possiede, la sua ricerca, un fondo e un fondamento prezioso, trascurato da molti: “Fremono gli oggetti spiati, sotto l’universo che li ignora.” e, aggiungo io, se la ridono di qualsiasi catalogazione, ché etichettarli come “versi” o “prosa”, come argomenta Viviana Scarinci nella sua Postfazione, è anch’essa manovra fuorviante». Quelli di Scarinci sono versi che denunciando il loro continuo legame con la prosa e con la componente saggistica che ha sempre contraddistinto la scrittura di questa autrice, raccontano da capo più di una vecchia storia ma cercando parole nuove per dirla.

***

da Bambole e bambine. Prima parte

20.
La stroncatura aggiunge una differita ai semi del melo che germogliano complici della clemenza di altri allacciamenti. Nascono abiti dagli orli vivi per Eve esposte a un nuovissimo malaffare. E anche queste cercano il loro precariato a partire da un niente, da un dolore da nulla per mangiarsi adagio e dal principio la mela, a fettine sottili.
28
Todos los gestos de mi corpo quest’uomo possiede ed essendo riproducibile qui solo parte dei miei piedi sbiechi, in questo specifico caso sarebbe la mia persona quando si apre come un fiore a rivelare la soglia che non ha caduta avendo fondo rosaceo perché fermo dove sono.
30
Madura e reclusa, pequenina, calada, indifferente. Esterno città a solo un passo. Provare la parte, saperla: calata da altre mani, come carta da gioco su un tappeto di cardi mariani, abbandonato il capo che è possibile immaginarti nell’istruzione di stare ferma.

*

da Annina tragicomica. Seconda parte

4
All’inizio succedute cose erano timidi progressi, fattezze pronte e contigue a disserrare la stessa agonia, io – noi, non che osassimo sfiati descrittivi a divaricarne il glossario ma contare avremmo dovuto, patire racconti nel numero dato anziché collezionare garze, guanciali che il battiloro riduceva spessi il micron dell’ennesima defezione, contigui l’altra durata dei giorni, liminari il loro ammanto di battigia non combaciata.
11
Annina sapeva ciò che si doveva fare: non svagarsi con lo sversamento di qualche liquidità, dibattere con l’apparente assenza di avvenimenti, rivendicare con tutt’altro dalle parole. Ma improvvisamente accadde che le cose bruciate dall’incendio e quelle che smisero di funzionare, persero anche la sventura del deperimento e sopraggiunse il problema di doverle smaltire.

***

L’AUTRICE
Viviana Scarinci (1973) Vince nel 1995 il Premio Grinzane Cavour, per la sezione Scrivere i Colori. È due volte vincitrice del Premio Lorenzo Montano (nel 2014 sez. raccolta inedita e nel 2016 sez. una poesia inedita). È autrice di poesia con La favola di Lilith (ARK Records, 2013) e Piccole estensioni (Anterem, 2014). Curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte di Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Per la saggistica è autrice di un ebook monografico su Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Suoi testi sono presenti in numerose antologie. Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, Leggendaria, Doppiozero, Il Segnale, L’Ulisse. Si occupa del fondo librario di poesia di Morlupo. È co-redattrice di Formebrevi Edizioni. Gestisce il Centro Culturale Libellula.

COPERTINA
La copertina di Annina tragicomica è di Klaudia Ka. Nata nel 1984 a Varsavia, dove vive e lavora, oltre che di pittura, si occupa anche di graphic designer. I suoi quadri si trovano in collezioni private in Polonia, Regno Unito, Belgio, Germania, Italia, Macedonia, Canada e Stati Uniti. Il suo sito web è: http://klaudiaka.art.pl

