#PoEstateSilva #33: Pietro dell’Acqua, Aria fritta

Si sta a pelar patate, in silenzio.
Apre la bocca e le dà fiato:
«Pensa te cosa diranno di noi, noi che ci affidiamo ai nostri mugugni, al linguaggio per intenderci, ci affidiamo alle rime e alle assonanze come se nella lingua fosse indicata, tramite queste, la via da percorrere verso l’autenticità, che parola abusata piena d’aria!, verso la consapevolezza di ciò che siamo o non siamo, verso un senso da dare alla frase. Pensa come rideranno dei nostri tentativi falliti di formulare un pensiero più complesso di Ugo mangia la mela, di comprendere le Leggi tramite esperimenti e apparecchiature complicatissime, che oltretutto non funzionano diranno. E l’energia, si sbellicheranno vedendo le nostre tecniche da piromani squilibrati che consistono solo nel
bruciare qualsiasi cosa ci capiti tra le mani: siamo uomini delle caverne che accendono il fuoco. Poi su tutto la nostra mania di protagonismo, quelle favole sull’universo al cui centro ci siamo noi, tutto è qua per noi, dei e arcangeli e oracoli e stelle cadenti e filanti scomodati solo per blandirci voi siete er mejo, quante istituzioni, tutte frutto, questo ce lo riconosceranno, pur nei nostri enormi limiti, della più fervida immaginazione, quante istituzioni per difenderci dalla nullità della nostra condizione, che altrimenti ci divorerebbe. Di cosa ci nutriamo? Siamo cannibali dei nostri compagni d’avventura, uccisi da noi o morti sul campo. Di quale ignobile violenza siamo capaci, e così subdola, sbranare facendo intendere che i morsi sono baci, si sganasceranno davanti alla nostra incoerenza, ai monumenti di pastafrolla eretti in onore delle opere di bene con fumosi discorsi per la pace e la concordia, all’incessante germogliare di colpi di sfollagente, kalashnikov e bazooka. Chissà quali differenze noteranno tra la copula grammaticale, quella animale e quella umana, magari si metteranno a contare il numero di possibili variazioni sul tema, useranno come parametro di giudizio lo spazio lasciato all’arbitrio o all’improvvisazione, chissà che non vinca qualche scimpanzé dall’aria furba che ci dà dentro da mattina a sera, senza tabù parentali o legati all’età, capace di farlo arrampicato su un albero o appeso a una liana. Il nostro sdolcinato poetare in versi, sempre in cerca di conferma nei suoni, che oltretutto abbiamo concepito noi, che la strada sia giusta – anche i poeti del giorno d’oggi, i rapper che urlano sopra una base martellante

Lo so che non ti piaccio
non mi hai mai gradito
io vivo all’addiaccio
ma non mi contraddico.

Con la mia quinta elementare
non ho imparato a recitare
per te tra menzogna e verità
non c’è più distanza
lodata sia la mia ignoranza
e fanculo l’università.

Tua sorella è una bagascia
adesso prendo un’ascia
e perderai la faccia
ch’è proprio da magnaccia.

Tutta la tua vita
non l’ho mai capita.
È così fondamentale
sembrare normale?

Tienili per te
il tuo fisico d’atleta
e la tua moneta
io non credo a te
e a nessun profeta.

Se ti foro la gola
tu a che cosa pensi?
Alla mogliettina sola
o a degli spazi immensi?

Subito cala la sera
ma tu già ti sei calato
facendoti una pera
per sognare di esser nato.

nonostante tentino angosciosamente di trasgredire e infrangere quel poco che è rimasto non ancora infranto, non riescono a sottrarsi al giogo della rima, sebbene cerchino in ogni modo la diversità di espressione e di contenuto, finiscono col ricadere nell’identità di suono e basta un niente per finire anche in quella di contenuto – emettere versi sul pelo chiaro della femmina o sulle sue sciolte movenze, non avrà probabilmente alcun peso nella loro valutazione. Si scompisceranno».
Cuciniamo e mangiamo patatine fritte.
Buonissime.

© Pietro dell’Acqua

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