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Esce oggi In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta) di Alessandro Brusa, la nuova raccolta di poesie del poeta bolognese. Propongo le prime tre poesie della raccolta (tratte dalla prima sessione, Il vento che insegue veloce) e alcuni passaggi dalla prefazione, che ho avuto il piacere di scrivere.
Ma prima di lasciarvi alla lettura mi preme fare due ulteriori considerazioni che non hanno trovato luogo nella prefazione. La prima considerazione è semplice: questa nuova raccolta chiude un ciclo, come dice Brusa stesso, e lascia già intravedere una nuova fase, diversa, della sua scrittura. Lo scarto con Il cobra e la farfalla prima, e con La raccolta del sale poi, è evidente poiché è chiaro che si è chiusa la fase di formazione della scrittura, mentre si è trovato il proprio segno. La seconda considerazione invece è di Marco Simonelli, che firma la postfazione, e per questo non poteva figurare nella mia prefazione. Simonelli fa subito notare che chi decide di abitare un corpo «accetta di viverlo anche in punta, vale a dire nei suoi aspetti più aguzzi e pungenti», e molto probabilmente questa poesia «nasce da un graffio, una puntura della realtà che scalfisce l’epidermide e provoca una ferita». E a dircelo, fa notare sempre Simonelli, è la poesia stessa («più Nemesi che Musa») che si pronuncia nel primo componimento. Come un poeta classico, Brusa cerca un «contatto diretto con il lettore» attraverso la poesia e il suo codice, che è codice del corpo. (fm)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone Editore, 2017

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D’uso io annuso l’aria che tira

: perché ho memoria

perché ricordo ogni emozione
.    che porti

perché scandaglio la storia
.    ed ogni tua percezione
e scatto come grilletto
.    cercando lo scontro
o cercando la fuga

.

non sono nata
.    per le cose del mondo
ma per giudicare l’ingiusto
ed il peso con cui ti stira le membra

perché sono l’emozione grezza
.    che non capirai mai
ed è per me che avrai
.    salva la vita.

.

*

Del corpo non
.    ho ragione
e del fiato corto o
.    del pelo
che cresce a dispetto

ho cercato il mio viso
per nominare la curva
.    delle spalle
e una scusa per
.    l’inclinazione del naso
o l’arco che tiene
.    l’occhio sinistro come
.    quello di mio padre

ho consumato il tempo
nella distanza di un corpo
.    che chiedeva compassione

perché appartengo alle ossa
che conoscono parola. (altro…)

Michela Zanarella, Le parole accanto

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Segnaliamo e sosteniamo questo nuovo progetto di Interno Poesia

Il progetto completo è visionabile seguendo questo link:
https://www.produzionidalbasso.com/project/le-parole-accanto

COMUNICATO STAMPA

AL VIA IL NUOVO PROGETTO DI CROWDFUNDING DI INTERNO POESIA

Al via da lunedì 23 gennaio il nuovo progetto di crowdfunding  di Interno Poesia per la prevendita della raccolta di poesie Le parole accanto di Michela Zanarella (prefazione di Dante Maffia). Scopo della campagna, organizzata in collaborazione con Produzioni dal Basso, la prima piattaforma italiana di crowdfunding, fondata nel 2005 (tra le prime in Europa), è coinvolgere e rendere protagonisti lettori e scrittori in un processo partecipativo che prevede la prenotazione di una o più copie del libro e l’ottenimento di altre ricompense, tra cui l’inserimento del proprio nome in una pagina del libro dedicata ai Lettori sostenitori del progetto.

C’è tempo fino a giovedì 23 febbraio per sostenere il progetto Le parole accanto, la nuova importante raccolta di Michela Zanarella, autrice padovana da anni residente a Roma, che, come afferma nella postfazione Antonino Caponnetto, con questo libro “si avventura, con le parole al suo fianco, in un viaggio vitale e necessario nelle dense e oscure profondità di sé e delle proprie origini”.

Il libro

Dalla prefazione di Dante Maffia: “Michela Zanarella è ormai scrittrice affermata e conosciuta, una che la poesia la scrive e la legge con attenzione e con passione e che sa coniugare la propria biografia con le accensioni che le vengono dagli altri, con atti di agnizione che sono la fermezza della sua lealtà innanzi tutto con se stessa e poi con il mondo.
Le parole accanto è un libro la cui scrittura è sapiente e pacata e riesce a cogliere sfumature essenziali capaci di illuminare aspetti reconditi della realtà e della psiche. Si avverte che l’esperienza personale, anche all’interno degli affetti più intimi, ha lasciato tracce indelebili che tornano a dettare ombre, eppure non troviamo il minimo di recriminazione, non troviamo anatemi. La poetessa ha assorbito tristezze e dolori e ne ha fatto parole di poesia con un semplicità che, come vado sostenendo da decenni, è il solo mezzo per riuscire ad ottenere della vera poesia, quella che rinnova la sostanza della realtà e perfino della verità”.

Vengo a respirare

Vengo a respirare
dai tuoi confini lontani
e ci trovo tutto l’amore che non ho mai capito
io che ti ho sentito madre troppo tardi
terra impastata nella nebbia
fatta di cielo mai limpido e in lotta con il tempo.
Poso lo sguardo dove si ferma anche il vento
nella semina che sa di grano ormai maturo
e chiudo nel cuore quel colore
che ha l’odore del pane e delle stanze di casa.
Ti sento radice che indossa le mie vene
meta che ho lasciato troppo presto
sperando di trovare altrove
il senso del mio canto.
E intanto
vado con la mente dove il fiume si sveglia
in quel silenzio che cammina tra i campi
fino a sera.
E resto tra le distanze a cercare quel poco sole
sempre incerto
che mi ricorda che un giorno farò ritorno
tra i fili d’erba e le strade di polvere
dove sono stata bambina.

(altro…)

Anna Salvini, Calma apparente

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Segnaliamo e sosteniamo il nuovo progetto di Interno Poesia

Presentazione del progetto

Interno Poesia è lieta di annunciare l’avvio di un nuovo progetto di crowdfunding per la prevendita dell’opera Calma apparente di Anna Salvini (prefazione di Gianni Montieri). Scopo della campagna, organizzata in collaborazione con Produzioni dal Basso, è coinvolgere e rendere protagonisti lettori e scrittori in un processo partecipativo che prevede la prenotazione di una o più copie del libro in corso di edizione.

Invito alla lettura

 

Dalla prefazione di Gianni Montieri

Per scrivere poesia, ma per scrivere in generale, bisogna saper andare dentro le cose, sotto le cose, saper guardare il tappeto, il retro del tappeto e quello che c’è sotto il tappeto. Quello che ci abbiamo nascosto noi e quello che altri hanno lasciato. L’azione che mi viene in mente è quella di scavare la terra a mani nude, per sporcarsele, naturalmente, ma anche per portare in superficie. Anna Salvini con Calma apparente fa innanzitutto questo: scava. Salvini, però, ed è per questo che scrive poesie, restituisce al lettore l’idea di aver scavato, mostra la profondità dell’aver toccato la terra ma non ha bisogno di indicare dove, come e perché lo abbia fatto. Salvini lascia spazio alle nostre sensazioni: leggiamo lei e troviamo qualcosa di quello che è capitato a noi.

Calma apparente è il primo libro di Anna Salvini ma faccio fatica a considerarla un’opera prima, queste poesie vengono da molto lontano. E da molto lontano scrive Salvini, da Vigevano dove è nata e vive, e poi da un tempo molto lungo e distante che è quello da cui si formano i testi che compongono le tre sezioni della raccolta: “Visioni”, “Casa” e “Le sette meraviglie”…

*

La parola amore
Nella parola amore
ci sta tutto, ingloba per assonanza
e rima, ne fa un corpo unico, un unico
desiderio e tutto il pianeta passa da qui;
come pensare a un orlo mentre mi sei abito
all’asola quando apri ogni mio pensiero al giorno
come pensare a due quando tutto riporta ad uno:
i volti nella penombra della sera, confusi agli occhi
i nasi ad incastro, le bocche una sull’altra, le stesse
vocali, pensare d’essere, uno nell’altro, il gesto atteso
come mantenere l’equilibrio quando anche le domande
che chiudono ogni sera, non hanno mai la stessa risposta.

 

 

Miracoli
Ti lascio abitare ogni angolo
della casa, far parte
di un quadro, scegliere
il film

il vaso dei fiori però
riempilo
ogni volta che puoi

l’odore sugli abiti lo tengo
stretto, lo stomaco anche
quando siedi con me
sul divano

sono piccoli miracoli le isole
che fa la vita, questo adagiarsi
di polvere e sole
che veste gli spazi, impregna
ogni singola fibra
ma non ci contiene del tutto

e non dico di te
perché sei solo tu
soltanto
la radice
che lega le lingue
tu solo conosci il nome
di tutte le stanze, il ritrarsi
del lago quando fa notte

io faccio
come se niente fosse

come la pioggia
del mio starti accanto.

*

Leggi il seguito e sostieni il progetto su Produzioni dal basso

Anticipazione: Paolo Castronuovo, LABIALI

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Non parlerò del sud, e delle friselle da salvare
degli operai che urlano e fanno straordinari
per non stare a casa con figli e mogli isteriche
vorrei questo sud ardesse di più con le polveri e i petroli
che togliesse la maschera stupida che indossa
in questa disperata ossessione di rivalorizzare il territorio

io sono per la distruzione, per lo sfacelo delle cose
il degradarsi di una rupe che segue il suo percorso
la lapide spaccata dalle rose posate
la slavina di sperma tra le gambe
quando è ormai troppo tardi
e la poesia è appena stata fecondata.

.

La giusta ipocrisia
due sorsi di passeggiata prima di portarti in camera
legarti al mio desiderio di scrivere in versi la carne
senza estrarmi dal respiro
Il poeta è l’inspirazione polmonare sputata d’un fiato
un flusso orizzontale espanso
non ha gradini come lo scrittore
il poeta non è verticale
è sempre sul letto di morte
in sudari di fogli e cateteri di penne
assume la chimica pur odiando la matematica
non ha religione o credo politico, ha solo occhi
canne da pesca lunghe
che attraggono l’illuminazione necessaria da qualsiasi abisso
e tu in una foto nel portafoglio
sbiadisci a ogni seduta.

.

(altro…)

“West and East”: entrando nella poesia di Vita Sackville-West

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di Stefano Rozzoni

“Tradizionalista”, “amante del giardinaggio”, “aristocratica snob”: sono alcuni degli appellativi più comuni attribuiti alla poetessa inglese Vita Sackville-West (1892-1962) in un inquadramento critico tanto diffuso quanto superficiale.
Vivere e scrivere nei primi decenni del Novecento inglese significa doversi confrontare con illustri nomi della letteratura, da T.S. Eliot a W.H. Auden, da Virginia Woolf a James Joyce, nonché affacciarsi al rischio di vedere le proprie poesie relegate all’oblio delle “opere minori”, subissate dalle grandi sperimentazioni letterarie novecentesche.
Ma per chi, come Vita Sackville-West, si occupava di “piccoli piaceri che emendano grandi tragedie”[1] con un tono sommesso – e certamente meno progressista rispetto alle avanguardie di inizio secolo – qual è la via da percorrere per rivendicare un giusto posto tra i cantori della propria epoca?
A questo scopo può essere utile informare il lettore italiano, per il quale la “signora del giardino” risulta assai meno familiare che in patria, che Vita Sackville-West fu insignita di alcuni tra i più importanti riconoscimenti poetici nazionali per le sue opere dai richiami pastorali. Fu inoltre a un passo dall’essere nominata Poet Laureate, e proprio lei che “voleva essere ricordata come poetessa”, fu uno dei romanzieri di maggior successo (anche internazionale) degli anni Trenta e Quaranta, tenendo testa ad alcuni best-seller pubblicati dell’amica intima Virginia Woolf, della cui stima aveva sempre potuto godere.
Al di là del grande appeal critico e commerciale che la vide protagonista negli anni tra le due Guerre, Vita emerge nel contesto letterario inglese come un vero e proprio caso letterario, una penna inconfondibile per il lessico ricercato e inconsueto, per l’amore verso uno stile arcaico (ma con rivisitazioni tutt’altro che stantie) e per immaginari idilliaci capaci di fondere gli aspetti più romantici della campagna inglese col fascino per l’esotico esercitato allora dal Medio Oriente, un’area su cui l’Inghilterra vantava al tempo una sempre maggiore ingerenza politica.
Moglie dell’ambasciatore Harold Nicolson (1886–1968), Sackville-West ebbe la possibilità di viaggiare in terre lontane e affascinanti, con lo sguardo privilegiato di donna, aristocratica e avventuriera in grado di riportare in patria ambientazioni singolari, non private di uno sguardo inconsapevolmente “orientalista”.
Poems of West and East (1917) è una raccolta giovanile, poco nota e inedita al pubblico italiano. (altro…)

Fedro, “Favole”: nella nuova traduzione di Lorenzo Montanari

di Lorenzo Montanari

Fedro, Favole, (a cura di P. Corradini, nella nuova traduzione di Lorenzo Montanari), Rusconi, 2016

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II.4 – Aquila, feles, et aper.

Aquila in sublimi quercu nidum fecerat;
Feles cavernam nancta in media pepererat;
Sus nemoris cultrix fetum ad imam posuerat.
Tum fortuitum feles contubernium
Fraude et scelesta sic evertit malitia.
Ad nidum scandit volucris: Pernicies ait
Tibi paratur, forsan et miserae mihi;
Nam fodere terram quod vides cotidie
Aprum insidiosum, quercum vult evertere,
Ut nostram in plano facile progeniem opprimat.
Terrore offuso et perturbatis sensibus
Derepit ad cubile setosae suis:
Magno inquit in periclo sunt nati tui;
Nam, simul exieris pastum cum tenero grege,
Aquila est parata rapere porcellos tibi.
Hunc quoque timore postquam complevit locum,
Dolosa tuto condidit sese cavo.
Inde evagata noctu suspenso pede,
Ubi esca se replevit et prolem suam,
Pavorem simulans prospicit toto die.
Ruinam metuens aquila ramis desidet;
Aper rapinam vitans non prodit foras.
Quid multa? Inedia sunt consumpti cum suis
Felisque catulis largam praebuerunt dapem.
Quantum homo bilinguis saepe concinnet mali,
Documentum habere stulta credulitas potest.

 

II,4 – L’aquila, la gatta e la cinghiala:

Un’aquila aveva fatto il nido sui rami più alti di una quercia. Una gatta aveva trovato un buco a metà del tronco dell’albero e lì aveva partorito. Invece, una cinghiala, amica dei boschi, aveva messo al riparo i suoi cuccioli alla base. La gatta, con l’inganno e con diabolica perfidia, riuscì a danneggiare quel condominio nato per puro caso. Dapprima salì al nido dell’aquila e le disse: “Una disgrazia sta per abbattersi su di te e anche su di me, poveretta. Non lo vedi? La cinghiala è pericolosa: continua ogni giorno a scavare alla base dell’albero, perché vuole abbatterla, questa quercia! Noi e i nostri figli cadremo giù e lei ci ucciderà!”. Queste parole seminarono il panico nell’aquila, che rimase profondamente turbata. La gatta, poi, si intrufolò giù, nella tana della cinghiala, tutta setole, alla quale soffiò: “I tuoi figli sono in grave pericolo! Infatti, non appena sarai uscita coi tuoi compari a cercar cibo, l’aquila sarà bella pronta a portarti via i tuoi porcellini”. Le parole della gatta, che nel frattempo se ne era rientrata tutta tranquilla nel suo rifugio, gettarono il terrore anche nella tana della cinghiala. Una notte, la gatta uscì in punta di piedi e procurò il cibo per sé e per i suoi micetti; il giorno successivo, fingendosi impaurita, stette alla finestra a guardare l’evolversi dei fatti. Temendo di finire sbranata, l’aquila rimase ferma sui rami; la cinghiala, temendo che i suoi porcellini le fossero portati via, non si azzardò ad uscire dalla tana. C’è bisogno di molte parole? No: l’aquila e la cinghiala finirono per morire entrambe di fame, e così i loro figli, e furono un ottimo pasto per i piccoli gattini. Ecco un esempio chiaro che ci insegna quanto male può procurare un uomo doppio, che semina falsità, a degli sciocchi creduloni.

(altro…)

Trevigliopoesia, sabato 3 dicembre: Antonio Riccardi legge “Il profitto domestico”

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Torna Trevigliopoesia, il 3 dicembre, con un appuntamento prezioso, l’incontro con Antonio Riccardi, poeta, scrittore, critico letterario e già direttore letterario di Mondadori.
Alle ore 18.00 presso la Sala Lodi della Biblioteca di Treviglio (Bg), in dialogo con Corrado Benigni e Stefano Pini, Riccardi leggerà dal suo “Il profitto domestico”, edito da Mondadori nel 1996 e ripubblicato da IlSaggiatore nel 2016.

Ecco tre poesie tratte dal libro:

In questo mattino d’aria
qui dove l’orlo è l’erba
felice, m’impronta
il salario di una colpa.
Ho così poco, papà
in pena l’offerta e il carico
che vedi. La mia stagione
è il corpo intero del fogliame
lo scrupolo della terra
cominciata al nuovo dal fondo.

Questa veglia interna è una moneta.
Scaviamo il merito dalle cose
per averne statuto e tranquillità.

Eppure alcuni chiedono conto ancora
di negligenze e profitto
e ancora come si deve ho fiducia
nella loro disciplina di amici.

Eppure la nostra morte ci trapassa
portando ragione e abbandono
in valore.
Questa veglia interna è la moneta.

Fissato un quartiere d’inverno
a pochi gradi dal polo
nei giorni della mietitura
abbiamo disposto le nostre cose
sotto la tenda come
in un’altra casa
venendo la natura e le cose
in altra natura.
Viveri, monete, armi di sambuco…
sulle radici del ciliegio
abbiamo costruito una casa
per gioco e per vita nuova.

 

Anticipazioni: Enrico De Lea, La furia refurtiva

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Anticipazioni

Enrico De Lea, La furia refurtiva, Vydia Editore 2016

Quale voce avrebbero le pietre se riuscissimo a divinarne i suoni? La risposta che mi appare più corposa e, con un tratto originale, inaspettatamente melodiosa, mi giunge dalla poesia di Enrico De Lea. Non da oggi, s’intende, bensì dalle prime sue pubblicazioni, in particolare con Ruderi del Tauro (L’arcolaio 2009). In quel volume troviamo già gli elementi costitutivi e, in componimenti quali (presto accade), il manifesto poetico di De Lea: «Poiché non sanno/ l’enigma del puro proferire,/ del suo freddo sentire/ di quell’anno, presto accade/ che l’arma del suo amare/ s’arrenda, covi/ ben due serpi di stile, in processione/ luci dell’oscurato, da torrette.» Con La furia refurtiva, tuttavia, raccolta (di cui è prossima la presentazione) che racchiude e schiude più raggruppamenti (La serpe di Laconia, Pause e licenze, Cinque sequele) sembra davvero di percorrere quaderni fitti di note per strumenti e voce, nei quali si dispiega, compatto come roccia e mobile come corso d’acqua, l’universo della scrittura di De Lea. Se le acque respirano e si confessano, sgorgano improvvise e si rivelano da vene sotterranee, i greti prosciugati mandano in avanscoperta richiami sonori, perché ricerchino chi ne sappia scoprire le concatenazioni. Le ottave di Suono del vento primo (anch’esse, come Respiro e confitemi delle acque, tra le Cinque sequele) sono prova del lavoro, ampio e preciso, del poeta sulla forma. Esse infatti coniugano la rima, prevalentemente alternata a esclusione del distico finale, sempre a rima baciata – con metri diversi – l’endecasillabo di «Porto le brocche per un suono d’acqua», il dodecasillabo come doppio senario, oppure come quinario più settenario o, ancora, il doppio settenario di «con tutta la vittoria della visione varia». (altro…)

«Visioni sonanti»: intervista a Patrizia Mattioli

L’incontro con Patrizia è avvenuto nel 2015 nell’ambito di Electro Camp, Festival di arti performative che ha luogo da alcuni anni a Forte Marghera, Venezia-Mestre. Iniziava lì uno scambio forse timido ma proficuo, di letture, visioni del mondo, uno scambio che è soprattutto musicale. Mentre il mio orecchio era teso e i miei occhi erano pronti a scoprire novità e a farle proprie (o a riscoprire quello che, nel profondo, mi appartiene da sempre) il suo live con la danzatrice Marta Ciappina mi catturava, mi ammaliava. Restavo folgorata dal lavoro di Patrizia pur sentendo di non avere tutti gli strumenti per comprenderlo; la stessa cosa accadeva lo scorso gennaio a Venezia, in occasione del sesto compleanno della netlabel veneziana electronigirls: il suo live concert (che si può riascoltare qui) diventava un’esperienza di ascolto che ripeterò spesso, in seguito. Da questi ricordi affettivi e molto personali nasce la chiacchierata informale che leggiamo oggi, alla scoperta di un mondo plurimo che − proprio per la sua complessità − merita tempo e attenzione.

Alessandra Trevisan

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Da molti anni ti occupi di musica elettronica “di ricerca” e di elettroacustica ma la tua storia musicale inizia altrove. Voglio chiederti come tu sia approdata a questo ambito e di definire – in modo più appropriato di quanto possa fare io – quale sia il tuo lavoro oggi. Inoltre, non te l’ho mai chiesto ma trovo sia d’obbligo: quando è maturata questa scelta di lavorare con la musica elettronica, in quali termini si è declinata all’inizio e quali sono stati i tuoi principali punti di riferimento da subito nel tuo percorso?

La mia storia inizia dal Conservatorio di musica “Arrigo Boito” di Parma con il corso di clarinetto e il conseguimento del diploma nel 1993. In quel periodo ho iniziato a frequentare, come polistrumentista, gruppi di avanguardia musicale quali  T.A.C., Kinoglaz, Kind of Cthulhu. Sono approdata così in diversi generi musicali passando dalla musica classica, contemporanea al post industrial, al dark, eccetera. Ho iniziato ad improvvisare con qualsiasi tipo di strumentazione, synth, percussioni, gong, drum machine, clarinetti.
La possibilità di ampliare i miei orizzonti con i musicisti più svariati mi ha permesso di arrivare finalmente alla composizione. L’incontro con il teatro Lenz Rifrazioni è stato fondamentale.
Ho intrapreso un viaggio di ricerca sonora lavorando a stretto contatto con attori, registi, artisti drammaturghi, poeti. Musica per la scena scritta e suonata dal vivo. La ricerca della drammaturgia sonora.
Il percorso compositivo all’interno della compagnia è durato 8 anni, la sperimentazione timbrica si è evoluta passando dalla strumentazione classica fino all’analogico, synth, campionatori, registrazioni, concept sound di paesaggi sonori per installazioni con artisti visivi. Dopo questi anni intensi di lavoro ho deciso di intraprendere un periodo sabbatico fuori dal teatro e fondamentalmente fuori dall’Italia.

Nell’estate del 97 sono partita per Londra per esplorare me stessa e ricercare una nuova maturità artistica. L’anno londinese mi ha portato a nuove partiture, sperimentazioni con suoni urbani, musiche per cortometraggi. A Londra è nata Dance for a Tube Station, partitura per violino e paesaggi sonori ed elettronica (soundscape metropolitana londinese). Il violinista ha una notazione complessa, un concertato di linee della tube station e notazione per arco. La partitura è stata eseguita a Londra e a Monaco dal violinista Adriano Engelbrecht. In seguito The Tower of Babel Partitura per quattro lingue d’attore ed elettronica importante composizione che delineerà la mia  ricerca stilistica.
The Tower ha una strumentazione analogica – campionatori, drum machine, microfoni, pedali, effetti: le quattro voci dialogano con sonorità impazzite nella caduta della torre
La composizione vince il concorso all‘Ircam di Parigi (Institut de Recherche et Coordination  Acoustique/Musique). Ho la possibilità di studiare a Parigi per uno stage intensivo di informatica musicale all’Ircam. Da questo periodo ricco di stimoli decido di lavorare assiduamente alla musica elettronica dialogando tra analogico e digitale. Johanna M. Beyer, Alice Shields, John Cage, Luigi Nono, Erik Satie, Karlheinz Stockausen, Daphne Oram, Giacinto Scelsi, Kraftwerk, Pierre Schaeffer, Cluster, Xenakis sono stati i miei punti di riferimento del mio percorso.

Il tuo lavoro si è sviluppato in ambiti diversi e senza dubbio affini: il rapporto con il teatro e con la danza – con il corpo e la scena, forse – è pregnante nella tua pratica. In che modo la tua musica interagisce con queste forme artistiche? Potresti introdurci almeno due progetti recenti, nei rispettivi ambiti, cui hai partecipato o stai partecipando?

Il mio lavoro, negli anni, ha approfondito il rapporto con il corpo in scena. Gli ultimi progetti sono stati molto importanti: Digitale Purpurea è un live concert-spettacolo con la compagnia Stalker/Daniele Albanese. Le musiche per questo spettacolo di danza sono un vero live electronics con i danzatori che accompagnano, intercettano, scuotono ritmicamente i corpi in una vibrazione ritmica inarrestabile. Il secondo spettacolo è stato “AKASMIK – IMPROVVISO Dance Poetry Music” dedicato al poeta Roberto Sanesi: Bharatanatyam e Danza Contemporanea: Nuria Sala – Musica voce and Live Electronics: Patrizia Mattioli – Tabla Percussioni Elettronica Voce: Federico Sanesi – Poesie di Roberto Sanesi.

Improvvisare è come andare in “estasi” (letteralmente stupirsi, astrarsi dalle cose del mondo) è entrare cioè in quel particolare “stato modificato di coscienza”, attraverso il quale è possibile instaurare uno straordinario contatto con il corpo, lo strumento, la parola e la musica creata.

Il progetto “Akasmik-Improvviso” compone ed elabora dialogando a tre, la combinazione è tra movimento, flusso poetico e musica. Parola – Suono – Gesto – Visione. La raffinata e profonda poesia di Roberto Sanesi amplia lo spettro sonoro nel nostro trio, suggerendo molteplici interpretazioni possibili. Akasmik è “Improvviso”, stupore, scintilla, cogliere la visione dell’attimo. Entrare cioè in quel particolare “stato di coscienza”, attraverso il quale è possibile instaurare uno straordinario contatto con il corpo, lo strumento e la musica creata. In questa magica dimensione, ogni nota, ogni accordo, ogni suono, ogni movimento diventa meravigliosamente bello e carico di significato. Conoscersi e conoscere attraverso l’azione: danza, poesia e musica; oltre barriere di spazio e tempo, in cerca di accordi d’anima, di ponti tra terra e cielo. Le composizioni dialogano con suoni manipolati, frammenti poetici e si sviluppano con la danza e le percussioni in una estatica visione sonante.

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Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne

Parigi 2015, foto gm

Parigi 2015, foto gm

Laura Liberale
da La disponibilità della nostra carne
(Libro di prossima pubblicazione per Oedipus, collana Croma K, diretta da Ivan Schiavone)

*

E dunque lei muore
e un altro mistero s’ingrotta
di donna consanguinea
di stele che non aprì alfabeti.

Queste le femmine del tuo lignaggio.

Finisce in piaga
la carne che non rilasciò i segreti
e la consunzione non è che la punta
del vostro pauroso iceberg familiare.

*

La prima volta fu
per l’addio che febbraio
condensava sui vetri.
Le tue mani, implorava
e attecchiva in te.
La seconda, il fantoccio
dissestato a tuo uso
traboccava nel poco
che di te concedevi.

In entrambe ordinasti
tempesta su quel seme:
Vieni disastro, mieti.

*

Ancora stai chiedendo di nutrirla
di celebrare il rito della cura?
È un’ara questo tavolo, tu scava
due solchi, riempili di latte e acqua
zolle di terra innalza a far barriera
erigi il tumulo, l’orto racchiuso
liba nel sole che strina i contorni
nella misura della primavera.

 

*

© Laura Liberale

Festlet! # prima di partire

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Possiamo chiamare questa fotografia un elogio alla serendipità.
La verità è che quella mattina mi ero semplicemente persa, mezza intontita di sonno e ancora priva della caffeina del risveglio. Ero in sella a Miss Marple (sulla magnifica bicicletta consegnatami all’arrivo dai ragazzi del Festlet e su altre storie, vedere qui), e avevo preso il sentiero sbagliato all’uscita dal campeggio dove ero ospite.
Mi aspettava una delle cinque giornate piene di offerte e opportunità che ogni anno il Festlet regala – giornate fatte di corse pazze su Miss Marple, di puntate nelle pasticcerie mantovane ed esami e controesami del programma cartaceo, ridotto ormai a un cumulo di fogli pieni di orecchiette nella speranza che le centinaia di eventi cui non vedevo l’ora di assistere potesse per miracolo diluirsi nell’arco di un mese.
Per il momento, ero sulla punta sbagliata di un sentiero dopo una notte ospite in una comodissima tenda con torce e materasso, e non avevo ancora fatto colazione.
Nel momento in cui scrivo, non sono ancora partita per la ventesima edizione del Festivaletteratura; Mantova, quest’anno, è capitale italiana della cultura, e il suo programma – che spero di condividere con voi con il massimo dettaglio di racconti – è più ghiotto che mai. Nel momento in cui leggete, il Festival sarà appena cominciato.
Quest’anno, una giornata sarà stata dedicata ai volontari, i giovani che da anni permettono che si crei la magia del Festival occupandosi di qualsiasi lavoro vi sia possibile immaginare, dalla costruzione dei palchi alla preparazione del cibo in mensa. Sfileranno e a loro sarà fatto un doverosissimo ringraziamento, cui mi unisco per la magnifica accoglienza che mi hanno sempre riservato.
Al momento in cui leggete, insomma, io sarò su una nuova Miss Marple, sperando di non perdermi – o che il perdermi mi porti sempre a qualche bellissimo panorama – e forse starò già ascoltando la Settima di Beethoven che quest’anno darà il via alle danze. Ve ne parlerò, appena possibile, sicuramente. Vi saluto intanto da qui, e vi auguro un ottimo Festlet.

© Giovanna Amato